Questa non è una testata giornalistica. Non può pertanto considerarsi un
prodotto editoriale ex L.627/3/2001. Tutto il materiale qui pubblicato, laddove
non diversamente specificato, è da intendersi protetto da copyright. Il sito è moderato,
nel senso che non si accettano commenti che insultino o denigrino l'interlocutore. Le
comunicazioni ricevute nell'area "per contatti" riceveranno risposta solo in caso positivo,
a causa della gran quantità di materiale pervenuto.
Vi ricordate i colori raffinati ma non aggressivi, la prosa pacata ed elegante? Torna su The Uchronicles Guido Benvenuto,
ma presentandoci stavolta un lato narrativo che non conoscevamo, quello del mistero e del fantastico. Ed è una rivelazione. Il "principe"
delle riprese RAI ci propone stavolta un quadro tanto idilliaco quanto inquietante. In realtà l'avevamo sempre saputo che dietro
alla sua apparente natura placida e contemplativa il nostro autore nascondeva un aspetto dionisiaco. Godetevelo in quello che
mi auguro sia il primo di una lunga serie di racconti che lasciano il lettore spiazzato...
“Duemilioni e duecentomila lire”, mi diceva guardando due gelosie dal verde estenuato. ”Duemilioni e duecentomila lire, al mese,
tanto mi costano quelle due aperture che sembrano finestroni di un bastimento che scivola sul mare.
Però ne vale la pena. Ma dove la trovi una casa così? ”.
A poca distanza da S. Fruttuoso di Camogli passando con la barca si vedono, nella parete che strapiomba sul mare,
due persiane chiuse, una sopra l’altra, due piccoli piani su una facciata a righe bianche e nere, come quelle dell’Abbazia.
Si intravedono anche degli archi sopra le finestre, ma murati, come se prima ci fosse stata una loggia. Una arco di sopra e
uno di sotto, tra due pareti di roccia: ecco forse l’idea architettonica pensata da quell’antico costruttore. Magari solo
un riparo, una specie di bivacco in parete per meglio appartarsi, meditare e pregare. Ma non bastava allo scopo una cavità
naturale? No, l’uomo vuol sempre metterci qualcosa di suo, qualcosa che testimoni il suo passaggio, il suo intervento,
il suo esistere; e rimanere magari dopo millenni.
Una freccia incisa nella pietra, la forma di un capanno o di un’animale ucciso, come nelle incisioni rupestri della Val
Camonica. Oppure un buco, tanto da poterci mettere dei semi o qualcosa di vegetale e schiacciarlo fino a farne una poltiglia.
“Nooo!” - adesso penserete – “ci verrà a raccontare del basilico, dei pinoli … che gli studiosi hanno recentemente accertato
che il pesto si faceva già milioni di anni fa; che persino l’Uomo dei Balzi Rossi, dall’altra parte della Riviera, ci ha
lasciato delle tracce in tal senso”. No, volevo solo dire – ma poi mi sono evidentemente perso - che l’idea del mortaio
è un idea delle preistoria, perchè se noi ora dicendo mortaio subito pensiamo, e la nostra mente ce ne fornisce
un’immagine, a un pezzo di marmo con la forma di una ciotola abbastanza profonda e quindi un buco dentro dove pestare gli
ingredienti, il mortaio della preistoria era il buco! Era quella l’idea! Allora non c’era ancora la forma del mortaio,
ma tutto intorno a quel buco una roccia intera, addirittura una montagna o quantomeno, se volete, un grande masso.
Tornando alla nostra casa – perdonate la digressione - di questa, se mi sono spiegato, avrete capito che non si percepisce
né la grandezza né il volume, perché non si vedono i lati; e ricorda un po’ quelle costruzioni con muri fatti con mattoni
di terra che facevano i pellerossa nelle pareti dei canyons. Le ho viste un giorno tra l’Arizona e il Nevada, in un viaggio
lontano. clicca per continuare
Finalmente sei sfuggito alla bolla...
Le ali del Leone - 20
Si conclude con quest'ultima puntata la saga de Le ali del Leone di Paolo Ninzatti.
LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 20
”Che bel ragazzone!” esclamò Matilde del Fioretto
mentre lo fissava con lo sguardo spento e languido ”Quando sarò
grande vi sposerò. Come vi chiamate?”
