Le ali del leone_16 Le ali del Leone_16<a href="../../../Documents and Settings/giampi/Desktop/Le_Ali_puntata12.html"></a> Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
Google


   CHI SONO
   RECENSIONI
   ALLOSTORIA
   ARCHIVIO
   LETTURE
   LINKS
   CONTATTI
   IL BLOG

Le ali del Leone - 16

  • Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak. Questa è la quindicesima puntata della sua ucronia-steampunk. Divertitevi a leggerla!



  • LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 16


    L'automovile guidata da Dieci risaliva la lunga strada che portava fuori dal Buco, con i suoi passeggeri e la scorta a cavallo di sbuffanti destrieri meccanici.
    Al ritmo monotono degli ingranaggi a molle, egli godeva della prolungata vicinanza della Signora. Non gli era concesso guardarla in viso né toccarla, ma da tempo non aveva avuto la possibilità di averla vicina così a lungo, anche se mai a meno un paio di piedi da lui. Gli bastava.
    Dopo una lunga carrellata tra soffi di vapore, rumore di ingranaggi e lamenti soffocati, si ritrovarono fuori dall'uscita della grotta, sulla piattaforma di parcheggio.
    Non appena l'aerovite fu in vista, Dieci svoltò a sinistra. Avevano percorso circa un centinaio di piedi, quando la carica delle molle dell'automovile si esaurì e il veicolo si fermò. Tre Decurioni fermarono le autobiruote, scesero e si accinsero a girare le manopole di ricarica.
    Dieci imprecò alla volta di quel modello sorpassato, se confrontato con le nuovissime macchine ad architronito di cui lui e i suoi uomini erano dotati. Un prototipo di automovile a vapore era in fase di costruzione, ma per il momento gli unici veicoli di terra di quel tipo, oltre alle autobiruote, erano i carri corazzati. Come sempre, il progresso favoriva innanzitutto la guerra.
    La procedura di ricarica era appena iniziata, quando dalla barriera brumosa sbucarono una ventina di figure.
    Erano Guardiani, che simili a spettri si dirigevano verso il veicolo fermo. Tra i vari elmi argentati, che la nebbia sbiadiva in una monocromia bigia e incolore, quello dorato parve brillare di luce propria come per accentuare il rango e l'autorità della persona che lo indossava.
    Il Gran Maestro.
    Il gruppo si muoveva in fretta e subito raggiunse il veicolo e i suoi occupanti. Dieci non aveva una grande considerazione per i suoi confratelli in tonaca bianca e provava una sincera avversione per l'uomo con l'effige del Leone che sormontava l'elmo color del sole.
    L'autorità suprema dei burattinai, pensò Dieci, ringraziando il cielo che la celata abbassata impedisse al Gran Maestro di leggere sul suo volto quello che il cuore e la mente gli dettavano. Il potere nelle mani di quell'uomo era enorme e sarebbe diventato ancora più grande non appena questi fosse stato in grado di manovrare i destini dell'imminente Sacro Impero Veneziano attraverso le sue illustri marionette: Sua Maestà Cesare Borgia e Sua Santità il pontefice.
    Raramente una tale concentrazione di potere era cresciuta in così poco tempo.
    Ora, alla vigilia del gran giorno, Dieci si chiedeva se il Gran Maestro avrebbe continuato a tessere le fila nell'ombra, oppure avrebbe ceduto alla tentazione di eliminare ostacoli per restare lui l'unico despota. Il sospetto non era infondato e sia lui che la sua padrona lo sapevano, visto che solo essi conoscevano la vera identità di colui che nascondeva il volto dietro un elmo dorato, un segreto che anche i duecento Guardiani al comando dell'uomo ignoravano.
    Il Gran Maestro si rivolse immediatamente alla figura all'ombra del cappuccio, ignorando Dieci:
    ”Tutto è pronto. Ho già dato la benedizione agli assassini ed essi sono ora in preghiera nel leone meccanico. Gli aeronauti sono alla guida degli ornitototteri, i serventi alle baliste si tengono pronti al lancio. L'orologio per il conto alla rovescia è stato caricato; tra un quarto d'ora gli ingranaggi metteranno in moto il martello che suonerà la campana nascosta. Al quarto battito, i catapultieri faranno partire gli ornitotteri. Contemporaneamente, gli artiglieri inizieranno le operazioni di lancio delle bombe a ogiva. Da quel momento, niente e nessuno fermerà la missione.”
    Fece una pausa. Quando riprese, la sua voce sembrò gelare l'aria attorno.
    ”Signora, la vostra deviazione verso l'aerovite non era prevista. E se questi sono i prigionieri destinati a morire, dovrete render conto di perché essi si trovino ancora qui e siano liberi.”
    Dieci sentì il sangue andargli al cervello. Gli era difficile accettare l'arroganza con cui quello si rivolgeva a Matilde. Il Gran Maestro si abbassò volutamente per guardarla direttamente in viso. Dieci notò lo scatto improvviso dell'uomo. Lo vide mettere la mano all'elsa della spada e, prima ancora che questi la sfilasse, lo sentì gridare: ”Guardiani a me! Circondate l'automovile e arrestate questa donna e i suoi complici!”

