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. Sembrò durare all'infinito.
Era lui che gridava?
Si
accorse che la sua bocca stringeva i denti ma rimaneva muta. Erano le
sue orecchie a sentire la voce.
Quel lamento parve venire ripetuto più volte. Venne infine il
silenzio, le immagini del bosco sparirono e Dieci ritornò alla
realtà. Sudava.
Nel
pozzo, al di là delle sbarre della gabbia, all'urlo di gelosia
era seguita la reazione fisica. Dieci vide il villico gettarsi su
Francesco, prenderlo per la collottola e sferrargli un pugno che
poteva essere il preludio a una serie di percosse. Dieci
però dubitava che Angelo, disarmato e con il tempo della
propria vita che volgeva al termine, sarebbe riuscito a lavare l'onta
nel sangue.Il ricordo lo prese di nuovo e lo riportò
coi pensieri in quel bosco, anni prima.
I
sospiri di piacere si erano mutati in grida di terrore, le
margherite si erano tinte di rosso, il suo arco aveva scoccato
una freccia dopo l'altra e lui aveva seguitato fino a che si era
ritrovato la faretra vuota. La radura si era riempita di gente
soltando dopo che lui era riuscito a lavare l'onta. Non aveva opposto
resistenza allorché le guardie del corpo del nobile che gli
aveva sporcato l'onore lo avevano arrestato.
Tornato di
nuovo alla realtà, disse a sé stesso che lui, pur nella
sventura, era stato fortunato: il disgraziato giovane sarebbe invece
perito con la macchia del disonore.
Non
hai avuto fortuna, fanciullo: sei stato travolto dagli avvenimenti e
dalla sventura. Oltretutto il destino ti ha reso nemico della mia
causa. Morte ti liberi dalle sofferenze del cuore e buona sorte ti
sia propizia nella prossima vita, pensò
mestamente il decurione.
Dieci vide di nuovo
Angelo alzare il pugno chiuso pronto a colpire ancora una volta il
viso del rivale, allorché l'eco della voce di Loretta riempì
la tetra umidità del pozzo.
”Fermati
Angelo, non ne vale la pena!”
Dieci
trasalì di nuovo. Quelle parole, pensò,
quasi le stesse che Matilde aveva pronunciato nella tetra cella del
castello del defunto conte, allorché ella era entrata nella
sua vita un attimo prima che si impiccasse con i propri abiti,
convincendolo a desistere e dandogli una nuova possibilità in
una nuova vita con una missione e una nuova religione. Nessuno
avrebbe salvato quel giovane dalla morte.
Quasi
la voce della fanciulla avesse avuto la stessa forza di persuasione
della Signora, Angelo parve esitare a
percuotere di nuovo il fabbro. Il suo viso ora non esprimeva più
ira, bensì tristezza.
Come assomiglia a
Matilde , pensò Dieci. Ferruccio sembrava avere il talento
di scegliere bene le sue spie. In un attimo vide il miracolo operato
dalla voce di quella vigorosa pulzella.
Angelo si fermò
e restò immobile.
Francesco si
massaggiò la mascella e alzò a sua volta il braccio
pronto a colpire.
Loretta lo prevenì,
frapponendosi tra i due. Pose le braccia sulle spalle di Angelo e
alzò la voce dicendo.
”Povero,
goffo, rustico cavaliere. Non sprecare i pochi attimi che rimangono:
dedicali a me che nonostante tutto, contro ogni comprensione e ogni
regola del buon senso mi sono innamorata di te.”
Dieci la vide
abbracciare Angelo e cercare di baciarlo. Il giovane lasciò
fare per un attimo, poi la respinse spingendola via in malo modo. Gli
occhi della fanciulla si riempirono di lacrime che brillarono alla
luce delle fiamme guizzanti dal braciere. Come sorpreso
dall'inusitata disperazione della fanciulla, Angelo sembrò
scusarsi:
”Loretta, non
volevo, non...” ma non seppe aggiungere altro.
La giovane sembrò
invece riprendersi da quell'attimo di debolezza, e, ritrovata la
propria baldanza,
il
braccio stringendo minacciosamente la mano in un pugno chiuso dalla
gabbia che, sospesa sopra l'imminente morte liquida, era scesa fino a
ritrovarsi un po' sopra il livello del pontile. Dieci poteva quasi
toccare l'ira che emanava dalla voce di lei mentre gridava:
”Matilde del
Fioretto, non ti sarà riservato il piacere di vederci morire.
