Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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Le ali del Leone - 14

  • Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak. Questa è la quattordicesima puntata della sua ucronia-steampunk. Divertitevi a leggerla!



  • LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 14


    Il dramma che si stava svolgendo davanti ai suoi occhi risvegliò in Dieci ricordi che lui credeva sepolti per sempre. Non devo lasciarmi coinvolgere, continuò a ripetere a sé stesso: quel genere di cose apparteneva alla vita che egli si era lasciato dietro, ma i sentimenti stavano per prendere il sopravvento.
    Vide la disperazione dipinta nel viso di Angelo, lo sentì gridare soltanto un ”no!” che esprimeva in una sillaba tutto quello che un uomo nella sua situazione poteva provare.

    L'immagine di sé stesso anni prima mentre urlava un identico no gli ritornò viva in mente.

    Quel giorno, il Dio a cui aveva creduto fino ad allora doveva aver interferito in qualche modo per facilitare il misfatto.

    La battuta di caccia organizzata da mesi si era svolta durante una splendida giornata di primavera. I fiori sembravano più variopinti del solito, il canto degli uccelli più gradevole, la brezza più inebriante. La fortuna era stata propizia a tutti. Lui stesso portava, riverso sulla groppa del suo destriero, il cadavere del cervo più maestoso in cui si fosse mai imbattuto negli ultimi anni. La sua freccia era andata a segno al primo tentativo. Ebbro del successo era tornato ai padiglioni per mostrare la sua preda alla sposa. Ma aveva trovato la tenda vuota. Pensando che lei avesse fatto una passeggiata per godersi quella stupenda giornata, lui ne aveva seguito le tracce nell'erba fino a trovarla. In compagnia di un conte di quei paraggi. La radura puntellata di margherite aveva fatto da scenario alla nudità dei due amanti, il canto delle cicale da sottofondo ai sospiri di piacere carnale.

    L'urlo continuava a rintronargli nella testa
    . Sembrò durare all'infinito. Era lui che gridava?

    Si accorse che la sua bocca stringeva i denti ma rimaneva muta. Erano le sue orecchie a sentire la voce. Quel lamento parve venire ripetuto più volte. Venne infine il silenzio, le immagini del bosco sparirono e Dieci ritornò alla realtà. Sudava.

    Nel pozzo, al di là delle sbarre della gabbia, all'urlo di gelosia era seguita la reazione fisica. Dieci vide il villico gettarsi su Francesco, prenderlo per la collottola e sferrargli un pugno che poteva essere il preludio a una serie di percosse. Dieci però dubitava che Angelo, disarmato e con il tempo della propria vita che volgeva al termine, sarebbe riuscito a lavare l'onta nel sangue.Il ricordo lo prese di nuovo e lo riportò coi pensieri in quel bosco, anni prima.

    I sospiri di piacere si erano mutati in grida di terrore, le margherite si erano tinte di rosso, il suo arco aveva scoccato una freccia dopo l'altra e lui aveva seguitato fino a che si era ritrovato la faretra vuota. La radura si era riempita di gente soltando dopo che lui era riuscito a lavare l'onta. Non aveva opposto resistenza allorché le guardie del corpo del nobile che gli aveva sporcato l'onore lo avevano arrestato.

    Tornato di nuovo alla realtà, disse a sé stesso che lui, pur nella sventura, era stato fortunato: il disgraziato giovane sarebbe invece perito con la macchia del disonore.

    Non hai avuto fortuna, fanciullo: sei stato travolto dagli avvenimenti e dalla sventura. Oltretutto il destino ti ha reso nemico della mia causa. Morte ti liberi dalle sofferenze del cuore e buona sorte ti sia propizia nella prossima vita, pensò mestamente il decurione.

    Dieci vide di nuovo Angelo alzare il pugno chiuso pronto a colpire ancora una volta il viso del rivale, allorché l'eco della voce di Loretta riempì la tetra umidità del pozzo.

    ”Fermati Angelo, non ne vale la pena!”


