home Macchine volanti e draghi: Le ali del leone - 15
Le ali del Leone - 15
Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca
e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse
rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da
bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak.
Questa è la quindicesima puntata della sua ucronia-steampunk. Divertitevi a leggerla!
LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 15
”Fermate l'argano!” tuonò il buio
con la voce di Matilde. Dieci si aspettò di udire il rumore
dei passi incerti della Signora e delle mani di lei in cerca
dell'acciarino. Contro ogni aspettativa, ella restò ferma.
Intuì che la sua Signora si era ripresa. Rabbrividì al
pensiero. Cosa avrebbe architettato Matilde? Solo la vendetta
crudele aveva potere curativo. Dieci non era mai riuscito ad
abituarsi a questo aspetto della sua personalità. Loretta,
innamorata di Angelo, era stata da lui respinta in punto di morte;
la nipote di Ferruccio, causa delle tribolazioni delle ultime
ore, stava ora soffrendo. Scacciò il pensiero, turbato.
Un attimo dopo terminò anche il cigolìo
della catena che si srotolava dalla carrucola, lasciando posto al
silenzio che quelle tenebre si meritavano.
Il pensiero si ripresentò, insistente.
La voce di Loretta turbò
l'effimera quiete.
”Matilde, so già cosa state rimuginando.
Non è certo per generosità che ora ci viene
risparmiata la vita. Volete usare me come esca per stanare
Ferruccio, vero? Ma vi avviso: io preferisco crepare, e al buio.
Prima che riusciate ad accendere di nuovo il braciere e le vostre
cornacchie in armatura mi prendano, sarò già morta.
Ho già in mano la mia sciarpa, me la sto mettendo al collo;
poi la farò passare tra le sbarre sopra di me e mi
impiccherò. A meno che non desistiate da questo ignobile
intento e mi lasciate affogare. Ferruccio sarebbe capace di cedere e
questo non lo posso permettere. Addio, facciamola
finita; non ho niente per cui vivere ormai.”
Dieci udì Angelo intervenire.
”No, pazza, fermati!”
”Non sarai certo tu a convincermi a desistere.
Proprio tu.”
”Sei più testarda di Grifo. Silvana!
Francesco! Aiutatemi! Tenetela!”
”Tieni giù le mani e lasciami al mio
destino!”
”Legatela, non deve riuscire a recarsi danno.”
”Ma...come...?”
”Silvana, fa a brandelli la tua sottana,
penserò io al resto. So fare nodi a occhi chiusi.”
Dieci udì rumore di abiti strappati.
”Lasciatemi morire! Lasciatemi in pace!”
”Niente da fare, vivrai. Non ti amo, ma non ti
voglio vedere morta.”
Dieci udì il rumore di una colluttazione.
Infine:
”Ecco fatto. Adesso non potrà procurarsi
alcun danno.”
”Maledetto, anche questo mi vuoi togliere!”
”Signora, l'abbiamo salvata. Siamo pronti a
consegnarvela se...”
”Era questo che volevi, sporco voltagabbana, mi
vuoi vendere a questa puttana.”
”Stai zitta, lo faccio anche per il tuo bene.”
”Ipocrita, stai cercando soltanto di salvare la
tua pellaccia.”
”Fatela tacere!”
Le proteste di Loretta vennero ridotte a un lamento
soffocato.
”Appena in tempo. Loretta è vostra. Ma
tutto ha un prezzo.”
Finalmente, la voce della Signora fece la sua entrata
invisibile in scena.
”Non sei in condizioni per trattare.”
”Davvero? Va bene, vorrà dire che la
libererò e lascerò che...”
”La tua sfacciataggine supera ogni limite. Non
dimenticare che basta un mio ordine e tu finisci a emulare i pesci
insieme agli altri.”
”Fate pure, così vi perdete l'esca per
prendere Ferruccio. Le mie richieste sono di modesta entità,
Signora. Pensateci: non ho niente da perdere. E voi molto da
guadagnare.”
”Cosa chiedi?”
”La salvezza delle nostre vite: la mia e
quelle di Loretta, Silvana e Francesco.”
”Ma guarda, il rustico cavaliere perora la causa degli amici che l'hanno tradito. Quale purezza d'animo. Mi sai dire
che cosa ne ottengo io?”