Angelo era imbarazzato e al momento non seppe cosa rispondere.
Ferruccio gli bisbigliò di assecondarla e lui disse il suo
nome. Sorridendo, la donna fece un inchino e si accomiatò.
Prese per mano le due guardie e trotterellando le seguì
uscendo dalla sala e dalla loro vita.
Ferruccio si rivolse al numeroso gruppo di uomini elegantemente
vestiti che lo guardavano seri. ”Il Senato e il Consiglio dei
Dieci ha ora la conferma che Matilde del Fioretto ha agito in preda
a una crescente insanità mentale. Le prove della sua
cospirazione contro la repubblica sono qui”. Porse un rotolo di
carta a un uomo dall'aria severa. ”Un piano di invasione e
connivenza con Cesare Borgia. Tuttavia, causa lo stato mentale in
cui, come avete constatato, ella si trova ora, propongo di mitigare
la condanna: invece della reclusione nella torre del castello di
Montecchio, sarà ospite del convento di Santa Apollonia.”
Nessuno parve avere nulla in contrario alla proposta di Ferruccio,
il quale continuò: ”Il controspionaggio avrà molto
da lavorare per scoprire la rete di cospiratori: una ragnatela che
si allunga dai nostri possedimenti in Puglia fino a Roma e Firenze.
Contro i Borgia non agiremo in maniera ufficiale. Le azioni di
Maniero saranno compiute in tutto segreto e non sotto il vessillo
del Leone. Naturalmente, i metodi usati saranno poco
tradizionali.”
Rivolto quindi all'assemblea e indicando Angelo, continuò:
”Questo eroico giovane ha salvato le vostre vite e la repubblica.
Egli merita, vi dico, una lauta ricompensa. Angelo Santus, esprimi
un desiderio.”
Il giovane non si sentiva ancora i piedi a terra, nonostante fosse
sceso dai cieli ore prima. Giunto a Venezia dopo una lunga
camminata, aveva scoperto che la diceria dell'angelo dai capelli
rossi che aveva dato alle fiamme un mostro volante e messo in
ginocchio due fantasmi era arrivata prima di lui stesso.
Da quelle parti, evidentemente, cavalli e gondole non avevano
niente da invidiare agli ornitotteri. Era stato facile agli agenti
di Ferruccio rintracciarlo e condurlo in quel palazzo, mettendogli a
disposizione una stanza da bagno e procurandogli gli abiti principeschi che ora indossava.
Ferruccio, Loretta, Silvana e Francesco
erano arrivati poco dopo insieme a una folla di alti dignitari.
Ancora si chiedeva dove avessero nascosto l'aerovite, ma non
l'aveva certo domandato. In quella sala aleggiavano i fantasmi degli
intrighi: era meglio rimanere in silenzio.
Fernando Sorrentino è nato a Buenos Aires nel 1942. Argentino di terza generazione, porta nei suoi tratti
l'origine italiana. Autore da molti accostato a Borges e a Bioy Casares, non si riconosce in alcun genere particolare:
ama le vicende al limite della realtà che pian piano scivolano verso l'immaginario o il grottesco. E' anche saggista.
Suoi articoli sono comparsi sui maggiori quotidiani argentini, e ha collaborato tra l'altro con La Nación, La Prensa,
Clarín, La Opinión, Letras de Buenos Aires, Proa. In Italia collabora con la rivista ferrarese Osservatorio Letterario -
Ferrara e l'Altrove, e con Progetto Babele. Proprio Progetto Babele ha appena pubblicato di
Fernando Sorrentino Per colpa
del dottor Moreau ed altri racconti fantastici e Per difendersi dagli scorpioni, ed altri racconti insoliti,
due autentiche collezioni di piccole gemme. The uchronicles ha incontrato l'autore. Fernando, sembri un autore
decisamente orientato verso il fantastico e il surreale. Quando hai scoperto questa tua vocazione?
