Dalla luna sull’arcobaleno è un racconto etno-fantascientifico scritto da un'autrice e traduttrice peruviana, Adriana Alarco de Zadra,
nata a Lima nel 1937. Ha cominciato con la letteratura per bambini, poi è passata al fantasy e alla sf.
Altre informazioni possono essere raccolte nel sito di Letterature Fantastiche.
Un fatto insolito presagì il prossimo arrivo di un essere straordinario. Fu quel pomeriggio, quando il vento portò tanti
fiori gialli da tappezzare con una spessa coltre le piazze, le case, i tetti, strade e le scalinate dei templi di pietra
nel centro di questo regno incastonato nella verde immensità della mia Selva nativa. Si finì per doverli raccogliere in
grandi ceste e buttarli nel fiume.
Il giorno dopo quel fatto sorprendente, osservai stupefatta scendere sulle acque del vasto fiume la piroga più
grande mai vista prima, con larghe vele bianche che chiamavano il vento, che probabilmente era la stessa della
quale mi parlava sempre mia madre, Conorì. Quella misteriosa imbarcazione che si ripeteva nei suoi sogni arrivava
dalla Luna navigando sul fiume del cielo che è l’Arcobaleno fino alla terra dei “maragnoni” (Abitanti lungo il fiume
Marañon, affluente del Rio delle Amazzoni).
In lontananza, i tamburi annunciano l’imminente presenza degli strani personaggi che navigano in essa.
Il tun tun ci avvisa, per i reconditi meandri della selva, che arrivano degli esseri tanto brillanti
che soltanto a guardarli ci accecano se il sole si riflette sui loro corpi, perché questi riverberano la
luce dell’astro come fanno le statue nel tempio della dea. Non ho dubbi che siano quelli stessi che dovevano
arrivare dalla Luna.
Io vivo nel regno di mia madre, la regina della selva, fra queste montagne, tappezzate dall’ intricata vegetazione che
nasconde il cielo blu, dove mi hanno educato nell’ arte della guerra, ad usare l’ arco, le frecce, la cerbottana e le
fionde ed a cavalcare animali selvaggi, pelosi e dalle zampe dai zoccoli fessi. Mi sono avvicinata ad un posto di
guardia per osservare il fiume montando uno di questi animali, per il sentiero soffice di foglie e sicuro, coperto
di gusci di uova di tartarughe e protetto da muretti vegetali ad ambo i lati. Di tratto in tratto c’è un posto
di sentinelle ma io non devo dare loro spiegazioni dei miei movimenti perché sono Naìn, figlia della regina e
posso andare dove voglio.
Kara, la guardiana del tempio mi ha avvertito di stare attenta a non imbattermi negli uomini di Couyinco,
il poderoso cacicco che è in perpetuo conflitto con le guerriere di mia madre per la supremazia sulle sponde
dei fiumi e delle isole. Ma io sono astuta e crudele. Se qualcuno di loro mi si avvicina, lo stordisco e lo
sgozzo colla pietra affilata che porto sempre al cinto. Non sono mai stata coinvolta in un vero combattimento
e l’unica ferita che ho me la sono procurata cadendo da un dirupo, ma non si sa mai quando si debba presentar
battaglia.
Le guerriere, comandate da mia madre Conorì, difendono questo esteso regno, ma io non sono ancora pronta.
Soltanto aiuto a preparare i corpi quando sono morti. Gli uomini fatti prigionieri, se non servono per procurare
discendenza, si cucinano e si mangiano per poter ereditare la loro forza.
Non credo che potremmo fare lo stesso con gli dei che arrivano nella piroga grande perché portano
una dura scorza metallica. Ho visto due guerrieri di Couyinco avvicinarsi con cautela all’ imbarcazione
che si è fermata sulla riva. Le loro frecce rimbalzano sull’ petto degli dei e, con frastuono, un raggio
di sole li ha uccisi!
Devo avvisare mia madre che il suo sogno ed il suo presagio si sono compiuti. Saranno amichevoli? Ma... mi hanno vista!
Vedo avvicinarsi uno per il sentiero che porta su dal fiume. Preparo la mia lancia affilata e metto una freccia nella
cerbottana. Lui brilla come la luna in notte fonda. Porta del cuoio sulle gambe ed in mano una lancia, ma non di canna
ma piuttosto di argento. É un essere strano che viene probabilmente dal più alto dei cieli. Si esprime in una lingua
complicata che non capisco. Mia madre mi ha prevenuto di non parlare con gli uomini che sono tutti traditori, ma non mi
ha detto di non parlare con gli dei che arrivano dalla Luna sull’ Arcobaleno fino al fiume. Mi raggiunge, mi vuole
spingere in giù per il sentiero ma io resisto. Nessuno deve toccarmi, neanche le donne del regno perché io sono Naìn,
figlia della regina Conorì. Vedo che aspetta e la sua faccia piena di peli e di cicatrici si trasforma con un sorriso.