    Dieci trasalì di nuovo. Quelle parole, pensò, quasi le stesse che Matilde aveva pronunciato nella tetra cella del castello del defunto conte, allorché ella era entrata nella sua vita un attimo prima che si impiccasse con i propri abiti, convincendolo a desistere e dandogli una nuova possibilità in una nuova vita con una missione e una nuova religione. Nessuno avrebbe salvato quel giovane dalla morte.


    Quasi la voce della fanciulla avesse avuto la stessa forza di persuasione della Signora, Angelo parve esitare a percuotere di nuovo il fabbro. Il suo viso ora non esprimeva più ira, bensì tristezza.

    Come assomiglia a Matilde , pensò Dieci. Ferruccio sembrava avere il talento di scegliere bene le sue spie. In un attimo vide il miracolo operato dalla voce di quella vigorosa pulzella.

    Angelo si fermò e restò immobile.

    Francesco si massaggiò la mascella e alzò a sua volta il braccio pronto a colpire.

    Loretta lo prevenì, frapponendosi tra i due. Pose le braccia sulle spalle di Angelo e alzò la voce dicendo.


    ”Povero, goffo, rustico cavaliere. Non sprecare i pochi attimi che rimangono: dedicali a me che nonostante tutto, contro ogni comprensione e ogni regola del buon senso mi sono innamorata di te.”
    Dieci la vide abbracciare Angelo e cercare di baciarlo. Il giovane lasciò fare per un attimo, poi la respinse spingendola via in malo modo. Gli occhi della fanciulla si riempirono di lacrime che brillarono alla luce delle fiamme guizzanti dal braciere. Come sorpreso dall'inusitata disperazione della fanciulla, Angelo sembrò scusarsi:

    ”Loretta, non volevo, non...” ma non seppe aggiungere altro.

    La giovane sembrò invece riprendersi da quell'attimo di debolezza, e, ritrovata la propria baldanza, il braccio stringendo minacciosamente la mano in un pugno chiuso dalla gabbia che, sospesa sopra l'imminente morte liquida, era scesa fino a ritrovarsi un po' sopra il livello del pontile. Dieci poteva quasi toccare l'ira che emanava dalla voce di lei mentre gridava:

    ”Matilde del Fioretto, non ti sarà riservato il piacere di vederci morire. Preferisco crepare al buio.” Quella che sembrava una mantellina di tela pesante venne lanciata dalle sbarre della gabbia.Volò come un pipistrello proprio sopra la testa di Matilde finendo infine sulle fiamme del braciere, che, con uno sbuffo, vennero soffocate e spente. Nella tenebra appena calata si udì nuovamente la voce di Loretta.

    ”Addio Matilde, e che Dio aiuti Ferruccio a scampare le tue bombe velenose acciocché egli possa un giorno vendicarmi.”


    Matilde sentì ancora una volta divampare il fuoco che annunciava l'avvicinarsi di una crisi. Ahhh, pensò, ancora. Ogni volta era peggio. La crisi si impossessava di ogni fibra del suo corpo, la percuoteva asciandola stremata, come abbattuta da un fulmine. In quei momenti il bruciore interiore era tremendo. Riuscì a tenersi in piedi tremante cercando di ricomporsi,. ”Fermate l'argano! " , gridò. Meglio il buio, disse a sé stessa.
    I prigionieri non dovevano vedere la sua debolezza. Il dolore e il desiderio la percorrevano, a ondate, con violenza crescente. Morte, pensò, in quanti modi si può morire? Uno spasmo la lasciò senza fiato. Morte per fuoco, morte per acqua, recitò, come una giaculatoria.
    Morte per ferro, per aria, per neve. Morte per seppellimento prematuro. Per fame, per consunzione, per amore tradito, per dolore inconsolabile. Un suo ordine e prigionieri sarebbero tutti morti annegati. Per caduta, per smembramento, per paura. Non era sufficiente. Per tradimento, per veleno, per propria mano. Ogni volta ella doveva procurare morte in maniera più crudele. Queste morti non le avrebbero procurato il sollievo necessario.
    Fece scorrere il dolore mentre proseguiva la litanìa. Dolore? Del corpo, dell'anima? Rivide per un attimo Loretta respinta da Angelo. Una cascata invisibile d'acqua diede per per un attimo refrigerio al bruciore interno. Riprese ad agire razionalmente. Un pensiero le balenò per la testa. Si lasciò andare al piacere che le procurava l'idea.

