home Schegge di futuro 7. - I festeggiamenti della fine del mondo
Fantascienza Onirica
Quando il fantastico parla uruguagio
intervista con Pablo Dobrinin(traduzione di Gianluca Turconi)
Pablo Dobrinin, nato a Montevideo, in Uruguay, nel 1970, è laureato
in Lettere e Giornalismo. Ha pubblicato racconti e saggi, tanto
nel suo paese quanto in Argentina e Spagna. Tra le sue pubblicazioni
si evidenziano: Diaspar, Días Extraños, Axxón, Cuásar, La Fundación
on line, Asimov Ciencia Ficción, e Espéculo (la rivista di studi
letterari della Universidad Complutense di Madrid). Ha partecipato
anche all’antologia Rastros del Futuro, preparata da Domingo Santos
e recentemente pubblicata da Espiral.
"I festeggiamenti per la fine del mondo", uscito nell'antologia Schegge di Futuro è un racconto breve
che a me ha ricordato un quadro di Giorgio de Chirico o di Salvador Dalì. Quanto surrealismo c'è nel tuo stile?
Mi piace molto De Chirico, soprattutto nella sua fase “metafisica”, che fu quella che affascinò i surrealisti. Mi piacciono
anche Dalí e Magritte, Max Ernst, Remedios Varo, Picabia, etc.
Il surrealismo è stato molto importante per me. Posseggo molti saggi sul surrealismo e anche opere di Breton, Artaud, Tzara,
Eluard e Prevert oltre ad alcune antologie, tra le quali si erge quella di un poeta argentino chiamato Aldo Pellegrini, che
ha posto tutta la sua sensibilità al servizio di un lavoro meraviglioso.
Tutto questo ha influito su di me. Ma per quel che riguarda l’idea centrale del racconto citato, mi è venuta dopo aver letto
antropologi come Mircea Eliade, che studiarono il significato che alcune comunità davano alle celebrazioni della fine dell’
anno. Avevano a che vedere con idee quali la vicinanza col Carnevale, l’orgia come richiamo al caos per provocare la
successiva rigenerazione del mondo, il tempo dei miti, l’eterno ritorno, e così via. In definitiva, ciò che ho cercato
di fare è stata una storia con contenuti profondi, ma trattandoli in modo che questi contenuti non si vedessero
grossolanamente sulla superficie del racconto, perché ciò avrebbe pregiudicato la lettura dello stesso.
Nello stesso tempo alcune immagini sono paradossali, grottesche, come i mostri di Jeronymus Bosch.
Più che di fantascienza, allora, scrivi di fantastico?
Ho cominciato a scrivere a undici anni, imitando lo stile dei narratori classici: Poe, Quiroga, Kipling, Chejov, Saki,
Maupassant, etc., ma ora dei sedici o diciassette, mi resi conto che il linguaggio aveva un potere segreto con cui si
potevano esplorare territori differenti. Senza accorgermene che lo stessi facendo, scrissi storie che oggi si direbbero
contenenti molto surrealismo. Da allora, mi sono mosso alternativamente verso uno e l’altro estremo del pendolo. In seguito
mi sono appassionato a García Márquez, Roberto Arlt, Cortázar, Borges e dopo essermi divertito con questi autori, sono
entrato in pieno nel mondo della fantascienza, principalmente con la rivista spagnola Nuova Dimensión. Poi c’è stata
una lunga serie di opere che hanno lasciato il segno su di me, "La mujer del bosque" di Abraham Merrit, "Los poderes
de Xanadú" di Theodore Sturgeon, "Un anillo alrededor del sol" di Clifford Simak, "Alas Nocturnas" di Robert Silverberg,
"Un ojo en el cielo" di Philip K. Dick; la lista sarebbe molto lunga, ma si può già vedere dove tendono i miei gusti.
Vorrei ancora menzionare due autori che sono riusciti a imporsi al di sopra degli stereotipi: il polacco Stanislav Lem
e soprattutto lo spagnolo Alfonso Álvarez Villar che ha realizzato un’opera geniale che non è stata convenientemente
valorizzata. Ho studiato per tre anni come ricercatore in letteratura, e ciò mi ha messo in contatto con i classici.