Non ho paura, allora cammino davanti a lui solo per curiosità. Voglio conoscere quegli esseri che sono arrivati
dalla Luna.
Vado su quella piroga e osservo gli esseri strani. Uno di loro parla nella mia lingua. Gli fa compagnia un uomo con le piume,
ma non è un guerriero e viene da altre terre di questa selva immensa. Sicuramente gli ha insegnato la mia lingua.
Retrocede pauroso quando mi avvicino e scappa. L’ acqua nella pentola bolle senza fuoco sotto il sole e loro mangiano
pappagalli con sapore muschiato. Vedo che hanno pescato un pesce porco.
Ci sono altri tre esseri coperti con lamine d’ argento e caschi di metallo. Anche se sono dei,
il sudore gli cola sulle guance. Quello che mi parla perché io capisca non ha peli sulla faccia ne
scorza d’ argento ma i suoi capelli sono dorati per cui presumo che deve essere il figlio del Sole.
Una stoffa grossa gli copre le gambe ed ha del cuoio sui piedi anche se il caldo è soffocante. Usa una camicia
di cotone come non ho mai visto prima. Non sono mai stata così vicino ad un uomo vivo, prima di oggi, anche se
è un dio, perché mia madre non mi lascia partecipare nelle battaglie e quando portano maschi al regno, o sono
morti o mi nascondono perché non mi guardino.
Mi spiega che stanno cercando un luogo dove si trovano pietre preziose e tanti metalli fini come oro ed argento e
mi chiede se conosco quel posto chiamato El Dorado. Io si so dove si trova ma non lo dico. Quello è un segreto del
regno Conorì. Quando cercano di toccarmi mi difendo ed a uno di loro quasi trafiggo un occhio con la lancia. Non mi
piace che nessuno mi si avvicini, anche se è un dio.
Da lontano chiedo a colui che parla se loro sono dei e mi risponde che lui non lo è, per cui mi cruccio e preparo
la mia cerbottana e la lancia perché non bisogna mai fidarsi dei maschi giacché anche gli dei possono essere molto
bugiardi.
Mi parla con lentezza e mi spiega che sa che esiste un paese di bellissime donne e che non desiste dal suo intento di
trovarlo. Non le gli indicherò la strada prima di procurarmi il permesso di mia madre.
Mi chiede perché vivo senza altro vestito che il mio perizoma e le tante collane di semi e fiori. Non capisco quello che
vuole e mi mostra una lastra di metallo dove si riflette una ragazza come me quando mi guardo nel pozzo d’ acqua,
con la faccia dipinta con “achiote” rosso contro gli insetti ed i capelli neri blu annodati e trattati con nera e
lucente pomata di “huito”. Mi dice che la lastra si chiama specchio e che quella lì sono io stessa.
E un miracolo! Mi ha sdoppiato e nella visione c’è né un’altra come me! Gli strappo la lastra con la mia immagine dalle
mani e la butto nel fiume! Mi circondano minacciosi ma io ne prendo uno di loro per il collo; fra risate mi allontanano
da lui e mi tolgono la mia lancia e la cerbottana. Senza aspettare più, prevedo il pericolo e spicco un balzo per afferrare
una liana e volo da un ramo all’ altro fra lo schiamazzo delle scimmie e gli stridii degli uccelli in mezzo al labirinto
verde dove sarà difficile che mi seguano. Arrivo sul soffice sentiero e continuo a correre fino alla piazza. Devo
raccontare alle donne che sono arrivati gli dei. Può ben darsi che mia madre mi lasci usare quell’ essere che
parla nella nostra lingua, se sono arrivata all’ età di procreare, per avere un figlio da colui che è venuto dalla Luna.
Quel giorno non dissi niente perché la mia gente stava celebrando delle vittorie, in una allucinante catena di riti ed in quei
momenti ognuna vive la sua propria solitudine senza commentarla, muta; infatti non possono parlare. Il giorno dopo andai
giù vicino al fiume a contemplare gli dei ma non vidi quello con i capelli d’ oro. Mi ritrassi ed andai nel mio
nascondiglio preferito, dentro di una grotta con tante stalattiti che brillano di tutti i colori quando entra per un
momento un timido raggio di sole. Sembra una stanza di diamanti e pietre preziose ma sono visioni immaginarie che
riflettono i colori della luce.
Percepisco una presenza che non è delle nostre. Affacciandomi dall’ apertura vedo il figlio del Sole che sta arrivando.
Come è venuto fin qui? Mi avrà seguito?
Sono preparata con la freccia sull’ arco ma lui s’ avvicina senza paura e mi sorride. Parte la freccia ed infilzo un
serpente ‘cacciatore’ il cui veleno produce la putrefazione della carne e poi la morte in poche ore.