    ”Fermate l'argano!” rimbombò la voce nel buio

    Santa Maria Vergine dei boschi, fa che sia vero, pensò Silvana, seguitando a pregare.

    Una scossa che le fece male alle ginocchia confermò che la gabbia aveva fermato la caduta. Forse non è giunto ancora il momento. Sembrava che la preghiera fosse stata ascoltata lassù.

    Siamo ancora vivi, si disse, siamo ancora vivi. Non posso crederci.Grazie Madonna benedetta. Non osò esprimere il pensiero ad alta voce per paura di spezzare l'incantesimo.
    Silvana guardò il buio. Lo fissò come si potesse fissare un'oggetto, una persona. Il buio è vero, e reale, pensò,il resto è soltanto un brutto sogno. Era stato troppo, troppo. Il suo mondo semplice fatto di boschi, larici ed abeti era stato sconvolto da cose più grandi di lei e oltre la sua comprensione. Nel corso normale delle cose i carri dovevano essere trainati da cavalli, muli, buoi, uomini, capre. Non potevano andare da soli. Le navi non potevano volare. A cavalcioni di affari a due ruote si cadeva, non si saltava veloci come stambecchi. Non era normale. A meno che non ci fosse di mezzo il Diavolo. Le ritornarono in mente le raccomandazioni di suor Giacomina. Tienti lontano da quell'Angelo. Diavolo dovrebbe essere il suo nome. Quello ti mette nei guai, povera fanciulla. Dammi retta.
    Poteva darle torto ora che ci pensava? Era colpa di lui se ora si trovava lì a un palmo dalla morte.

    Il manto impalpabile dell'oscurità sembrava ovattare le voci intorno a lei. Tastò il buio che aveva braccia forti da fabbro ferraio che la stringevano proteggendola invano da quell'incubo. La tenebra aveva bocche e parlava tutt'intorno. Voci sembravano volarle intorno come falene nella notte. Quelle di Loretta e Angelo oltre a quella di Matilde simile ad un basso mormorìo Cosa dicono? Non capisco. Non voleva capire. Si strinse al Francesco come evesse paura di perdere l'unico contatto con le cose normali. In un baleno le vennero in mente gli ultimi avvenimenti.
    Ricordava Angelo a cavallo di Grifo che al tramonto aveva guadato il torrente dandole l'ultimo saluto con un gesto delle mano. Aveva passato una notte in bianco. Il pomeriggio del giorno dopo, nella piazza, aveva visto il mulo del suo amato che lappava all'abbeveratoio per i cavalli. L'animale era tornato solo e senza sella : la cosa aveva accresciuto la sua preoccupazione.
    Dopo altre notti insonni e altrettanti giorni aspettando invano che il ragazzo si presentasse alla sua porta, aveva preso una decisione. Avrebbe sfidato fantasmi e draghi pur di trovare Angelo. Ma per un impresa del genere aveva bisogno di un forte compagno. Francesco non aveva rifiutato. Non si lasciava un amico solo tra i monti, aveva sentenziato il giovane. O forse era stato per lei che il fabbro si era incamminato per quei boschi?
    Erano partiti. Si erano alternati a cavalcare il mulo a pelo. Per tutto il cammino e durante il bivacco notturno, Francesco aveva ciarlato che non credeva alle fandonie dei draghi e dei morti che camminavano. Per incoraggare lei o sé stesso?