E ho fatto anche del giornalismo, il che ha contribuito altrettanto alla mia formazione. Tutto lascia qualcosa
dentro di noi e ci insegna qualcosa. Alla fine, la somma di tutte le letture, più i miei gusti personali mi hanno
condotto a sviluppare un concetto che ho definito “Cavalcare la Pazzia”. Ha a che fare con lo sviluppo di una
letteratura viscerale, profondamente immaginativa e ricca di contenuti, ma che non sconfina nello sperimentale.
L’interessante è raggiungere un prodotto che sia estremamente azzardato dal punto di vista creativo, ma che allo
stesso tempo funzioni molto bene come racconto. Cioè, che abbia una struttura coerente come le necessità narrative, un corretto uso dei tempi, delle intensità, che non perda di vista
il tema, che utilizzi il linguaggio in forma appropriata e che racconti una storia, che non si risolva in una riflessione
intimista. Tornando al surrealismo... il surrealismo, per lo meno il surrealismo in senso stretto, di “maniera”, non mi
serve per creare un racconto, poiché il surrealismo si basa su una scrittura automatica, sul “accorcia e colpisci” dei
quotidiani, sui “cadaveri squisiti” o sulle trascrizioni dei sogni. Solo con questo è difficile creare una storia, nel
senso proprio del termine, ma, e qui arriva la parte interessante, ce se ne può avvantaggiare. Tutte queste tecniche che
ho menzionato si possono utilizzare come base o come spunti per una storia. Allora il risultato può essere di una
freschezza interessantissima. Ma oltre che per queste tecniche ed espedienti, il surrealismo ci può essere utile come
esempio.
Se abbiamo un’attitudine avventurosa, se semplicemente ci immergiamo in noi stessi e ci abbandoniamo al piacere di creare,
avremo compiuto un passo molto importante. Forse avrete visto come uno studente di musica lotta col proprio strumento per
estrarne le note che gli resistono. Bene, immaginiamo che questo stesso studente possa trasformarsi in un artista,
ricorrendo al pentagramma della sua immaginazione. Ma per “Cavalcare la Pazzia” non basta spiegare le ali della
creatività, si deve anche avere una formazione. Dalí una volta disse qualcosa di molto interessante, che la lezione
più importante gli era stata data dal suo primo insegnante di pittura, quando era solo un bambino: gli insegnò che
doveva dipingere senza uscire dalle linee. Suona come uno scherzo da parte di Dalí. Ciò che voleva dire con quelle
parole era che oltre alla creatività che mettiamo in gioco, non dobbiamo scordarci gli aspetti tecnici, i fondamentali.
Perciò è bene leggere i classici, leggere poesia e tutto ciò che ci può arricchire come artisti, non solamente
determinati generi o sottogeneri. Dalí fu uno di coloro che riuscì a “Cavalcare la Pazzia”; non è facile, ma è
sempre un piacere almeno provarci. Forse scopriremo le nostre paure, le nostre perversioni, i nostri sogni, ma
varrà la pena se, sopra tutto, si imporrà la bellezza. In questa avventura creativa posso avere un’inclinazione
verso il fantastico, l’horror o la fantascienza, anche se normalmente si origina una miscela di generi. Ma
sinceramente non è un tema che mi preoccupa. La buona letteratura è sempre più importante del mantenimento di
un genere o sottogenere ed è a quella che dobbiamo puntare.
Tu sei uruguaiano. Come ci si avvicina alla letteratura fantastica nel tuo paese?
Attualmente c’è di tutto: fantastico classico, fantascienza, fantasy, fantastico con elementi surreali, etc. poiché
nessuno scrittore di questi generi vive della propria arte, ciò ha permesso che si esprimessero nella forma che gli
risultava più comoda, senza pensare al denaro che avrebbero potuto guadagnare con un’opera. Per quel che riguarda il
caso specifico della fantascienza uruguayana, io ho scritto la sua storia, che si sta pubblicando a puntate sulla
rivista Axxón. Lì rendo conto dei romanzi, dei libri di racconti, dei saggi, della poesia, delle antologie, etc,
tutto ciò che riguarda la fantascienza uruguayana. È stato un lavoro di molti anni, e l’ho fatto senza alcun
fine di lucro, solo col desiderio di contribuire alla conoscenza, la diffusione e lo sviluppo di questo genere
nel mio paese. Perciò se a qualcuno interessa leggere o pubblicare qualcosa di ciò che ho scritto lì, non deve
far altro che mettersi in contatto con me a questo indirizzo e-mail .
