I mostri di Paolo Ninzatti
dentro
il pronunciato naso che avrebbe fatto invidia a Ovidio e con la
stessa eleganza dell'antico tribuno romano del quale egli vantava di
discendere, osservò
:”il nettare
degli dèi dei miei antenati!”
L'automa che aveva
appena servito il vino si girò e, sferragliando e
ticchettando, si diresse verso il secondo partecipante la riunione,
il condottiero Giorgio del Ambrosi, il quale invece rifiutò
educatamente. Il servo meccanico sordo e cieco, mosso soltanto da
un'anima di molle e ruote dentate, riempì ugualmente il
calice, provocando la risata dell'altro vicino di tavolo, il
capitano di marina Jacopo Passerin, che invece fece finta di invitare
l'uomo di metallo all'atto che il congegno avrebbe compiuto
egualmente, concludendo infine con un ”grazie, Musoditolla”,
prima di deglutire metà recipiente e infine alzarlo in un
brindisi.
”Alla salute
del progresso che darà vittoria a Venezia!”
L'ammiraglio
Ferrante Arturo Maniero osservava la scena che si svolgeva davanti ai
suoi occhi tenendo per sè le proprie impressioni. Era
divertente vedere due aristocratici condottieri terraioli quali erano
Giannoni e Ambrosi fianco a fianco a quel mezzo pirata di Passerin
originario dei quartieri malfamati della zona di San Nicolò:
un veneziano anfibio
purosangue come lui stesso, associato a
una coppia di forestieri che il destino aveva mandato lì da
quei di Roma e Milano. Il destino. Oppure un piano ben congegnato, da
una persona che lui conosceva molto bene e le cui intenzioni, seppure
spesso imperscrutabili, erano sempre state dettate dall'amore per la
Patria comune sua e di Passerin.
La cabina di
comando del Ruggito dei mari sembrava la
copia di una sala del palazzo dogale.
Dalle
finestre a ogiva ben decorate e intarsiate si scorgeva il resto della
flotta. L'enorme testa di leone, che ornava la prua della nave più
vicina a poche decine di piedi dal Ruggito, oscurò
per un attimo il sole, proiettando l'ombra del profilo del re della
foresta contro il quadro che ritraeva l'antico doge Enrico Dandolo
appeso a una parete.
”..'sto
capoccione...” commentò
Giannoni come impressionato da tutta quella grandiosità che
lo circondava e alla quale non sembrava ancora essersi abituato,
nonostante facesse parte di quella spedizione da almeno un mese.
L'ammiraglio
Ferrante Arturo de' Monti Maniero era un uomo d'iniziativa per quanto
riguardava tattica e strategia oltre ad essere una personalità
aperta a ogni nuova idea che potesse ampliare l'orizzonte dell'arte
della guerra. In compenso era un uomo ligio agli ordini e mai
avrebbe, seppure in nome di una situazione che richiedesse
l'intervento della sua mente creativa, disubbidito a una direttiva
datagli da un superiore. Meno che meno la sua lealtà verso
Venezia sarebbe stata messa in dubbio. Maniero era figlio della città
lagunare e poteva vantarne le sue radici ancora prima dell'afflusso
dei profughi dalla terraferma che si erano rifugiati in quelle isole
all'apparire delle orde di Attila nelle terre venete. Lui era un
marinaio di Venezia fedele alla città e a chi ne avrebbe
tenuto le sorti. Non si sarebbe mai
chiesto per quale doge o quale Senato combattere,
Maniero avrebbe guidato le sue truppe in nome del Leone di san Marco
o di qualsiasi vessillo rappresentasse
la sua città.
Maniero era
consapevole che l'operazione segreta, che
gli era stata affidata, era poco ortodossa. Ma una azione
del genere non era un precedente nuovo nella storia di Venezia. Tre
secoli addietro, l'uomo ritratto in quel quadro messo in ombra poco
prima dalla prua della nave, il doge Enrico Dandolo, aveva usato,
sfruttato, e manipolato un'armata di crociati, i
quali, con la nobile intenzione di liberare per l'ennesima
volta la Terrasanta sbarcandovi a bordo delle navi della Serenissima,
per pagarne il noleggio erano finiti invece a conquistare
Costantinopoli. Grazie a quegli involontari mercenari, Venezia aveva
ridotto l' Impero di Bisanzio a uno stato fantoccio satellite della
Repubblica il cui veri padroni erano il doge Dandolo e i mercanti
della città lagunare.
