Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
Google


   CHI SONO
   RECENSIONI
   ALLOSTORIA
   ARCHIVIO
   LETTURE
   LINKS
   CONTATTI
   IL BLOG

Le ali del Leone - 13

Tredicesimo appuntamento con l'ucronia steampunk che viene dal freddo

I mostri di Paolo Ninzatti

  • Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak. Questa è la tredicesima puntata della sua ucronia-steampunk. Divertitevi a leggerla!


  • LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 13


    A Matilde tornò alla mente un episodio citato nelle memorie dei viaggi di Ferruccio in Levante. Vi si descrivevano le sensazioni provate da un uomo nel sorseggiare, seppure lentamente, un po' d'acqua dopo alcuni giorni di sete nel deserto sotto il sole cocente d'Oriente. Come dovevano essere simili al piacere che lei stava provando...

    Strano, pensava mentre la gabbia scendeva inesorabilmente, sembrava quasi di vedere chiaramente la distesa giallastra di sabbia nonostante mai in vita sua ella si fosse recata da quelle parti. La vita passata fra le tenebre acquiva l'immaginazione.

    Dovette con rammarico constatare quanto, nonostante tutto, lei dovesse a Ferruccio. Spiando in segreto i suoi scritti sui costumi d'Oriente ella aveva imparato a conoscere le proprietà di certe piante che crescevano da quelle parti, con le quali egli preparava quegli infusi che gli avevano consentito di mantenersi ancora sano e in buone condizioni fisiche. L'ultima sortita ne era stata la prova.

    Anche lei aveva imparato a usufruirne e forse per questo la sua bellezza non era svanita con l'andar degli anni.

    Matilde era rimasta affascinata dalle religioni d'Oriente e aveva anche appreso della setta musulmana degli hashishin, i fumatori di hashish, gli assassini. I seguaci di questa setta venivano imbottiti di droga dal loro profeta, un certo ”Vecchio della Montagna” e, sotto i fumi di questa, venivano portati in un luogo idilliaco tra le valli dell'Asia Minore dove, grazie a un'abile messinscena fatta di bestiame colorato d'oro e palazzi di marmo immacolati, venivano convinti di trovarsi in Paradiso. Per meritarsi questa ricompensa essi dovevano uccidere alti funzionari ed emiri nemici della setta.

    Essi non uccidevano nell'ombra, ma colpivano tra la folla la loro vittima e poi si dileguavano: il loro scopo era sbalordire e spaventare. Da essi ella aveva preso ispirazione e contribuito alla causa mediante un processo analogo: due uomini d'armi erano stati reclutati, affiliati e drogati a puntino. Il Gran Maestro, versione occidentale del Vecchio della Montagna, stava preparando spiritualmente i due assassini i quali avrebbero sempre creduto di aver agito in nome del loro Dio.

    Peccato che il rito avrebbe dovuto accorciarsi alquanto a causa del colpo di mano della spia di Ferruccio. A quel pensiero, Matilde si sentì riprendere dal malessere, ma bastò guardare in alto per trovare subito refrigerio contro il fuoco dell'ira che le bruciava dentro. I quattro prigionieri erano ormai l'ombra di loro stessi. Angelo e Francesco, spogliati degli abiti e delle armature da Guardiani si mostravano di nuovo nei loro modesti abiti da popolani: sembrava ora che, senza quel travestimento, anche la baldanza effimera di quegli straccioni fosse stata definitivamente stroncata, ora che, pur mantenendo una dignità silenziosa, stavano scendendo inesorabilmente verso una morte che più si confaceva a cuccioli o a mici di una nidiata troppo numerosa. Matilde si sarebbe aspettata suppliche di pietà, invece niente: a quanto pareva ad Angelo e Silvana sarebbe bastato morire assieme per accettare il trapasso con rassegnazione. Poveri di spirito. Persino la focosa e arrogante Loretta, l'unica fra loro che contasse come avversaria, sembrava stesse ora accettando il suo destino con la stessa stoica dignità del nonno. Sulla parete opposta del pozzo era appeso uno specchio che, riflettendo la luce del bracere, illuminava la superficie del lago proprio sotto il pontile. Il momento in cui la gabbia si fosse inabissata nelle acque, Madilde avrebbe goduto della vista degli sguardi di terrore dei condannati in procinto di affogare e con essi anche i suoi demoni e il suo malessere sarebbero stati sommersi.