Non la definirei una vocazione, quanto una mia tendenza congenita. Mi sono sempre piaciute le storie in cui succedono
cose se non proprio fantastiche, quantomeno insolite, Si può dire che il mio maggior piacere letterario, dal punto di
vista del lettore, è che mi raccontino storie interessanto, in cui succedono episodi che vanno oltre l'abituale e la vita
di tutti i giorni. Per questa stessa ragione, a soli dodici anni, rimasi assolutamente affascinato la prima volta che
lessi David Copperfield, e mi dissi - e continuo a dirmi - "Questo Dickens è un mago! Scrive ottocento pagine e non
annoia mai il lettore!". Tra l'altro, Dickens ha creato uno dei personaggi indimenticabili della letteratura universale,
Uriah Heep.
A quali scrittori pensi di ispirarti di più, Borges, E. A. Poe, o l'italianissimo Dino Buzzati?
No, non mi ispiro a nessuno in particolare e non ci ho mai provato, perché mi sono reso conto molto presto che sarebbe
stato un atto suicida. Insomma, ben oltre la mia volontà sono condannato irrevocabilmente a scrivere come Fernando
Sorrentino. Tuttavia accade anche che uno scrittore si ritrova a essere un enorme recipiente dove va a cadere la
letteratura già scritta. Tra questa c'è qualcosa che con forza o con meno forza influisce sul modo di scrivere
di ciascuno scrittore, che si ritrova a essere così un eterno apprendista. Altre letture influiscono poi nel senso
che ti insegnano come non devi scrivere. Senza peli sulla lingua: più di una volta ho pensato che Il processo fosse
il romanzo più bello mai scritto e insieme il romanzo che io avrei voluto
scrivere: Kafka è dunque il mio grande amore letterario!
Quanta letteratura italiana sta dietro la tua ricerca?
Non ne ho letto abbastanza. Nella mia infanzia ho letto alcuni romanzi di Salgari e, ovviamente, un libro che è stato un
classico imprescindibile nella prima metà del XX secolo: Cuore di Edmondo de Amicis. Da adulto ho letto - senza grande
interesse, devo confessarlo - I promessi sposi e Le mie prigioni. D'altra parte, però, ho letto - in italiano -
La divina commedia e mi sono permesso addirittura di scrivere alcuni modesti articoli sulle curiosità che ho incontrato
nelle svariate traduzioni spagnole di questo classico. Un romanzo che mi è piaciuto è Il fu Mattia Pascal di
Pirandello.
Come non essere sedotti dall'idea di un uomo che mette in scena la propria morte? Si tratta delle idee che si trovano
dietro l'opera di un altro mio idolo letterario, Marco Denevi. Così come Mattia Pascal fa finta di essere morto, i
personaggi di Denevi molte volte fingono di essere altre persone, oppure, ingegnosamente, altre persone li confondono
e li identificano come persone che, in reatà, sono altri, come accade per esempio al romanzo Rosaura alle dieci.
Andrea Franco è nato a Lido di Ostia nel 1977. Appassionato di Opera Lirica, ha suonato per anni in numerosi locali
romani e composto oltre 50 brani. Come scrittore ha partecipato a diverse antologie tra le quali ricordiamo Bambini
Cattivi (Melquiades, 2005), SanGennoir (Kairòs, 2006), La spranga (Pontegobbo, 2007) e L'Altalena (Edizioni XII, 2008).
Nel 2008 ha pubblicato il primo romanzo: Nella Bolla (Giraldi, Bologna). Sempre nello stesso anno ha vinto il premio
Delitto d'Autore con il romanzo giallo Fata Morgana, scritto a quattro mani con Enrico Luceri. Insieme a Luca Di
Gialleonardo (La Dama Bianca, Delos Books, 2009) ha curato l'antologia Opera Narrativa Noir (Tabula Fati, 2008),
con i racconti migliori della prima edizione del Premio Letterario OperaNarrativa (bandito da OperaNarrativa.com,
il sito che gestiscono). L'ultima pubblicazione è Il signore del Canto (Delos Books, 2009), romanzo fantasy.
Ha molti lavori in corso e una prossima pubblicazione che svelerà a breve!
Come mai hai scelto di esprimerti attraverso il fantasy?
