Dire Krumme per me significa quasi metà della mia vita. L'ho presa nell'autunno del 1987, che aveva
appena sei mesi, in Danimarca, dove vivevo all'epoca. Da allora mi ha accompagnato ovunque sono
andato, o quasi. E' tornata con me a Roma e ci ha vissuto finché il lavoro non mi ha portato
prima ad Ancona, e infine a Genova.
Gli ultimi anni per lei sono stati difficili: gli acciacchi che peggioravano, l'ipertiroidismo
e un cuore che cresceva sempre di più. Fino al giorno in cui il fisico le ha ceduto di schianto.
Io però voglio ricordarla così, com'era il giorno che è tornata in giardino per l'ultima volta, dopo essersi ripresa
dall'ennesimo malanno, pronta a riconquistare il territorio perduto. Il resto sono ricordi per
i quali ci sono solo le parole: Krumme che salta sul cedro, Krumme che fa la ronda intorno al muretto,
Krumme che mette in fuga i gatti intrusi. Krumme nella sua casetta, oppure appallottolata tra l'albicocco e
il ciliegio, o a pollo in mezzo alle aiuole. Krumme che si fa le unghie sul melo.
Krumme che si precipita in casa a balzi da pantera dopo la grande nevicata del 2000. In questo giardino ci è vissuta quasi
sei anni, forse i migliori della sua vita. Adesso è sul ponte, dove non ci sono più né vecchiaia, né
affanni. Che la terra ti sia lieve, piccola mia.