Le ali del leone_18 Le ali del Leone_17<a href="../../../Documents and Settings/giampi/Desktop/Le ali del Leone - puntata 17.htm"></a><a href="../../../Documents and Settings/giampi/Desktop/Le_Ali_puntata17.html"></a> Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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Le ali del Leone - 18

  • Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak. Questa è la diciottesima puntata della sua ucronia-steampunk.



  • LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 18


    Angelo salì la rampa mentre la prigioniera, riversa sulle sue spalle, urlava: ”Non farete in tempo! Non ce la farete mai!”

    ”Vedremo chi ha ragione” rispose lui, calmo.

    Appena furono a bordo si trovarono di fronte il loro salvatore.

    ”Nonno!” esclamò incredula Loretta. ”Ma come...” Si fermò come avesse dimenticato un altro importante dettaglio. ”E l'equipaggio?”

    ”Aeronauti! A me!” persisteva Matilde. ”Liberatemi! Arrestate questa marmaglia!”

    Ferruccio pareva non prestare attenzione ad alcuno.

    ”Datevi da fare voialtri! Silvana, corri all'organo di poppa. Non è difficile usarlo. Ho notato che hai buona mira. Saremo in volo prima che quei cani ci raggiungano.”

    ”Vi riprenderanno! Non la farete franca! Aeronauti! Dove diavolo vi siete cacciati?” gridò Matilde di nuovo mentre Angelo la scaricava su un sedile.

    La grande vite girava sempre più vorticosamente.

    Ferruccio soddisfò la curiosità della nipote deludendo nel contempo le speranze di Matilde.

    ”Dobbiamo arrangiarci da soli: gli aeronauti stanno russando dentro il castello di poppa dopo che li ho costretti a bere il vino di Morfeo fino all'ultimo goccio”. Sorrise furbescamente mostrando la daga. Le rughe attorno agli occhi sembravano ragnatele. Ritornò serio, apparentemente infastidito dagli strilli di Matilde.

    ”Adesso basta,” sbottò ”state zitta oppure vi faccio appendere fuoribordo non appena saremo in volo.”

    Matilde, finalmente, tacque.

    Silvana aveva raggiunto il moschetto multiplo. Per un attimo, questo parve essere un'estensione del suo corpo.

    L'aerovite cominciò a vibrare.

    ”Ci vuole un uomo per pompa per ciascun architronito. Io ho dovuto fare tutto da solo. Per questo le cose vanno a rilento. Voi tre andate a pompare l'acqua. Io vado al timone. Silvana, se i Guardiani si avvicinano troppo, spara, ma risparmia i colpi: dobbiamo centrare i proiettili a ogiva.”

    ”Non riusciremo a fermare gli assassini” osservò Loretta.

    ”No, ma se l'obiettivo è uccidere Leonardo siamo in grado di precederli.”

    Loretta che stava già trafficando con una delle pompe, domandò:

    ”Nonno, ma avreste dovuto essere a valle...”

    ”Appesi al rallentacadute c'erano soltanto l'uniforme e l'armatura da Guardiano. Io mi ero nascosto sulla vite. Mi è bastato saltar fuori al momento giusto e puntare alla pancia del capitano questo coltellino mostrando la grinta di Nonno-Ferruccio-Terrore-dei-Turchi e quei pirati dell'aria si sono arresi”. Fece un sorriso. ”Avevo aspettato fino all'ultimo nella speranza che Matilde ti usasse come esca”. Si diresse al timone. ”Preparatevi al volo.” ordinò.

    Silvana accarezzava il moschetto multiplo mentre guardava in cielo: ”Grazie, Maria per avermi concesso questa esperienza. Volare. E proprio oggi: il giorno dell'Ascensione.”

    ”Cosa hai detto?” esclamò Ferruccio. “Dio mio! Come ho fatto a non pensarci prima? Oggi, il giorno dell'Ascensione, a Venezia si celebra la Festa dello Sposalizio del Mare. Il doge navigherà a bordo del Bucintoro per il Canal Grande tra la folla dei cittadini in festa.”

    ”E allora?” disse Angelo. ”Abbiamo altro da pensare che feste e sposalizi.”

    ”Gli assassini! Bisogna fermarli!” Ferruccio era eccitatissimo. Guardò Matilde. Il volto di pietra di lei rappresentava quasi una confessione.

