Claudio Asciuti, 50 anni, genovese, è forse una delle voci più originali della fantascienza italiana. Anticonformista,
ribelle, aristocratico, pungente, coltissimo.
Nel 1999 vince il Premio Urania con "La notte dei pitagorici".
Tra poco, per i tipi di Fanucci, uscirà il suo thriller Marizai. Con questa recensione
inizia la sua collaborazione con The Uchronicles
ROGER ZELAZNY
Signore della luce
Pag. 402, euro 4,90
Urania Collezione n. 045, ottobre 2006, Mondadori
Roger Zelazny (1937-1995) operò negli anni Sessanta-Settanta, partecipando a quel fenomeno
piuttosto eterogeneo che si è soliti chiamare New Wave; contribuì a svecchiare la fantascienza,
a trasformarla da genere di consumo in letteratura colta; inventò un genere assolutamente
nuovo, di cui l'unico erede è Neil Gaiman, ma nonostante il successo delle sue opere e i
premi vinti, non ebbe in sorte di entrare nell'Olimpo dei grandi. In Italia ebbe fortune
alterne, tolto uno zoccolo duro di amanti; ed é quindi di grande importanza, dopo
vent'anni di assenza dal mercato italiano, la ristampa di Signore della luce (1967)
che molti considerano il suo romanzo migliore (palma che, secondo l'estensore di
questa nota tocca invece a Io, Nomikos, l'immortale), e quarto di quella che
potremmo definire la pentalogia mitopoietica e teologica; dopo il mondo greco,
quello futuro, il Peian ispirato allo scintoismo giapponese, Zelazny ne costruisce
uno dall'antiquata tecnologia, abitato da coloni terrestri e governato dai Primi,
i coloni che con la loro scienza si fingono Dèi e sono praticamente immortali. In
questo mondo dominato dalla Trimurti e completo di tutto il pantheon induista, il
ribelle non può essere altro che il Mahasamatman, l'Illuminato, ovvero il Buddha,
che ama però farsi chiamare Sam, riportato in vita da Yama, il dio della Morte e
dei suoi alleati, dopo che la sua anima era stata imprigionata nella grande nube
che circonda il pianeta. La maggior parte del romanzo è occupato dal ricordo
degli eventi trascorsi, che Sam ripercorre passo passo, dalla sua ribellione
alla sua sconfitta, e si chiude circolarmente con uno scontro epocale che sembra
uscito dal Mahabharata, la sua vittoria, e la sua sparizione. Come sempre nei
lavori di Zelazny il mondo è ricalcato sulla tradizione religiosa, ricco di
immagini e di invenzioni; la scrittura è altissima, impreziosita da ampie
citazioni delle dottrine induiste e buddiste, e la traduzione di Riccardo
Valla regge benissimo (nonostante gli anni trascorsi e a dimostrazione dell'attualità della lingua italiana, quando è buona). Completano questo eccezionale volume
una nota di Vittorio Curtoni e una bibliografia di Ernesto Vegetti.