    Tre uomini in abiti talari e uno in assetto di guerra seguivano il movimento della lunga colonna di lancieri e archibugeri svizzeri che, simile a un millepiedi, si snodava per il sentiero montano.
    Il Capitano Tannhauser, il condottiero elvetico, era trionfante. Le sue truppe stavano varcando la frontiera della Serenissima e sfidavano la sovranità di Venezia sventolando gli stendardi di Cesare Borgia. Non c'era via di ritorno. La missione affidatagli in segreto dagli angeli era finalmente in atto. Uno dei tre uomini di chiesa sorrise al condottiero elvetico e, in un tedesco con spiccato accento italiano, disse: ”Le profezie recenti hanno preparato le genti a ciò che oggi accadrà, ma voi già da tempo avete dimostrato fede negli abiti che io e i miei compagni indossiamo”. Sorrise untuosamente ”... e soprattutto gratitudine per l'oro con cui vi abbiamo pagato in anticipo. Stanotte gli angeli daranno al mondo una nuova profezia, la conferma di ciò che noi già conosciamo. Vi è, ahimè, penuria di soldati disposti a combattere per Dio. Per questo i settemila fanti al vostro comando stabiliranno l'ordine e consegneranno a Cesare e alla Chiesa ciò che loro spetta per diritto divino. Voi avete già militato per il Borgia come semplice ufficiale. Ora avrete l'onore di divenire uno dei suoi più illustri condottieri.”
    Gli porse un rotolo di carta sussurrando: ”La posizione delle guarnigioni veneziane e l'entità delle loro forze, scritta dal pugno dei nostri divini informatori.”
    Tannahauser esultò: era in grado di evitare le forze della repubblica, scendendo per la Val Seriana, e di prendere Bergamo di sorpresa. Senza trovare troppa resistenza i suoi soldati avrebbero alla fine fatto sventolare i gonfaloni del Toro Borgiano dalle mura di quella città. Nei giorni a seguire, il meglio delle armate veneziane avrebbe cercato di riconquistare Bergamo sguarnendo il fianco meridionale e settentrionale. Le altre milizie fedeli al Borgia sarebbero avanzate dalla Romagna, ma gli angeli avevano già provveduto affinché anche un'armata ingente di lanzichenecchi tedeschi, dopo aver disertato le file dell'esercito imperiale, passasse dalla loro parte. Cinquemila picchieri e tremila archibugeri sotto i vessilli del Toro sarebbero calati dal Tirolo prendendo alle spalle le truppe della repubblica.
    L'italiano guardò il comandante fisso negli occhi, come per voler infondergli ancora più entusiasmo. ”Nel frattempo, altri portenti divini favoriranno la nostra Guerra Santa. Abbiate fede. Sappiate esserne degno soldato di Cesare”. Guardò il cielo. “È giunta l'ora di accomiatarci.” disse.
    Tannhauser vide l'ecclesiastico fare un segno. Una nuvola in cielo si mosse e, come spinta da un vento che non spirava, si diresse veloce verso di loro.
    Scese e rimase sospesa sopra le loro teste. Una musica celestiale e il rumore simile al battere di ali angeliche costrinse lui e gli altri mercenari ad alzare la testa. Una scala dorata calò dalla nube grigio chiaro.
    I tre uomini di Dio cominciarono ad arrampicarvisi, passo dopo passo, fino a sparire dentro la nuvola.
    Gli armati si fecero il segno della croce, mentre la scala veniva di nuovo elevata, fino a essere inghiottita dal nembo angelico. Lentamente, inesorabilmente questo risalì al cielo al quale apparteneva.