E ora l'Accademia
Patavina e chi ne teneva le redini stavano usando macchine segrete
per finti miracoli e profezie, che avrebbero di nuovo in nome di Dio
dato lustro e grandezza alla sua città. Ed era l'Accademia che
l'aveva ingaggiato in nome della Serenissima fornendogli la squadra
navale e dandogliene il comando supremo.
Solo la lealtà
verso Venezia superava quella verso l'uomo che lui immaginava stesse
dietro a quel piano: il suo vecchio commilitone Ferruccio da Padova,
a fianco del quale aveva affrontato
la morte in innumerevoli battaglie e che una volta gli
aveva salvato la vita.
Maniero doveva molto a Ferruccio. Oltre la pellaccia, anche l'onore
di trovarsi a comandare quell'insolita flottiglia.
Aveva passato
giorni e giorni a cercare di indovinare dove e quando avrebbe
attaccato e soprattutto chi sarebbe stato il nemico.
L'ordine
e i piani di battaglia sarebbero arrivati in volo lanciati da un
ornitottero che, come un grosso gabbiano, sarebbe di nuovo volato
verso l'azzurro orizzonte da cui era apparso.
Se
ci si fosse soltanto basati sul numero delle navi, la flotta di
Maniero sarebbe stata un ben misero contributo per la Serenissima.
Ma attraverso la finestra egli poteva ammirare
l'imponente sfilata di tre delle sette navi al suo comando che le
ruote a pale spingevano avanti tagliando le onde come coltelli:
enormi mostri lunghi mille piedi veneti, dieci volte il Bucintoro,
la galea del Doge, progettati dall'Accademia e fabbricati nei
cantieri segreti di Trani. Senza gli ornamenti aggiunti dopo, quei
sette prototipi della rivoluzione
della guerra navale sarebbero stati alquanto brutti:
piatti e larghi, al momento del varo assomigliavano a una versione
gigante delle chiatte dagli artigiani che solcavano il Canal Grande.
Ma la
filosofia estetica dell'Accademia non poteva permettere che Venezia
vincesse le sue future battaglie con navi più simili a
gigantesche ciabatte che a vascelli da guerra.
Per questo la prua
era stata ornata di una enorme testa di leone dorata e la poppa di
una coda che si arrotolava a viticcio. Dalla finestra Maniero ammirò
ancora una volta quelle meraviglie che
sembravano enormi navi vichinghe senza albero con il leone a posto
del drago e il collo più tozzo e corto.La pale delle ruote,
poi, girando, sembravano braccia o pinne; parevano quasi creature
vive. Per quelle navi il termine nuotare sarebbe stato molto
più appropriato di quello di navigare. Per questa
ragione ormai ogni carpentiere che l'aveva costruita e ogni marinaio
ai suoi ordini aveva battezzato quell'orgoglioso nuovo tipo di nave,
leone marino.
L'ammiraglia, il
Ruggito dei mari, era tecnicamente una corazzata. Aveva
una fiancata di legno spessa due piedi veneti e questa era
rinforzata da borchie d'acciaio. Nessun cannone nemico l'avrebbe
scalfita, e ogni natante avversario avrebbe potuto aspettarsi il
peggio perché il Ruggito era dotato di un nuovissimo
sistema di cannoni montati su ruote orizzontali le quali girando
avrebbe permesso di far fuoco a ripetizione.
Una fortezza galleggiante di quelle dimensioni,
quand' anche fornita di enormi vele o spinta da mille rematori
disposti a spaccarsi la schiena, sarebbe stata più lenta di
una chiatta ed impossibile da manovrare.
Invece
le venti ruote a pale, dieci a babordo e altrettante a
tribordo, che spingevano avanti i leoni marini azionate da
ingranaggi messi in moto da sbuffanti architroniti, secondo la
combinazione Martini - da Vinci – Manesi, una
triade di geniali cervelli, permettevano
a quei titani delle onde di
superare in velocità
e manovrabilità
anche la più spedita galea. Oltre ai timoni, infatti,
si poteva contare anche sul fatto che frenando parzialmente o
totalmente le pale delle ruote di un fianco, la nave avrebbe potuto
voltarsi, girare e zigzagare meglio di un delfino.
Le sei navi
gemelle, che scortavano l'ammiraglia in quella zona lontana da ogni
costa, erano state sguarnite delle micidiali artiglierie per far
posto ad altre non meno poderose macchine da guerra. Su tre di esse
erano stati caricati venti submarem ciascuna, i quali, non appena il
momento fosse giunto, sarebbero stati stipati di soldati e automini
al comando di quel corsaro di Jacopo e avrebbero attaccato
senza preavviso una città, lui non sapeva ancora quale.