Fantastico, fantascienza, fantasy: in Italia qualcuno di questi generi viene definito "di destra": tu che ne pensi?
Questa affermazione può essere frutto solo dell'ignoranza. È gente che non ha letto la letteratura fantastica,
né fantascienza, ovviamente, o che ha visto nel fantasy solo i suoi aspetti bellici, senza soffermarsi sul fatto
che è molto più importante lo sfondo mitico. Non possiamo trascorrere tutta la vita a difendere questi generi, sui
quali esiste un’abbondante bibliografia, e che si studiano già nelle università e in diverse istituzioni educative
superiori. È meglio che ci serviamo di questo tempo per creare opere e godercele.
Come mai hai accettato di pubblicare in un'antologia destinata come e-book al pubblico italiano?
Be’, non mi sarei perso per niente al mondo un’opportunità come questa. Siamo al mondo per esprimerci, per conoscere gente
e farci nuovi amici. Per godere di ciò che è già stato scritto e aggiungerci le nostre creazioni. A tutto questo serve
l’antologia e il progetto a essa legato. Ma c’è qualcosa in più che mi pare importantissimo. Mi è sembrato degna di nota
la forma in cui Gianluca Turconi ha concepito questa antologia e ti spiegherò perché. Un amico che abita in Francia mi
ha detto una volta che per pubblicare in quel paese avrei dovuto interiorizzare i suoi gusti letterari. Quando gli ho
domandato cosa scrivessero in Francia, mi ha detto che i temi principali erano la clonazione e la realtà virtuale.
Per lo stile – mi ha spiegato – provavano ad avvicinarsi agli statunitensi. Voglio chiarire che questo amico, che è un
traduttore, mi ha detto tutto questo perché mi apprezzava e voleva aiutarmi. Ha valutato anche la mia opera, ma
semplicemente mi ha segnalato che ciò che scrivo non andava bene in quel momento in Francia. Bene, io ho ascoltato
tutto e l’ho ringraziato per avermi informato, ma non per questo ho cambiato il mio stile. Ho detto a me stesso:
il giorno che mi apprezzeranno, in qualsiasi luogo sia, sarà per la mia singolarità e non per le mie capacità
imitative. A pochi mesi da quella conversazione ho cominciato a navigare su internet. Sono ormai due anni che
navigo, da allora sono riuscito a pubblicare vari racconti su riviste in Uruguay, Argentina e in antologie in
Spagna, Francia e adesso per fortuna anche in Italia. Perciò apprezzo questa antologia, perché qui posso mostrarmi
come sono. Poi ci sarà gente a cui piacerà e altra a cui non piacerà, ma ciò è inevitabile. Per me l’importante
è essere autentici.
Che pensi, se la conosci, della fantascienza italiana?
Lavoro in una libreria e la verità è che non arrivano opere di fantascienza italiana. Quello di più vicino che si può
trovare sono Buzzatti e Calvino, dei quali ci sono dei libri, ma non sono di fantascienza. D’altra parte, arrivano libri
di autori come Oriana Fallaci, Antonio Tabucchi, Umberto Eco, Alessandro Baricco, Susanna Tamaro o Andrea Camilleri, che
qui è abbastanza letto. Tutto ciò mi dà l’impressione che non sia una questione del paese, bensì del genere letterario.
È una situazione incresciosa, che non riguarda solamente la fantascienza italiana, ma l’intera fantascienza europea, con
l’eccezione della britannica. Un esempio: l’autore francese più conosciuto in Uruguay, e quindi più venduto, sai qual è?
