Le ali del leone_17 Le ali del Leone_17<a href="../../../Documents and Settings/giampi/Desktop/Le ali del Leone - puntata 17.htm"></a><a href="../../../Documents and Settings/giampi/Desktop/Le_Ali_puntata17.html"></a> Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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Le ali del Leone - 17

  • Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak. Questa è la diciassettesima puntata della sua ucronia-steampunk. Divertitevi a leggerla!



  • LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 17


    L'automovile guidata da Dieci risaliva la lunga strada che portava fuori dal Buco, con i suoi passeggeri e la scorta a cavallo di sbuffanti destrieri meccanici.
    Luce. Il sipario della benda si sollevò e un grigiore abbagliante colpì gli occhi di Matilde del Fioretto.
    I dolori per i disperati tentativi di liberarsi dai legami erano lancinanti quanto il suo cronico malessere, ma il solo fatto di aver costretto se stessa a una inutile lotta contro la prigionia aveva attenuato la sensazione di umiliazione e sconfitta che da sempre era la causa del suo male.
    La vista di ombre nere immerse nel grigio le confermò che la salvezza e la libertà erano a pochi passi. Questa certezza spense parte del suo incendio interno, quasi drogandola. Mai prima d'ora il bruciore era stato così intenso.
    Sentì il colpo di un calcio. Si ritrovò a cadere e, dopo una girandola di immagini grigiastre che le rotolarono attorno, sentì le mani guantate di un Decurione che la soccorreva.
    La cascata di benessere attenuò ogni dolore. Ricordò le ultime ore.