    ”Come si chiama il doge?”

    ”Leonardo Loredan” rispose la figura di Loretta nella nebbia.

    ”Dux Leonardus! Il doge Leonardo. Non da Vinci!”

    Loretta abbandonò la pompa, strappò la daga di mano a Ferruccio e corse verso la passerella.

    ”Posso cercare di fermarli.”

    ”Possiamo!” esclamò Angelo. ”Qualsiasi idea ti frulli per la tua pazza testa, sarò al tuo fianco.”

    Non ci fu discussione. Loretta, preso Angelo per mano, lo trascinò in corsa di nuovo giù dalla passerella.

    ”Angelo!” gridò dalla torre Silvana. ”Prendi questo con te: ti proteggerà.” Il giovane afferrò al volo una catenella con attaccato un crocifisso di ferro battuto e se la mise al collo. Si rivolse a Loretta. ”Bel lavoro da fabbro, tipico di Francesco.” disse. Un rimasuglio di gelosia lo fece leggermente arrossire. ”Deve averglielo regalato a mia insaputa.”

    ”E stai ancora a tormentarti per cose passate? Andiamo a salvare il futuro, invece.” disse Loretta indicando uno dei veicoli a due ruote. Poco lontano dall'autobiruote, una decina di Guardiani stava avanzando con le spade sguainate.

    ”Silvana!” gridò Loretta.

    Una raffica di colpi partita dall'aerovite abbattè cinque armigeri. Gli altri batterono in ritirata.

    La via era ora momentaneamente libera. Loretta si mise a cavalcioni del veicolo e con mano esperta tirò la pompa dell'acqua. Angelo montò a sua volta dietro alla ragazza.

    ”Tienti stretto. Attaccati a me o ti ritrovi col sedere a terra.”

    Angelo si strinse ai suoi fianchi. Un attimo dopo il veicolo si impennò e partì.

    Gli sembrava di trovarsi in groppa a un destriero lanciato al galoppo. Il contatto col corpo scattante di Loretta lo aiutò a prendere coraggio.

    Due Guardiani gli si pararono davanti agitando le spade. Angelo allungò la mano impugnando l'archibugio attaccato al fianco del veicolo. Non appena fu prossimo all'armigero, fece fuoco. Il Guardiano cadde. Il suo compagno si tirò a lato.

    La via nebbiosa era ora libera. Le sagome delle ali si avvicinavano sempre più.

    Dong.

    Il suono di una campana echeggiò nel grigio.

    ”Il conto alla rovescia.” disse Loretta.

    ”Quattro battiti.” confermò Angelo.

    Nella bruma prese forma la sagoma di un leone alato gigantesco.

    Dong.

    Un gruppo di mastri meccanici si parò tra loro e il simulacro. Loretta impennò il veicolo che, come volando, passò sopra le teste degli uomini, mentre la campana, inesorabile, segnava il penultimo secondo prima della partenza degli assassini.

    Dong.

    La figura imponente del leone meccanico si parò davanti a loro.

    ”E adesso come li fermiamo?” Loretta parlava da sola.

    ”Dammi la daga.”

    ”Non avrai intenzione di ingaggiare duello, spero!”

    ”Voglio soltanto tagliare i cavi di traino.”

    Dong.

    L'ultimo suono della campana fece scempio delle sue buone intenzioni.

    Si udì uno sbuffo, un altro, un rumore di argani. La mole del leone si allontanò di colpo da loro. Loretta accelerò riuscendo ad affiancarsi al mostro meccanico, ma davanti a loro si stava parando l'orlo della piattaforma.

    Loretta guidò il veicolo dietro la coda metallica del simulacro.

    Erano ormai a pochi piedi di distanza.

    Guadagnarono terreno. Loretta era quasi arrivata a toccare il deretano metallico del bestione, quando questo cominciò ad alzarsi in volo. La ragazza accelerò e il veicolo si trovò sotto le zampe.

    Angelo si infilò la daga nella cintura, si alzò in piedi sul sedile e fece in tempo ad aggrapparsi alla coda arrotolata simile a un viticcio. Si sentì sollevare. Udì la voce di Loretta sotto di lui: “Attento, non potrò farti compagnia. Vai, fagliela vedere! Salva Venezia! Amo..”

