home Macchine volanti e draghi: Le ali del leone - 12
Le ali del Leone - 12
Dodicesimo appuntamento con l'ucronia steampunk che viene dal freddo
I mostri di Paolo Ninzatti
Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca
e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse
rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da
bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak.
Questa è la dodicesima puntata della sua ucronia-steampunk. Divertitevi a leggerla!
LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 10
”Chi
va là?”intimò con un tono poco convinto
l'aeronautadi guardia alla rampa che portava a bordo dell'aerovite,
evidentemente al solo scopo di ostentare ai Guardiani senso del
dovere ed efficenza.
”Ho
un salvacondotto della Signora che ci autorizza a gettare a valle il
cadavere del traditore Ferruccio da Padova, la sua spia, e la sua
complice.” disse con tono autoritario Ferruccio, cammuffando la
sua voce e simulando un accento lombardo.
”Allora
l'hanno finalmente fatto fuori, quel cane.” commentò
la sentinella mentre controllava con aria svogliata l'autenticità
del sigillo di Matilde. Infine, rivolto verso la macchina volante
urlò: ”Capitano, c'è immondizia da buttare
fuori bordo, ordini della Signora!”
Un
attimo dopo l'assenso del comandante, Angelo saliva la ripida
passerella e metteva piede a bordo dell'aerovite assieme ai suoi
compagni.
”Ferruccio
da Padova
era soltanto un vecchio testardo senza ambizioni, la cui sola colpa
era quella di essersi messo contro la Signora. Dovresti portargli
rispetto, aeronauta Paretti.” ribattè il capitano
inchinandosi davanti all'ospite e
invitandolo ad accomodarsi sui sedili riservati ai passeggeri. Angelo
continuava a notare il pervaso
rispetto che quelle uniformi incutevano e purtroppo quanto fosse
scemato quello che sarebbe spettato alla persona di Ferruccio,
per lo meno tra gli aeronauti. Se soltanto avessero saputo chi si
nascondeva sotto.
”Fuochisti,
scaldate gli architroniti!” ordinò alla fine il
comandante.
Passarono
minuti di attesa interminabile,
tra i lai delle finte prigioniere e l'attività della ciurma
della macchina volante, durante i quali Angelo cominciò ad
assaporare l'attesa inebriante di un altro volo che l'avrebbe
portato finalmente verso la libertà, mentre
cercava di immaginarsi l'espressione di paura delle altitudini che
Francesco celava sicuramente sotto l'elmo. L'unica sua preoccupazione
era ora quella di fare a tempo a gridare dall'alto
a Grifo di galoppare a valle, prima che Loretta scatenasse
l'inferno colpendo le bombe volanti.
Fu
allora che il nebbioso silenzio fu rotto da un rumore cupo, come di
ruote di carri sulle assi di legno della piattaforma, oltre a uno
sbuffare di architroniti mischiato a un abbaiare di cani. Prima
ancora che Angelo avesse girato la testa per vedere ciò che
stesse accadendo alle sue spalle, notò le espressioni serie e
quasi intimorite dell'equipaggio, che già aveva addocchiato i
nuovi arrivati. La cosa gli diede i brividi.
”La
Decuria delle Tenebre!”esclamò un aeronauta
mutando all'istante l'atteggiamento arrogante da veterano dell'aria
nell'espressione simile a quella di un'apprendista novellino
all'entrata del mastro di bottega.
”La
guardia privata della Signora.” sentenziò un altro.
”Ma
che ci fanno qui quei corvacci?” proferì un terzo,
subito zittito dallo sguardo torvo del capitano intervenuto per
vedere la causa di quell'inaspettato
arrivo.
Angelo
voltò la testa e vide avanzare nella nebbia una decina di
figure sopraquegli
strani carri a due ruote, a bordo dei quali aveva visto sfilare gli
armigeri che lo avevano arrestato alla locanda giorni addietro.
I figuri
avevano l'aspetto di Guardiani che fossero caduti in una botte di
pece o vernice nera; due levrieri dello stesso colore li precedevano
in corsa guaendo e abbaiando.
Il giovane contò quegli armati: erano dieci. Allorché
furono nei pressi dell'aerovite, si accorse che quei carri non
venivano mossi dai piedi dei cavalieri, bensì da piccoli
architroniti situati sotto la sella, il cui getto di vapore azionava
pale che mettevano in movimento le ruote posteriori.