    Gli uomini erano in fondo tutti uguali e ora che si trovava sola con Francesco, sentendo i suoi baldi discorsi e il gergo che usava, aveva intuito che anche lui amava atteggiarsi a cavaliere. Il fabbro l'aveva convinta che entro poche ore si sarebbero imbattuti nell'incauto legnaiolo che, sicuramente disarcionato dal mulo, si era slogato la caviglia. L'avrebbero preso un po' in giro e la sera stessa si sarebbero fatti una bella bevuta all'osteria degli artigiani. Invece, si erano alla fine trovati davanti una palizzata. Silvana aveva improvvisamente visto l'espressione allarmata del fabbro. All'inizio anche lei aveva avuto paura di esser scoperta dai soldati di guardia a quel vallo. Erano tornati indietro, ma Francesco era inciampato in una fune e aveva lanciato un grido di sorpresa. Era bastato per risvegliare il fantasma di un guerriero morto, un'orrenda figura in armatura che agitava una scure e una spada e che aveva la faccia ridotta a un teschio.
    Francesco aveva urlato per il terrore, ma lei, che aveva gridato ancora più forte, non l'aveva giudicato un vigliacco: no, soltanto una persona di buon senso. In quel momento aveva pensato invece che fosse il suo amato Angelo ad appartenere agli incoscenti che scambiavano il coraggio con la pazzia.

    Allarmati dal grido, i soldati erano usciti dalla palizzata, per nulla atterriti dallo spettro. Silvana e Francesco non avevano opposto resistenza non appena erano stati arrestati. Tutto era meglio che trovarsi in balia di fantasmi. Quegli armati parlavano un dialetto forestiero, ma comprensibile. Veneziani, forse, ma, e solo quello contava, vivi e in carne ed ossa. Erano stati legati, ma la paura di vedere di nuovo il fantasma le aveva fatto accettare tutto. Gli armigeri non erano affatto stati gentili e con spintoni e calci li avevano condotti all'interno della palizzata. Le centinaia di persone che formicolavano tra le vie della città che sorgeva all'interno di questa erano all'apparenza industriosi artigiani e operai, ma le case sembravano più adatte, se non a signori, almeno al popolo grasso, i ceti arricchiti. La meraviglia si era di nuovo trasformata in sgomento allorché un carro li aveva sorpassati. Ai fantasmi era forse preparata, ma a carri che andavano da soli proprio no. Il suo compagno, invece, aveva abbassato la testa riuscendo a curiosare sotto il veicolo, prima che un armigero gliela tirasse di nuovo su per i capelli. Francesco l'aveva all'improvviso fissata, con uno sguardo eccitato come se un particolare appena sfuggitogli gli fosse ritornato in mente.
    Il fantasma di prima indossava un'armatura nuova di zecca, una di quelle forgiate da me! Gli spiriti di questi paraggi si trattano bene. Sotto quel carro ho invece visto un sistema di ruote dentate e una delle molle che io ho reso sottili e flessibili a colpi di maglio. Forse il tuo Angelo ha ragione. Fantasmi e draghi non c'entrano per niente qui.”
    Se non avesse avuto le mani legate, Silvana si sarebbe fatta il segno della croce. Come Angelo, anche Francesco stava perdendo il senno. Ma non appena ella aveva udito un bubbolìo proveniente da dietro gli alberi diventare sempre più forte fino a uscirne sotto forma di un mostro volante che subito dopo era passato sopra le loro teste, Silvana aveva rivisto il lampo di terrore negli occhi del suo amico. Cosa strana, si era sentita di nuovo in buone mani. Francesco non era ancora impazzito.
    Aveva mormorato un' Ave Maria sommessa mentre con la coda dell'occhio aveva cercato di dare forma e logica a una nave che si librava nei cieli emettendo sbuffi di fumo e provocando un rumore sordo e cupo come una gigantesca tenda agitata del vento. O era un drago, o Lucifero in persona.
    Francesco aveva cercato di tranquillizzarla.
    Non era un essere vivente. Sbuffava come una fucina e faceva un fracasso come di un mulino a vento, con pale e ingranaggi. Sembrerebbe più una macchina fantastica come quel carro, che qualcosa di demoniaco.”
    Invece aveva ottenuto il risultato di spaventarla ancora di più. Macchine. Accidenti agli uomini e soprattutto agli artigiani, aveva pensato. Solo perchè sapevano metter su quattro assi o un po' di ferraglia credevano che le macchine potessero andarsene a passeggio da sole come cani o addirittura farsi un voletto, come uccelli. Ma dove aveva il cervello Francesco? Quell'affare sarà stato grande come una delle case a tre piani dei ricconi che abitavano la parte alta del borgo. Un colosso del genere non poteva volare, a meno che forze magiche o diaboliche non lo tirassero su, le stesse che spingevano il carro.
    Erano stati alla fine condotti fino a una piazza dominata da un palazzo ancora più lussuoso della nuova dimora del Conte Ginami.
    Avevano varcato la porta e si erano trovati immersi in una meraviglia colorata di muri dipinti.
    Molti affreschi raffiguravano Maria Vergine, gli Apostoli, Gesù e altri Santi.