    La mort, pensò quasi stesse declamando un madrigale tra sè e sè Armande de Lasserre osservando il teschio che gli stava di fronte, vestito di una cappa nera, con le mani guantate dello stesso colore le quali stringevano l'elsa di una spada con la lama rivolta di sotto e sembravano giunte come in preghiera. Attraverso le orbite della testa di morto il cavaliere poteva intravedere, vivissimi, gli occhi neri di don Salvador: la macabra maschera era stata sicuramente forgiata usando ossa vere, come quella che lui stesso portava in viso. Al nobile francese sovvenne il proprio liuto, ricavato da un teschio di cavallo, che ora si trovava in una cella del monastero di Colonna a Trani, un cimelio della sua precedente vita terrena.

    Don Salvador, quasi fosse stato l'immagine speculare del nobile francese, osservava il compagno inginocchiato di fronte a lui che stringeva la spada come essa fosse stata una croce.

    Ringraziò nei suoi pensieri Dio che aveva dato quella possibilità di redimersi al suo compagno, le cui osservanze dei comandamenti del Signore erano state fino ad allora quanto dubbie.

    La musica divina li aveva accompagnati sin dall'arrivo in Cielo, lungo il cammino tra la coltre nuvolosa resa dorata dalla luce paradisiaca, fino a quella foresta di ali che, non appena si erano avvicinati, si era rivelato il quartetto angelico con al traino il simulacro del Leone di san Marco sul quale avevano viaggiato due giorni prima. L'armonia continuava ad addolcire le loro orecchie ora che si trovavano di nuovo nell'abitacolo situato nella pancia del felino che, anch'esso dorato come l'esterno, sembrava ora, osservandolo meglio, molto più una specie di cappella che non l'interno di un cocchio. E lì, da almeno mezz'ora, si trovavano in preghiera. Non erano soli.

    ”Il cerchio si chiude, nobili esecutori della volontà divina” tuonò la voce del Gran Maestro che li sovrastava in piedi ”dalla terra al cielo, all'Inferno e infine in Paradiso. E ora tra non molto ci involeremo di nuovo per scendere in terra, ma con una missione divina. Uccidere in nome di Dio non è peccato. E ora preghiamo.


    ”Che lagna!” Mormorò a denti stretti il mastro meccanico Carlo Paschioli mentre con solerte efficenza continuava a controllare il complesso congegno di ingranaggi e molle del capolavoro che gli stava davanti, ma alquanto infastidito dalla musica che da almeno mezzora gli rintronava nelle orecchie.

    La mole del simulacro del Leone di San Marco lo sovrastava come l'idolo di un antico dio pagano nella sua imponenza dorata e metallica.

    Il felino meccanico sembrava sorridergli canzonandolo, quasi a dire: noi macchine siamo libere da sentimenti e debolezze umane e possiamo sopportare tutto.

    ”Vuoi forse che in Paradiso si suonino motivetti per sagre paesane? ” lo riprese il suo collega Vittorio Marchioli, ”così i due nobili cavalieri odorano l'imbroglio e la strage se ne va a ramengo. Piuttosto, non farti sentire, tu, e apprezza la musica. Anzi, che essa ti sia d'ispirazione per una bella preghiera acciocché tutto vada bene.”

    ”Non c'è bisogno di preghiere: mi fido del nostro bel micione dorato. Peccato che non potrò essere là a vedermelo camminare e zampettare sulle sue gambotte meccaniche non appena il congegno si sarà messo in moto: mi perderò anche lo spettacolo del braccio che menerà lo spadone a destra e a manca tagliando teste ai gran signori che abbasseranno un po' le loro arie...”