    Dieci si era sempre preparato per quell'evenienza. Ma evidentemente la presenza di Angelo e degli altri aveva fornito a colui che si nascondeva sotto il titolo e il copricapo quella scusa che che gli aveva consentito di anticipare i tempi per la congiura.
    Sguainata la spada, Dieci balzò in piedi ponendosi tra il Gran Maestro e la sua protetta in cappuccio bianco gridando a sua volta: ”Decuria, al contrattacco! Io proteggo la Signora, voi affrontate i Guardiani! Angelo, Francesco e Silvana, badate alla prigioniera e non muovetevi!”
    Il Gran Maestro indietreggiò e impugnando la spada agitò il braccio incitando gli altri Guardiani all'assalto dell'automovile, ma senza mostrare l'intenzione di incrociare l'arma con Dieci.
    I sei cavalcatori di autobiruote spinsero i loro veicoli a tutto vapore contro i Guardiani. Dieci udì colpi di archibugio e vide sei delle loro tonache bianche macchiarsi di rosso e afflosciarsi a terra. I sei Decurioni sguainarono le spade e caricarono. L'impeto dei Guardiani venne frenato. Dieci ordinò ai tre Decurioni rimasti alla difesa dell'automovile di contrattaccare, ma i Guardiani ripresero ad avanzare; attirati dagli spari, altri compagni erano sopraggiunti a dar loro man forte. Dieci decise allora di usare la sua carta vincente: ”Guardiani!” urlò ”Fermatevi! Smettete di battervi per il Gran Maestro! Voi non sapete chi egli sia.”
    Il combattimento cessò come per incanto.
    Ora che aveva attirato su di sé l'attenzione e la curiosità dei Guardiani, proseguì: ”Vuole la vita della Signora per non dividere il potere con nessuno. Ma egli non è quello che credete. È soltanto una tessera di un gioco più grande. Il suo compito era quello di reclutare gli assassini. Ora il suo ruolo è finito e lui non vuol essere messo da parte. Non mi credete? Ho le prove.”
    Puntando un dito verso il Gran Maestro che ora, scortato da quattro Guardiani, stava ritrovando la baldanza per riprendere l'assalto, aggiunse:
    ”Toglietevi l'elmo e mostrate il vostro volto a questi veri cavalieri, Arnoldo Neri, attore professionista e viso noto agli amanti dei teatri di piazza”. Il suo sguardo si soffermò, uno ad uno, sugli astanti. ”Ecco colui che ha reso immortale la figura di re Artù tra bifolchi e nobili, uomo dalla voce suadente, scelto da Matilde del Fioretto soltanto per la sua favella e la sua prestanza fisica.” Lo sguardo era ora fisso negli occhi dell'uomo. ”L'onorario di un attore non vi permetteva di affrontare le spese delle vostre ambizioni. Le casse dall'ordine dei Guardiani, arricchite dai contributi che i nobili cavalieri accoliti riempiono, vi hanno finanziato palazzi e castelli. Ma evidentemente non vi bastava. Mostratevi, dunque, Arnoldo Neri!”
    I Guardiani circondarono il Gran Maestro: un muto segno d'accusa. L'uomo si tolse l'elmo confermando ciò che Dieci aveva svelato. Con consumata arte fece scivolare lo sguardo lungo tutto l'uditorio e ribattè: ”Siete uno stupido. Avete rovinato tutto svelando questa parte del piano. Ma non pensate di essere meglio di me. Sarò anche una figura di paglia, ma io, io ho un nome. Voi, solo un numero. Mi state accusando di congiura, là dove invece stavo per svelarla. Ma siete ancora in tempo. Il destino di Venezia è segnato, ciascuno conosce la propria parte e la commedia (o dovrei forse dire tragedia?) sta continuando. Il primo atto sta volgendo alla fine e io sono ben consapevole di poter assistere al secondo soltanto da dietro le quinte. Ma quanto a voi, qual'è il vostro ruolo? Guardia del corpo della Signora, di colei che ha in mano le redini di tutta la missione. Voi credete di stare proteggendo Matilde del Fioretto. Guardate invece in volto quella donna e capirete di aver commesso l'errore più grosso della vostra vita da uomo ridotto a numero.”
    Dieci si voltò e fece ciò che mai aveva osato prima. Guardò il viso nascosto sotto il cappuccio.
    Il giovane volto di Loretta Manesi lo fissò dritto negli occhi prima di sferrargli un calcio che lo fece cadere dall'automovile.