Jules Verne. Immagino che la stessa “ignoranza” sia presente in Europa per quel che riguarda la fantascienza
latinoamericana. Per questo è importante il lavoro che fanno le riviste, come per esempio Axxón, che diffonde
la fantascienza di tutto il mondo. In questo momento, ritengo che Axxón sia il più importante strumento che vi
sia nella nostra narrativa. Servono più antologie, case editrici, collane, riviste e traduttori. America e
Europa hanno moltissimo in comune, ma è un elemento che si dimentica facilmente. Paesi come il mio, l’Uruguay,
si sono formati sulla base di immigranti europei. Perché allora a volte sembra che siamo tanto lontani, tanto
separati gli uni dagli altri? Ovviamente, c’è un enorme lavoro da fare. Spesso però ci si dimentica cosa è stata
l’Europa per la cultura nel passato, con le sue meravigliose avanguardie, il suo impegno e la sua personalità.
Sono convinto che la globalizzazione debba servire per comunicare meglio, ma non per annullare la nostra identità.
Quali sono i tuoi modelli letterari?
Per tutto quanto ti ho detto fino a ora, non credo nei modelli. Tutti gli autori che ti ho menzionato sono molto buoni
per contribuire alla formazione di uno scrittore, ma non mi piace pensare a loro come modelli. Sarebbe paradossale
credere che uno scrittore che ci impressiona per la sua originalità possa servirci da modello. Direi piuttosto che
sono amici incontrati lungo il cammino. Niente ci può servire da guida quando si tratta di percorrere i nostri paesaggi
interiori. Nel cammino dell’artista c’è qualcosa del viaggio iniziatico. È un’avventura personale.
Hai pensato mai di scrivere qualcosa di più lungo di un racconto?
Sì. Ho un romanzo inedito intitolato Onirica, che è una sorta di manifesto, con qualcosa del romanzo controculturale
e generazionale, tra le altre cose, con molti elementi surrealisti. E anche un romanzo fantasy che ho già riscritto
quattro o cinque volte, ma che ancora non mi convince. Da poco ho ricominciato a riscriverlo di nuovo, partendo da
zero. Adesso credo di essere più vicino a completarlo, perché sento che alla fine sono riuscito a risvegliare
l’anima di questa storia. Mi piace, mi prende l’argomento che sto trattando nel testo, ma ho bisogno di molto
tempo per dedicarmici. Per adesso continuo a lavorare sui racconti. Mi piacerebbe poter pubblicare un libro di
racconti quest’anno o il prossimo, perciò mi muovo in questa direzione.
Cos'è la fantascienza per te?
Potrei ricordare una definizione di Asimov, di Judith Merril o di qualche altro autore oppure riferirmi alle voci di
avvertimento che la fantascienza ha dato alla nostra società, ma non credo che la tua domanda puntasse a questo. Perciò
ricorderò qualcosa di più personale. Qualche anno fa, nel mezzo della strada, mi misi a chiacchierare con una persona
che non avevo visto più di quattro o cinque volte. Nel momento di terminare la conversazione scoprimmo che avevamo
la stessa passione: la fantascienza ci affascinava entrambi. Mentre parlavamo, mi invitò a passare da casa sua, mi
mostrò i suoi libri e mi riassunse le trame di alcune opere che lo avevano impressionato. Anch’io gli parlai delle
opere che mi piacevano e passammo davvero un bel momento, parlando per ore di altre realtà. Quando uscii da casa sua
era notte e il cielo si stava riempiendo di stelle. Erano le stesse stelle del giorno precedente, ma nel contemplarle
in quel momento sentii che avevano qualcosa di diverso. Per questo mi piace la fantascienza, perché aiuta a risvegliare
il sentimento di meraviglia che dorme dentro di noi.
L'Uruguay è un paese molto piccolo, appena tre milioni di abitanti, eppure ha sviluppato una notevole identità culturale.
Gli scrittori uruguaiani fanno qualcosa per differenziarsi, oppure non gli importa?
Le differenze devono sorgere in modo naturale, inevitabilmente, non si possono inventare, perché altrimenti sarebbero un
inganno che non si potrebbe sostenere.