    ”Sei proprio un toscano perverso e senza dio. Come fai a provar piacere in queste cose poi...”

    ”Ce l'ho con chi si crede chissà chi e godo nel vederli cadere nel fango. Come 'sti due che il Gran Maestro sta menando per il culo. Ma li hai visti? Vestiti che sembrano la morte con la maschera col teschio. Ma dico io! Due cavalieri nobili con tanto di castello, lacchè, paggi, dame e tutto quello che viene negato a noi popolani, che si lasciano infinocchiare in cotal maniera.”

    ”Dài che vorresti essere al loro posto e goderti lo spettacolo!”

    ”Al posto di questi due grulli blasonati? Ma neanche .... Semmai al posto loro...”

    Indicò quattro forme alate poco lontane sdraiate di pancia su altrettante enormi baliste.

    ”Degli angeli, Carlo?” canzonò il compagno Vittorio.

    ”Degli aeronauti che li pilotano, bischero d'un pugliese. Quelli sì che si godranno tutta la scena dall'alto, anche il gran finale allorché i due francesi zomperanno fuori dal leone meccanico e ammazzeranno...”

    ”Uno è spagnolo, minchione!”

    ”Francia o Spagna....purché si magna...”

    ”Piuttosto, sarebbe opportuno dare un'ultima controllatina agli ornitotteri vestiti ...con la palandrana e le piume: se non sono in piena efficienza tutti e quattro, non potranno trainare a lungo il gattone dorato, l'affare rischia di cadere giù prima di Albino e la missione degli assassini va a farsi benedire.”

    ”Sei un menagramo, Vittorio. Ho controllato gli architroniti, le pompe dell'acqua e perfino le maniche a vento che spingono l'aria nelle trombe e fanno suonare la fanfara celeste; poveri aeronauti, cento e passa miglia a sorbirsi quelle pernacchie, mentre i cretini vestiti da beccamorti

    si faranno il segno della croce nella fasulla credenza che siano veri angeli a intonare quello strazio, peggio ancora di questa ...”

    Carlo indicò il marchingegno che faceva suonare gli strumenti: un mostro simile a un porcospino artificiale alto un uomo e mezzo, circa una decina di piedi veneti, largo lo stesso e lungo il doppio, con ventole, ruote dentate in movimento, irto di flauti di ogni tipo e canne ad ancia.

    ”Allegro, Carletto, pensa che la tortura sarebbe dovuta durare ancora di più. Hanno dimezzato il, come lo chiamano... rito dell'iniziazione ... roba da matti.”

    ”Chissà perché? Forse qualche santo ha esaudito una mia preghiera che non ho fatto?”

    ”No” intervenne la voce di uno degli aeronauti sbucato dalla coltre nebbiosa, ”pare che i prigionieri fossero riusciti a fuggire e avessero anche rapito la Signora. Ma la sortita è stata fortunatamente sventata: è tutto quello che so, e non discuto gli ordini del Gran Maestro.”

    ”Già, basta che paghi. Il triplo di quello che percepivamo sotto Ferruccio. Come ho detto prima Francia, Spagna, Venezia, Borgia, il Papa o anche i Turchi...Chi se ne frega. Basta farmi un po' di soldi per metter su una botteguccia tutta mia. A Firenze sotto i Medici, mi arrangiavo con traffichetti non troppo ortodossi ma che mi permettevano di sbarcare il lunario, poi ti arriva il Savonarola e.. finisce la pacchia...”

    ”Lamentati tu; il Savonarola è finito arrosto, in Puglia invece ci sono gli Spagnoli, e quelli non se ne vanno a meno che non arrivi il castigamatti: Cesare Borgia principe di Venezia. Vedrai Carletto se tutto va bene un bel calcio nel culo glielo diamo a chi ci ha resi esuli. Francia e Spagna, finita è la cuccagna.”

