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Le ali del Leone - 18
Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca
e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse
rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da
bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak.
Questa è la diciottesima puntata della sua ucronia-steampunk.
LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 18
Angelo
salì la rampa mentre la prigioniera, riversa sulle sue spalle, urlava: ”Non
farete in tempo! Non ce la farete mai!”
”Vedremo
chi ha ragione” rispose lui, calmo.
Appena
furono a bordo si trovarono di fronte il loro salvatore.
”Nonno!”
esclamò incredula Loretta. ”Ma come...” Si fermò come avesse dimenticato un
altro importante dettaglio. ”E l'equipaggio?”
”Aeronauti!
A me!” persisteva Matilde. ”Liberatemi! Arrestate questa marmaglia!”
Ferruccio
pareva non prestare attenzione ad alcuno.
”Datevi
da fare voialtri! Silvana, corri all'organo di poppa. Non è difficile usarlo.
Ho notato che hai buona mira. Saremo in volo prima che quei cani ci
raggiungano.”
”Vi
riprenderanno! Non la farete franca! Aeronauti! Dove diavolo vi siete
cacciati?” gridò Matilde di nuovo mentre Angelo la scaricava su un sedile.
La
grande vite girava sempre più vorticosamente.
Ferruccio
soddisfò la curiosità della nipote deludendo nel contempo le speranze di
Matilde.
”Dobbiamo
arrangiarci da soli: gli aeronauti stanno russando dentro il castello di poppa
dopo che li ho costretti a bere il vino di Morfeo fino all'ultimo goccio”.
Sorrise furbescamente mostrando la daga. Le rughe attorno agli occhi sembravano
ragnatele. Ritornò serio, apparentemente infastidito dagli strilli di Matilde.
”Adesso
basta,” sbottò ”state zitta oppure vi faccio appendere fuoribordo non appena
saremo in volo.”
Matilde,
finalmente, tacque.
Silvana
aveva raggiunto il moschetto multiplo. Per un attimo, questo parve essere
un'estensione del suo corpo.
L'aerovite
cominciò a vibrare.
”Ci
vuole un uomo per pompa per ciascun architronito. Io ho dovuto fare tutto da
solo. Per questo le cose vanno a rilento. Voi tre andate a pompare l'acqua. Io
vado al timone. Silvana, se i Guardiani si avvicinano troppo, spara, ma
risparmia i colpi: dobbiamo centrare i proiettili a ogiva.”
”Non
riusciremo a fermare gli assassini” osservò Loretta.
”No,
ma se l'obiettivo è uccidere Leonardo siamo in grado di precederli.”
Loretta
che stava già trafficando con una delle pompe, domandò:
”Nonno,
ma avreste dovuto essere a valle...”
”Appesi
al rallentacadute c'erano soltanto l'uniforme e l'armatura da Guardiano. Io mi
ero nascosto sulla vite. Mi è bastato saltar fuori al momento giusto e puntare
alla pancia del capitano questo coltellino mostrando la grinta di
Nonno-Ferruccio-Terrore-dei-Turchi e quei pirati dell'aria si sono arresi”.
Fece un sorriso. ”Avevo aspettato fino all'ultimo nella speranza che Matilde ti
usasse come esca”. Si diresse al timone. ”Preparatevi al volo.” ordinò.
Silvana
accarezzava il moschetto multiplo mentre guardava in cielo: ”Grazie, Maria per
avermi concesso questa esperienza. Volare. E proprio oggi: il giorno
dell'Ascensione.”
”Cosa
hai detto?” esclamò Ferruccio. “Dio mio! Come ho fatto a non pensarci prima?
Oggi, il giorno dell'Ascensione, a Venezia si celebra la Festa dello Sposalizio
del Mare. Il doge navigherà a bordo del Bucintoro per il Canal Grande tra la
folla dei cittadini in festa.”
”E
allora?” disse Angelo. ”Abbiamo altro da pensare che feste e sposalizi.”
”Gli
assassini! Bisogna fermarli!” Ferruccio era eccitatissimo. Guardò Matilde. Il
volto di pietra di lei rappresentava quasi una confessione.
”Come
si chiama il doge?”
”Leonardo
Loredan” rispose la figura di Loretta nella nebbia.