    "Non mi inganni, Lucifero. La tua luce non mi abbaglia ”aveva pensato Silvana nonostante abbacinata dal lusso che la circondava. Aveva infine intonato una Salve Regina convinta che quello sarebbe stato lo scudo che l'avrebbe protetta da qualunque demonio e che l'avrebbe resa immune alle angherie dei soldati servi di Satana e che alla fine avrebbe trovato il modo di tirarli fuori dai guai.

    Ma quello era stato soltanto l'inizio. Fatti entrare in una stanza che sembrava una chiesa, erano stati spinti al cospetto di una donna che troneggiava, seduta presso una parete ornata da un quadro che ritraeva un uomo, probabilmente un papa. La donna era giovane, doveva avere pressappoco la sua età, ma vestiva come una delle dame che frequentavano il Palazzo Ginami o il Castello. I gioielli che le ornavano le braccia tintinnavano come campanelle Uno scialle variopinto le copriva il collo, dando colore alla sua pallida bellezza. Ma la fanciulla non era soltanto una signorina altezzosa. Doveva essere una specie di autorità, visto che quei soldatacci si lasciavano dirigere ogni volta che lei dava qualche ordine.
    I guai cominciano adesso si era detta Silvana. Francesco era rimasto fermo e non aveva osato aprir bocca, dimostrando ancora una volta di avere buon senso.

    ”Chiamatemi monna Agnese.” aveva iniziato la ragazza” e aveva proseguito dicendo di rappresentare Matilde del Fioretto in sua assenza. Aveva nominato un certo Ferruccio da Padova, un traditore, quasi presumendo che costui fosse stato uno di loro conoscenza e infine, dopo una lista di cose e nomi a lei conosciuti, aveva finalmente detto qualcosa di interessante e che aveva confermato che forse loro si erano messi sulla strada giusta.

    Al cospetto di monna Agnese, Francesco era rimasto fermo e non aveva osato aprir bocca, dimostrando ancora una volta di avere buon senso. La giovane aveva proseguito.
    "...sappiate che il vostro complice dai capelli rossi, colto in flagrante, ha già confessato la connivenza con Ferruccio ed è già in volo verso un luogo segreto.”
    In volo? Che cosa state dicendo?” si era ritrovata a dire,
    L'hanno costretto a salire su quell'oggetto infernale aveva pensato atterrita. Aveva infine continuato.
    "Che gli avete fatto? Angelo non ha mai conosciuto questo Ferruccio, un traditore. Angelo è un fedele...”
    Agnese le aveva sferrato uno schiaffo.
    "Sono io a fare le domande qui.”

    Se non fossi immobilizzata ti darei un bel colorito a quella faccia color neve a suon di ceffoni, monna delle mie scarpe, aveva pensato stringendo i denti.