Allora, da quando cerco di cimentarmi nella scrittura sento dire che gli scrittori sono quello che leggono e che quindi scrivono di conseguenza. Io sono un lettore che ama frequentare diversi generi letterari e quando mi metto davanti a una tastiera per scrivere qualcosa, posso cimentarmi ogni volta in qualcosa di diverso. Amo la fantascienza, il fantasy, l'avventura, i thriller, i gialli, il noir, gli storici, i saggi... un po' di tutto, insomma. Nel caso del romanzo Il Signore del Canto ho scelto il fantasy per diversi motivi. Il primo era perché volendo pubblicare con Delos Books ho preso al volo l'occasione di questa nuova collana, Storie di Draghi, Maghi e Guerrieri. E poi perché la storia che ho raccontato, se è vero che poteva prestarsi, con le opportune modifiche, anche ad altri generi, credo che si esprima al meglio nel fantasy. Più volte ho detto che questo genere è il migliore per trasmettere emozioni forti. E per un romanzo come il mio, dove l'emozione ha un ruolo fondamentale, serviva uno strumento adatto. Fantasy, appunto.
In genere chi dice fy dice orchi, maghi e quant'altro. Il tuo mondo è insieme meno e più immaginifico, sei d'accordo?
Certo, fantasy è anche e soprattutto questo. È il regno della fantasia, dove tutto è possibile e dove ognuno può immaginare il proprio mondo. Non ho scritto fantasy per tantissimi anni, pur essendo uno dei primi generi letterari che hanno catturato la mia voglia di essere lettore, perché non mi sentivo in grado di uscire dagli schemi senza snaturare quello che in tante occasioni mi aveva emozionato. La svolta forse c'è stata con due saghe di David Eddings (Belgariad e Mallorean), dove ho finalmente avuto, da lettore, la possibilità di uscire da alcuni schemi classici. Da lì ho cominciato a capire come potermi muovere e tanti anni dopo, quando ho cominciato a non sentire più la necessità di confrontarmi con le mie letture più appassionanti, è nato il mio primo romanzo, una storia di 500 cartelle che è in cerca di editore. Poi tutto è stato più facile e creare un mondo come quello de Il Signore del Canto è stato un processo bello e appassionante. Meno immaginifico sotto certi aspetti, di più per altri. Come è logico che debba essere per un mondo inventato, originale e vicino al lettore.
clicca per continuare
Antidoti all'organico
L'ABC del Connettivismo
intervista con Francesco Verso
Francesco Verso, nato nel 1973 a Bologna, si laurea in Economia e Commercio nel 2000, indirizzo Economia Ambientale
con una tesi su "Popolazione e ambiente: il caso dell'Olanda" . Vive e studia ad Amsterdam per tre anni. In seguito
dal 2001 al 2008 lavora all'IBM in veste di technical support e responsabile di vendita per i Personal Computer IBM.
Durante questo periodo completa la stesura di Antidoti umani, finalista al premio Urania Mondadori 2004 ma che vede
la luce solo nel 2008 benché scritto nei cinque anni precedenti.
Nel 2008 decide di lasciare l'informatica e dedicarsi alla scrittura. L'occasione arriva con la nascita della prima figlia,
Sofia, avuta dalla compagna Elena conosciuta a San Pietroburgo dove si reca per scrivere il secondo romanzo, il Fabbricante
di Sorrisi. Decide in seguito di seguire un Master in editoria presso l'Agenzia Letteraria
Oblique di Roma durante il quale intervista Lietta Manganelli per il saggio finale - Giorgio Manganelli teppista della
letteratura.
Successivamente ottiene uno stage presso la Dino Audino Editore di Roma e scrive il primo racconto breve Flush,
terzo classificato al concorso "8x8" dell'Agenzia Oblique.
Nel maggio del 2008 ottiene una menzione speciale al Premio di Poesia Internazionale Mario Luzi.
All'inizio del 2009 entra in contatto con la corrente letteraria del Connettivismo e collabora con la sua rivista
ufficiale NEXT.
È attualmente redattore della EDS – Edizioni Diversa Sintonia
e agente letterario per il progetto internazionale "Letteratura e Pace"
dellaDomist.net.
Francesco, con Antidoti umani sei arrivato alla finale del Premio Urania. Siamo alla consacrazione letteraria del Connettivismo?