”Dux
Leonardus! Il doge Leonardo. Non da Vinci!”
Loretta
abbandonò la pompa, strappò la daga di mano a Ferruccio e corse verso la
passerella.
”Posso
cercare di fermarli.”
”Possiamo!”
esclamò Angelo. ”Qualsiasi idea ti frulli per la tua pazza testa, sarò al tuo
fianco.”
Non
ci fu discussione. Loretta, preso Angelo per mano, lo trascinò in corsa di
nuovo giù dalla passerella.
”Angelo!”
gridò dalla torre Silvana. ”Prendi questo con te: ti proteggerà.” Il giovane
afferrò al volo una catenella con attaccato un crocifisso di ferro battuto e se
la mise al collo. Si rivolse a Loretta. ”Bel lavoro da fabbro, tipico di
Francesco.” disse. Un rimasuglio di gelosia lo fece leggermente arrossire.
”Deve averglielo regalato a mia insaputa.”
”E
stai ancora a tormentarti per cose passate? Andiamo a salvare il futuro,
invece.” disse Loretta indicando uno dei veicoli a due ruote. Poco lontano
dall'autobiruote, una decina di Guardiani stava avanzando con le spade
sguainate.
”Silvana!”
gridò Loretta.
Una
raffica di colpi partita dall'aerovite abbattè cinque armigeri. Gli altri
batterono in ritirata.
La
via era ora momentaneamente libera. Loretta si mise a cavalcioni del veicolo e
con mano esperta tirò la pompa dell'acqua. Angelo montò a sua volta dietro alla
ragazza.
”Tienti
stretto. Attaccati a me o ti ritrovi col sedere a terra.”
Angelo
si strinse ai suoi fianchi. Un attimo dopo il veicolo si impennò e partì.
Gli
sembrava di trovarsi in groppa a un destriero lanciato al galoppo. Il contatto
col corpo scattante di Loretta lo aiutò a prendere coraggio.
Due
Guardiani gli si pararono davanti agitando le spade. Angelo allungò la mano
impugnando l'archibugio attaccato al fianco del veicolo. Non appena fu prossimo
all'armigero, fece fuoco. Il Guardiano cadde. Il suo compagno si tirò a lato.
La via
nebbiosa era ora libera. Le sagome delle ali si avvicinavano sempre più.
Dong.
Il
suono di una campana echeggiò nel grigio.
”Il
conto alla rovescia.” disse Loretta.
”Quattro
battiti.” confermò Angelo.
Nella
bruma prese forma la sagoma di un leone alato gigantesco.
Dong.
Un
gruppo di mastri meccanici si parò tra loro e il simulacro. Loretta impennò il
veicolo che, come volando, passò sopra le teste degli uomini, mentre la
campana, inesorabile, segnava il penultimo secondo prima della partenza degli
assassini.
Dong.
La
figura imponente del leone meccanico si parò davanti a loro.
”E
adesso come li fermiamo?” Loretta parlava da sola.
”Dammi
la daga.”
”Non
avrai intenzione di ingaggiare duello, spero!”
”Voglio
soltanto tagliare i cavi di traino.”
Dong.
L'ultimo
suono della campana fece scempio delle sue buone intenzioni.
Si
udì uno sbuffo, un altro, un rumore di argani. La mole del leone si allontanò
di colpo da loro. Loretta accelerò riuscendo ad affiancarsi al mostro
meccanico, ma davanti a loro si stava parando l'orlo della piattaforma.
Loretta
guidò il veicolo dietro la coda metallica del simulacro.
Erano
ormai a pochi piedi di distanza.
Guadagnarono
terreno. Loretta era quasi arrivata a toccare il deretano metallico del
bestione, quando questo cominciò ad alzarsi in volo. La ragazza accelerò e il
veicolo si trovò sotto le zampe.
Angelo
si infilò la daga nella cintura, si alzò in piedi sul sedile e fece in tempo ad
aggrapparsi alla coda arrotolata simile a un viticcio. Si sentì sollevare. Udì
la voce di Loretta sotto di lui: “Attento, non potrò farti compagnia. Vai,
fagliela vedere! Salva Venezia! Amo..”