Preferisco crepare al buio.” Quella che sembrava una mantellina
di tela pesante venne lanciata dalle sbarre della gabbia.Volò
come un pipistrello proprio sopra la testa di Matilde finendo infine
sulle fiamme del braciere, che, con uno sbuffo, vennero soffocate e
spente.
Nella tenebra appena calata si udì nuovamente la voce di
Loretta.
”Addio
Matilde, e che Dio aiuti Ferruccio a scampare le tue bombe velenose
acciocché egli possa un giorno vendicarmi.”
Matilde sentì
ancora una volta divampare il fuoco che annunciava l'avvicinarsi di
una crisi. Ahhh, pensò, ancora. Ogni volta era
peggio. La crisi si impossessava di ogni fibra del suo corpo, la
percuoteva asciandola
stremata, come abbattuta da un fulmine. In quei momenti
il bruciore interiore era tremendo. Riuscì a tenersi in piedi
tremante cercando di ricomporsi,. ”Fermate l'argano! "
, gridò. Meglio il buio, disse a sé stessa. I
prigionieri non dovevano vedere la sua debolezza. Il dolore e il
desiderio la percorrevano, a ondate, con violenza crescente. Morte,
pensò, in quanti modi si può morire? Uno spasmo
la lasciò senza fiato. Morte per fuoco, morte per acqua,
recitò, come una
giaculatoria.
Morte per ferro, per aria, per neve. Morte
per seppellimento prematuro. Per fame, per consunzione, per amore
tradito, per dolore inconsolabile. Un suo ordine e prigionieri
sarebbero tutti morti annegati. Per caduta, per smembramento, per
paura. Non era sufficiente. Per tradimento, per veleno, per
propria mano. Ogni volta ella doveva procurare morte in maniera
più crudele. Queste morti non le avrebbero procurato il
sollievo necessario.
Fece scorrere
il dolore mentre proseguiva la litanìa. Dolore? Del
corpo, dell'anima? Rivide per un attimo Loretta respinta da
Angelo. Una cascata invisibile d'acqua diede per per un attimo
refrigerio al bruciore interno. Riprese ad agire razionalmente. Un
pensiero le balenò per la testa. Si
lasciò andare al piacere che le procurava l'idea.
”Fermate
l'argano!” rimbombò la voce nel buio
Santa
Maria Vergine dei boschi, fa che sia vero,
pensò Silvana, seguitando a pregare.
Una scossa che le
fece male alle ginocchia confermò che la gabbia aveva fermato
la caduta. Forse non è giunto ancora il momento.
Sembrava che la preghiera fosse stata ascoltata lassù.
Siamo ancora
vivi, si disse, siamo
ancora vivi. Non posso crederci.Grazie Madonna benedetta. Non
osò esprimere il pensiero ad alta voce per paura di spezzare
l'incantesimo.
Silvana guardò il
buio. Lo fissò come si potesse fissare un'oggetto, una
persona. Il buio è vero, e reale, pensò,il
resto è soltanto un brutto sogno. Era stato troppo,
troppo. Il suo mondo semplice fatto di boschi, larici ed abeti era
stato sconvolto da cose più grandi di lei e oltre la sua
comprensione. Nel corso normale delle cose i carri dovevano essere
trainati da cavalli, muli, buoi, uomini, capre. Non potevano andare
da soli. Le navi non potevano volare. A cavalcioni di affari a due
ruote si cadeva, non si saltava veloci come stambecchi. Non era
normale. A meno che non ci fosse di mezzo il Diavolo. Le ritornarono
in mente le raccomandazioni di suor Giacomina. Tienti lontano da
quell'Angelo. Diavolo dovrebbe essere il suo nome. Quello ti mette
nei guai, povera fanciulla. Dammi retta.
Poteva darle torto
ora che ci pensava? Era colpa di lui se ora si trovava lì a un
palmo dalla morte.
Il
manto impalpabile dell'oscurità sembrava ovattare le voci
intorno a lei. Tastò il buio che aveva braccia forti da fabbro
ferraio che la stringevano proteggendola invano da quell'incubo. La
tenebra aveva bocche e parlava tutt'intorno. Voci sembravano volarle
intorno come falene nella notte. Quelle di Loretta e Angelo oltre
a quella di Matilde simile ad un basso mormorìo
Cosa
dicono? Non capisco. Non
voleva capire. Si strinse al Francesco come evesse paura di perdere
l'unico contatto con le cose normali. In un baleno le vennero in
mente gli ultimi avvenimenti. Ricordava Angelo a cavallo di Grifo
che al tramonto aveva guadato il torrente dandole l'ultimo saluto con
un gesto delle mano. Aveva passato una notte in bianco. Il pomeriggio
del giorno dopo, nella piazza, aveva visto il mulo del suo amato che
lappava all'abbeveratoio per i cavalli. L'animale era tornato solo e
senza sella : la cosa aveva accresciuto la sua preoccupazione.