    Angelo vide Dieci atterrare di schiena sulla piattaforma e lo sentì imprecare.
    Loretta si sedette velocemente al posto di guida, tirò un paio di leve e l'automovile si mise in moto, rullando velocemente verso l'aerovite. Angelo si voltò indietro e vide che Dieci si era rialzato in piedi e stava gridando per chiamare a raccolta i suoi scagnozzi color pece. Con rammarico, il ragazzo notò che anche i Guardiani si stavano riunendo ai loro confratelli in nero.
    ”Quelli a piedi non ci raggiungeranno, ma quelli sulle biruote andranno due volte più veloci di noi.” disse Loretta con aria allarmata.
    Angelo era irradiato dalla concentrazione di energia interna della fanciulla, un vulcano di voglia di vivere e sopravvivere, e incantato dalla magia con cui ella, in un solo attimo, aveva trasformato la sua disperazione per l'imminente morte e la sua gelosia per il tradimento di Silvana in attrazione per lei. L'abbraccio, la dichiarazione d'amore e il tentativo di baciarlo erano state soltanto le scuse per sussurrargli nell'orecchio il suo disperato piano di fuga, ma il contatto con il corpo di Loretta aveva riacceso in lui, oltre alla fiamma della speranza, anche un altro fuoco: in un attimo aveva perdonato Silvana e Francesco e li aveva benedetti. Loretta aveva infuso in lui la voglia di continuare a vivere, mormorandogli che era necessario avere una ragione per voler uscire da quella gabbia, da quel buco e tentare di salvare la repubblica e l'Italia. Da quel momento, lui avrebbe fatto di tutto per assecondarla nella speranza che lei potesse, se non proprio contraccambiare il suo amore, almeno considerarlo il surrogato di un eroe. Gli sarebbe bastato un effimero sguardo di ammirazione e lui sarebbe morto contento.
    ”Non la vedo buona, guarda tu stesso.”
    Cinque autobiruote si erano lanciate al loro inseguimento. Dieci strappò quasi dalla sella un Decurione e confiscò il veicolo.
    ”Guadagnano terreno, dannazione!” constatò Angelo.
    ”Come se non bastasse, i Decurioni hanno fatto in tempo a caricare soltanto una minima parte delle molle. Stiamo perdendo velocità.”
    ”Siamo quasi arrivati all'aerovite, la salvezza è a pochi passi, ma perché Dio ci sta voltando le spalle?” piagnucolò Silvana.
    ”Cosa facciamo? Angelo? Loretta?” fu ciò che Francesco riuscì a proferire.
    ”Certo che voi due siete una bella valanga di idee e iniziativa...” stava iniziando a dire l'ultima nominata, quando Angelo la interruppe.
    ”Non appena l'automovile si fermerà, correremo verso l'aerovite. Tu hai ancora addosso gli abiti di Matilde: potresti simularne la voce e trarre in inganno gli aeronauti. Hai visto che finimondo è successo poco prima per quell'equivoco? La Signora è in pericolo: sono tutti pronti a difenderla, anche a costo di scannare i propri alleati.”
    ”Buona idea.” replicò Loretta ”Mi metterò a urlare alla congiura, e i lupi dell'aria si faranno in quattro per difendermi a colpi di organo a trentatré canne.”
    In quel momento il ticchettìo degli ingranaggi cessò.
    ”La carica è finita. L'automovile andrà avanti per forza d'inerzia ancora per poco. Non appena si ferma ...via di corsa. L'aerovite è ormai a un passo.”
    ”Non sarà facile. Guadagnano terreno.” osservò Angelo. Infine urlò: ”Giù tutti!”
    Loretta, Silvana e Francesco saltarono fuori dal veicolo.