”Ferruccio. Se ci prendi al tuo servizio.”
”E chi mi dice che possa fidarmi di voi in
futuro?”
”Un montanaro sa mantenere la parola.”
”Vendendosi a me.”
”Che ci guadagnamo da morti?”
Dieci ebbe un moto di compatimento: immaginava già
che cosa avrebbe preteso lei in seguito, nonostante, al
momento, non potesse scoprirsi rischiando di perdere Loretta.
La morte della sua rivale, la nipote di Ferruccio,
indovinò, conoscendola bene, davanti agli occhi del nonno.
Così ella avrebbe lenito definitivamente il suo male. Povera
signora, schiava della brama di vendetta. Povero giovane,
che credeva di avere in pugno la situazione,
mentre stava facendo il gioco di lei.
”Devo pensarci,” insistè Matilde,
”lasciami ponderare. Al buio. Prima o poi conoscerai la mia
decisione. Dopo riaccenderò la fiamma”.
Passarono attimi interminabili tra gemiti, stridii di
ferro e tumulti. Loretta sembrava non voler cedere. La
si poteva udire nella sua disperazione: nonostante fosse sicuramente
immobilizzata, ella si dimenava scuotendo e facendo cigolare la
gabbia che sembrava dovesse squassarsi da un momento all'altro.
Quale paradosso
la vita, si trovò ad osservare il capodecurione. Molti
avrebbero lottato allo stesso modo disperato per salvare la pelle. Quella giovinetta invece, prigioniera della vita, si dibatteva
nel desiderio di morte. Loretta, dichiarando il proprio amore ad
Angelo e spegnendo la fiamma, si era giocata l'occasione di
scegliere come e quando perire, soprattutto in pace con se stessa.
Il responso di
Matilde arrivò scuotendolo da quei pensieri.
”E sia: tu,
Silvana e Francesco avrete salve le vite e verrete assunti al mio
servizio.Tra poco accenderò la fiamma. La gabbia verrà
calata sulla piattaforma e io vi libererò. Assieme torneremo
in superficie e ci involeremo con l'aerovite. Metteremo Loretta bene
in mostra e Ferruccio non resisterà alla tentazione di uscire
allo scoperto. Hai qualche richiesta in particolare? Se possibile ti
sarà concessa.”
”Silvana e
Francesco staranno al mio fianco. Loretta resterà sempre in
mano mia e vicina a me, come garanzia.”
”Vuoi dire
come ostaggio. Va bene, a patto che tu non neghi un modesto favore
che ti chiederò in seguito.
Decuria, non
appena avrò acceso il braciere, calerete la gabbia. Io
l'aprirò. Angelo, Francesco e Silvana si prenderanno cura di
Loretta.”
Passarono attimi
interminabili. Infine si udì un rumore di mani che
strisciavano contro il metallo del braciere, un tintinnìo e
in ultimo lo stridìo dell'acciarino.
Con un soffio, la fiamma si accese abbagliandolo.
La conosciuta figura incapucciata in tonaca bianca, alla luce delle
fiamme, fu la prima cosa che apparve alla sua vista.
Anche tutto il resto riprese ben presto forma agli
occhi del capodecuria. I suoi uomini, il pozzo e infine, appesa alla
catena, la gabbia.
Questa sembrava animata; il groviglio di braccia e
gambe che si agitavano al suo interno faceva pensare a un essere
unico, con tante teste. Si potevano distinguere la chioma rossa di
Angelo e i volti in ombra di Silvana e Francesco. Piano piano, Dieci mise a fuoco il tutto: i tre sembravano aver un gran
daffare a tenere ferma la furia scatenata che agitava i capelli
castani frustando con essi i loro volti. Una benda agli occhi e un
bavaglio tenevano aderente alla testa la chioma, la quale si apriva
di colpo sulle spalle, vagamente simile a un polipo che agitasse i
tentacoli.
La gabbia venne tirata sopra la piattaforma e
infine calata. Non appena a contatto con le assi di legno, essa
restò finalmente salda e il cigolìo cessò di
rintronare alle sue orecchie.
Dieci diede un ordine e la
Decuria, armi alla mano, circondò la gabbia.