Prima
che ci si rendesse conto di cosa stesse accadendo, al rumore
felpato dello scalpiccìo dei due cani che varcavano in corsa
la rampa, seguì immediatamente una bolgia di ruote rullanti,
argani in movimento e sbuffi di vapore. Gli strani Guardiani in nero
fecero la loro entrata a bordo dell'aerovite quasi saltandovi dentro
sui loro veicoli e dando per un attimo l'illusione di formare un
tutt'uno con le ruote, quasi fossero stati bizzarri centauri metà
uomini metà macchine. Uno dopo l'altro gli armigeri in nero,
manovrando con abilità i loro cavalli meccanici, li
circondarono. Gli
avvenimenti precipitarono così velocemente che nessuno
riuscì a reagire in tempo: quei lugubri armati puntavano loro
archibugi sostenuti da supporti di ferro avvitati ai veicoli mentre i
cani, nel frattempo, stavano annusando il corpo avvolto nel sudario
che giaceva sul pavimento ai piedi di Ferruccio.
La voce
di quello che all'apparenza doveva essere l'ufficiale al comando
della Decuria delle Tenebre, che come gli altri aveva il volto
nascosto dietro la visiera di un elmo nero e lucido, rimbombò
stentorea.
”Avete
osato avvolgere la Signora in codesta macabra veste. Stolti! Noi
vegliamo su di lei e sulla sua missione. Come avete potuto
sottovalutarla? La sua preziosa persona non rimane a noi incustodita
più di un'ora.”
Ferruccio
finalmente reagì: sguainò la spada e, premendone la
punta contro il fagotto che gli stava ai piedi, si piegò
sull'elsa: in quel modo, se uno dei decurioni avesse fatto fuoco
colpendolo, il suo peso avrebbe inesorabilmente spinto il brando
trapassando il corpo della donna. Angelo si aspettò la stessa
reazione dei Guardiani alla vista di Matilde in pericolo di morte.
Invece
il tono freddo della voce del decurione ribattè senza tradire
emozione alcuna:
”La
nostra direttiva primaria è difendere la Signora e la missione
fino all'ultimo.
Il
successo di questa è più importante della vita, sia
pure quella di Matilde medesima. Abbiamo fatto voto alla Signora
stessa di vegliare sulla sua persona, viva o morta, perché
anche da defunta ella può contribuire alla missione. Quindi,
vi esorto a desistere dal vostro grossolano tentativo di usare il suo
corpo come mezzo per trattare la vostra salvezza e libertà.
Che Ferruccio da Padova, sotto qualsiasi spoglia egli si nasconda, si
faccia avanti e si dia a riconoscere.”
Fu
allora che Angelo si sentì pervadere da uno strano spirito.
Forse a
spingerlo fu la reazione alla delusione di aver avuto ancora una
volta la salvezza a portata di mano e di vedersela strappare via da
quei cavalieri neri, forse la consapevolezza che ormai non era più
questione di vivere o morire bensì di perire con o
senza dignità, specialmente agli occhi di Silvana, o
forse fu solo l'istinto di sopravvivenza che gli sussurrava che,
salvando Ferruccio aveva ancora un barlume di speranza che quel
vecchio soldato li avrebbe forse in qualche modo tirati fuori dai
guai: Angelo Santus si fece avanti in segno di resa. Sarebbero
cascati nell'inganno i decurioni?
Un
attimo dopo Loretta si liberò dai legami posticci e si gettò
su di lui abbracciandolo e gridando.
”No!
No! Nonno, vi prego non datevi a questi maledetti senza combattere
fino all'ultimo! Non è da voi. Lo so che lo fate per la nostra
salvezza.”
Infine,
dopo una pausa,”ebbene sia, bastardi, questo atto eroico sarà
forse ricordato anche dai suoi avversari. Dio vi benedica, nonno!”
La voce
trionfante dell'ufficiale della Decuria tuonò.
”Era
da immaginare che un uomo d'onore come voi avrebbe compiuto un gesto
del genere e che il tentativo dilettantesco di usare la Signora come
ostaggio fosse l'atto di un villico ignorante che voleva emulare
vostra nipote e spia. Presto, quattro Decurioni si prendano cura di
Ferruccio e altri due tengano ben ferma la nipote: avete sentito dai
Guardiani e da Agnese, risvegliati là sotto, quanto ella sia
pericolosa, astuta e velenosa come una vipera. E tu, butta la spada,
bifolco, o ti ritrovi un buco nella pancia a causa di una vana
sortita.”