    ”Ragion di più per muoversi ora” intervenne l'aeronauta. ”Forza mastri, verificate che tutto funzioni, specialmente il tiraggio delle baliste. Io e i miei compagni non stiamo più nella pelle: abbiamo un lungo volo davanti a noi.”


    Angelo si stava imprimendo negli occhi le ultime immagini della propria vita. Avrebbe desiderato morire cadendo in un burrone durante un tentativo fallito di scalare un monte impervio. Invece doveva accontentarsi della discesa lenta lungo quel pozzo. Lo spettacolo stava giungendo al termine: Matilde del Fioretto, in piedi sul pontile poco sotto di loro, lanciava sguardi di trionfo a lui e ai suoi malcapitati compagni di sventura stipati in gabbia. Dietro a lei si ergeva su tre piedi l'ampia coppa metallica del braciere le cui fiamme guizzanti rendevano l'orrido ambiente intorno a loro pervaso da fantasmagorici serpenti di luce color zaffiro. Ancora più indietro, simili a statue d'ebano, i dieci cavalieri neri vegliavano sulla loro signora come sacerdoti di una dea pagana.

    Angelo si voltò verso i suoi compagni; era giunto il momento di accomiatarsi dalla vita abbracciando per l'ultima volta la sua donna, ma il senso di colpa lo tratteneva: Silvana sarebbe morta per colpa sua. Se lui non si fosse imbarcato in quella insensata impresa, lei non avrebbe tentato di salvarlo e si sarebbero sposati entro un paio d'anni, seppure sotto la tirannia di Cesare Borgia. Ma Silvana ruppe il silenzio togliendogli quel pesante fardello.

    ”Angelo, ascoltami bene: sono felice e orgogliosa di trovarmi qui al tuo fianco e se nascessi un'altra volta farei lo stesso. Salvando Ferruccio ti sei comportato da autentico cavaliere. Ai miei occhi sei un vero eroe...”

    Se la frase fosse finita lì, Angelo sarebbe morto felice. Invece la fanciulla proseguì.

    ”...e io non sono degna di uno della tua grandezza. Perdonami, ma non saresti mai stato l'uomo per me. Non ti merito e in queste poche ore ho capito chi amo veramente. Se tu sei invero il cavaliere che si nasconde dietro i tuoi capelli rossi, vorrai accettare che io ora mi dichiari a chi voglio bene.”

    Tacque e si gettò nelle braccia di Francesco.


    ”Falerno!” esclamò il capitano di ventura Alvino dei Giannoni odorando l'aroma che pareva esalare dal calice quasi immergendovi dentro il pronunciato naso che avrebbe fatto invidia a Ovidio e con la stessa eleganza dell'antico tribuno romano del quale egli vantava di discendere, osservò :”il nettare degli dèi dei miei antenati!”

    L'automa che aveva appena servito il vino si girò e, sferragliando e ticchettando, si diresse verso il secondo partecipante la riunione, il condottiero Giorgio del Ambrosi, il quale invece rifiutò educatamente. Il servo meccanico sordo e cieco, mosso soltanto da un'anima di molle e ruote dentate, riempì ugualmente il calice, provocando la risata dell'altro vicino di tavolo, il capitano di marina Jacopo Passerin, che invece fece finta di invitare l'uomo di metallo all'atto che il congegno avrebbe compiuto egualmente, concludendo infine con un ”grazie, Musoditolla”, prima di deglutire metà recipiente e infine alzarlo in un brindisi.

    ”Alla salute del progresso che darà vittoria a Venezia!”

    L'ammiraglio Ferrante Arturo Maniero osservava la scena che si svolgeva davanti ai suoi occhi tenendo per sè le proprie impressioni. Era divertente vedere due aristocratici condottieri terraioli quali erano Giannoni e Ambrosi fianco a fianco a quel mezzo pirata di Passerin originario dei quartieri malfamati della zona di San Nicolò: un veneziano anfibio purosangue come lui stesso, associato a una coppia di forestieri che il destino aveva mandato lì da quei di Roma e Milano. Il destino. Oppure un piano ben congegnato, da una persona che lui conosceva molto bene e le cui intenzioni, seppure spesso imperscrutabili, erano sempre state dettate dall'amore per la Patria comune sua e di Passerin.