    I prigionieri non erano più un gruppo compatto. Come galline destinate al macello si stavano beccando l'un l'altro. Loretta, la più forte, era già stata messa fuori gioco. Povera stupida: aveva involontariamente suggerito quel piano a lei, Matilde del Fioretto. Gliel'aveva rubato! Avrebbe dovuto pensarci prima, maledizione! Era stata troppo precipitosa, troppo assetata di una vendetta immediata. La fanciulla l'aveva sopravvalutata. Poco prima le aveva anche regalato il conforto del buio.
    Devo averla, non devo perderla proprio ora, aveva pensato Matilde.
    La tenebra avvolgeva la realtà. Gli occhi non servivano. Il vantaggio era a favore di chi si trovava a suo agio nell'oscurità. Il buio poteva assumere ogni apparenza. La magia delle tenebre aveva donato a Matilde un Angelo tremante in procinto di cedere la sua carta vincente per una manciata di niente.
    Rumori ovunque, stridii metallici, gemiti soffocati. Senza il senso della vista, questi sembravano venire da tutte le parti. Sopra, sotto, dietro, davanti, da dentro se stessi.
    Grazie, divinità delle tenebre, aveva pensato Matilde, assaporando l'imminente trionfo.
    Rumori, suoni, cigolii. Odori. Odori? Puzza di sudore, di abiti sporchi.
    Cosa...
    Un tentacolo l'aveva afferrata per il collo voltandole la testa e premendole qualcosa di duro contro la nuca. La sua gola era serrata da un braccio con maniche di lana. Una mano le chiudeva la bocca soffocandole il grido di sorpresa. Altre braccia e mani l'avevano afferrata, stringendola.
    La gabbia! Ma come diavolo...
    Si era sentita tirare indietro, i suoi piedi avevano strisciato sul pavimento di assi trovandosi dopo un attimo sospesi nel vuoto mentre le gambe calciavano nell'aria senza trovare qualcosa su cui posarsi. E avanti ancora. E di nuovo indietro. Come un impiccato sulla forca. I prigionieri dovevano aver fatto dondolare la gabbia. Piccole spinte un po' per volta, piano piano, piano piano. Fino a far compiere ampi archi.
    La voce decisa di Loretta le aveva bisbigliato minacciosa nell'orecchio: ”Adesso vi libererò la bocca. Ripetete ben bene la frase che vi dirò, cercate di essere credibile. Se date l'allarme vi lasciamo cadere.”
    Il buio aveva preso la forma di un palazzo a Firenze anni prima. Si era rivista nella stretta degli sgherri medicei che la stavano gettando dal balcone.
    Ora aveva la bocca libera. Sarebbe bastato avvisare la Decuria e sarebbe stata la fine per i prigionieri.
    Ma il terrore irrazionale aveva avuto la meglio.
    Aveva sentito la propria voce. ”E sia, Angelo. Tu, Silvana e...”
    Fino alla fine
    ”...in particolare? Se possibile ti sarà concessa.”
    ”Brava,” aveva sibilato nell'orecchio Loretta “non avete sbagliato una parola.” Altri bisbigli.
    ”Ora tocca a te, Angelo.”
    ”Silvana e Francesco staranno...”
    Il giovane aveva continuato e concluso senza intoppi. Loretta si era di nuovo fatta sentire.
    ”E adesso, se riuscite ad arrivare in fondo senza tentennare, vi eviterete un bel tuffo. Ascoltate.”
    Matilde aveva dovuto imparare all'istante la frase e l'aveva ripetuta subito dopo.
    ” Vuoi dire come ostaggio. Va bene...”
    Paura di sbagliare. Un errore, un tentennamento e mi fanno cadere.
    ”...l'aprirò. Angelo, Francesco e Silvana si prenderanno cura di Loretta.”
    ”Brava!” aveva sussurrato la tenebra con la voce di Loretta.
    Una mano le si era infilata nella scollatura, aveva afferrato la catenella alla quale era appesa la chiave e gliel'aveva sfilata dal collo. Aveva udito rumori metallici e infine uno scatto, seguito da un cigolìo.
    ”La porta è aperta!” aveva bisbigliato qualcuno.
    Si era sentita sollevare e tirare dentro la gabbia. Al contatto solido e sicuro, le era passata di colpo la paura. Ma era ora ugualmente impotente. Qualcuno le teneva ferme le braccia, qualcun altro le gambe, un groppo di stoffa appallottolata le era stata cacciato in bocca. Quattro corpi invisibili si muovevano nel buio diretti dagli ordini bisbigliati da Loretta.
    Era stata spogliata. Il pugnale le era stato sfilato dal fodero stretto intorno alla coscia.
    Uccidetemi, aveva pensato. ”Uccidetemi!” aveva tentato di urlare. Ma quella supplica era rimasta un suono soffocato.
    Aveva udito la gabbia cigolare e rumori di lotta. Era lei che lottava per liberarsi. Tra quei suoni aveva percepito la parola sacrificio.
    Matilde aveva capito che doveva prepararsi alla morte. La missione sarebbe continuata ugualmente. Aveva atteso l'impatto con la lama. Dove l'avrebbero colpita? Alla gola, al cuore?
    Invece, il sussurro le aveva detto: ”Sto sacrificando la chioma tagliandola col vostro coltello. Ora vedrete che scherzo vi facciamo.”
    Le era stata strappata la cuffia e le era stata piazzata in testa una specie di parrucca. Un brandello di vestito legatole dietro la nuca aveva sigillato sia la chioma posticcia che il bavaglio, mentre un altro le aveva bendato gli occhi. Le erano stati infilati addosso abiti che prudevano. Aveva lottato molto più per evitare quella vestizione che quando l'avevano spogliata. Si era era sentita legare mani e piedi. Un laccio le era stato stretto intorno al collo.
    La voce ferma di Loretta aveva seguitato a dirigere tutte le azioni meglio di un capitano di ventura. La ragazza aveva bisbigliato ai suoi compagni:
    ”Adesso salto giù e che ci vada bene. Sapete quello che dovete fare. Buona fortuna!”
    ”Attenta a non cadere nel vuoto, per l'amor di Dio. Prendi bene le misure, mi raccomando!” aveva bisbigliato Angelo.
    ”Ferruccio mi ha insegnato a destreggiarmi nel buio. Sei mesi ho vissuto con la benda agli occhi per simulare la cecità. È come se vedessi tutto intorno a me ora.”
    Pochi istanti dopo era seguito il fruscìo di polpastrelli a contatto con il metallo del braciere, il tintinnare della catenella a cui era attaccato l'acciarino, il ticchettio di questo, la scintilla e infine la fiammata.
    Come aveva sospettato, Loretta vestiva ora i suoi abiti. Dietro a lei erano apparsi Dieci e la Decuria.
    Ricordò l'inutile lotta per cercare di attirare l'attenzione della sua guardia del corpo e farsi riconoscere e il calvario a bordo dell'automovile, mentre la sua agonia interna cresceva e cresceva...