Per quanto Antidoti umani sia giunto finalista nel 2004 ritengo che vadano fatte due precisazioni. Primo, sono venuto a
conoscenza del movimento solo nel 2008 e per una serie di circostanze favoreli ad oggi ne faccio parte con immenso piacere.
Le tematiche del romanzo si adattano quindi senza averlo saputo al manifesto del connettivismo. Un caso fortuito? Un meme
che circola tra i gangli neurali di molti scrittori? Forse.
Secondo. La consacrazione del movimento ritengo sia giunta con la vittoria del premio Urania da parte di Giovanni De Matteo
con Sezione PiQuadro nel 2006. Lui sì fondatore insieme a Marco Milani e Sandro Battisti del movimento nel lontano 2004.
Cos'è esattamente il Connettivismo cui ti ispiri?
Il Connettivismo non è un fenomeno chiuso, asfittico, al contrario la sua valenza più significativa risiede nell'accento
posto alla connessione, al legame che si vuole instaurare con aree diverse e spesso distanti della nostra fenomenologia.
Ad esempio nei miei romanzi come pure nei racconti, cerco sempre di "connettere" elementi in apparenza molto distanti: in
Antidoti umani c'è la Manna che cade da un cielo schermato da una Bolla che richiama le strutture di geodetiche di
Buckminster Fuller, nel Fabbricante di Sorrisi si analizza il taboo delle mestruazioni a partire dal vecchio Testamento,
passando per la caccia alle streghe del Medioevo per giungere agli spot sull'igiene intima femminile dei nostri tempi.
Quindi l'ispirazione viene dal vedere "connessioni" mancanti, nodi latenti, un percorso che si costruisce prendendo a prestito
suggestioni dal passato, dai miti dell'antichità, dall'esoterismo per proiettarlo verso il futuro, nelle icone del nuovo
millennio, nei costumi trasfigurati del tempo che verrà.
Radiorock.to compie un anno e si fa bisboccia: ecco il LINK alle foto della festa.
Scienziati e responsabilità
L'ultima equazione di Mark Alpert
traduzione di Roberta Zuppet
Editrice Nord, 2009
pagine 376 -
prezzo 18,60 euro
ISBN: 88429157374
Non disprezzabile, questo thriller di debutto fra tecnologico e matematico, opera di Mark Alpert,
tra i più promettenti autori dell'ultima generazione. Privo dei troppi fronzoli della letteratura cui negli ultimi anni siamo
stati abituati, il romanzo si districa agevolmente fra equazioni, teorie delle stringhe, intrighi internazionali. Un po' meno,
come ormai purtroppo è abitudine, nella generazione dei personaggi e nella loro interazione. Un po'troppo compassato il
protagonista e abbastanza freddino chi lo circonda, a cominciare dalla Monique genio della matematica. Fa sobbalzare poi
sulla sedia il fatto che secondo l'autore sia "insolito" che i neri possano eccellere nelle discipline scientifiche,
basterebbe un'occhiata alle facoltà americane e a quanto accade nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Scivolone abbastanza
rovinoso nei nuovi USA di Barack Obama, a meno che non si tratti di un furbesco espediente: cosa non si farebbe
pur vendere qualche copia in più... ;-)
6-
Le ambizioni di Napoleone
La piramide del destino di William Dietrich
traduzione di Carla Gaiba
Editrice Nord, 2009
pagine 478 -
prezzo 18,60 euro
ISBN: 8842915017
Primo di una trilogia dell'emergente premio Pulitzer William Dietrich,
il romanzo mescola bene gli elementi del thriller storico con quelli del fantasy di consumo. Senza mai cedere alle lusinghe
di un genere, piuttosto che un altro, l'autore confeziona un testo che si legge con piacere, sia pure con qualche pausa
e qualche improbabilità di troppo, vedi il rapporto tra i personaggi-chiave. Ben descritta però la disavventura napoleonica in Egitto, attendibili i particolari
militari e la crudezza delle battaglie. Più zoppicante il capitolo-personaggi, con un Ethan Gage che secondo chi scrive
non emerge come dovrebbe, e dal quale alle volte l'autore sembra prendere un po' troppo le distanze. In ogni caso,
considerando la media dei thriller che escono in quest'ultimo periodo, La piramide del destino un sei e mezzo lo merita
tutto.