    La cabina di comando del Ruggito dei mari sembrava la copia di una sala del palazzo dogale.

    Dalle finestre a ogiva ben decorate e intarsiate si scorgeva il resto della flotta. L'enorme testa di leone, che ornava la prua della nave più vicina a poche decine di piedi dal Ruggito, oscurò per un attimo il sole, proiettando l'ombra del profilo del re della foresta contro il quadro che ritraeva l'antico doge Enrico Dandolo appeso a una parete.

    ..'sto capoccione...” commentò Giannoni come impressionato da tutta quella grandiosità che lo circondava e alla quale non sembrava ancora essersi abituato, nonostante facesse parte di quella spedizione da almeno un mese.

    L'ammiraglio Ferrante Arturo de' Monti Maniero era un uomo d'iniziativa per quanto riguardava tattica e strategia oltre ad essere una personalità aperta a ogni nuova idea che potesse ampliare l'orizzonte dell'arte della guerra. In compenso era un uomo ligio agli ordini e mai avrebbe, seppure in nome di una situazione che richiedesse l'intervento della sua mente creativa, disubbidito a una direttiva datagli da un superiore. Meno che meno la sua lealtà verso Venezia sarebbe stata messa in dubbio. Maniero era figlio della città lagunare e poteva vantarne le sue radici ancora prima dell'afflusso dei profughi dalla terraferma che si erano rifugiati in quelle isole all'apparire delle orde di Attila nelle terre venete. Lui era un marinaio di Venezia fedele alla città e a chi ne avrebbe tenuto le sorti. Non si sarebbe mai chiesto per quale doge o quale Senato combattere, Maniero avrebbe guidato le sue truppe in nome del Leone di san Marco o di qualsiasi vessillo rappresentasse la sua città.

    Maniero era consapevole che l'operazione segreta, che gli era stata affidata, era poco ortodossa. Ma una azione del genere non era un precedente nuovo nella storia di Venezia. Tre secoli addietro, l'uomo ritratto in quel quadro messo in ombra poco prima dalla prua della nave, il doge Enrico Dandolo, aveva usato, sfruttato, e manipolato un'armata di crociati, i quali, con la nobile intenzione di liberare per l'ennesima volta la Terrasanta sbarcandovi a bordo delle navi della Serenissima, per pagarne il noleggio erano finiti invece a conquistare Costantinopoli. Grazie a quegli involontari mercenari, Venezia aveva ridotto l' Impero di Bisanzio a uno stato fantoccio satellite della Repubblica il cui veri padroni erano il doge Dandolo e i mercanti della città lagunare.

    E ora l'Accademia Patavina e chi ne teneva le redini stavano usando macchine segrete per finti miracoli e profezie, che avrebbero di nuovo in nome di Dio dato lustro e grandezza alla sua città. Ed era l'Accademia che l'aveva ingaggiato in nome della Serenissima fornendogli la squadra navale e dandogliene il comando supremo.

    Solo la lealtà verso Venezia superava quella verso l'uomo che lui immaginava stesse dietro a quel piano: il suo vecchio commilitone Ferruccio da Padova, a fianco del quale aveva affrontato la morte in innumerevoli battaglie e che una volta gli aveva salvato la vita. Maniero doveva molto a Ferruccio. Oltre la pellaccia, anche l'onore di trovarsi a comandare quell'insolita flottiglia.

    Aveva passato giorni e giorni a cercare di indovinare dove e quando avrebbe attaccato e soprattutto chi sarebbe stato il nemico. L'ordine e i piani di battaglia sarebbero arrivati in volo lanciati da un ornitottero che, come un grosso gabbiano, sarebbe di nuovo volato verso l'azzurro orizzonte da cui era apparso.