Il chiavistello venne aperto.
Il primo a uscire dalla gabbia fu un Angelo
apparentemente diverso dallo spaurito montanaro che vi era entrato
poco prima. Il giovane aveva l'aria di un leone tenuto in
cattività per troppo tempo. Un'alone di sicurezza di sé
e di baldanza lo circondava. Sarebbe stato un alleato o un
avversario?
Francesco e
Silvana lo seguivano trascinando a forza il dono, la preziosa
merce di scambio che si dimenava, stretta tra legacci di stoffa che
le immobilizzavano mani e piedi. Le ciocche castane ondulate,
simili a serpenti che seguitavano a guizzare nell'aria, la facevano
apparire una Medusa infuriata. Angelo mise bene in mostra un cappio
stretto al collo dell'ostaggio che i capelli cascanti sul suo viso
avevano tenuto nascosto fino ad allora.
”Niente scherzi, oppure mi basta dare una
semplice tiratina e Loretta viene strangolata; anzi, basterebbe
mollarla un attimo e sarebbe lei stessa a strozzarsi da sola: brama
dalla voglia di farlo. Pensate: ho imparato da lei questo
trucchetto.”
Fece poi un cenno a Francesco e il fabbro prese in
braccio la prigioniera che seguitò a calciare a pie'
pari nell'aria, lanciando
lamenti soffocati e inarticolati da sotto i boccoli castani.
”È inutile che
cerchi di liberarti: non sono da meno di te nell'intrecciare nodi,
Loretta Manesi. Sono uno che scala monti.
Signora Matilde, ora che siamo venuti a un accordo,
possiamo proseguire.”
La testa incappucciata in
ombra si chinò nel tacito assenso che i potenti, ogni tanto,
concedono ai loro inferiori. Infine si incamminò verso
l'elevatore, seguita da tutti gli altri.
”Che bella linea,
quale leggiadra figura!”
”E quale prestanza, una
favola, un sogno...”
La solita tiritera,
pensava Dagoberto Tasin mentre guardava le schiene dei due giovani
che si sporgevano dalla torre nella loro quotidiana ammirazione
rivolta al cortile del castello.
Alla loro età,
quattordici anni, pensava il maturo armigero, lui soleva invece
sospirare coi coetanei dai balconi di Verona sognando qualche bella
tosa...
”Sarà un piacere
montarci sopra, Guerrino.”
”E infilarcisi
dentro, fratello.”
O a qualche bel destriero.
”Tra poche ore
potremo cavalcarli, Placido.”
Poveri giovani! Dagoberto
tenne per sé la compassione mentre ammirava, come ogni
mattino, dal torrione del castello di Novale il panorama che gli si
parava davanti. Ormai era troppo vecchio per guardare le forme di
fanciulle leggiadre. Ma lo specchio azzurro del Lago Sebino e i
monti circostanti, eternamente velati di una leggera bruma, valevano
bene il corpo di una ragazza.
Girò la testa:
tutt'intorno si vedeva lo stesso panorama. Monte Isola si chiamava
quel luogo, una gemma verde gettata da qualche gigante nel mezzo del
lago, una montagna che sbucava improvvisamente dalle acque. Il luogo
ideale per tener lontane da occhi indiscreti le meraviglie decantate
dai due fratelli.
”Baciateveli, ma
attenti, vi doleranno le labbra poi.” canzonò,
incamminandosi verso i due giovani.
Ed ecco di nuovo la solita
sensazione di veder doppio. I due fanciulli si voltarono quasi
all'unisono. Soltanto la cicatrice che deturpava il collo di Placido
lo distingueva da Guerrino; due volti scialbi e pallidi, che
sfatavano il mito dei romagnoli rubizzi, tutti vino e prosciutto.
Ma la luce che brillava
nei loro occhi non dava alcun dubbio: ciò che dava loro gioia
di vivere era là sotto, nel cortile del vecchio maniero.
Volle farli contenti.
”Spiegatemi un po' come funzionano gli oteri.”
”Falco e
Colombo?” risposero in coro i gemelli.
Chiaro, pensò
Dagoberto, dimentico sempre che hanno personificato e
persino dato un nome a quelle macchine.