Qualche tempo fa, verso il 1996, avevo l’idea di esprimere in qualche manifesto il mio concetto di “Cavalcare la Pazzia”
e di aggiungerlo al mio romanzo “Onirica”. Parallelamente, e senza sapere già che avevo fatto, il mio amico Bayeto aveva
creato un concetto che battezzò “Onirismo pragmatico”. Nel contemplarli, comprendemmo che vi erano molte coincidenze tra
i due concetti. Comunque, per una ragione o per l’altra, non ce la sentimmo di redigere un manifesto che fosse la sintesi
di entrambi, il che, forse, ci avrebbe aiutato a ottenere un po’ di pubblicità extra. Ma l’importante è che, al di là
degli accordi, è chiaro che stimo facendo fantascienza e fantasy con una forte carica onirica, distribuendola in paesi
sudamericani e europei. Ci sono anche alcuni romanzi, scritti da gente che ha bazzicato nella fantascienza, che hanno
un’importante carica onirica, come "Apuntes encontrados en una vieja Cray" di Ana Solari e " Guía para un universo"
di Natalia Mardero. Si possono contare racconti della stesso tipo scritti da Ramiro Sanchíz, Pablo Rodríguez e Rosa
González. Si può comprendere che c’è qualcosa nell’aria. Quindi si può dire che – sebbene ci sia un po’ di tutto
dalla nostra parte – l'elemento più rappresentativo dell'fUruguay sia qualcosa che almeno provvisoriamente potremmo
chiamare 'Fantascienza Onirica'.
Si è sviluppata dunque in Uruguay una letteratura fantastica con radici originali?
Sì, nonostante si tratti logicamente di un processo. È qualcosa che non termina mai ed è proprio questo che lo rende
interessante. Tra il 1868 e il 1869 Isidore Ducasse, nato a Montevideo nel 1846 e conosciuto come “il
Conte di Lautréamont”, scrisse i suoi celebri “Canti di Maldoror”. Fu un vero precursore dei tempi. Dovettero passare
molti anni prima che i surrealisti francesi, nel periodo tra le due guerre, liberati da André Breton, riscoprissero
quella gemma, che avrebbe ispirato molti autori. Non è esattamente narrativa, ma a tratti pare raccontare una certa
storia. È un’opera di poetica selvaggia. È in un certo senso inclassificabile; Rubén Darío qualificò il suo autore
come “raro” (N.d.T. Il termine, identico anche in lingua spagnola, ha però un significato più vicino a “strano”,
“bizzarro”, “originale”) termine che si utilizza ancora in Uruguay. I surrealisti, da parte loro, videro nei Canti
un antecedente formidabile di tutto ciò che avrebbero realizzato. “Tutto è qui” ne diceva Breton. Hanno impressionato
anche me. Ricordo che qualche anno fa scrivevo su una rivista uruguayana di fantascienza, surrealismo e altri temi:
“Lautréamont... Non importa che l’idiozia abbia sequestrato la tua arte, la poesia respira attraverso le ferite.
Disprezzasti l’arroganza del maestro e costruisti la grammatica del desiderio. Domatore di mostri, cavaliere della
pazzia. Con la tua voce oscura come i sogni del primo fiume del mondo ci guidasti verso le giuste porte... Ancora oggi,
la notte guarda attraverso i tuoi occhi.”
Si può essere sicuri che la stessa ammirazione che io sentivo e sento per Lautréamont è condivisa da molti scrittori in
Uruguay. E, attualmente, nel mio paese nessun critico si azzarderebbe a negare il valore dei Canti. Ma ai suoi tempi non
fu apprezzato, come era immaginabile.
