Raffinatezza, colori pieni ma non aggressivi, prosa pacata, eleganza. Tutti elementi che caratterizzano lo stile di Guido Benvenuto e
qualità che ne hanno reso celebre anche il pluriennale lavoro come telecineoperatore alla sede RAI per la Liguria di Genova.
Caratteristiche che gli hanno inoltre fruttato l'impegnativo soprannome de "Il principe", prima che proprio
nella sua amata Genova se ne impadronisse un calciatore sudamericano... Ma scherzi a parte, qui stiamo parlando
di un autore dallo stile a un tempo semplice e sofisticato. Un Natale diverso è
un racconto a più livelli, che può leggersi sia come esercizio di stile, sia come digressione para-fantastica.
Mentre il protagonista adorna l'albero di Natale siamo in attesa di una decisione, che potrà cambiare la vita o forse no, ma
che comunque increspa le acque immobili di un'esistenza apparentemente tranquilla. E tra le righe apparentemente tranquille di Benvenuto si
intravedono le prime increspature, ogni pallina va ad appendersi al suo ramo come un nuovo mattoncino verso la determinazione
finale. Un crescendo di cui ci accorgiamo solo quando il racconto è finito, una cavalcata di emozioni, e non abbiamo quasi avuto la sensazione di correre.
Tirò fuori dallo stipo la scatola delle palline di vetro. Lo fece con grande attenzione perché in tanti anni non ne aveva rotta nessuna e sapeva che lei avrebbe sofferto molto se anche una sola di quelle piccole bolle che sembravano soffiate dagli angeli fosse andata perduta.
Per lui il Natale era l’albero. Il presepe aveva avuto una presenza marginale nella sua infanzia. Diceva che l’albero sta al presepe come l’Appia stava alla Giulietta, la Vespa alla Lambretta, la Circonvallazione a Monte al quartiere di Albaro. Insomma, due partiti diversi, albero e presepe, talvolta costretti a convivere, ma con una certa reciproca diffidenza.
Per lui bambino, l’albero era una grande ramo di pino marittimo dai lunghi aghi pungenti che veniva sistemato nell’angolo del salotto e che accoglieva, sotto l’ampio mantello, i regali depositati nella notte da Babbo Natale, con relativo scampanellio delle renne. Ricordava anche l’albero del suo amico che abitava sullo stesso pianerottolo: un grande larice dai rami radi e argentati, che svettava però fino al soffitto. Forse gli sembrava più bello del suo e comunque invidiabile.
Con la scomparsa del padre in casa non si fece più l’albero, né furono sistemati altri ornamenti natalizi. Ma il Natale è una parte insopprimibile della nostra infanzia e alla fine torna sempre fuori. Così non appena ebbe l’autonomia, cioè una casa tutta sua, tornarono coroncine d’abete, vischio, candele rosse e un rametto d’alloro piantato nel bel mezzo del pandolce genovese, al centro della tavola. Poi tornò anche l’albero, però finto, perché quelli veri a fine festività di solito venivano gettati tutti spelacchiati, e forse orribilmente ancora vivi, nei cassonetti dell’immondizia e questo urtava la sua sensibilità. Così ogni anno prendeva dalla cantina quello sintetico, lo sistemava nell’ingresso e lo addobbava in modo diverso; anzi era lei a prendersi carico della cosa, con suo grande sollievo. Quando tutte le operazioni erano completate, e se questo avveniva con un certo anticipo, – almeno nei primi giorni di dicembre – gli sembrava di essersi tolto un bel peso e anche, in qualche modo, di aver fatto il suo dovere.
Quest’anno era certo un Natale diverso. Ad altri non sarebbe neppure venuto in mente, ma lui aveva deciso che non avrebbe rinunciato neppure in questa situazione a circondarsi di un’atmosfera natalizia, anche se tante cose erano cambiate nella sua vita. Perché mai per un uomo solo non dovrebbe essere comunque Natale? Prese dunque dalla scatola, chiusa con fettucce di colore diverso, il piccolo albero made in China. Piano piano cominciò a ridargli forma e vita. Stirava i rami più lunghi, distendeva i rametti, cancellava i segni del lungo letargo e, se non fosse stata una cosa assurda, lo avrebbe persino lasciato una notte alle intemperie perché si inebriasse di ossigeno e bevesse della rugiada mattutina. Lo rigirò infine intorno, di qua e di là, come fa lo scultore con la testina appena nata dalle sue mani, e soddisfatto del lavoro eseguito principiò ad addobbarlo. Per primo fece cadere qualche batuffolo di cotone, poi, ad una ad una, sistemò le palline colorate, assicurandosi che i gancetti fossero fissati per bene e non corressero il rischio di cadere. Fece anche brillare qualche stellina di latta dorata. Sulla cimasa infilò un bel puntale che era custodito in una scatola a parte, deposto come un bambinello in un letto di paglia. Assicurò per bene il suo albero in modo che un eventuale colpo di corrente non potesse abbatterlo.
Le luci intermittenti, la vera gioia del Natale, aveva deciso di farle correre lungo la vetrata del saloncino, così che si vedessero anche da fuori, che si capisse, casomai qualcuno avesse incrociato da quelle parti, che lì dentro c’era sentimento, calore e amore, persino una famiglia vera! Si era fatto accompagnare da una colonna sonora di musiche natalizie, una cassetta comprata negli Stati Uniti e tratta da uno strano carillon con dischi di rame bucherellati chiamato Porter Music Box. Cadeva una pioggia fitta e sottile e qualche particella trasformata in neve si depositava agli angoli dei vetri. Il vento correva lungo e disteso.
Gli sarebbe piaciuta una vera nevicata, con slitte, renne, bambini che fanno a palle e una compagna da prendere sottobraccio e guardare divertiti le orme appaiate sulla neve. Però in fondo non poteva lamentarsi. Quella solitudine l’aveva cercata e voluta. O forse, come banalmente si dice, era la solitudine che aveva cercato lui.
Guardò con soddisfazione la sua opera. Adesso poteva anche stapparsi una bottiglia di Perrier-Jouet e brindare. Prima però volle uscire all’aria aperta. Il cielo era grigio si tuffava senza soluzione nell’orizzonte. Il mare sembrava una fila interminabile di colline mosse dal vento. Si guardò indietro e poi ancora avanti. Chiuse gli occhi e si lasciò bagnare la faccia dall’acqua, respirando profondamente. Poi la radio cominciò a gracchiare: parole lontane quasi incomprensibili, ma un suoni che volevano dire compagnia. Che non era solo in quella distesa infinita. Le vele erano tese e turgide come grandi seni materni. Era partito da due giorni. La luce del faro di Land’s End era l’ultima immagine “abitata” che si portava nelle pupille. Di fronte a lui c’erano ancora quattromila miglia di oceano. La traversata invernale dell’Atlantico per solitari era appena cominciata. Lei lo avrebbe aspettato al suo arrivo, in Guadalupa.
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