Navigando a mo' di squali sarebbero emersi dai
fondali marini, e i difensori, già presi dallo sgomento
per quegli inusitati natanti che essi avrebbero scambiato per mostri
marini, sarebbero ulteriormente stati atterrati
dalle avanguardie degli uomini meccanici.
Invulnerabili
alle spade, questi potevano essere abbattuti soltanto dai cannoni o
da
almeno quattro o cinque dardi di balestre o palle di archibugio. Ogni
tiratore però che, consapevole di aver fatto centro, avesse
visto quegli armati continuare il loro cammino, li avrebbe creduti
invulnerabili e sarebbe fuggito terrorizzato. Qualora fosse stato
abbattuto, l'automo avrebbe fatto scattare il meccanismo attivante la
bomba che si portava addosso, la quale esplodendo avrebbe non
soltanto provocato ulteriore sgomento nei soldati avversari, ma anche
mandato in mille pezzi il
congegno, il cui segreto
sarebbe quindi stato conservato. L'assalto dei fanti del Passerin,
più brutali di corsari e mascherati con teschi, avrebbe fatto
il resto. Dio avesse pietà dei nemici, chiunque fossero. Dalle
altre tre navi da trasporto, invece, si ergevano le spirali di
ben dieci aeroviti per ognuna di esse: viste da lontano sembravano
carri carichi di trivelle con la punta all'insù.
Su ciascuna
macchina volante erano già stati montati tre carri corazzati
del nuovo tipo spinto da architroniti. Quei mostri avrebbero
attaccato un paio di città sotto il comando di Ambrosi e
Giannoni dopo essere stati trasportati in volo. Maniero dedusse che,
mentre i submarem invadevano
una città costiera, le aeroviti avrebbero attaccato
nell'entroterra.
Maniero iniziò:
”Signori, ci siamo. Oggi, in
qualche parte del mondo un condottiero verrà ucciso. Da
domani l'attesa
che ci ha costretti in ozio finirà. La
notizia dell'assassinio arriverà volando sulle
ali del progresso. E finalmente sapremo quali saranno i nostri
obbiettivi.
”Dio voglia che mi sia riservato
l'onore di attaccare la mia vecchia cara Milano e di cacciare via
quei cani di Francesi. Mi basterà vedere quei Galli darsela a
gambe davanti ai nostri carri e potrei morire contento il giorno
dopo.” disse deciso Ambrosi.
”Oh oh,
sentite sentite” ribattè Giannoni ”
soltanto pochi giorni fa vi vantavate di
discendere dagli antichi Galli Insubri che abitavano quel villaggetto
che i miei antenati, dopo avervi latinizzato a suon di gladii e
testudines,
trasformarono nella gloriosa Mediolanum.
Ambrosi accettò con piacere
l'amichevole scherno rispondendo:
”Certo, certo, ironia del fato
che per un corto periodo Milano fu capitale dell'Impero di Roma...”
”Laddove Roma non ebbe mai
l'onore di essere capitale dell'Impero... Milanese ”fu la
pronta risposta di Giannoni.
”Da dove ci troviamo ora, entro
una settimana di navigazione saremo
in grado di colpire qualsiasi punto della penisola, o il Sud della
Francia o... persino... Costantinopoli.
Giannoni dopo un ulteriore sorso di
Falerno proferì: ”Anch'io ho un sogno come Ambrosi. Che
i miei antichi dèi mi lascino l'onore di conquistare la
vecchia capitale dell'Impero d'Oriente. Ma di morire il giorno dopo
non mi sogno neppure. Un bel bagno
in qualche antica terme, una boccata della stessa aria di Costantino
mentre schernisci i prigionieri turchi umiliati e spaventati dalle
moderne testudines
romane, un sorso di vino greco alla salute della Dea Vittoria
basteranno.”
Tacque per un attimo, alzò lo
sguardo verso il vecchio doge Dandolo che a suo tempo era riuscito in
quell'impresa trasformando Bisanzio nell'Impero Latino d'Oriente,
quasi per averne un tacito consenso. Infine sentenziò: ”Una
cosa sia ben chiara: sebbene ne io né Ambrosi siamo sudditi
veneziani, siamo stati scelti per la nostra lealtà
professionale. Venezia ci paga e fino allo scadere del nostro
contratto siamo pronti a batterci per il Leone di San Marco.”
”Caro Giannoni,” aggiunse
Ambrosi ”per quella data saremo tutti quanti sudditi di
un'unico stato. Per quanto mi riguarda sarò ben lieto di
rinnovare il contatto per salvaguardare la Pax Venetiana prossima
ventura. Alla faccia di Francia e Spagna.”
Enrico Dandolo incorniciato sembrò
quasi piegare la bocca in un sorriso.