Poi venne Horacio Quiroga, con racconti realisti, ma alternati ad alcune storie fantastiche, fino a un romanzo breve di
fantascienza come “El Hombre artificial”. Ma non ci fu continuità in altri scrittori, qualcosa che permettesse di pensare
in quel momento che vi fosse in gestazione un processo verso la fantascienza o almeno verso la letteratura fantastica
uruguayana. Ma Quiroga fu importantissimo in un altro senso. Se Lautréamont può rappresentare il paradigma di una poetica
inesauribile, che ci invita a saltare nel vuoto, Quiroga incarna il metodo e la misura. Dopo aver tratto ispirazione dai
narratori classici come Poe, Kipling, etc, Quiroga sviluppa nel suo famoso “Decalogo del perfetto narratore” (e anche in
alcuni racconti più riusciti) qualcosa che potrebbe essere interpretato come una sintesi delle “verità” che oggi si
insegnano nei workshop letterari. Per alcuni critici, come Rómulo Cosse, il realismo egemonico comincia a trasformarsi
a partire dal 1940, in risposta ai cambiamenti sociali. Il realismo persiste, ma comincia a svilupparsi una tendenza di
rottura, in espansione. Tra coloro che coltivarono con maggiore o minore assiduità il fantastico abbiamo autori come
Felisberto Hernández, Armonía Somers, Mario Levrero, Tarik Carson e Héctor Galmés. I cambiamenti non furono solo
tematici, ma anche stilistici. Allora ci furono varianti strutturali e sintattiche, alternanza di narratori, mancanza
di certezze, una rottura del realismo, delle spiegazioni razionali, un uso più libero del linguaggio,
un’intertestualizzazione, etc. In qualche modo, il modello di società armonica si frantuma a partire dalle guerre
mondiali e la crisi dei valori, come successe nel resto del mondo, e quella rottura, questa distanza che si ha
rispetto alla fiducia nel progresso, si sono trasferite anche nella letteratura. Ciò successe non solamente agli
scrittori che si avvicinarono al fantastico, ma anche con gli altri. Però, di fatto e per essere più precisi,
questa rottura del realismo egemonico comincia per molti nel 1939, con l’apparizione de “Il pozzo” di Onetti. In Uruguay, in particolare, tra quei cambiamenti sociali che si rifletterono
nella letteratura, si devono includere anche la crisi economica che iniziò a partire dagli anni cinquanta e la dittatura
militare che va dal 1973 al 1985.
La mia opinione personale è che la letteratura narrativa uruguayana si sia costruita a partire da questi due paradigmi:
Lautréamont-Quiroga. Sebbene valga la pena ricordare ancora che i Canti di Maldoror non siano esattamente narrativa e
si sia detto mille volte che si tratti di un’opera che resiste a ogni tentativo di classificazione, hanno comunque
influenzato molto i narratori. Per la precisione, grazie alla sua condizione di “plasma dissolvente”, come la qualificò
Breton, è proprio ciò che costituisce un paradigma. Il paradigma Quiroga è più costante, il paradigma Lautréamont
acquista forza a partire dal 1940, ma come era logico aspettarsi, tra i due si sviluppa un dialogo permanente. Gli
scrittori uruguayani hanno così avuto la meravigliosa possibilità di spostarsi da uno all’altro dei paradigmi,
conservando la certezza che entrambi fossero considerati letteratura. D’altro canto, in Uruguay, il genere non realista,
a volte diviso dagli studiosi in “raro”, “meraviglioso” o “fantastico”, non è stato sistematicamente contrastato
dalla critica, come può essere accaduto in altri paesi. Era semplicemente visto come letteratura. Non ci furono
mai collane che ponessero etichette alla narrativa, separandola in fantascienza, fantastico o altro. In effetti,
parole come fantascienza o fantasy erano appena menzionate. Con il tempo avvenne anche lo sviluppo della fantascienza.