    Se ci si fosse soltanto basati sul numero delle navi, la flotta di Maniero sarebbe stata un ben misero contributo per la Serenissima. Ma attraverso la finestra egli poteva ammirare l'imponente sfilata di tre delle sette navi al suo comando che le ruote a pale spingevano avanti tagliando le onde come coltelli: enormi mostri lunghi mille piedi veneti, dieci volte il Bucintoro, la galea del Doge, progettati dall'Accademia e fabbricati nei cantieri segreti di Trani. Senza gli ornamenti aggiunti dopo, quei sette prototipi della rivoluzione della guerra navale sarebbero stati alquanto brutti: piatti e larghi, al momento del varo assomigliavano a una versione gigante delle chiatte dagli artigiani che solcavano il Canal Grande. Ma la filosofia estetica dell'Accademia non poteva permettere che Venezia vincesse le sue future battaglie con navi più simili a gigantesche ciabatte che a vascelli da guerra.

    Per questo la prua era stata ornata di una enorme testa di leone dorata e la poppa di una coda che si arrotolava a viticcio. Dalla finestra Maniero ammirò ancora una volta quelle meraviglie che sembravano enormi navi vichinghe senza albero con il leone a posto del drago e il collo più tozzo e corto.La pale delle ruote, poi, girando, sembravano braccia o pinne; parevano quasi creature vive. Per quelle navi il termine nuotare sarebbe stato molto più appropriato di quello di navigare. Per questa ragione ormai ogni carpentiere che l'aveva costruita e ogni marinaio ai suoi ordini aveva battezzato quell'orgoglioso nuovo tipo di nave, leone marino.

    L'ammiraglia, il Ruggito dei mari, era tecnicamente una corazzata. Aveva una fiancata di legno spessa due piedi veneti e questa era rinforzata da borchie d'acciaio. Nessun cannone nemico l'avrebbe scalfita, e ogni natante avversario avrebbe potuto aspettarsi il peggio perché il Ruggito era dotato di un nuovissimo sistema di cannoni montati su ruote orizzontali le quali girando avrebbe permesso di far fuoco a ripetizione.

    Una fortezza galleggiante di quelle dimensioni, quand' anche fornita di enormi vele o spinta da mille rematori disposti a spaccarsi la schiena, sarebbe stata più lenta di una chiatta ed impossibile da manovrare.

    Invece le venti ruote a pale, dieci a babordo e altrettante a tribordo, che spingevano avanti i leoni marini azionate da ingranaggi messi in moto da sbuffanti architroniti, secondo la combinazione Martini - da Vinci – Manesi, una triade di geniali cervelli, permettevano a quei titani delle onde di superare in velocità e manovrabilità anche la più spedita galea. Oltre ai timoni, infatti, si poteva contare anche sul fatto che frenando parzialmente o totalmente le pale delle ruote di un fianco, la nave avrebbe potuto voltarsi, girare e zigzagare meglio di un delfino.

    Le sei navi gemelle, che scortavano l'ammiraglia in quella zona lontana da ogni costa, erano state sguarnite delle micidiali artiglierie per far posto ad altre non meno poderose macchine da guerra. Su tre di esse erano stati caricati venti submarem ciascuna, i quali, non appena il momento fosse giunto, sarebbero stati stipati di soldati e automini al comando di quel corsaro di Jacopo e avrebbero attaccato senza preavviso una città, lui non sapeva ancora quale. Navigando a mo' di squali sarebbero emersi dai fondali marini, e i difensori, già presi dallo sgomento per quegli inusitati natanti che essi avrebbero scambiato per mostri marini, sarebbero ulteriormente stati atterrati dalle avanguardie degli uomini meccanici.