Il
vero Ferruccio gettò l'arma mentre sei Decurioni si prendevano
cura di Loretta a di Angelo e altri due si prodigavano per togliere
il sudario a Matilde ponendole subito dopo una fiasca, contenente
evidentemente un antidoto al sonnifero, sotto il naso. Mentre gli
ultimi due cavalieri neri si dirigevano verso Francesco, Silvana e
Ferruccio, Loretta, improvvisamente, voltò la testa in
direzione di quest'ultimo, gridando:
”Fuggi,
Angelo, mettiti in salvo! Avvisa l'Accademia del pericolo!”
Ferruccio
sembrò approfittare della poca attenzione che gli veniva data
e scattò correndo spedito verso il castello di poppa.
La voce
dell'ufficiale della guardia del corpo di Matilde tuonò di
nuovo, calma e autoritaria.
”Decurioni,
restate ai vostri posti: abbiamo Ferruccio e Loretta e non ci devono
scappare. Per prendere quell'Angelo basteranno gli aeronauti: stando
ai Guardiani, costui è uno stupidotto senza spina dorsale,
un'incapace che si perderebbe a casa propria. Non andrà
lontano.”
Poi,
cambiando tono:
”Ciurma!
Alzate i deretani e catturate il bifolco!”
Gli
aeronauti ubbidirono e si gettarono all'inseguimento del falso
Angelo, il quale nel frattempo aveva
raggiunto la cassapanca contenente i rallentacadute; un attimo dopo,
stringendone tra le braccia uno, infilò la porta del torrione
merlato e velocemente ne salì la scaletta, mentre tre
aeronauti, faticando a stargli dietro, arrivarono trafelati ai primi
gradini di questa.
Una
scala di corda era collegata tra la torre e la gigantesca vite,
sicuramente per la manutenzione e la pulizia di questa durante le
soste. Ferruccio vi saltò sopra, si mise il rallentacadute in
spalla tenendosi saldo al piolo con la mano sinistra mentre con la
destra sfoderava la corta daga tranciando infine con quella il
capo della scala legato a uno dei merli della torre. I tre aeronauti
si trovarono letteralmente tagliati
fuori dall'inseguimento del fuggitivo, il quale, velocemente,
salì, piolo dopo piolo, fino a sparire sopra la spirale della
vite.
”Corpo
di mille aquile!”sbraitò con tono stupito il capitano
della nave volante” quell'Angelo
è meno goffo di quanto pensassi. La vite si sporge al di là
della piattaforma sul burrone...”
”Capitano,”
propose il capodecuria” date ordine di usare il moschetto
multiplo. Lo crivelleremo di colpi sparando attraverso la spirale.”
”Eccellente
capodecuria, con rispetto parlando, non per contraddire ai vostri
ordini, ma forando la vite comprometteremo il volo e la missione di
stanotte.”
L'armigero
in nero tacque. Angelo intuì che forse quell'uomo, nonostante
la sua autorità non aveva ancora capito come funzionassero le
macchine moderne.
”Per
la barba di Eolo! Quel diavolo di Angelo non sa sicuramente come
usare il fermacadute: si butterà con l'affare aggrovigliato e
si sfracellerà a valle oppure se ne rimarrà rintanato
nascosto là sopra per la fifa. Tra poco gli architroniti
saranno in grado di funzionare; faremo girare la vite e quel
giovinastro verrà catapultato nel vuoto come un ...Angelo
caduto.”
E
commentò il tutto con una risata sguaiata. Il resto della
ciurma lo emulò.
Il
cappuccio gli venne tolto e Don Salvador de Silva vide la luce,
abbagliante, intensa, tanto che per alcuni attimi gli fu
impossibile mettere a fuoco altre immagini. Una musica meravigliosa e
inusitata gli entrava nelle orecchie. Non riusciva distinguere gli
strumenti uno per uno: l'armonia era totale.
Armande
de Lasserre provava le medesime sensazioni. Da buon amante dell'arte
apprezzò la musica e concluse che essa poteva soltanto essere
associata a immagini viste su affreschi di chiese raffiguranti angeli
in Paradiso. La luce, la cui intensità poteva soltanto
paragonarsi a quella del Sole, era diffusa ed era difficile vederne
la provenienza. Ambedue i cavalieri novizi socchiusero gli occhi per
poter distinguere le immagini tutt'intorno, soltanto per scoprire
d'esser circondati da nuvole che la luce tingeva di riflessi dorati.