La
voce della fanciulla si disperse nell'eco dei monti. La nebbia di dissolse
tutta d'un colpo.
Angelo
stava volando. Vide per un attimo l'altra pendice del Monte Redondo. Con la
coda dell'occhio notò per un attimo la figura grigia del suo mulo che galoppava
verso valle prima che anche questa sparisse lontano, coperta da altri monti.
Guardò in avanti e si accorse quanto piccolo era stato il suo mondo.
Loretta
girò l'autobiruote e si allontanò dalla base di lancio. Zigzagò evitando
abilmente mastri e Guardiani che cercavano di bloccarla e trovò via libera.
Pompò ancora acqua dal serbatoio e il vapore spinse il veicolo al massimo della
velocità. Ma la leva della pompa non poneva più molta resistenza: il piccolo
serbatoio era quasi vuoto. Se la fortuna non l'abbandonava avrebbe forse
raggiunto l'aerovite. Lei sapeva però che al battere dell'ultimo tocco di
campana gli artiglieri avevano cominciato ad azionare le ogive venefiche.
Ferruccio non avrebbe potuto aspettare ulteriormente. Doveva alzarsi in volo e
distruggere i cannoni. Povero nonno. La scelta sarebbe stata difficile. O
salvare lei o l'Accademia con Leonardo, suo padre e sua madre. La mole della
macchina volante si parò davanti a lei, ma poco lontano, a destra, le sagome
delle ogive le rammentarono che il tempo stava volgendo al termine. Improvvisamente
anche lo sbuffo del vapore cessò e insieme a esso il ritmico ticchettio degli
ingranaggi. L'autobiruote proseguiva ora per forza d'inerzia.
La
sua speranza vacillò ulteriormente allorché ella, tra la nebbia, cominciò a
distinguere un drappello di Guardiani che aveva circondato la macchina volante.
Gli
armigeri si erano frapposti tra lei e la salvezza.
E
questa ormai si involò definitivamente con l'aerovite che, sbuffando e
cigolando, si librò nel cielo. Il suo veicolo si fermò del tutto. Loretta vide
i Guardiani inveire alla volta dell'aerovite che li stava sorvolando. Entro
pochi attimi essi si sarebbero accorti della sua presenza e avrebbero
sicuramente sfogato la loro rabbia su di lei.
Notò
un’altra autobiruote accanto al cadavere di un Decurione. Se ne impossessò
prima ancora che i Guardiani la notassero. In un attimo l'avviò puntando verso
l'orlo della piattaforma, anche se non sapeva cosa avrebbe fatto dopo. Solo
allora gli armigeri in bianco la notarono. La forte voce di Ferruccio tuonò
dall'alto.
”Dirigiti
verso il limite della piattaforma: cercheremo di recuperarti. Fai presto. Siamo
costretti a sparare alle ogive ora: non possiamo aspettare ulteriormente. Vai!”
Lei
non se lo fece ripetere e accelerò. Guardò in alto: la nave volante si stava abbassando.
Udì delle raffiche e subito dopo un boato. Sulla sua destra gli architroniti
rovinarono uno dopo l'altro emettendo nuvole di vapore. Le fornaci esplosero e
andarono in fiamme, ma vennero spente subito dall'umiditá del vapore. Una
nuvola letale si allargò come un manto di morte che non avrebbe risparmiato
alcun essere vivente. Loretta raggiunse l'orlo della piattaforma. Si trovò
davanti una batteria di baliste lancia ornitotteri vuote. Nello stesso istante,
l'enorme sagoma dell'aerovite, scendendo ulteriormente, si parò tra lei e il
panorama delle montagne reso bigio dalla nebbia.
Fece
impennare l'autobiruote e saltò sopra una delle baliste, quella più vicina. I
macchinari puntavano obliquamente in alto. Impennando ulteriormente il veicolo,
superò un cuneo triangolare con la ruota anteriore. Usando questo a mo' di
fulcro e l'autobiruote come leva, sollevò la ruota posteriore a una spanna
dalla balista. La voce di Ferruccio rimbombò ancora una volta.
”Ti
abbiamo vista. Lanciati! Ce la farai!”