Dopo
altre notti insonni e altrettanti giorni aspettando invano che il
ragazzo
si presentasse alla sua porta, aveva preso una decisione. Avrebbe
sfidato fantasmi e draghi pur di trovare Angelo. Ma per un impresa
del genere aveva bisogno di un forte compagno. Francesco non aveva
rifiutato. Non si lasciava un amico solo tra i monti, aveva
sentenziato il giovane. O forse era stato per lei che il fabbro si
era incamminato per quei boschi?
Erano partiti. Si erano
alternati a cavalcare il mulo a pelo. Per tutto il cammino e durante
il bivacco notturno, Francesco aveva ciarlato che non credeva alle
fandonie dei draghi e dei morti che camminavano. Per incoraggare lei
o sé stesso?
Gli uomini erano in
fondo tutti uguali e ora che si trovava sola con Francesco, sentendo
i suoi baldi discorsi e il gergo che usava, aveva intuito che anche
lui amava atteggiarsi a cavaliere. Il fabbro l'aveva convinta che
entro poche ore si sarebbero imbattuti nell'incauto legnaiolo che,
sicuramente disarcionato dal mulo, si era slogato la caviglia.
L'avrebbero preso un po' in giro e la sera stessa si sarebbero fatti
una bella bevuta all'osteria degli artigiani. Invece, si erano alla
fine trovati davanti una palizzata. Silvana aveva improvvisamente
visto l'espressione allarmata del fabbro. All'inizio anche lei aveva
avuto paura di esser scoperta dai soldati di guardia a quel vallo.
Erano tornati indietro, ma Francesco era inciampato in una fune e
aveva lanciato un grido di sorpresa. Era bastato per risvegliare il
fantasma di un guerriero morto, un'orrenda figura in armatura che
agitava una scure e una spada e che aveva la faccia ridotta a un
teschio.
Francesco aveva urlato per il terrore, ma lei, che
aveva gridato ancora più forte, non l'aveva giudicato un
vigliacco: no, soltanto una persona di buon senso. In quel momento
aveva pensato invece che fosse il suo amato Angelo ad appartenere
agli incoscenti che scambiavano il coraggio con la pazzia.
Allarmati
dal grido, i soldati erano usciti dalla palizzata, per nulla
atterriti dallo spettro. Silvana e Francesco non avevano opposto
resistenza non appena erano stati arrestati. Tutto era meglio che
trovarsi in balia di fantasmi. Quegli armati parlavano un dialetto
forestiero, ma comprensibile. Veneziani, forse, ma, e
solo quello contava,
vivi e in carne ed ossa. Erano stati legati, ma la paura di vedere di
nuovo il fantasma le aveva fatto accettare tutto. Gli armigeri non
erano affatto stati gentili e con spintoni e calci li avevano
condotti all'interno della palizzata. Le centinaia di persone che
formicolavano tra le vie della città che sorgeva all'interno
di questa erano all'apparenza industriosi artigiani e operai, ma le
case sembravano più adatte, se non a signori, almeno al popolo
grasso, i ceti arricchiti. La meraviglia si era di nuovo trasformata
in sgomento allorché un carro li aveva sorpassati. Ai fantasmi
era forse preparata, ma a carri che andavano da soli proprio no. Il
suo compagno, invece, aveva abbassato la testa riuscendo a curiosare
sotto il veicolo, prima che un armigero gliela tirasse di nuovo su
per i capelli. Francesco l'aveva all'improvviso fissata, con uno
sguardo eccitato come se un particolare appena sfuggitogli gli fosse
ritornato in mente.
Il
fantasma di prima indossava un'armatura nuova di zecca, una di quelle
forgiate da me! Gli spiriti di questi paraggi si trattano bene. Sotto
quel carro ho invece visto un sistema di ruote dentate e una delle
molle che io ho reso sottili e flessibili a colpi di maglio. Forse il
tuo Angelo ha ragione. Fantasmi e draghi non c'entrano per niente
qui.”
