Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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La fantascienza (italiana) che vorrei - 2 - L'eresia

  • Alessandro Vietti nasce nel 1969 a Genova dove tuttora risiede. Laureato in Ingegneria Elettrotecnica, lavora nel settore dell'automazione industriale e si occupa di letteratura fantastica e divulgazione scientifica. Storico collaboratore delle fanzine Delos e Il corriere della fantascienza, attualmente è collaboratore di Delos Books sia per quanto riguarda il portale Fantascienza.com per il quale cura la sezione Contact dedicata alla divulgazione scientifica, sia per il trimestrale Robot. Suoi articoli sono apparsi anche sui mensili scientifici Coelum Astronomia e Le Stelle. Vietti è oggi una delle più interessanti realtà della letteratura fantascientifica italiana. Nasce come scrittore con l'Editrice Nord, che gli pubblica due romanzi a distanza di tre anni, Cyberworld nel 1996 e Il codice dell'invasore nel 1999. Questo è il secondo di cinque articoli che Vietti ha deciso di scrivere sul tema del dibattito intorno alla fanatscienza italiana.

    Tra gli anni ’50 e gli anni ’70 i grandi autori d’oltreoceano, da Theodore Sturgeon e Ray Bradbury, a Ursula Le Guin a James Ballard a Philip K. Dick, giusto per citarne alcuni, hanno piano piano, ciascuno secondo il proprio stile, la propria sensibilità e la propria identità, sdoganato la fantascienza da letteratura “popolare”, a fenomeno più interessante e articolato, giungendo a opere culturalmente complesse ed elevate, ma a fronte di un lungo e fervido cammino del genere letterario.
    Un cammino evolutivo pluridecennale che, nel suo percorso, è stato capace di affinare gli autori, educare gli editori e abituare il pubblico, fertilizzando così un humus culturale capace di fare attecchire anche idee e stili via via sempre più raffinati e profondi. Da questo punto di vista la Golden Age, stimolata dall’avvento di John W. Campbell (siamo alla fine degli anni ’30), fu soltanto una logica conseguenza della maturazione culturale dei tempi e, allo stesso modo, le opere più importanti della cosiddetta New Wave che uscirono a partire dagli anni ’60, furono figlie a loro volta della generazione precedente.
    E’ naturale che non si può fare questo discorso prescindendo completamente dal contesto sociale e storico prettamente americano in cui questi fenomeni letterari e culturali si diffusero e che non può essere applicato all’Italia. Tuttavia, l’esigenza di un percorso evolutivo sul quale innestarsi è qualcosa di necessario in qualsiasi tipo di realizzazione creativa, sia essa artistica, letteraria o scientifica. Niente conigli dentro al cilindro, insomma.
    Ebbene, il nodo della questione è proprio questo: in Italia un fenomeno di questo tipo non si è mai verificato. Cercando sempre, caparbiamente, maniacalmente, ostinatamente, ossessivamente, aprioristicamente, una sua identità - ah, questa dannata chimera dell’identità! - la fantascienza italiana, figlia di una cultura umanistica, si è subito affacciata al pubblico intellettualizzando, filosofeggiando, politicizzando, cercando a ogni costo di evitare il compromesso del “divertimento-prima-di-tutto”, e per questo non ha mai imboccato un percorso evolutivo che innescasse quel circolo virtuoso di maturazione di autori, editori e pubblico necessario al consolidamento di una tradizione letteraria fantascientifica nazio nale.
    E qui giungiamo a capire altri due elementi chiave del perché la fantascienza italiana non è mai emersa: da un lato c’è la mancanza di comprensione degli autori che la fantascienza è innanzitutto una letteratura “di genere” e, come tale, non deve autocompiacersi guardando se stessa, ma essere innanzitutto al servizio dell’intrattenimento del lettore. Se poi in quest’ambito, l’autore saprà cogliere prima o poi anche qualcosa di più profondo, tanto meglio. Ma prima di ogni altra cosa la parola d’ordine dev’essere “divertire”, possibilmente in maniera intelligente.
    E se questo è quello che il pubblico vuole, perché allora non ci si ribocca le maniche e si prova a darglielo? Dall’altro c’è la consapevolezza che, negli anni d’oro, quelli in cui la fantascienza la faceva davvero da padrona, quelli in cui guadagnava terreno, l’Italia era un paese contadino che usciva perdente da una guerra devastante e, nonostante la ricostruzione e il conseguente boom economico, non possedeva quel sostrato culturale scientifico/tecnologico minimo che doveva fungere da proiettile per gli autori di fantascienza e da bersaglio per i lettori di fantascienza.
    E allora qui torniamo all’aneddoto della scorsa puntata, a quell’impercettibile momento di silenzio e all’annosa questione dell’identità della fantascienza italiana.
    Personalmente, quando la ragazza del pubblico disse che il mio romanzo sembrava scritto da un americano (cosa che peraltro mi è stata in seguito fatta osservare anche da altri) lo presi come uno dei migliori complimenti che avesse potuto farmi, ma per taluni sarebbe stato uno sgarbo, un affronto, un oltraggio, un’eresia. Per molti, scrivere “all’americana” è scimmiottare, scopiazzare, plagiare, con tutte le deprecabili varianti del caso. Ma non è forse vero che i grandi pittori hanno sempre imparato “copiando” e “imitando” i loro predecessori, trovando così la misura della loro “pennellata” e poi, magari, superandoli? Prima di mettersi al volante di una Ferrari, non è forse opportuno saper intanto gestire una Cinquecento?
    Per questo motivo sono convinto che, a meno di elementi individuali ( rari) dotati di genio (vogliamo parlare per esempio di Calvino o Buzzati, giusto per restare in tema di “fantastico italiano”?), bisogna essere prima capaci di fare al meglio quanto di meglio c’è già in giro, prima di andare oltre e potersi concedere qualcosa di nuovo.
    Anzi, probabilmente, intraprendendo un cammino di questo genere, qualcosa di nuovo prima o poi verrà da sé, ma prima bisogna capire come e perché funziona così bene quello che già c’è. Senza andare a scomodare il problema ulteriore che il mercato di lingua italiana è esiguo e che in Italia sono sempre pochi coloro che leggono, cosa che a sua volta acuisce da sé il problema di quelli (ancora meno) che leggono fantascienza, su questo aspetto la fantascienza italiana non si è mai applicata. Anzi, l’“imitazione” degli americani è sempre stata scoraggiata, denigrata, vilipesa o, al massimo, fatta passare sotto pseudonimi giustappunto anglofoni, senza avere dunque il coraggio di metterla di fronte agli occhi del pubblico come cosa degna nel suo essere “letteratura di genere”.
    Il triste risultato è stata l’alimentazione del circolo vizioso paradigmatico “<--> autore-non-scrivente <--> editore-non-pubblicante <--> lettore-non- leggente <--> autore-non-scrivente <-->… eccetera eccetera”. Un circolo vizioso che, purtroppo, ci portiamo dietro ancora oggi come un fardello di proporzioni cosmiche, grazie anche alla discutibile politica nei confronti degli autori italiani di quella che, a torto o a ragione, è la collana che per tradizione, importanza e visibilità, restituisce l’immagine della fantascienza italiana.
    Urania.
    E qui i discorsi si fanno spessi. La prossima volta però.


    (2-continua)
    Il primo articolo di Alessandro Vietti è reperibile in Archivio e a questa URL diretta.

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