Il dio non se ne era reso conto e mi ringrazia.
Allora, con quella voce che assoggetta, mi racconta la storia di Adameva che fece amicizia con un serpente che le
regalò le mele; e mentre parla passa le sue dita sulle mie braccia e sui miei seni e mi accarezza la bocca ed il collo
con un massaggio così dolce che riempie di fremiti il mio corpo.
In mezzo a quella grotta dei miei sogni più segreti, misteriosa e magica, il figlio del Sole mi sdraia sulla sabbia
del suolo e mi possiede con una violenza che non avevo mai immaginato. Decidemmo tacere quest’ esperienza e trovarci
ancora una volta e l’ altra, di nascosto.
Fino a che una tarde una sera ci amammo con una passione così smisurata che svegliò perfino i morti. Aveva portato uova
di tartaruga e c’ imbrattammo l’un l’altro fino a che si alzarono le ombre della sera e ci si appiccicarono le mosche
bianche e le formiche volanti.
Passarono i giorni ed io non potevo raccontare la mia esperienza a nessuno. In paese, le guerriere preparavano
frecce con gran agitazione. Il dio viveva eternamente tormentato dal desiderio e, nella grotta della felicità, ci
abbandonammo ad un delirio di piacere che non avrei mai immaginato quando sentivo i gemiti delle donne che si appartavano
con i maschi più robusti, più forti e di pelle più chiara dai quali avevano i figli. I maschi che nascevano nel regno
Conorì erano poi messi su delle zattere affidate alla corrente, che erano bloccate dalla gente che viveva giù, lungo
il fiume.
Non avevo mai immaginato una felicità somigliante a quella che sentivo. Vivevo per svignarmela e per amare di nascosto
questo dio arrivato in una piroga dal cielo anche se lui ripeteva, protestando, che era arrivato dalla melma.
So che mi osserva attentamente Kara, la guardiana del tempio, trasformata in uccello Camunguì, con speroni sulle ali.
Sicuramente vorrebbe sapere per quale ragione giro così sperduta ed una sera mi seguì e ci siamo resi conto soltanto
quando sentì i suoi lamenti e le sue grida di donna e non di uccello. Uno degli dei, quello che aveva cicatrici sulla
faccia l’ aveva violentata sul sentiero. Ciò non poteva essere accettato, e mia madre sicuramente avrebbe cercato la
vendetta, perché se una non lo vuole, è proibito unirsi a lei; sono le donne che devono scegliere con chi avere
discendenza. Era diverso per me ed il figlio del Sole perché io lo desideravo con tutte le mie viscere.
Andai di corsa verso il paese e percorsi i cinque grandi templi che luccicavano ricoperti di lamine d’ argento, mentre
gli idoli di dee parevano osservarmi in silenzio e con severità. Kara arrivò poi trascinandosi sui piedi sporchi, sudicia,
stracciata ed avvilita.
I tamburi rimbombano, rullano avvisando a tormenta. Si avvicinano i tuoni che predicono le piogge. Io porto
la lastra di metallo con la mia immagine che il dio ha tirato fuori dal fiume e mi ha portato in regalo. E’ qualcosa
che ha una sua vita propria, è magico e bisogna risvegliare la sua anima. La darò a mia madre perché mi perdoni. Ma,
arrivando in mezzo alla piazza, come premonizione di una disgrazia, un raggio rimbombante cadde sullo specchio che
diventò mille anime di Nain. Trovai la regina Conorì nel tempio della Luna, riunita con le più anziane per chiedere
consiglio sul da farsi con quelli appena arrivati sull’ Arcobaleno. La aspettai mentre raccoglievo i pezzi della mia
anima, rotta e sparpagliata. Poco dopo venne fuori vestita da guerriera ed intuisco che si prepara per entrare in
battaglia. E’ bellissima, coi suoi lunghi cappelli corvini e l’andamento maestoso. Non sarò mai una regina come lei,
così coraggiosa da far paura. E’ la nostra regina ed anch’io m’inchino quando passa. Porta una lamina d’oro sul petto
e grossi bracciali intorno ai polsi che le danno forza quando adopera la lancia. Mi osserva indagatrice indovinando
sventure. Io la prego e la supplico che non uccidano gli dei ma lei è implacabile. La disturba la mia debolezza
perché, come figlia sua dovrei essere crudele ed astuta, valorosa, ardita ed orgogliosa, ma io amo il mio dio biondo.
Voglio conoscere il suo regno dei cieli o dei pantani come vuole lui, dove sia che sarà.
La regina non mi lascia spiegare quello che sento e, vedendo lo specchio fatto a pezzi in mezzo alla piazza mi guarda
con inesprimibile dispetto, rabbia, indignazione e si allontana mormorando frasi sconnesse fra se, senza dirigermi la
parola. Ed io rimango in una solitudine ineguagliabile, col mio amore sgretolato.