Se non avesse avuto le mani legate, Silvana si sarebbe
fatta il segno della croce. Come Angelo, anche Francesco stava
perdendo il senno. Ma non appena ella aveva udito un bubbolìo
proveniente da dietro gli alberi diventare sempre più forte
fino a uscirne sotto forma di un mostro volante che subito dopo era
passato sopra le loro teste, Silvana aveva rivisto il lampo di
terrore negli occhi del suo amico. Cosa strana, si era sentita di
nuovo in buone mani. Francesco non era ancora impazzito. Aveva
mormorato un'
Ave
Maria
sommessa mentre con la coda dell'occhio aveva cercato di dare forma e
logica a una nave che si librava nei cieli emettendo sbuffi di fumo e
provocando un rumore sordo e cupo come una gigantesca tenda agitata
del vento. O era un drago, o Lucifero in persona. Francesco aveva
cercato di tranquillizzarla.
Non
era un essere vivente. Sbuffava come una fucina e faceva un fracasso
come di un mulino a vento, con pale e ingranaggi. Sembrerebbe più
una macchina fantastica come quel carro, che qualcosa di
demoniaco.”
Invece aveva ottenuto il risultato di
spaventarla ancora di più. Macchine. Accidenti agli uomini e
soprattutto agli artigiani, aveva pensato. Solo perchè
sapevano metter su quattro assi o un po' di ferraglia credevano che
le macchine potessero andarsene a passeggio da sole come cani o
addirittura farsi un voletto, come uccelli. Ma dove aveva il cervello
Francesco? Quell'affare sarà stato grande come una delle case
a tre piani dei ricconi che abitavano la parte alta del borgo. Un
colosso del genere non poteva volare, a meno che forze magiche o
diaboliche non lo tirassero su, le stesse che spingevano il carro.
Erano stati alla fine condotti fino a una piazza dominata da un
palazzo ancora più lussuoso della nuova dimora del Conte
Ginami.
Avevano varcato la porta e si erano trovati immersi in una
meraviglia colorata di muri dipinti.
Molti affreschi
raffiguravano Maria Vergine, gli Apostoli, Gesù e altri Santi.
"Non
mi inganni, Lucifero. La tua luce non mi abbaglia
”aveva
pensato Silvana nonostante abbacinata dal lusso che la circondava.
Aveva infine intonato una
Salve
Regina
convinta che quello sarebbe stato lo scudo che l'avrebbe protetta da
qualunque demonio e che l'avrebbe resa immune alle angherie dei
soldati servi di Satana e che alla fine avrebbe trovato il modo di
tirarli fuori dai guai.
Ma
quello era stato soltanto l'inizio. Fatti entrare in una stanza che
sembrava una chiesa, erano stati spinti al cospetto di una donna che
troneggiava, seduta presso una parete ornata da un quadro che
ritraeva un uomo, probabilmente un papa. La donna era giovane, doveva
avere pressappoco la sua età, ma vestiva come una delle dame
che frequentavano il Palazzo Ginami o il Castello. I gioielli che le
ornavano le braccia tintinnavano come campanelle Uno scialle
variopinto le copriva il collo, dando colore alla sua pallida
bellezza. Ma la fanciulla non era soltanto una signorina altezzosa.
Doveva essere una specie di autorità, visto che quei
soldatacci si lasciavano dirigere ogni volta che lei dava qualche
ordine.
I
guai cominciano adesso
si era detta Silvana. Francesco era rimasto fermo e non aveva osato
aprir bocca, dimostrando ancora una volta di avere buon senso.
”Chiamatemi
monna Agnese.” aveva iniziato la ragazza” e aveva
proseguito dicendo di rappresentare
Matilde
del Fioretto in sua assenza. Aveva nominato un certo Ferruccio da
Padova, un traditore, quasi presumendo che costui fosse stato uno di
loro conoscenza e infine, dopo una lista di cose e nomi a lei
conosciuti, aveva finalmente detto qualcosa di interessante e che
aveva confermato che forse loro si erano messi sulla strada giusta.
Al
cospetto di monna Agnese, Francesco era rimasto fermo e non aveva
osato aprir bocca, dimostrando ancora una volta di avere buon senso.
La giovane aveva proseguito.
"...sappiate
che il vostro complice dai capelli rossi, colto in flagrante, ha già
confessato la connivenza con Ferruccio ed è già in volo
verso un luogo segreto.”
In
volo? Che cosa state dicendo?” si era ritrovata a dire,
L'hanno
costretto a salire su quell'oggetto infernale
aveva pensato atterrita. Aveva infine continuato.
"Che
gli avete fatto? Angelo non ha mai conosciuto questo Ferruccio, un
traditore. Angelo è un fedele...”
Agnese le aveva
sferrato uno schiaffo.
"Sono
io a fare le domande qui.”