Qui incontriamo autori come Carlos María Federici o Gabriel Mainero, dei veri pionieri. Su di loro pesava un altro
tipo di influenza, quella di autori come Asimov, Clarke, Bradbury, etc., vale a dire che erano ormai molto lontani
dal paradigma Lautréamont. Federici e Mainero paiono scrivere a partire dalla fantascienza soprattutto anglosassone
e non dalla società che li circondava. Il racconto più conosciuto di Federici “Prima necessità”, pubblicato in
moltissime antologie internazionali, non è ambientato a Montevideo, ma a... New York! Ciò è accaduto all’inizio,
perché poi, proprio Federici si sforzerà di collocare un eroe latinoamericano nel racconto “Il nesso di Maeterlinck”, sebbene il suo sia un paese inventato: “Maraguay”. Più deciso, Mainero, col suo racconto
“El plumero”, propose la sua idea di “fantascienza nativa”, basata sull’utilizzo dei miti locali. Questi due autori hanno
poi un altro concetto della storia, distinto dalla letteratura fantastica che sorge dopo il 1940. Non si richiudono in se
stessi, in racconti introspettivi o in una mera concettualizzazione delle situazioni, si preoccupano di raccontare una
storia, di svilupparne l’azione, perciò assumono una scrittura più lineare. E logicamente ricorrono anche al repertorio
di temi e icone della fantascienza. È proprio ciò che permette loro di collegarsi con la corrente principale del genere,
apparendo in antologie di paesi diversi o su riviste in Spagna e Italia. Ciò non impedisce comunque ad autori come
Levrero, proprio grazie alla sua originalità, di essere invitato a partecipare in varie antologie di fantascienza,
con un racconto divertentissimo come “Caccia ai conigli” che può essere considerato qualsiasi cosa tranne realismo
e fantascienza. Tornando a Federici e Mainero, si deve dire che per loro fu particolarmente importante la rivista
spagnola Nueva Dimension, sebbene ce ne fossero molte altre. Federici cominciò a pubblicare su di essa a partire
dal numero 3.
Se da un lato la mancanza di etichette fu positiva dal momento che non emarginava gli autori, dall’altro fu pregiudizievole
quando si passò alla commercializzazione e alla diffusione delle opere. Per questo fu necessario che gli autori si
proiettassero verso l’esterno, fino a creare il paradosso che a volte essi fossero più conosciuti all’estero che
non nel proprio paese. Uno scrittore straordinario come Tarik Carson, fu riscoperto in Argentina come autore di
fantascienza. È interessante notare che Carson è un autore distinto, che ricevette un altro tipo di influenze.
Secondo le sue stesse parole, solo nel 1984 conobbe gli autori che “fiorirono a partire da Hugo Gernsback”.
La fantascienza di questo autore, più che preoccuparsi dei cambiamenti tecnologici, compie un’estrapolazione
critica e sarcastica della società attuale. Be’, posso dire che questi autori – Federici, Mainero e Carson –
possano essere considerati i pionieri della fantascienza uruguayana. Che successe dopo? Quale fu il passo
successivo? Dopo la dittatura militare uruguayana (1973-1985), sorse una volontà naturale di esprimersi, il
che provocò una grande spinta verso riviste e pubblicazioni di ogni tipo, generalmente politiche. Tra queste
pubblicazioni la prima rivista uruguayana di fantascienza: gDiasparh (1988-1995). Abbiamo così autori come
Roberto Bayeto, Pablo Rodríguez, Claudio Pastrana, Héctor Álvarez, Ramiro Sanchíz, Rosa González, Cristina
Chagas, e anche io stesso. La prima pubblicazione durò solo tre numeri, ma fu importante per le centinaia di
riunioni che si realizzarono e a partire da lì, alcuni di quegli autori si lanciarono in pubblicazioni sui
mercati stranieri.
Oggi ci sono autori uruguayani pubblicati su Axxón, come Tatiana Carsen o Enrique Endriago, tra gli altri; alcuni di
loro si sono trasferiti in Argentina. Ed è brutto che abbia dovuto menzionare me stesso, ma tra coloro più pubblicati
fuori dall’Uruguay ci siamo Bayeto e io. Direi che la nostra si potrebbe definire, come indicato in precedenza,
“fantascienza onirica”. Una fantascienza con ingredienti mitici e antropologici e capace di contemplare varianti
strutturali e stilistiche. Tra le tematiche menziono: la ricerca della conoscenza, l’alienazione, la morte,
la critica sociale, le realtà multiple, l’evoluzione, l’arte, etc. Spesso presentiamo immagini non esattamente
realistiche di Montevideo o dell’Uruguay. E il paradigma Lautréamont torna così a presentarsi, arricchito dai
concetti di “Cavalcare la Pazzia” e di “Onirismo Pragmatico”.