    Ora era tutto finito. Dieci e gli altri Decurioni stavano scortando i quattro prigionieri ripresi al suo cospetto. Lanciò un suono gutturale che era un'imprecazione contro quel maldestro Decurione che tardava nel liberarle la bocca.

    Angelo guardò fisso davanti a lui. Tra loro e l'aerovite c'erano cinque demoni in nero che, a bordo di cavalli infernali che sbuffavano fiotti di vapore, li prendevano di mira con altrettanti archibugi. Un colpo per uno e uno ancora di riserva. Alle sue spalle vide nel frattempo una folla mista di tre Decurioni e un'armata di Guardiani avanzare. Angelo posò lo sguardo su Matilde. Era ancora legata e indossava abiti semplici. Eppure già emanava la quintessenza dell'autorità e del potere. Il Decurione incaricato a liberarla aveva invano cercato di sciogliere il nodo del bavaglio. Alla fine l'aveva invece abbassato fino a farlo scendere intorno al collo. La chioma di Loretta era caduta e si stava spargendo a fiocchi.
    Dopo aver sputato fuori anche la palla di stoffa, Matilde del Fioretto si schiarì la voce. Girò il capo, squadrandoli, come ponderando quale condanna infliggere a ognuno. Non appena il suo sguardo si posò su Angelo, la donna sentenziò:
    ”A te sarà concesso di vivere fino alla fine dei tuoi giorni...”
    Non, no poteva essere, pensò il giovane mentre la Signora continuava.
    ”Tornerai al tuo borgo ...”
    Infine la frase finale, il colpo morale di stiletto.
    ”Storpio.”
    Seguita dall'epilogo più micidiale di una salva di cannoni.
    ”Decuria, preparatevi a sparargli alle gambe e ad azzopparlo! Questo bastardo dovrà invecchiare trascinandosi su inutili gambe per i ciottoli del suo schifoso borgo tra sterco di cani, sputi di bifolchi e ratti. Vedrà le sue amate montagne soltanto dalla finestra del suo tugurio. Nessuna donna lo accetterà né come amante né come sposo, nessun mastro carpentiere gli darà da lavorare e se sarà fortunato, l'elemosina di qualche pietoso paesano gli permetterà di sopravvivere tra stenti e sofferenze.” Tacque per un istante e, dopo aver girato il capo verso Loretta, riprese: ”Grazie dell'idea: usando te prenderemo Ferruccio. In tal modo avrai anche la sua sorte sulla coscienza, oltre a quella dell'Angelo caduto in disgrazia. Puoi soltanto immaginare quale trattamento ho riservato per tuo nonno.
    Marcirai infine nei bordelli dei Borgia fino alla fine dei tuoi giorni assieme a Silvana e Francesco. Il baldo fabbro verrà castrato e diletterà le voglie perverse di cardinali sodomiti. A tutti e quattro verrà mozzata la lingua acciocché non possiate rivelare i segreti di chi sta dietro alle sorti del Sacro Impero di Venezia.” Fece una pausa e infine diede il via all'esecuzione: ”Avanti, Dieci.”
    L'uomo esitò. Dopo un lungo silenzio, disse: ”No, Signora.”
    Angelo rimase sorpreso. Guardò Matilde e la vide ancora più costernata, indignata.
    ”Come osi disobbedirmi!”
    ”Non posso, Signora. Ucciderlo sì, ma ridurlo a quel modo, no.”
    ”Ha tramato contro di me. Dai l'ordine di sparare o la pagherai!”
    ” No, Signora. Questo giovane non si merita una tale sorte. Non sarò io a dare quell'ordine.”
    ”Ebbene sia, l'hai voluto tu.” Ordinò a Nove di puntare l'archibugio su Dieci. ”Nove, esegui.”
    ”Non c'è bisogno. Nove, da questo momento hai tu il titolo di Dieci e sei custode del segreto.”
    Si piazzò davanti alla bocca da fuoco dell'archibugio appeso al supporto dell'autobiruote.