Caro
nonno, pensò Loretta. Quanta fiducia aveva in lei. Ella invece dubitava molto
della riuscita di quella mossa folle. Pompò al massimo l'acqua
nell'archironito. La ruota motrice girò a vuoto nell'aria, vorticosamente.
Davanti a lei c'era il baratro. A una distanza che sembrava enorme, la
salvezza. Si voltò indietro. Un manipolo di Guardiani con le spade sguainate
stava sopraggiungendo. Un elmo dorato si distingueva nel grigio. Dietro di loro
la nuvola venefica si allargava inesorabile.
Non
aveva mai pregato Dio in vita sua. Ora lo fece.
Si
tirò indietro portando tutto il peso dell'autobiruote sulla ruota posteriore.
Non appena questa venne a contatto con la balista, il veicolo venne lanciato in
avanti. La spinta fortissima le diede l'impressione di ricevere un pugno nello
stomaco prima di ritrovarsi a volare.
L'aerovite
le era sembrata lontanissima, ma, dopo quel lancio, se la vide quasi arrivare
addosso, velocissima. Piombò come un proiettile sul ponte della nave volante,
si sporse in avanti portando il proprio peso sulla ruota anteriore, mosse i
fianchi e fece girare il veicolo. Questo proseguì a ritroso fino a quando la
ruota motrice, girando nel verso opposto, frenò del tutto il mostro a vapore.
La ruota, frenando, aveva inciso un solco nero sulle assi del ponte.
Era
salva. La nave volante prese quota. Sotto di loro, i Guardiani vennero coperti
dalla nuvola velenosa. Un elmo dorato fu l'ultima cosa rimasta visibile prima
di venire definitivamente inghiottito dalla morte nera.
Ma i
problemi non erano finiti.
”Mio
Dio, guardate!” gridò allarmato Ferruccio indicando qualcosa nel cielo.
Loretta
guardò nella stessa direzione. Un'ogiva, apparentemente intatta, era uscita
dalla nuvola di fumo sottostante e si librava nel cielo, spinta dal getto di
vapore dell'architronito. Non andava veloce: probabilmente il cannone sul quale
era montata la bomba volante era stato danneggiato dai proiettili di Silvana
prima che il piccolo architronito si attivasse.
Nonostante
la velocità ridotta, l'ogiva non aveva cambiato la traiettoria prestabilita e,
inesorabile, volava verso l'Accademia. Il suo carico velenoso sarebbe bastato
per uccidere molte decine di persone.
Silvana
volò giù dalle scale della torre.
”Sei
completamente impazzita?” la redarguì Francesco ”Potevi almeno cercare di
colpirla con l'organo...”
”Scarico.
Ho usato tutti i colpi.” rispose, mentre armeggiava con l'archibugio attaccato
all'autobiruote di Loretta.
Alzò
la canna e prese di mira l'ogiva che ormai stava raggiungendo la cima del
monte.
Silvana
tirò il grilletto. Al tuono dello sparo seguì un rumore metallico in cielo. Un
attimo dopo la bomba cominciò a girare su se stessa, come un gatto impazzito
che cercasse di mordersi la coda.
”Devi
aver colpito l'architronito”, cercò di spiegare Loretta mentre la bomba, dopo
una decina di giri perse quota e precipitò sul fianco della montagna,
esplodendo.
”Ce
l'abbiamo fatta, hai salvato l'Accademia, amore!” Alla lode di Francesco fece
eco la voce di Silvana. ”Ora il destino di Venezia è nelle mani di Angelo.
Pregherò per lui.”
Il
riso di Matilde gelò tutti. ”Non scommetterei un ducato scaduto sul vostro eroe
da romanzetti” disse. ”I suoi avversari sono due magnifiche lame di Francia e
Spagna: finirà trafitto insieme al doge”.
”E
questo non è ancora niente” si intromise Ferruccio. “La storia dei carri
corazzati che scendono dal cielo e dei sub marem che segneranno la fine della
repubblica mi piace ancora meno. Si può sempre eleggere un nuovo doge. Ma se
cade il Senato...”
Seguì
il silenzio.
Loretta
fece la sua entrata con in mano una fune arrotolata.
”Cosa
stiamo ad aspettare? Aiutatemi ad appendere questa bella signora a testa in giù
fuori bordo. Ci deve rivelare un bel po' di cosette.”