Partono le guerriere dal paese vestite con pelli di serpenti cavalcando sulle “huangane” cinghialetti pelosi
ed altri animali coi musi da volpe, orecchie di gufo e unghioni da puma, fra le grida dei pappagalli ed il
tumulto delle scimmie, armate fino ai denti di frecce, archi, cerbottane e pietre nelle liane per spezzare teste
maschili.
Kara, la donna stuprata, rimarrà con me per custodirmi, giacché mia madre ha saputo della violenza a lei successa e
sospetta delle mie scappatelle. Ma io le sfuggo mentre è occupata a lavarsi nel pozzo le tante ferite, perché si è
difesa come un giaguaro infuriato.
Voglio andare giù per osservare la battaglia ma lungo il sentiero che porta al fiume trovo il figlio del Sole,
giunto fin qui senza che nessuno lo abbia fermato giacché non vedo neanche le guardiane al loro posto. Il mio
amato veste, anche lui, un’ armatura d’argento da guerriero ed ha una sottile spada in pugno. Mi prende dalla
cintura e mi fa fretta.
“Amazzone” - mi dice, perché le gli piace chiamarmi così e non Naìn, - “vieni con me”.
Io lo seguo senza vacillare ed il mio cuore fa un balzo quando alzo gli occhi e vedo apparire l’arcobaleno nel cielo.
E’ arrivata l’ora di partire ed andrò anch’ io nel regno del mio amato percorrendo quel lontano tragitto di così esagerato
mistero.
Dall’ alto vidi morire uno ad uno gli dei arrivati dalla Luna nella grande piroga con le vele al vento, e quello
delle cicatrici diventò una macchia di catrame. Le nostre dee non muoiono mai e soffrii una delusione che mi
riempì di spavento e di paura. Le guerriere del regno Conorì erano molte e feroci, qualcuna cadde ma il loro
coraggio mi colmò di orgoglio. I guerrieri di Couyinco si accanirono anch’essi dall’ altra sponda per sterminare
gli uomini bianchi, in quella sera di tormenta. Quando il mio amato alzò la sua canna di metallo, arrivai a vedere
mia madre abbattersi come un raggio trafitto dal sole, in mezzo alla sabbia della riva dove dormono le tartarughe,
sotto la pioggerella vespertina. Cadde la sua corona di regina invincibile, ruggì il giaguaro, il tamburo rimbombò
nella foresta più profonda.
L’orrore e la disperazione fecero si che uno spirito crudele s’impadronisse della mia volontà e del mio corpo;
in quell’ istante saltai nell’ aria con l’agilità di un puma. Raccogliendo tutto il valore che mi si era addormentato
nelle viscere, gridai con amarezza e dolore, e afferrando stretta la mia pietra affilata tagliai il collo al mio amato
figlio del Sole. L’anima mi si restrinse ed anche i morti aprirono gli occhi per guardarmi. Seguì uno schizzo di
sangue che non era rosso ma di un colore indefinito come fluido di morte. Da quel momento piango la sua scomparsa
ma senza rimorsi. I resti del mio amato e della regina Conorì sono stati depositati intatti sotto due piramidi di
pietra nella parte più alta del regno che oggi è mio.
Non arriverò mai più alla Luna, il regno del mio amato. Sono morti gli dei nella selva perché erano
essere deboli e fragili, quelli che arrivarono con la pioggia di fiori gialli. Sono passati molti anni
e nessun uomo ha potuto sostituire quel dio, perché per me è sempre un dio, nel mio cuore dolente.
Cresce il frutto del mio amore, Luna, di lunga capigliatura dorata e sarà anche lei una guerriera come fu sua nonna
e come fu suo padre. Oggi sono io, Naìn, la regina della selva. Il fiume che portò gli dei lo abbiamo chiamato con
il nome di Rio delle Amazzoni, dal nome con cui mi chiamava il mio amato. Lungo questo fiume, in su ed in giù io
sono il terrore della regione. Gli uomini fuggono da me, ma mi pagano tributo. A cambio assicuriamo la difesa dei
loro villaggi in caso di disastri naturali o di attacchi di nemici comuni.
Sono arrivati lungo il fiume altri uomini bianchi che hanno attraversato la cordigliera, ma loro non sono dei.
Ci sono anche quelli malvagi che hanno portato malattie e pesti e le nostre guerriere muoiono dello stesso male
che portò via a Kara e che loro chiamano vaiolo. Ma io sono ancora qui, Naìn, figlia di Conorì, ancora nessuno mi
ha vinto e, quando sento un particolare scoramento guardo in alto, alla Luna, e chiedo al mio amato protezione,
coraggio e ventura.