    Ma sei centauri neri su due ruote si stavano ormai disponendo a ventaglio per togliere loro la via di salvezza.
    ”Voi andate,” ordinò Angelo ”io cercherò di trattenerli.”
    ”Disarmato contro spadoni e archibugi? Sei impazzito?” Il tono di Loretta sembrava preoccupato. La cosa gli fece piacere.
    ”Mai stato più normale: abbiamo merce di valore” disse indicando la figura vestita degli abiti che un tempo erano appartenuti a Loretta. ”Ce la lasciamo indietro e forse i Decurioni si fermeranno a soccorrere e liberare la loro Signora. Andate ora. Mi getterete una fune non appena vi sarete alzati in volo. Via! Correte! Ci sono quasi addosso ormai!”
    Afferrò la donna legata, la sollevò fino a metterla bene in vista agli inseguitori, le tolse dagli occhi la benda che teneva stretta alla testa la chioma di Loretta e gliela tirò indietro. L'orgoglio di cui la fanciulla si era privata non si disperse al vento grazie al bavaglio che teneva assieme il resto dei boccoli castani. Ora il viso di Matilde del Fioretto era ben visibile e riconoscibile.
    Angelo si voltò: Francesco e Loretta correvano verso la nave volante. Silvana non era con loro: se la trovò di fianco, con in volto un'espressione di fierezza.
    ”Loretta ha ragione: non ho mai brillato d'iniziativa. Ma è ora che la smetta di aspettare che la Vergine Maria mi cavi dai guai”. Assestò alla prigioniera un poderoso calcio nel didietro facendola cadere. ”Questo per aver chiamato mezzo uomo il mio migliore amico.” disse con un sorriso, rivolta ad Angelo e aggiunse: ”Rimango al tuo fianco, non ti lascerò solo. Una fune può sostenere anche il peso di due persone. L'amicizia a volte è più importante dell'amore. Se Francesco mi vuol bene veramente, deve accettare questa mia scelta. Che sappia che la sua futura moglie non è una pavida. Non sono all'altezza di Loretta, ma farò del mio meglio.” Prese Angelo per mano e si diede a correre cercando di raggiungere Loretta e Francesco che già erano a poche decine di piedi dalla rampa dall'aerovite.
    Angelo dovette presto constatare che il suo piano era destinato a fallire.
    Uno dei Decurioni, evidentemente Dieci, stava gesticolando istruzioni mentre a bordo del suo veicolo proseguiva l'inseguimento alla testa di altri quattro centauri. Solo uno di essi si fermò a soccorrere Matilde. Gli altri raggiunsero Francesco e Loretta, la quale invano stava chiamando in suo soccorso l'equipaggio dell'aerovite. Soltanto ora Angelo notò che la nave volante appariva stranamente deserta, come fosse stata abbandonata. I cavalieri meccanici, ormai, avevano tagliato la strada ai due e, girate le loro macchine e facendole ora proseguire a passo d'uomo, stavano facendo indietreggiare Loretta e Francesco. Le canne minacciose dei loro archibugi sembravano voler far fuoco da un momento all'altro. Mentre i suoi due compagni, nella loro ritirata, si stavano riunendo a lui e Silvana, Angelo si voltò indietro: poco distante da lui un Decurione stava liberando la bocca di Matilde. Entro pochi minuti la donna sarebbe stata in grado di emettere la sentenza di morte per lui e i suoi compagni. E lui sapeva che questa volta sarebbe stata ancora più spietata.





    continua alla prossima puntata...



    Per la precedente puntata de Le ali del Leone clicca qui.

    home