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Pizza con patatine fritte - racconto di Guido Benvenuto

  • Dopo il successo di Un Natale diverso, e sempre nel segno dell'eleganza e di uno humour fra il britannico e il surreale, The Uchronicles vi propone un altro racconto del genovese Guido Benvenuto. Sempre dedicato alla fredda stagione, ma con il consueto stile caldo e accattivante.



  • Mi piace partire da solo per la montagna. Si sente il brivido della scappatella. Lo fo’ per distendermi, per un anelito di natura, per una fuga dall’aria cattiva della città, oppure da qualcos’altro. Appena arrivato mi avventuro in una pizzeria dai muri di pietra; attento ai clienti dagli eccessivi boccali, a una coppia disassortita: piacente la mamma, riccioli biondi la bambina che si perde, con la noncuranza degli animaletti, tra gli altri avventori.
    Si prova un certo imbarazzo ad essere seduti da soli ad un tavolo di ristorante. Già il cameriere ti guarda con un’aria di sospetto e di commiserazione. Sembra insomma di avere qualcosa da nascondere, qualche magagna, qualche inconfessabile propensione. Se c’è una cameriera carina, però, è bello guardarla volteggiare sinuosamente tra i tavoli. Non si può fare a meno di farlo anche se con una certa circospezione, fingendo un’aria perennemente svagata.
    Arriva il menù ed è anche questo è un momento di grande imbarazzo, se non fosse accompagnato dalla lista dei vini che finalmente puoi consultare con fare competente e indagatore. La qual cosa potrebbe forse farti scambiare per un redattore di una rivista gastronomica e dare quindi una giustificazione professionale alla tua solitaria presenza.
    Inforcati gli occhiali, strumento ormai indispensabile a tavola almeno quanto la posateria, scorro la preziosa rassegna che va dai supertuscan ai grandi barbareschi. Scorrono anche gli euro come le figurine delle slot-machine. Al temine fermo il gioco su un barbera del Monferrato dal prezzo agibile e rapportato alla follia della serata.
    Superato la scelta del vino – ma come era più facile quando gli osti gradassi perentoriamente chiedevano: “bianco o rosso?” – affronto il menù come il programma dell’esame di maturità. Mi attrae, per la duplice leggerezza, un’ insalata con sfoglie di prosciutto di Praga e riccioli di mozzarella. Cerco di ordinare descrivendo sommariamente gli ingredienti, ma il cameriere mi invita, senza fare tanti discorsi, a indicagli il numero. “Ah certo, mi scusi , la numero due”, rispondo quasi intimorito.
    Per il primo è più facile, l’agnolotto con il sugo al genepy non ha bisogno di particolari numerazioni, e infatti non ne ha.
    Caldo, granato, in un bel bicchiere grande mi viene versato il vino, questa volta dalla graziosa cameriera che a ogni girata di collo di bottiglia, per non far cadere la goccia, mi dispensa un sorriso e una giravolta d’anche. Una bottiglia da solo, lo so, è troppa, soprattutto se non si ha intenzione di lasciarne neanche una goccia, anche se con questo sei già bollato come solitario ubriacone o come un qualcuno che ha qualcosa da dimenticare, oppure uno psicolabile.
    Tuttavia, vi confesso, le mezze bottiglie non le tollero. Hanno un’aria insopportabile che sa di taccagneria, di mensa aziendale, di anziani ospiti al soggiorno estivo.
    Mentre accompagno gli ultimi bicchieri con un robusto piatto di patate arrosto con fontina, siedono accanto a me due ragazzi. Discorrono, mi sembra di capire, di snow-board o di altre evoluzioni. Quasi subito arrivano le pizze che hanno ordinato senza tanti preliminari. Quando vengono posate in tavola, non posso fare a meno di guardare nei loro piatt i e mi accorgo che sono due pizze con sopra un abbondante strato di patatine fritte! Forse il mio interessamento stupito non li infastidisce; addirittura mi guardano, privi di quell’occhio trasparente che sovente hanno i giovani verso gli adulti avviati all’anzianità.
    Preso coraggio, anche per via della barbera che viaggia vivace nelle mie vene, mi rivolgo a loro e gli dico con aria disinvolta: “ Pizza con le patatine? Non l’avevo mai vista! “. “Con la pizza si può fare quello che si vuole!”, risponde uno dei ragazzi con distratta indifferenza.
    Superato il genepy, gentilmente offerto, esco dal ristorante. Tutto è bianco intorno e muto, qua e là si accendono e si spengono le luci natalizie. Mi avvio verso casa camminando nella neve ormai alta con la leggerezza di un acrobata.

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