    La voce della fanciulla si disperse nell'eco dei monti. La nebbia di dissolse tutta d'un colpo.

    Angelo stava volando. Vide per un attimo l'altra pendice del Monte Redondo. Con la coda dell'occhio notò per un attimo la figura grigia del suo mulo che galoppava verso valle prima che anche questa sparisse lontano, coperta da altri monti. Guardò in avanti e si accorse quanto piccolo era stato il suo mondo.

     

    Loretta girò l'autobiruote e si allontanò dalla base di lancio. Zigzagò evitando abilmente mastri e Guardiani che cercavano di bloccarla e trovò via libera. Pompò ancora acqua dal serbatoio e il vapore spinse il veicolo al massimo della velocità. Ma la leva della pompa non poneva più molta resistenza: il piccolo serbatoio era quasi vuoto. Se la fortuna non l'abbandonava avrebbe forse raggiunto l'aerovite. Lei sapeva però che al battere dell'ultimo tocco di campana gli artiglieri avevano cominciato ad azionare le ogive venefiche. Ferruccio non avrebbe potuto aspettare ulteriormente. Doveva alzarsi in volo e distruggere i cannoni. Povero nonno. La scelta sarebbe stata difficile. O salvare lei o l'Accademia con Leonardo, suo padre e sua madre. La mole della macchina volante si parò davanti a lei, ma poco lontano, a destra, le sagome delle ogive le rammentarono che il tempo stava volgendo al termine. Improvvisamente anche lo sbuffo del vapore cessò e insieme a esso il ritmico ticchettio degli ingranaggi. L'autobiruote proseguiva ora per forza d'inerzia.

    La sua speranza vacillò ulteriormente allorché ella, tra la nebbia, cominciò a distinguere un drappello di Guardiani che aveva circondato la macchina volante.

    Gli armigeri si erano frapposti tra lei e la salvezza.

    E questa ormai si involò definitivamente con l'aerovite che, sbuffando e cigolando, si librò nel cielo. Il suo veicolo si fermò del tutto. Loretta vide i Guardiani inveire alla volta dell'aerovite che li stava sorvolando. Entro pochi attimi essi si sarebbero accorti della sua presenza e avrebbero sicuramente sfogato la loro rabbia su di lei.

    Notò un’altra autobiruote accanto al cadavere di un Decurione. Se ne impossessò prima ancora che i Guardiani la notassero. In un attimo l'avviò puntando verso l'orlo della piattaforma, anche se non sapeva cosa avrebbe fatto dopo. Solo allora gli armigeri in bianco la notarono. La forte voce di Ferruccio tuonò dall'alto.

    ”Dirigiti verso il limite della piattaforma: cercheremo di recuperarti. Fai presto. Siamo costretti a sparare alle ogive ora: non possiamo aspettare ulteriormente. Vai!”

    Lei non se lo fece ripetere e accelerò. Guardò in alto: la nave volante si stava abbassando. Udì delle raffiche e subito dopo un boato. Sulla sua destra gli architroniti rovinarono uno dopo l'altro emettendo nuvole di vapore. Le fornaci esplosero e andarono in fiamme, ma vennero spente subito dall'umiditá del vapore. Una nuvola letale si allargò come un manto di morte che non avrebbe risparmiato alcun essere vivente. Loretta raggiunse l'orlo della piattaforma. Si trovò davanti una batteria di baliste lancia ornitotteri vuote. Nello stesso istante, l'enorme sagoma dell'aerovite, scendendo ulteriormente, si parò tra lei e il panorama delle montagne reso bigio dalla nebbia.

    Fece impennare l'autobiruote e saltò sopra una delle baliste, quella più vicina. I macchinari puntavano obliquamente in alto. Impennando ulteriormente il veicolo, superò un cuneo triangolare con la ruota anteriore. Usando questo a mo' di fulcro e l'autobiruote come leva, sollevò la ruota posteriore a una spanna dalla balista. La voce di Ferruccio rimbombò ancora una volta.

    ”Ti abbiamo vista. Lanciati! Ce la farai!”