”Benvenuti
nel primo dei Cerchi Angelici, o prescelti” suonò la
voce del Gran Maestro tra le note della paradisiaca armonia. Ambedue
ricordarono i pochi istanti precedenti, allorché avevano
provato quel senso di elevazione non appena erano stati fatti uscire,
incapucciati, dalla bocca del Leviatano, mentre trombe divine avevano
intonato le loro note e la terra sotto i loro piedi, sollevatasi, li
aveva portati dove ora loro si trovavano.
”E
ora, nobili cavalieri, appropinquiamoci al luogo da dove gli angeli
vi trasporteranno verso la vostra missione. Ma prima saranno
necessarie ore di preghiere e meditazione.”
Matilde
si stava destando dal suo sonno grazie
sicuramente ad aromi contenuti nella fiasca. Aveva già
aperto gli occhi sbattendo le palpebre.
Passarono
alcuni istanti prima che la Signora fosse in grado di alzarsi in
piedi. Infine, sostenuta da due Decurioni, si diresse un po'
barcollando verso i prigionieri.
Stava
per aprire la bocca per dire qualcosa, allorché l'attenzione
di tutti venne rivolta verso una figura vestita da Guardiano appesa
con quattro funi a una specie piramide di tela che cadeva dal fianco
della spirale finendo nel vuoto nebbioso.
”Per
tutti in nembi! È riuscito a far aprire il rallentacadute. Ma
non conosce la tecnica per
cadere. Si romperà il collo.”
”E
quand'anche gli andasse bene, cosa farà arrivato a valle?”
si intromise Matilde con la voce ancora assonnata, ma ormai presente
a sè stessa.
”Già,
chi crederà alle parole di un villico fantasioso che racconti
di macchine volanti e covi segreti?” aggiunse il
capodecuria.
”Abbiamo
perso troppo tempo.” sentenziò Matilde. Angelo vide lo
sguardo rabbioso della donna fissare la celata del suo elmo. Vide il
ghigno trionfante nell'attesa di alzare la barriera ferrigna
per godere della vista del volto di Ferruccio con scritto in
fronte la parola sconfitta. Vide le sue mani alzare trepidante
il sipario di metallo...
L'urlo
di delusione della Signora gli rintronò nelle orecchie e
l'espressione da leonessa cui fosse stata sottratta la preda gli
rimase impressa nelle pupille prima che le gocce della saliva della
donna lo colpissero agli occhi come proiettili di un moschetto umano
carico d'odio e frustrazione.
”Tu,
mezzo uomo, hai osato atteggiarti a un ruolo di eroe che non si confà
alla tua miserabile persona, né al tuo ceto, barattando la tua
vita con quella di Ferruccio. La pagherai molto cara, Angelo!”
”Non
mi aspetto certo un premio, ma invero, non avevo nulla da perdere.”
”Ho
contribuito anch'io all'inganno in cui le tue preziose guardie del
corpo sono cascate. Il villico non deve prendersi tutto l'onore.”
aggiunse Loretta.
Matilde
riprese il controllo di sè stessa.
”Va
bene. Vorrà dire che saremo costretti ad anticipare tutta
l'operazione. Dieci,”disse rivolta al comandante della decuria”
mandate un uomo a ordinare l'immediata accensione dei cannoni a
vapore per il lancio delle ogive. Non appena atterrato, Ferruccio si
dirigerà sicuramente a dare l'allarme all'Accademia per
cercare di farla abbandonare. Dobbiamo anticiparlo sul tempo.”
L'armigero
in nero indicò un subalterno, il quale, saltato a cavallo del
veicolo, lo lanciò in una corsa velocissima dirigendosi verso
la batteria di cannoni a vapore. Matilde guardò il sole che la
finta caligine riduceva a un cerchio grigiastro, valutò a che
punto del cielo si trovasse l'astro e calcolò l'ora.
”I
due esecutori saranno qui da un momento all'altro insieme al Gran
Maestro. Il rito della loro partenza dovrà purtroppo essere
abbreviato. Le ogive dovranno essere lanciate soltando dopo l'involo.
I due prescelti non devono essere assolutamente distratti dalla loro
missione. Accidenti a Ferruccio e la sua marmaglia, stavano rovinando
tutto.”
Un suono
la interruppe: non un rumore di ruote questa volta, bensì il
suono di un'insieme di strumenti che intonavano una musica che
ricordava molto quella che Angelo sentiva uscire dalla chiesetta di
Gromo.
”Gli
assassini stanno arrivando, come previsto.”affermò con
uno sforzato sorriso di trionfo Matilde. La frase suonò al
giovane come una cacofonia, in contrasto a quella celeste armonia.
