Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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La fantascienza (italiana) che vorrei - 3 - La musa

  • Alessandro Vietti nasce nel 1969 a Genova dove tuttora risiede. Laureato in Ingegneria Elettrotecnica, lavora nel settore dell'automazione industriale e si occupa di letteratura fantastica e divulgazione scientifica. Storico collaboratore delle fanzine Delos e Il corriere della fantascienza, attualmente è collaboratore di Delos Books sia per quanto riguarda il portale Fantascienza.com per il quale cura la sezione Contact dedicata alla divulgazione scientifica, sia per il trimestrale Robot. Suoi articoli sono apparsi anche sui mensili scientifici Coelum Astronomia e Le Stelle. Vietti è oggi una delle più interessanti realtà della letteratura fantascientifica italiana. Nasce come scrittore con l'Editrice Nord, che gli pubblica due romanzi a distanza di tre anni, Cyberworld nel 1996 e Il codice dell'invasore nel 1999. Questo è il terzo di cinque articoli che Vietti ha deciso di scrivere per The Uchronicles sul tema del dibattito intorno alla fanatscienza italiana.


    Se si volesse tracciare una storia della fantascienza italiana, sarebbe dura prescindere dal considerare il 1989 come anno zero.
    Una volta adottato questo spartiacque, tutto ciò che venisse prima potrebbe essere etichettato come aPU, e quello che venisse dopo potrebbe essere marcato con dPU. L’anno in questione coincide infatti con l’indizione della prima edizione del Premio Urania, il premio che annualmente ormai da quasi vent’anni la storica rivista mondadoriana dedica ai romanzi italiani inediti.
    Non che prima di tale data non fossero apparsi romanzi fantascientifici nostrani, sporadicamente succedeva che approdassero nomi italiani, veri o camuffati dietro pseudonimi inglesizzati, ma non erano appuntamenti fissi, non c'era una strategia dietro, né una volontà editoriale di qualche tipo. Era qualcosa di lasciato più che altro al caso e alle contingenze editoriali del momento.
    Dal 1989 invece le cose cambiarono perché l'istituzione di un premio a cadenza regolare (cosa che nei primi anni '90 fece anche l'Editrice Nord, ma solo per cinque edizioni) dedicato ai romanzi di fantascienza italiana, promosso inoltre da una testata così visibile al grande pubblico e di così ampia diffusione nazionale, era qualcosa che potenzialmente aveva in sé il germe della rivoluzione, la capacità di sconvolgere e portare alla luce un intero ecosistema letterario fino ad allora rimasto nascosto in un sottobosco culturale autonomo e spesso autoreferenziale.
    E infatti non si può non affermare che da questo premio letterario si siano tracciate le sorti "pubbliche" della fantascienza made-in-Italy degli ultimi diciotto anni. Analogamente, visto lo stato attuale della fantascienza made-in-Italy, purtroppo non si può affermare che l'operazione "Premio Urania" sia stata coronata da successo.
    A onor del vero va detto che per qualche tempo si è avuta l’illusione che un fronte fosse stato aperto. Evangelisti aveva sfondato, Masali era andato alla grande, e in quegli anni per le pagine uraniche erano passati anche il trio Vallorani, Ricciardiello e Asciuti. Lo stesso Mongai era andato oltre le più rosee aspettative con il suo cuoco d’astronave.
    Si era intorno alla metà degli anni '90 e il Premio sembrava entrato nella sua maturità. Insomma, sembrava davvero che la fantascienza italiana stesse faticosamente decollando, ovvero trovando quello che dicevo nella puntata scorsa: in primo luogo la capacità degli scrittori di accettare e coltivare soprattutto l'istanza ludica (ma intelligente, beninteso) della fantascienza cui il pubblico non rinuncia e in secondo luogo, di conseguenza, la fiducia del pubblico.
    Poi però il fenomeno si è ridimensionato, o comunque non è proseguito come ci si sarebbe aspettati e augurati. Anzi, sembra quasi esserci stato addirittura un riflusso, un ritorno indietro, una riduzione a margine.
    Le promesse di quella breve stagione sono state disattese e la fantascienza italiana ha ripreso il suo modesto binario, vivacchiando sopra opere di alterna qualità, ma comunque sempre poco considerate e, soprattutto, isolate nel loro essere lasciate a se stesse. Allora la domanda sorge spontanea: che cosa diavolo è successo?
    Che cos'è che ha fermato il processo o addirittura gli ha fatto invertire la marcia?
    A me viene da rispondere a questa domanda con una parola: lungimiranza. A mio avviso la maggior colpa del Premio Urania e, di conseguenza della collana che lo ospita, è stata quella di non saper guardare più avanti del mese prossimo, quella di non supportare con un'opportuna strategia editoriale quello che di buono il Premio stava faticosamente tirando fuori. Faccio solo un duplice esempio. Sulla scorta dei loro successi precedenti, Mongai e Ricciardiello sono stati riproposti con altri romanzi che non hanno riscosso lo stesso favore dei precedenti, come invece era successo per la riproposizione (anche se fuori collana) di Masali. Perché?
    Forse i loro romanzi non erano all'altezza dei precedenti? (E quello di Mongai -"Il gioco degli immortali"- a mio avviso non lo era. Su quello di Ricciardiello -"Radio aliena Hasselblad"- mi astengo, non avendolo letto. So solo che le opinioni che giravano a riguardo erano di netta delusione). E se erano davvero libri più deboli, perché proporli per forza, andando così a intaccare quel briciolo di fiducia dei lettori così faticosamente conquistata?