    Caro nonno, pensò Loretta. Quanta fiducia aveva in lei. Ella invece dubitava molto della riuscita di quella mossa folle. Pompò al massimo l'acqua nell'archironito. La ruota motrice girò a vuoto nell'aria, vorticosamente. Davanti a lei c'era il baratro. A una distanza che sembrava enorme, la salvezza. Si voltò indietro. Un manipolo di Guardiani con le spade sguainate stava sopraggiungendo. Un elmo dorato si distingueva nel grigio. Dietro di loro la nuvola venefica si allargava inesorabile.

    Non aveva mai pregato Dio in vita sua. Ora lo fece.

    Si tirò indietro portando tutto il peso dell'autobiruote sulla ruota posteriore. Non appena questa venne a contatto con la balista, il veicolo venne lanciato in avanti. La spinta fortissima le diede l'impressione di ricevere un pugno nello stomaco prima di ritrovarsi a volare.

    L'aerovite le era sembrata lontanissima, ma, dopo quel lancio, se la vide quasi arrivare addosso, velocissima. Piombò come un proiettile sul ponte della nave volante, si sporse in avanti portando il proprio peso sulla ruota anteriore, mosse i fianchi e fece girare il veicolo. Questo proseguì a ritroso fino a quando la ruota motrice, girando nel verso opposto, frenò del tutto il mostro a vapore. La ruota, frenando, aveva inciso un solco nero sulle assi del ponte.

    Era salva. La nave volante prese quota. Sotto di loro, i Guardiani vennero coperti dalla nuvola velenosa. Un elmo dorato fu l'ultima cosa rimasta visibile prima di venire definitivamente inghiottito dalla morte nera.

    Ma i problemi non erano finiti.

    ”Mio Dio, guardate!” gridò allarmato Ferruccio indicando qualcosa nel cielo.

    Loretta guardò nella stessa direzione. Un'ogiva, apparentemente intatta, era uscita dalla nuvola di fumo sottostante e si librava nel cielo, spinta dal getto di vapore dell'architronito. Non andava veloce: probabilmente il cannone sul quale era montata la bomba volante era stato danneggiato dai proiettili di Silvana prima che il piccolo architronito si attivasse.

    Nonostante la velocità ridotta, l'ogiva non aveva cambiato la traiettoria prestabilita e, inesorabile, volava verso l'Accademia. Il suo carico velenoso sarebbe bastato per uccidere molte decine di persone.

    Silvana volò giù dalle scale della torre.

    ”Sei completamente impazzita?” la redarguì Francesco ”Potevi almeno cercare di colpirla con l'organo...”

    ”Scarico. Ho usato tutti i colpi.” rispose, mentre armeggiava con l'archibugio attaccato all'autobiruote di Loretta.

    Alzò la canna e prese di mira l'ogiva che ormai stava raggiungendo la cima del monte.

    Silvana tirò il grilletto. Al tuono dello sparo seguì un rumore metallico in cielo. Un attimo dopo la bomba cominciò a girare su se stessa, come un gatto impazzito che cercasse di mordersi la coda.

    ”Devi aver colpito l'architronito”, cercò di spiegare Loretta mentre la bomba, dopo una decina di giri perse quota e precipitò sul fianco della montagna, esplodendo.

    ”Ce l'abbiamo fatta, hai salvato l'Accademia, amore!” Alla lode di Francesco fece eco la voce di Silvana. ”Ora il destino di Venezia è nelle mani di Angelo. Pregherò per lui.”

    Il riso di Matilde gelò tutti. ”Non scommetterei un ducato scaduto sul vostro eroe da romanzetti” disse. ”I suoi avversari sono due magnifiche lame di Francia e Spagna: finirà trafitto insieme al doge”.

    ”E questo non è ancora niente” si intromise Ferruccio. “La storia dei carri corazzati che scendono dal cielo e dei sub marem che segneranno la fine della repubblica mi piace ancora meno. Si può sempre eleggere un nuovo doge. Ma se cade il Senato...”

    Seguì il silenzio.

    Loretta fece la sua entrata con in mano una fune arrotolata.

    ”Cosa stiamo ad aspettare? Aiutatemi ad appendere questa bella signora a testa in giù fuori bordo. Ci deve rivelare un bel po' di cosette.”