D'altro canto, giustificò
poi, si battezzavano anche le navi. Meglio così che chiamare
quegli uccelli artificiali col vero nome appioppatogli dai
cervelloni dell'Accademia. Orindotteri o qualcosa del genere.
Ostrogoto impronunciabile. Lui li chiamava oteri
e basta.
Dagoberto si affacciò
e pose lo sguardo sulle forme ben note che ormai parevano fare parte
del castello, montati come enormi dardi su gigantesche baliste: ali
simili a quelle di pipistrelli o draghi, corpo di legno.
”Li vedi quei tubi,
Dagoberto?” spiegò con tono eccitato Guerrino, quasi stesse
descrivendo un'opera d'arte, ”da essi scaturisce il vapore che
spinge in avanti Falco e Colombo a velocità
vorticose. Bevono spesso acqua, visto che gli arcatroni, o
come diavolo si chiamano quei cannoni, ne hanno sempre bisogno. Ma
basta una planata in un lago, un fiume o nel mare e ... zaff,
ecco riempito il serbatoio e saziati i due ...oteri, così
li chiami vero?”
Due paia di occhi bruni
sembrarono illuminarsi ancora di più per il solo fatto che
quel vecchio corpulento soldato dall'aspetto paterno li aveva
ascoltati. Com'era semplice dare gioia alla gioventù.
La cicatrice che Placido
si sarebbe portata appresso per tutta la vita e quelle nascoste del
fratello erano stata una delle ragioni per cui i due gemelli di
Romagna avevano lasciato le loro terre per rifugiarsi nella
repubblica. Un tiranno aveva vessato le loro esistenze: Benvenuto
Casali, il loro padre, padrone di una compagnia di saltimbanchi che
a suon di fustigate li costringeva a rischiare la vita come
acrobati.
Signorri e signorre,
fanciulli e pulzelle, ammiratte i Zemelli Volanti...
Grazie tante messer
Casali, pensava con rabbia Dagoberto, immaginandosi quel porco la
cui figura era stata resa viva nella sua mente dalle descrizioni di
Guerrino e Placido.
Ora i Gemelli Volanti
erano liberi e si libravano molto più in alto dei trenta e
passa piedi dei pali innalzati nelle piazze. Guerrino e Placido
facevano spola tra Venezia, gli Spiazzi e il Monte Isola portando
dispacci. Ma quel giorno avrebbero recato un messaggio importante a
un destinatario in un posto ancora ignoto, e molto, ma molto più
lontano. Un inviato della Signora Matilde del Fioretto avrebbe fatto
arrivare il dispaccio entro poche ore, dopodiché i due
fratelli l'avrebbero preso in consegna e si
sarebbero involati sui loro draghi artificiali sfidando venti e
tempeste per mari o per monti, chissà. Tutto per assecondare
quella donna nella quale essi vedevano la madre che non avevano mai
conosciuto, morta allorché essi erano piccoli. Sapeva che
lei e il suo collaboratore, Ferruccio da Padova, usavano gli oteri o
le navi volanti per simulare profezie e bugie. Ma lui si rendeva
conto che il tutto accadeva per il bene di Venezia e non si poneva
domande.
Il vecchio armigero
guardò di nuovo i due fratelli. Poco più che bambini,
alle soglie della maturità, ma senza paura alcuna per le
altitudini. Si diceva che, di solito, i gemelli, quando sono
assieme, credono di essere immortali e indistruttibili come se
ciascuno fosse l'angelo custode dell'altro. Guerrino e Placido
sembravano confermare quella credenza: inseparabili in volo, sfidavano i cieli con un'audacia che rasentava l'incoscienza.
Guerrino era il messaggero e volava su Colombo, mentre
Placido a bordo di Falco gli proteggeva le spalle. Falco
era dotato di moschetti a ripetizione montati sotto le ali. Qualora
Guerrino avesse perso quota o fosse stato costretto a un atterraggio
di fortuna, Placido avrebbe tenuto lontato qualsiasi brigante o
soldato che avesse osato avvicinarsi al fratello.
Dagoberto sapeva che quel giorno i due gemelli, grazie alla loro missione, avrebbero contribuito al successo di una grande impresa.
continua alla prossima puntata...
Per la precedente puntata de Le ali del Leone clicca qui.