Nella nebbia si muovevano figure in bianco. Una strana luce che
sembrava provenire dal cielo, li
illuminava.
Musica
divina per due assassini? pensò Angelo. Il mistero si
affittiva: Matilde aveva anche nominato un rito e una missione.
Orbene, se Leonardo da Vinci era destinato a morire nel
bombardamento, i due sicari dovevano essere stati ingaggiati per
uccidere qualcun altro. Esisteva allora un'altra vittima nei loschi
disegni del Gran Maestro. L'involo? Sicuramente a bordo di quegli
ornitotteri parcheggiati sul lato orientale della piattaforma. Per
dove? Ma perché si arrovellava il cervello per risolvere un
enigma nella situazione nella quale egli si trovava? Forse perché
aveva un filo di speranza che Ferruccio facesse in tempo a chiamare
aiuto e rinforzi per salvarli? Sei un ingenuo, Angelo, si
disse mentre cercava con lo sguardo gli occhi felini di Silvana con
la speranza che essi gli rispondessero: sei un eroe. Ma essi
guardavano nel vuoto, smorti e pieni di paura. Non potè invece
passargli inosservato lo sguardo d'ammirazione lanciatogli da Loretta
che sembrava dirgli in silenzio: grazie per aver salvato
Ferruccio. I frigni di paura di Francesco divennero invece
visibili sotto forma di un volto in lacrime allorché gli venne
tolto l'elmo.
”Bel
gioco di specchi, Signora, per quell'effetto di luce.” commentò
Dieci allo sfilare della processione che accompagnava l'arrivo degli
assassini.
”Il
genio di Leonardo sopravviverà nelle sue invenzioni anche dopo
la sua prematura morte. Tra parentesi, lo specchio parabolico
aggiunto per aumentare l'intensità luminosa, fu inventato da
un altro cervellone vissuto tanti secoli fa, anche lui perito
prematuramente: un greco di nome Archimede, inventore tra l'altro
dell'architronito. Si, Dieci, Leonardo ha anche risfoderato scoperte
fatte in tempi antichi.
Per
questo egli deve morire e per questo l'Accademia deve essere
distrutta. Macchine avanzate e sapienza devono restare un
privilegio per i pochi eletti che dirigono le sorti del mondo da
dietro le quinte del teatro del Potere. Archimede venne cancellato in
tempo dalla Storia, ucciso da un legionario romano all'indomani della
conquista della colonia greca di Siracusa, che il genio aveva
ritardato bruciando le navi di Roma con gli specchi parabolici di sua
invenzione che ho nominato prima. Cosa sarebbe successo se quel
gladio non l'avesse trafitto e il Greco avesse propalato le sue
invenzioni? Sarebbe stata Siracusa a costruire un impero grazie a
specchi parabolici e cannoni a vapore? O Cartagine sua alleata? Chi
avrebbe vinto le Guerre Puniche? Il corso degli avvenimenti è
sospeso a un filo sottile e gli incroci del destino sono un labirinto
di possibilità. È per questo che la nostra missione di
controllare gli avvenimenti deve proseguire indisturbata, senza gente
come Ferruccio che vorrebbe dare la sapienza al Popolo come si
donerebbe l'oro ai maiali.”
Angelo
vide Matilde vacillare un attimo per poi riprendersi.
Fu Dieci
a parlare stavolta. ”Il solito malessere, Signora, vero? Vi
capisco. Per fortuna siamo a conoscenza della medicina adatta
all'anima. Decidete quale pena dovranno pagare questi giovinastri per
gli insulti a voi inflitti, acciocché voi possiate riprendere
a star bene e dedicarvi al felice esito
della nostra missione.”
Matilde
annaspò un attimo e infine, come se la decisione presa fosse
stata la prima goccia di un linimento alla sua sofferenza, risoluta,
ordinò:
”Li
faremo affogare nel Lago Blu, il punto più profondo del Buco.”
L'automovile
proseguiva nell'orrido cavernoso dei
meandri più bassi della grotta, laddove neppure i Guardiani
avevano accesso.
Dieci
sentì di nuovo il senso di piacere di trovarsi nel suo
ambiente preferito: la tenebra e soprattutto la vicinanza della
Signora erano per l'uomo come il pane quotidiano. Sei decurioni
facevano da scorta a cavalcioni degli autobiruote.