    ”Non servirebbe a niente,” disse Matilde, con un tremolio nella voce ”non c´è dubbio che, dannazione, in quelle condizioni potrei dire anche ciò che non vorrei. Il fatto è che ...non saprei cosa confessare.”

    Loretta, furente, l'afferrò per il collo.

    ”Non contatemi favole, baldracca! Avete messo su un piano, una ...” le fece il verso ”missione, e avete ora la sfacciataggine di abbindolarci che non sapete cosa confessare! Gente! Questa ci sta prendendo in giro. Francesco, nonno, legatele la fune alle gambe e appendetela fuori. Prima vomiterà, poi ci dirà dove colpiranno i...”

    ”Pensate veramente che non abbia previsto un'evenienza del genere? Soprattutto conoscendo il mio tallone d'Achille? Potete risparmiarmi questa tortura.”

    ”Neanche per sogno! Forza, voialtri. Non vedo l'ora di vederla penzolare come un impiccato alla rovescia.”

    ”Loretta, fermati un attimo e ragiona” si intromise Ferruccio. ”Matilde è troppo intelligente per non avere posto un rimedio alle proprie debolezze. Secondo me parla sinceramente.”

    ”Prove! Voglio prove! Non è possibile architettare un piano del genere e non sapere...”

    ”A meno che non si dimentichi” disse Ferruccio.

    ”Un'elisir?”

    ”Un intruglio del genere ti fa scordare anche il tuo nome. Matilde ricorda tutto, fuorché i dettagli della missione.”

    ”Basta con gli enigmi!” disse Loretta. Annodò la fune alle gambe di Matilde tirando la donna trascinandola per il ponte fino al parapetto. Vi legò l'altro capo della corda e disse:

    ”Allora sollevatela e buttatela! Cosa aspettate?”

    ”Ferma!” supplicò Matilde ”Mi sono fatta ipnotizzare per dimenticare i dettagli della missione all'infuori dell'attentato al doge. Puoi farmi quello che vuoi, ma non mi caverai niente.”

    ”Ipnotizzare?” domandò Ferruccio. ”Non ditemi che...”

    ”Selim Al Mansur, il vostro amico siriano...”

    ”Anche quel brav'uomo siete riuscita a sporcare, cagna!”

    ”Un momento” si intromise Silvana ”prima di morire, ho sentito uno dei decurioni dire qualcosa: capita, in capita...”

    In capite” corresse Ferruccio ”in testa.”

    ”Ma se ha tutto in testa” aggiunse Silvana ”e l'ha dimenticato, ci vorrebbe l'ipno... insomma, quello che glielo facesse ricordare.”

    ”E allora come si spiega il fatto che anche da morta...” riflettè ad alta voce Loretta. ”Non si può ipnotizzare un cadavere. Maledizione! Che rompicapo!”

    Nella stizza si tolse la cuffia e la gettò in faccia a Matilde, urlando: ”Accidenti a voi!”

    Si pentì dell'atto, allorché, accarezzandosi la testa, si ricordò che, senza la sua bella chioma, lei sembrava un gatto spelacchiato.

    ”Ma certo!” gridò Ferruccio puntando gli occhi verso la testa rapata della nipote. ”In testa! Sotto la chioma! Sicuramente non lo sa neppure lei. Quel mago di Al Mansur sa il fatto suo.”

    Matilde li guardava senza capire.

    Loretta estrasse il coltello della Signora.

    ”Tra poco sarete bella come me. Tenetela!”

    ”Cosa fate? Fermatevi!” supplicò Matilde, mentre Silvana le serrava la testa tra le mani.

    Loretta provò un sottile piacere nel far scempio della chioma di Matilde tra le proteste di questa. Ora le aveva reso la pariglia.

    Una scritta sulla pelle della nuca venne alla luce.

    SUB QUOD VOLVET IN COELO.

    ”Sotto ciò che gira nel cielo” dissero in coro Ferruccio e Loretta.

    ”Chiarissimo. Ma soltanto per coloro che sanno dell'esistenza dell'aerovite.” fece Ferruccio.

    ”Sotto,” insistè Loretta ”sotto la vite stessa. Venite nonno. Voi due fate buona guardia. L'aerovite se ne sta sospesa da sé; non c'è bisogno di nessuno al timone per ora”.