    Forse c'era di mezzo solo l'intento dello sfruttamento commerciale degli autori sull'onda del successo del loro romanzo precedente? Comunque sia andata, il risultato è stato che i due romanzi in questione non hanno confermato gli autori presso il pubblico, anzi, probabilmente hanno finito per danneggiarli.
    E forse dunque non è solo un caso, o solo colpa del dimezzamento delle uscite annuali di Urania (il triste passaggio dalla cadenza quattordicinale a quella mensile), che dopo di loro sia stata del tutto abbandonata la politica di riproposizione degli autori italiani nell'ambito della collana al di fuori del Premio.
    Comunque sia, se prima gli italiani all'anno erano (a volte) due, adesso è (sempre) uno solo. Chi? Risposta: il vincitore del Premio, ovvio. Punto e basta. Ma come si può pretendere che un autore entri nei favori del pubblico se gli si concede una sola possibilità l'anno, per di più in virtù di un’ eventuale vittoria di un premio letterario, con tutto ciò che questo implica in termini di casualità, fortuna eccetera eccetera eccetera? Ha forse una logica editoriale che un autore come Francesco Grasso, debba rivincere il premio dopo averlo già vinto una volta, per poter essere almeno “considerato” dalla casa editrice?
    Lo stesso dicasi per il recente vincitore Alberto Costantini. Allo stesso modo ha forse una qualche logica editoriale che un autore come Lanfranco Fabriani sia stato costretto a pubblicare addirittura il seguito del suo fortunato romanzo d’esordio già vincitore del Premio, partecipando e vincendo di nuovo il Premio?
    Sarebbe stata editorialmente così rischiosa la pubblicazione del seguito di Fabriani al di fuori della logica del Premio? A giudicare dalla qualità del romanzo e dalle opinioni che ho sentito in giro al riguardo, personamente sono convinto di no.
    Né bisogna tralasciare il fatto, tutt'altro che trascurabile, che una riproposizione di Fabriani nella collana, ma al di fuori della logica del Premio (con un buon romanzo, come il seguito era, giacché ha poi vinto il Premio), avrebbe valorizzato, legittimato e rafforzato ancora di più l'autore presso il pubblico. Perché non farlo, dunque? Perché non dimostrare a Fabriani che Mondadori crede in lui? Perché non provare a farlo "crescere"?
    Risposte possibili: 1) perché Mondadori in realtà non crede in lui;
    2) perché Mondadori non si vuole accollare il "rischio economico" dell'operazione;
    3) perché Mondadori se ne frega altamente degli italiani in generale.
    Scegliete pure la risposta che vi pare più probabile, o createvene un'altra qualsiasi, se quelle che vi ho presentato non vi soddisfano, tanto il risultato è lo stesso: a quest'antifona le orecchie dei piani alti del palazzo di Segrate sono sorde.
    Tra l'altro c'è una cosa da osservare a proposito del "rischio economico" di cui sopra: gli italiani non hanno bisogno del lavoro di traduzione, ragione per cui dovrebbero costare meno e quindi, a parità di spese di stampa e distribuzione, rispetto a un autore straniero dovrebbero garantire lo stesso introito a fronte di un minor numero di copie vendute. No?
    In effetti, ho idea che la traduzione di un romanzo medio di duecentocinquanta cartelle costi almeno tanto quanto Urania versa a titolo di compenso ai vincitori del Premio (se non è vero qualcuno mi smentisca!). Eppure la politica editoriale non sembra affatto considerare nessuno di questi aspetti. Perché?
    Forse perché rispetto ai colleghi d'oltreoceano gli italiani vendono sempre e comunque molto meno, al punto da non poter essere giustificati neanche dal risparmio della traduzione? Questo è possibile, naturalmente, ma io sono un ottimista e non credo fino in fondo a chi mi vuole propinare questa tesi.
    Forse ancora perché non ci sono in giro romanzi italiani abbastanza buoni? A giudicare da quello che mi capita di leggere in giro e da quello che non di rado compare su Urania, non ne sono così convinto.
    Forse allora perché è più facile per un editore acquistare i diritti di romanzi d'oltreoceano che, per un verso o per l’altro, sono già collaudati e quindi facili da prendere e tradurre in un processo di fatto automatico? Ecco, a questo personalmente sono più propenso a credere.
    Ma qui si entra dritti in quel territorio misterioso, dal quale noi, lettori o autori non importa, siamo banditi, il territorio della "politica aziendale", un luogo infido in cui non importano i dettagli, non si cura la qualità, non si dà peso alla logica editoriale, ma ci si basa solo su grafici e totali in fondo a tabelle di rendiconto. Un luogo, insomma, in cui spesso non sembrano valere le regole del buon senso, un luogo in cui sono le regole commerciali a dettare legge, con buona pace dunque non solo dei lettori e degli autori, ma probabilmente anche dei redattori e dei curatori, costretti loro malgrado a fare lo slalom tra pali troppo stretti per non inforcare una porta sì, e una no.
    Però ci sono altri due importanti aspetti da considerare: la frequente ricorrenza di soggetti "fanta-storico-ucronici" e le conseguenze sugli autori del mercato editoriale italiano. Ma di tutto questo ne parliamo la prossima settimana.


    (3-continua)

    I primi due articoli di Alessandro Vietti sono reperibili in Archivio e a queste due url: 1 e 2


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