I cani e le altre macchine erano stati lasciati indietro in un
deposito situato dopo l'imboccatura del passaggio che conduceva alla
Zona delle Tenebre. Nonostante lampade a olio illuminassero vagamente
le gallerie, si aveva l'impressione che rendessero, come dire,
visibile il buio. Il contrasto tra l'ingresso in quella zona e
il resto del Buco, era stato reso ancora più evidente da braci
ancora incandescenti che illuminavano l'ultima grotta prima del
passaggio. Ivi era stata inscenato il finto girone dell'Inferno dove
i due assassini avevano creduto di vedere le anime dannate di
guerrieri infedeli o nemici di Dio impersonate da automini.
Dieci, a
cassetta, guidava l'automovile, Matilde gli sedeva accanto mentre
dietro di loro, tre decurioni tenevano d'occhio i prigionieri
rinchiusi nella gabbia che aveva ospitato Angelo quella notte e che
era stata caricata sul veicolo.
Dieci
amava Matilde. Non di un'amore carnale, bensì di un incrocio
tra la devozione e la venerazione. Per lei si era ridotto a un
semplice numero che nella gerarchia di quel corpo scelto non era
l'ultimo, bensì il primo. Un tempo aveva avuto un nome e un
casato, ma il tradimento della propria sposa, l'uccisione di lei e
del rivale in un impeto di gelosia, lo scandalo conseguente avevano
infangato il suo nome nobile, un tempo rispettato e onorato a
Brescia. Matilde l'aveva salvato prima che lui si togliesse la vita e
gli aveva dato una ragione di esistere affidando a lui e agli uomini
ai suoi ordini la vita e la missione di lei. La Signora l'aveva
convertito alla sua fede che aveva radici in Oriente, in India e nei
lontani Catai e Zipangu laddove sorgeva il Sole e dove la morte non
era qualcosa di cui aver paura, bensì soltanto un trapasso
dopo il quale si sarebbe rinati in un nuovo corpo. Nello Zipangu,
guerrieri valorosissimi detti samurai erano servi devoti del
loro signore. E su modello proprio di quel corpo di schiavi soldati,
Matilde aveva fondato la Decuria allo scopo di proteggere sè
stessa e soprattutto la missione. La Signora credeva fermamente che
se fosse morta con onore in nome del fine ultimo, ella sarebbe rinata
e avrebbe avuto una vita migliore di quella precedente.
L'automovile
si fermò: erano arrivati alla loro meta e alla fine del
viaggio per i condannati. Davanti a loro si parava un pozzo largo e
circolare ricavato allargando un pertugio naturale. La traccia del
tocco dell'ingegno degli uomini era anche visibile nella forma di un
argano con un gancio e di una piattaforma di legno.
In
silenzio, quattro decurioni si diedero da fare per infilare un gancio
collegato alla catena dell'argano in un anello posto in cima alla
gabbia mentre Dieci, Matilde e gli altri si incamminarono verso la
piattaforma. A un cenno di Dieci, un decurione fece girare una
manovella e la piattaforma iniziò la sua calata nel pozzo. La
discesa nel buio si fermò allorché l'elevatore arrivò
a toccarne il fondo solido.
Dieci, a
tentoni, si incamminò nell'oscurità di quel luogo a lui
familiare fino a trovare un
braciere di cui tastandone la rotondità
liscia e metallica, vi trovò infine la catenella alla
quale era appeso un acciarino. Bastò tirare un piccolo
grilletto che fece scaturire una scintilla e la luce venne loro
donata dalle fiamme alzatesi dopo l'accensione dell'olio. Nel
frattempo, la piattaforma movibile veniva sollevata per andare a
prendere gli altri decurioni.
Le fauci
bluastre e minacciose del
lago che si aprivano almeno venti piedi sotto il pontile su cui si
trovavano riflettè la luce, colorando di zaffiro le pareti del
pozzo, mentre un decurione manovrò un argano situato sul muro
curvo alla base di questo. La gabbia con i prigionieri iniziò
la sua calata cigolante verso
la superficie letale delle
acque sotterranee.
Causa il cappuccio
che lo metteva in ombra, Dieci non poteva vedere il viso della
Signora: ciononostante, oltre al suono dello stridio degli argani che
avvicinavano ogni attimo di più alla morte i prigionieri
stipati nella gabbia, egli poteva udire la litania dei gemiti di
sollievo di Matilde ai quali era avvezzo in situazioni simili. Con
piacere, il capodecurione potè constatare che forse il malanno
che la affannava si stava lenendo.