”Non
servirebbe a niente,” disse Matilde, con un tremolio nella voce ”non c´è dubbio
che, dannazione, in quelle condizioni potrei dire anche ciò che non vorrei. Il
fatto è che ...non saprei cosa confessare.”
Loretta,
furente, l'afferrò per il collo.
”Non
contatemi favole, baldracca! Avete messo su un piano, una ...” le fece il verso
”missione, e avete ora la sfacciataggine di abbindolarci che non sapete
cosa confessare! Gente! Questa ci sta prendendo in giro. Francesco, nonno,
legatele la fune alle gambe e appendetela fuori. Prima vomiterà, poi ci dirà
dove colpiranno i...”
”Pensate
veramente che non abbia previsto un'evenienza del genere? Soprattutto
conoscendo il mio tallone d'Achille? Potete risparmiarmi questa tortura.”
”Neanche
per sogno! Forza, voialtri. Non vedo l'ora di vederla penzolare come un
impiccato alla rovescia.”
”Loretta,
fermati un attimo e ragiona” si intromise Ferruccio. ”Matilde è troppo
intelligente per non avere posto un rimedio alle proprie debolezze. Secondo me
parla sinceramente.”
”Prove!
Voglio prove! Non è possibile architettare un piano del genere e non sapere...”
”A
meno che non si dimentichi” disse Ferruccio.
”Un'elisir?”
”Un
intruglio del genere ti fa scordare anche il tuo nome. Matilde ricorda tutto,
fuorché i dettagli della missione.”
”Basta
con gli enigmi!” disse Loretta. Annodò la fune alle gambe di Matilde tirando la
donna trascinandola per il ponte fino al parapetto. Vi legò l'altro capo della
corda e disse:
”Allora
sollevatela e buttatela! Cosa aspettate?”
”Ferma!”
supplicò Matilde ”Mi sono fatta ipnotizzare per dimenticare i dettagli della
missione all'infuori dell'attentato al doge. Puoi farmi quello che vuoi, ma non
mi caverai niente.”
”Anche
quel brav'uomo siete riuscita a sporcare, cagna!”
”Un
momento” si intromise Silvana ”prima di morire, ho sentito uno dei decurioni
dire qualcosa: capita, in capita...”
”In
capite” corresse Ferruccio ”in testa.”
”Ma
se ha tutto in testa” aggiunse Silvana ”e l'ha dimenticato, ci vorrebbe
l'ipno... insomma, quello che glielo facesse ricordare.”
”E
allora come si spiega il fatto che anche da morta...” riflettè ad alta voce
Loretta. ”Non si può ipnotizzare un cadavere. Maledizione! Che rompicapo!”
Nella
stizza si tolse la cuffia e la gettò in faccia a Matilde, urlando: ”Accidenti a
voi!”
Si
pentì dell'atto, allorché, accarezzandosi la testa, si ricordò che, senza la
sua bella chioma, lei sembrava un gatto spelacchiato.
”Ma certo!”
gridò Ferruccio puntando gli occhi verso la testa rapata della nipote. ”In
testa! Sotto la chioma! Sicuramente non lo sa neppure lei. Quel mago di Al
Mansur sa il fatto suo.”
Matilde
li guardava senza capire.
Loretta
estrasse il coltello della Signora.
”Tra
poco sarete bella come me. Tenetela!”
”Cosa
fate? Fermatevi!” supplicò Matilde, mentre Silvana le serrava la testa tra le
mani.
Loretta
provò un sottile piacere nel far scempio della chioma di Matilde tra le
proteste di questa. Ora le aveva reso la pariglia.
Una
scritta sulla pelle della nuca venne alla luce.
SUB
QUOD VOLVET IN COELO.
”Sotto
ciò che gira nel cielo” dissero in coro Ferruccio e Loretta.
”Chiarissimo.
Ma soltanto per coloro che sanno dell'esistenza dell'aerovite.” fece Ferruccio.
”Sotto,”
insistè Loretta ”sotto la vite stessa. Venite nonno. Voi due fate buona
guardia. L'aerovite se ne sta sospesa da sé; non c'è bisogno di nessuno al
timone per ora”.