    "Angelo, dici?” aveva proseguito Agnese. ”quel bellimbusto si era presentato sotto falso nome. Santo. Deduco che anche voi lavoriate per Ferruccio. Povero vecchio, si sta circondando da dilettanti. Mi è stato estremamente facile smascherare il vostro Angelo e voi vi...”< /BR> Avevano bussato alla porta. Due guardie avevano condotto all'interno della stanza una giovane popolana dai folti capelli castani.
    Loretta Manesi era entrata nella vita di Silvana.
    Come un miracolo evocato dalla Salve Regina di poco prima, la giovane donna aveva invero mostrato di avere il potere di mutare le persone e rivoltare le situazioni. Dall'attimo in cui ella aveva varcato la porta, le cose non erano mai più state le stesse.

    Era stata infatti Loretta, pochi attimi dopo, a colorare di rosso il volto di Agnese. Niente ceffoni, bensì un nodo scorsoio intorno al collo che l'aveva resa cianotica e, meglio di tutto, docile alla sua volontà. Un paio di parole e quella furia dai boccoli color castagna a veva in pochi attimi tratto in inganno Agnese, e l'arrogante autoritaria fanciulla, da aguzzina era stata ridotta a prigioniera.

    Hai paura adesso, monna Agnese, aveva pensato lei con piacere vedendola ora tremare tanto da far suonare a festa i gioielli.

    Non le era sembrato vero che loro fossero riusciti a uscire da quel palazzo, liberi e di nuovo sulla strada per ritrovare Angelo.

    Nonostante si fossero trovati in una piazza piena di gente ostile, Silvana non aveva più avuto paura, quasi la presenza di Loretta l'avesse resa invulnerabile. La cosa doveva avere avuto lo stesso effetto su Francesco. Come lei, il fabbro aveva recitato la parte spacciandosi per emissario. Silvana si era accorta che in presenza di Loretta era stata capace di cose mai fatte prima. Adesso poteva capire come Gesù avesse trasformato dei pescatori in apostoli. Loretta aveva letteralmente rivoltato le cose. Agnese, per paura che le venisse tirato il collo come fosse stata una delle galline di comare Mariotta, non aveva opposto resistenza sfilando per la piazzetta assieme a loro.

    Ad ogni passo avevano corso il richio di venire scoperti, che la loro finta venisse svelata, che l'ostaggio si fosse messo a chiamare aiuto a discapito del cappio al collo. Invece dopo attimi che sembavano non dover mai finire erano arrivati ai limiti della cittadina, e si erano addentrati nel bosco, finalmente lontani da occhi ostili. Sani e salvi.

    Agnese ora sola in loro balìa e lontana dalla protezione dei suoi sgherri aveva pianto e supplicato. Loretta invece non aveva infierito sulla prigioniera, ma le era bastata qualche vaga minaccia per domarla. Il fatto di aver poi detto che a loro serviva viva l'aveva un po' tranquillizzata. Loretta aveva affidato a Francesco l'incarico di fare buona guardia affinché Agnese non scappasse, dopo che le era stato tolto dal collo delicato quel l'incomodo guinzaglio

    Per tutto il pomeriggio avevano seguito una traccia di colore biancastro che, stando a Loretta, quel Ferruccio aveva fatto cadere dall'aerovite ossia l'oggetto volante che li aveva sorvolati poche ore prima.

    ”L'avevo detto io che quella era una macchina” aveva detto Francesco, con un tono di compiacimento.

    Era infine calata la sera e loro si erano accampati. Loretta aveva già abbozzato un piano.

    Silvana avrebbe ricordato per sempre quella notte. I singhiozzi di Agnese al buio. Il rumore dei passi sicuri di Loretta che montava guardia e che sembrava poter vedere nell'oscurità come i gatti. E soprattutto l'ammirazione crescente per Francesco, la quale si stava piano piano trasformando in un altro sentimento, che fino allora aveva provato soltanto per Angelo.

    ricordi svanirono. Ma ora che la discesa verso la morte si era momentaneamente fermata, la paura di Silvana era di nuovo sparita. Merito di chi? Delle braccia protettive di Francesco, della presenza invisibile di Loretta? O delle proprie preghiere? Poco importava: quello che contava era che loro erano ancora vivi.





    continua alla prossima puntata...



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