    Invulnerabili alle spade, questi potevano essere abbattuti soltanto dai cannoni o da almeno quattro o cinque dardi di balestre o palle di archibugio. Ogni tiratore però che, consapevole di aver fatto centro, avesse visto quegli armati continuare il loro cammino, li avrebbe creduti invulnerabili e sarebbe fuggito terrorizzato. Qualora fosse stato abbattuto, l'automo avrebbe fatto scattare il meccanismo attivante la bomba che si portava addosso, la quale esplodendo avrebbe non soltanto provocato ulteriore sgomento nei soldati avversari, ma anche mandato in mille pezzi il congegno, il cui segreto sarebbe quindi stato conservato. L'assalto dei fanti del Passerin, più brutali di corsari e mascherati con teschi, avrebbe fatto il resto. Dio avesse pietà dei nemici, chiunque fossero. Dalle altre tre navi da trasporto, invece, si ergevano le spirali di ben dieci aeroviti per ognuna di esse: viste da lontano sembravano carri carichi di trivelle con la punta all'insù.

    Su ciascuna macchina volante erano già stati montati tre carri corazzati del nuovo tipo spinto da architroniti. Quei mostri avrebbero attaccato un paio di città sotto il comando di Ambrosi e Giannoni dopo essere stati trasportati in volo. Maniero dedusse che, mentre i submarem invadevano una città costiera, le aeroviti avrebbero attaccato nell'entroterra.

    Maniero iniziò:

    ”Signori, ci siamo. Oggi, in qualche parte del mondo un condottiero verrà ucciso. Da domani l'attesa che ci ha costretti in ozio finirà. La notizia dell'assassinio arriverà volando sulle ali del progresso. E finalmente sapremo quali saranno i nostri obbiettivi.

    ”Dio voglia che mi sia riservato l'onore di attaccare la mia vecchia cara Milano e di cacciare via quei cani di Francesi. Mi basterà vedere quei Galli darsela a gambe davanti ai nostri carri e potrei morire contento il giorno dopo.” disse deciso Ambrosi.

    Oh oh, sentite sentite” ribattè Giannoni ” soltanto pochi giorni fa vi vantavate di discendere dagli antichi Galli Insubri che abitavano quel villaggetto che i miei antenati, dopo avervi latinizzato a suon di gladii e testudines, trasformarono nella gloriosa Mediolanum.

    Ambrosi accettò con piacere l'amichevole scherno rispondendo:

    ”Certo, certo, ironia del fato che per un corto periodo Milano fu capitale dell'Impero di Roma...”

    ”Laddove Roma non ebbe mai l'onore di essere capitale dell'Impero... Milanese ”fu la pronta risposta di Giannoni.

    ”Da dove ci troviamo ora, entro una settimana di navigazione saremo in grado di colpire qualsiasi punto della penisola, o il Sud della Francia o... persino... Costantinopoli.

    Giannoni dopo un ulteriore sorso di Falerno proferì: ”Anch'io ho un sogno come Ambrosi. Che i miei antichi dèi mi lascino l'onore di conquistare la vecchia capitale dell'Impero d'Oriente. Ma di morire il giorno dopo non mi sogno neppure. Un bel bagno in qualche antica terme, una boccata della stessa aria di Costantino mentre schernisci i prigionieri turchi umiliati e spaventati dalle moderne testudines romane, un sorso di vino greco alla salute della Dea Vittoria basteranno.”

    Tacque per un attimo, alzò lo sguardo verso il vecchio doge Dandolo che a suo tempo era riuscito in quell'impresa trasformando Bisanzio nell'Impero Latino d'Oriente, quasi per averne un tacito consenso. Infine sentenziò: ”Una cosa sia ben chiara: sebbene ne io né Ambrosi siamo sudditi veneziani, siamo stati scelti per la nostra lealtà professionale. Venezia ci paga e fino allo scadere del nostro contratto siamo pronti a batterci per il Leone di San Marco.”

    ”Caro Giannoni,” aggiunse Ambrosi ”per quella data saremo tutti quanti sudditi di un'unico stato. Per quanto mi riguarda sarò ben lieto di rinnovare il contatto per salvaguardare la Pax Venetiana prossima ventura. Alla faccia di Francia e Spagna.”

    Enrico Dandolo incorniciato sembrò quasi piegare la bocca in un sorriso.









    continua alla prossima puntata...



    Per la precedente puntata de Le ali del Leone clicca qui.

    home