    Dieci era consapevole di aver mancato al suo compito di proteggere la Signora e la missione. Un pugno di disperati era riuscito a farla prigioniera e a umiliarla a pochi passi da lui. Il codice d'onore della Decuria alla quale aveva prestato giuramento era spietato, come quello dei samurai dello Zipangu a cui si era ispirato. All'ultimo momento, egli era riuscito a sventare il piano degli evasi e ormai la vittoria era in mano alla Signora. Ma nonostante ciò non gli sarebbe stato permesso continuare a vivere con quella macchia addosso. A causa della sua mancanza, Matilde, dopo quello che aveva subìto, richiedeva una vendetta spietata. Troppo. Non poteva dare quell'ordine. Una crudeltà inutile. Sinceramente, aveva ammirato l'astuzia di quel piano disperato e pur non parteggiando per i nemici, aveva provato una piccola simpatia per loro. Specialmente per Angelo.
    Spara, Damiano, ordinò a se stesso Dieci. Damiano. Damiano de' Boscari. Per la prima volta dopo anni, egli osava pensare al proprio nome che fino ad allora era stato soltanto un ricordo di un passato. No. Non era più degno di far parte della Decuria.
    Lo era mai stato? Per quanto tempo avrebbe tenuto nascosto l'insano sentimento che nutriva per la sua Signora?
    Dieci stava finalmente ritrovando la pace dell'anima. Non c'era del resto via di ritorno.
    Era arrivato alla fine. Scacciò ogni pensiero residuo e prese la propria decisione.
    Tirò il grilletto. Fu il buio.