Loretta
alzò il boccaporto che portava nel cuore della macchina. Precedette il nonno scendendo
la scaletta a pioli. Si ritrovarono in una foresta di ruote dentate e
ingranaggi. L'albero che sosteneva la gigantesca vite girava in continuazione.
Ma
non si vedeva alcuna traccia di messaggi.
”Ancora
più sotto.” insistè Ferruccio.
”Un
doppiofondo?” domandò Loretta mentre batteva il pavimento con i piedi.
Dopo
un paio di tentativi sentì che una delle assi era instabile. Inserì il coltello
nel pavimento per fare leva e la sollevò. Ne asportò quindi altre due fino ad
aprire un passaggio. Lei e Ferruccio vi si infilarono dentro. Si ritrovarono in
un vano illuminato da uno specchio che rifletteva un raggio di luce proveniente
da un foro nella chiglia dell'aerovite verso altri specchi. L'effetto era
fantastico.
Nel
vano si poteva notare uno strano macchinario.
Loretta
lo riconobbe subito: ”Una copia di un nuovo prototipo di stampatrice
automatica: parto recente di Leonardo.”
Di
fianco al macchinario, la base dell'albero dell'aerovite girava. Su di esso,
uno strano disegno rappresentante una mano che tirava un anello sembrava
muoversi, animato come per magia.
”Una
serie di figure disegnate ciascuna nella sua posizione. Quando l'albero è fermo
sono soltanto dei segni senza significato apparente, ma quando esso gira si ha
l'effetto del movimento” sentenziò Ferruccio. ”Una scoperta di un allievo del
Toscano, Gualtiero di Siena.”
”È
solo l'indicazione di cosa si deve fare. Troviamo l'anello da tirare.”
”Eccolo
là” indicò Ferruccio.
”Dove?”
”Là,
a sinistra.”
”Posso?”
”Fai
pure!”
Loretta
tirò l'anello. Si udì un rumore e il macchinario si mise in moto; sicuramente
era stato agganciato al resto dell'argano.
Passarono
molti attimi allorché un cassetto nel fianco della stampatrice si aprì e ne
venne fuori un rotolo di carta.
”Sembrerebbe
un messaggio. Fresco di stampa e già asciugato dalla carta assorbente” disse
Ferruccio con ammirazione. ”Quella canaglia di Matilde sa sfruttare tutte le
risorse possibili e immaginabili. Peccato che si sia messa dalla parte
sbagliata.”
Sul rotolo
era scritto: MONTE ISOLA. CASTELLO DI NOVALE.
”Il
destinatario. Adesso leggiamo il contenuto.”
Dentro
al primo rotolo ce n'era un secondo. Su di esso era segnata una mappa.
”Una
carta nautica.” disse con sicurezza Ferruccio. La studiò.
”Che
mi venga un colpo! Una rotta da seguire. Dal lago Sebino fino a...al largo di
Malta.”
Ferruccio
trovò un terzo rotolo dentro il secondo e un nuovo destinatario.
AMMIRAGLIO
MANIERO.
”Non
posso crederci! Il vecchio Ferrante! In combutta con Matilde.”
Il
cipiglio si trasformò in sorriso allorché si trovò a dire:
”C'è
pure la mia firma. Falsa naturalmente. Quel vecchio pirata si fiderebbe di me e
sarebbe anche capace di attaccare...Oh mio Dio...”
Fece
una pausa e tutto d'un fiato disse.
”Un
piano d'attacco contro Genova, Firenze, Lucca e Siena! Con submarem, carri
corazzati e truppe ausiliari di automini. Quattro repubbliche. La finta
profezia. Non è solo la repubblica di Venezia a cadere. È l'idea di repubblica
che rischia di essere cancellata dalla storia.”
Un
nuovo rumore e altri due rulli di carta uscirono dal cassetto.
Ferruccio,
trepidante aprì il primo e lesse.
”Un
piano di invasione della repubblica di Venezia entro il prossimo mese. Dalle
Romagne, mercenari francesi e, dal nord, lanzichenecchi!”
Afferrò
l'altro. I suoi occhi si spalancarono.
”Svizzeri.
Settemila! Stando a questa scartoffia ci hanno già invaso. Sono già qui, a
poche miglia!”
continua alla prossima puntata...
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