Se
non fossi immobilizzata ti darei un bel colorito a quella faccia
color neve a suon di ceffoni, monna delle mie scarpe,
aveva pensato stringendo i denti.
"Angelo,
dici?” aveva proseguito Agnese. ”quel bellimbusto si era
presentato sotto falso nome. Santo. Deduco che anche voi lavoriate
per Ferruccio. Povero vecchio, si sta circondando da dilettanti. Mi è
stato estremamente facile smascherare il vostro Angelo e voi
vi...”<
/BR>
Avevano bussato alla porta. Due guardie avevano
condotto all'interno della stanza una giovane popolana dai folti
capelli castani.
Loretta
Manesi era entrata nella vita di Silvana. Come un miracolo evocato
dalla
Salve
Regina
di poco prima, la giovane donna aveva invero mostrato di avere il
potere di mutare le persone e rivoltare le situazioni. Dall'attimo in
cui ella aveva varcato la porta, le cose non erano mai più
state le stesse.
Era
stata infatti Loretta, pochi attimi dopo, a colorare di rosso il
volto di Agnese. Niente ceffoni, bensì un nodo scorsoio
intorno al collo che l'aveva resa cianotica e, meglio di tutto,
docile alla sua volontà. Un paio di parole e quella furia dai
boccoli color castagna a
veva
in pochi attimi tratto in inganno Agnese, e l'arrogante autoritaria
fanciulla, da aguzzina era stata ridotta a prigioniera.
Hai
paura adesso, monna Agnese,
aveva
pensato lei con piacere vedendola ora tremare tanto da far suonare a
festa i gioielli.
Non le era sembrato
vero che loro fossero riusciti a uscire da quel palazzo, liberi e di
nuovo sulla strada per ritrovare Angelo.
Nonostante si
fossero trovati in una piazza piena di gente ostile, Silvana non
aveva più avuto paura, quasi la presenza di Loretta l'avesse
resa invulnerabile. La cosa doveva avere avuto lo stesso effetto su
Francesco. Come lei, il fabbro aveva recitato la parte spacciandosi
per emissario. Silvana si era accorta che in presenza di Loretta era
stata capace di cose mai fatte prima. Adesso poteva capire come Gesù
avesse trasformato dei pescatori in apostoli. Loretta aveva
letteralmente rivoltato le cose. Agnese, per
paura
che le venisse tirato il collo come fosse stata una delle galline di
comare Mariotta, non aveva opposto resistenza sfilando per la
piazzetta assieme a loro.
Ad ogni passo
avevano corso il richio di venire scoperti, che la loro finta venisse
svelata, che l'ostaggio si fosse messo a chiamare aiuto a discapito
del cappio al collo. Invece dopo attimi che sembavano non dover mai
finire erano arrivati ai limiti della cittadina, e si erano
addentrati nel bosco, finalmente lontani da occhi ostili. Sani e
salvi.
Agnese ora sola in
loro balìa e lontana dalla protezione dei suoi sgherri
aveva
pianto e supplicato. Loretta invece non
aveva infierito sulla prigioniera, ma le era bastata qualche vaga
minaccia per domarla. Il fatto di aver poi detto che a loro serviva
viva l'aveva un po' tranquillizzata.
Loretta aveva
affidato a Francesco l'incarico di fare buona guardia affinché
Agnese non scappasse, dopo che le era stato tolto dal collo delicato
quel
l'incomodo
guinzaglio
Per tutto il
pomeriggio avevano seguito una traccia di colore biancastro che,
stando a Loretta, quel Ferruccio aveva fatto cadere dall'aerovite
ossia l'oggetto volante che li aveva sorvolati poche ore prima.
”L'avevo detto
io che quella era una macchina” aveva detto Francesco, con un
tono di compiacimento.
Era infine calata la
sera e loro si erano accampati.
Loretta
aveva già abbozzato un piano.
Silvana avrebbe
ricordato per sempre quella notte. I singhiozzi di Agnese al buio. Il
rumore dei passi sicuri di Loretta che montava guardia e che
sembrava poter vedere nell'oscurità come i gatti. E
soprattutto l'ammirazione crescente per Francesco, la quale si stava
piano piano trasformando in un altro sentimento, che fino allora
aveva provato soltanto per Angelo.
ricordi svanirono.
Ma ora che la discesa verso la morte si era momentaneamente fermata,
la paura di Silvana era di nuovo sparita. Merito di chi? Delle
braccia protettive di Francesco, della presenza invisibile di
Loretta? O delle proprie preghiere? Poco importava: quello che
contava era che loro erano ancora vivi.
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