    Dieci si accasciò al suolo.
    Nove, assunto il comando, ordinò: ”Decuria, eseguite il desiderio della Signora.”
    Un colpo tuonò, seguito immediatamente da una raffica di almeno altri sette o otto.
    Angelo non notò fiammate uscire dagli archibugi montati sui veicoli, ma vide i sei Decurioni che stramazzavano dalle selle dei destrieri meccanici. Lampi scaturivano dalla torre di poppa dell'aerovite. Qualcuno stava sparando da lì, usando l'archibugio a ripetizione.
    Un colpo centrò il Decurione che stava accingendosi a tagliare i legacci che ancora si stringevano attorno al corpo di Matilde.
    Tre colpi andarono a finire ai piedi dell'ondata di Guardiani che stava intervenendo, fermando per un momento la loro avanzata.
    ”Che mira quell'uomo, chiunque egli sia!” commentò Loretta.
    ”Forse è un aeronauta che ti ha scambiata per Matilde” ipotizzò Angelo.
    ”Ma no, anche un sordo avrebbe sentito quella cagna abbaiare fin dalla cima del Monte Secco. Chiunque sia il nostro salvatore, egli sa benissimo chi siamo.”
    Un'altra raffica falciò nove Guardiani e un Decurione.
    I cavalieri in bianco batterono in ritirata, mentre i due superstiti uomini in nero insistettero ad avanzare, riuscendo a schivare la tempesta di pallottole. Invece di andare in soccorso di Matilde, però, essi proseguirono la corsa.
    Udì una voce sibilare metallicamente da sotto l'elmo nero.
    ”Cinque, ai villici basto io, tu fatti svelare da Nove il segreto della Signora, se egli è ancora vivo, oppure leggi il segno che ha scritto...tu sai dove.”
    ”Sarà fatto, Otto.”
    Angelo espresse ad alta voce la sua incredulità: ”Avrebbero dovuto portare in salvo Matilde; invece, pur sapendo di essere sotto il tiro di quella sputafuoco, sono più preoccupati di venire a conoscenza di un segreto...”
    ”Logico,” ribattè Loretta ”al momento, Matilde è vulnerabile e la danno per spacciata, ma vogliono sapere ...Cosa aveva detto Dieci allorché ci aveva arrestato? Viva o morta Matilde darà successo alla missione. Da qualche parte del suo corpo deve esserci qualcosa, un documento, un messaggio, che ne so... Attento!”
    Otto stava correndo verso di loro agitando la spada con maestria.
    ”Quello ci fa a fette! Ma perché il cecchino ha cessato il fuoco?”
    ”Trentatré colpi sono stati sparati: l'archibugio multiplo è scarico. L'unica arma che abbiamo è quel mozzicone di coltellino di Matilde. Non penso che Silvana abbia talenti marziali. Francesco...”
    La figura del giovane fabbro si parò davanti a loro. Stringeva in mano la spada appartenuta a un Decurione caduto.
    ”Scappate, vi proteggerò la ritirata: se c'è qualcuno tra di noi che deve affrontare quel corvaccio ferraglioso, quello sono io, visto che, chi lo sa, forse sono stato proprio io forgiare il brando che stringo in mano.”
    Otto gli fu addosso, vibrando un fendente, ma Francesco fu lesto a pararlo e a tirarsi indietro.
    ”Sei un novellino, non hai scampo!” gridò Otto.
    ”Ha ragione!” esclamò preoccupato Angelo.
    ”Certo,” rispose Loretta ”ma ne è consapevole e, guarda, si limita a parare ritirandosi per distogliere la sua attenzione da noi. Svelto, approfittiamo della possibilità che lui ci vuol dare. Via! Bisogna prendere Matilde, poi via di corsa all'aerovite.”
    Via libera. Mentre Otto si cimentava con Francesco e Cinque era chinato su Nove, i due corsero verso Matilde, che li guardava furente. La vittoria le era stata strappata di mano ancora una volta.
    Angelo si caricò la Signora sulle spalle e cominciò a correre verso l'aerovite.
    ”Otto, Cinque, a me!” seguitava a gridare la prigioniera. ”Fermateli!”
    Otto era troppo occupato con Francesco. Cinque si alzò dal corpo di Nove, che sembrava ancora vivo. Negli spasimi dell'agonia ebbe la forza di dire:
    ”Vai, Cinque, libera la Signora o uccidila se necessario e ... ricorda ...in capite.” Infine tacque. Per sempre.
    Cinque avanzò agitando la spada e la daga come mulini a vento.
    In breve si ritrovò a pochi piedi da loro. Angelo si ricordò dell'automo che lui aveva affrontato con esito vittorioso giorni addietro. Questa volta però davanti a lui c'era un esperto guerriero e non un fantoccio ben armato. Per un attimo si preoccupò più della vita di Loretta che della propria. Lo spadone si alzò e si accinse a colpirlo mentre la daga era ormai sopra la testa di Loretta che cercava disperatamente di fargli scudo col proprio corpo. La lama avrebbe fatto scempio di lui e di Matilde riversa sulla sua spalla. La Signora era l'ultima persona con cui avrebbe desiderato dividere la morte.
    Un colpo di archibugio ruppe il silenzio. Cinque cadde fulminato.
    ”Il cecchino misterioso sta usando l'altro organo, quello di prua” esclamò Angelo ma si accorse subito di aver sbagliato. Silvana, in ginocchio, stringeva l'impugnatura di uno degli archibugi attaccati alle biruote.
    ”I supporti sono snodabili: che arma, che precisione! Niente miccia, solo molle e acciarino. Una trovata di quel Leonardo, suppongo. Altro che quel vecchio catenaccio di sputafuoco residuato della battaglia di Fornovo che mio padre mi fa usare quando andiamo a caccia assieme!”
    Si alzò, corse verso un altro veicolo e armeggiò con l'archibugio ad esso applicato.
    ”La caccia alle cornacchie è aperta.” disse mentre prendeva la mira e puntava l'arma verso Otto che insisteva ad attaccare Francesco. Angelo temette per la vita dell'amico. Ma fu confortato dall'espressione sicura di sé dell'ex fidanzata. Silvana tirò il grilletto.
    Vi fu uno sparo e una figura nera armata di spada cadde a terra.
    ”Immaginate aggeggi del genere in mano alla soldataglia del Borgia! Brr!” commentò Loretta con l'aria da intenditrice. ”Benvenuti nel nuovo secolo: prodi cavalieri, avete chiuso!”
    Si udì allora un frastuono di sbuffi e rumori di argani: gli architroniti dell'aerovite iniziarono a gettare vapore mettendo in moto le pale. La gigantesca vite iniziò a girare, lentamente. Dalla torretta, nel grigio, una figura agitava le braccia urlando qualcosa che il fracasso coprì.
    ”Ci sta facendo segno di salire a bordo” urlò Loretta per farsi udire dagli altri.
    ”E se fosse una trappola?” disse Angelo.
    ”Abbiamo altra scelta? Guardatevi indietro.”
    I Guardiani stavano raccogliendosi per un nuovo assalto.
    ”Dobbiamo rischiare” insistè Loretta. ”D'altronde ci ha salvato la vita. Chiunque egli sia, ci vuole vivi, mentre quelli là” puntò il pollice dietro la schiena verso i Guardiani ”devono avere una voglia matta di passarci a fil di spada.”
    La gigantesca vite iniziò a girare sempre più veloce.
    Senza più alcun indugio raggiunsero la passerella.





    continua alla prossima puntata...



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