E dal punto di vista uruguaiano, come vedi le possibilità di sviluppo della lettatura fantastica?
Credo che non ci sia da lamentarsi. Oggi più che mai è tempo di lavorare. Le pubblicazioni elettroniche danno
possibilità che prima non c’erano. Inoltre, una volta che queste pubblicazioni raggiungono un gran numero di lettori,
è possibile lanciarsi in edizioni su carta. Anche Axxón è sul punto di cominciare questo processo, da quanto ho sentito.
In questo momento, Axxón è in testa a tutte le pubblicazioni anche a livello mondiale, perché non esiste nessuna rivista
che pubblica tanto materiale narrativo e di saggistica proveniente da una quantità tanto grande di paesi. Ed è bene che
sia così, perché la gente che dirige questa rivista pone l’accento sulla qualità letteraria dei testi e non sulla
pertinenza a questo o a quel genere.
Il fatto che Carson abbia potuto esprimersi su riviste di fantascienza argentine parla molto bene di tali pubblicazioni,
perché dimostra la loro apertura mentale. Sono capaci di accogliere, senza alcun senso di colpa, autori che non seguono
le orme degli scrittori anglosassoni, cosa che non accade in altri posti. Credo che ciò accada per la semplice ragione che
in Argentina, e anche in Uruguay, diciamo quindi sul Rio de la Plata, sono esistiti autori che coltivarono una letteratura
fantastica di qualità straordinaria: Quiroga, Borges, Cortázar, Bioy Casares, Felisberto Hernández e Levrero, solo per
menzionare i più importanti, che agirono come esempio per gli altri scrittori. E anche perché esistono critici letterari
e ricercatori specializzati nel fantastico, di livello eccellente, gente come Pablo Capanna, Elvio Gandolfo e Sergio
Gaut vel Hartman, tra gli altri. Alcuni pubblicano molto su “Il Pendolo”, una rivista che fu considerata dallo
specialista Sam J. Lundvall come la miglior rivista fantascientifica del mondo. Queste cose non succedono per
caso.
L’elemento fondamentale per lo sviluppo non solo delle letterature nazionali ma pure regionali o continentali è
che esistano buoni scrittori e che si possa contare su critici e storici che sostengano questo processo. Non si deve
sottostimare il ruolo della critica. A volte si pensa alla dicotomia scrittore-critico affermando che i secondi sono
scrittori frustrati. Questa è una stupidaggine che scompare non appena ci accorgiamo che sono esistiti scrittori
notevoli che hanno realizzato anche lavori critici, come nel caso di Borges o Cortázar. In aggiunta, i critici non
sono necessariamente imbranati, già abbiamo visto che in Argentina, per esempio, ce ne sono di livello eccellente.
Comunque, mi sono stancato di aspettare che gli editori del mio paese facciano qualcosa in questo campo. Così
l’alternativa che vedo ora è di realizzare in futuro una rivista elettronica e continuare a puntare sull’estero.
C’è un gruppo molto interessante di scrittori che si è allontanato dal genere per mancanza di motivazione e
opportunità e mi risulta che qualcosa di simile accada anche negli altri paesi. Penso che una pubblicazione
digitale li farebbe tornare tutti di nuovo e potremmo dare agli scrittori nuove opportunità. Per l’immediato,
sto cercando di convincere alcuni autori a non rimanere fermi e che controllino da soli che “qui fuori” c’è un mondo
disposto a riceverli. È anche fondamentale avere vincoli tra associazioni riviste e paesi; realizzare progetti congiunti
e via dicendo. Le possibilità concesse da Internet mi entusiasmano molto. Oggi, c’è una quantità interessantissima di
scrittori, non solo in America Latina e Europa, ma anche in altre regioni del globo. E da ciò che succede a Axxón, che
è arrivata a cinque milioni di visite, è ovvio che ci sia molta gente che si interessa a questo tipo di letteratura.
Ritengo che sia giunta l’ora che tutte queste forze disperse si coagulino in progetti concreti. Ho alcune idee al
riguardo che credo sarebbe bene condividere con altre persone. Ma è un tema tanto ampio che sarà meglio provarci
in un altro momento.