    Loretta alzò il boccaporto che portava nel cuore della macchina. Precedette il nonno scendendo la scaletta a pioli. Si ritrovarono in una foresta di ruote dentate e ingranaggi. L'albero che sosteneva la gigantesca vite girava in continuazione.

    Ma non si vedeva alcuna traccia di messaggi.

    ”Ancora più sotto.” insistè Ferruccio.

    ”Un doppiofondo?” domandò Loretta mentre batteva il pavimento con i piedi.

    Dopo un paio di tentativi sentì che una delle assi era instabile. Inserì il coltello nel pavimento per fare leva e la sollevò. Ne asportò quindi altre due fino ad aprire un passaggio. Lei e Ferruccio vi si infilarono dentro. Si ritrovarono in un vano illuminato da uno specchio che rifletteva un raggio di luce proveniente da un foro nella chiglia dell'aerovite verso altri specchi. L'effetto era fantastico.

    Nel vano si poteva notare uno strano macchinario.

    Loretta lo riconobbe subito: ”Una copia di un nuovo prototipo di stampatrice automatica: parto recente di Leonardo.”

    Di fianco al macchinario, la base dell'albero dell'aerovite girava. Su di esso, uno strano disegno rappresentante una mano che tirava un anello sembrava muoversi, animato come per magia.

    ”Una serie di figure disegnate ciascuna nella sua posizione. Quando l'albero è fermo sono soltanto dei segni senza significato apparente, ma quando esso gira si ha l'effetto del movimento” sentenziò Ferruccio. ”Una scoperta di un allievo del Toscano, Gualtiero di Siena.”

    ”È solo l'indicazione di cosa si deve fare. Troviamo l'anello da tirare.”

    ”Eccolo là” indicò Ferruccio.

    ”Dove?”

    ”Là, a sinistra.”

    ”Posso?”

    ”Fai pure!”

    Loretta tirò l'anello. Si udì un rumore e il macchinario si mise in moto; sicuramente era stato agganciato al resto dell'argano.

    Passarono molti attimi allorché un cassetto nel fianco della stampatrice si aprì e ne venne fuori un rotolo di carta.

    ”Sembrerebbe un messaggio. Fresco di stampa e già asciugato dalla carta assorbente” disse Ferruccio con ammirazione. ”Quella canaglia di Matilde sa sfruttare tutte le risorse possibili e immaginabili. Peccato che si sia messa dalla parte sbagliata.”

    Sul rotolo era scritto: MONTE ISOLA. CASTELLO DI NOVALE.

    ”Il destinatario. Adesso leggiamo il contenuto.”

    Dentro al primo rotolo ce n'era un secondo. Su di esso era segnata una mappa.

    ”Una carta nautica.” disse con sicurezza Ferruccio. La studiò.

    ”Che mi venga un colpo! Una rotta da seguire. Dal lago Sebino fino a...al largo di Malta.”

    Ferruccio trovò un terzo rotolo dentro il secondo e un nuovo destinatario.

    AMMIRAGLIO MANIERO.

    ”Non posso crederci! Il vecchio Ferrante! In combutta con Matilde.”

    Il cipiglio si trasformò in sorriso allorché si trovò a dire:

    ”C'è pure la mia firma. Falsa naturalmente. Quel vecchio pirata si fiderebbe di me e sarebbe anche capace di attaccare...Oh mio Dio...”

    Fece una pausa e tutto d'un fiato disse.

    ”Un piano d'attacco contro Genova, Firenze, Lucca e Siena! Con submarem, carri corazzati e truppe ausiliari di automini. Quattro repubbliche. La finta profezia. Non è solo la repubblica di Venezia a cadere. È l'idea di repubblica che rischia di essere cancellata dalla storia.”

    Un nuovo rumore e altri due rulli di carta uscirono dal cassetto.

    Ferruccio, trepidante aprì il primo e lesse.

    ”Un piano di invasione della repubblica di Venezia entro il prossimo mese. Dalle Romagne, mercenari francesi e, dal nord, lanzichenecchi!”

    Afferrò l'altro. I suoi occhi si spalancarono.

    ”Svizzeri. Settemila! Stando a questa scartoffia ci hanno già invaso. Sono già qui, a poche miglia!”

     

     

     






    continua alla prossima puntata...



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