Le ali del leone_18 Le ali del Leone_19<a href="../../../Documents and Settings/giampi/Desktop/Le ali del Leone - puntata 17.htm"></a><a href="../../../Documents and Settings/giampi/Desktop/Le_Ali_puntata17.html"></a> Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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Le ali del Leone - 19

  • Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak. Questa è la diciannovesima puntata della sua ucronia-steampunk.



  • LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 19


    Monti e valli scorrevano, mentre Angelo si manteneva aggrappato alla spirale della coda del leone alato. La vista lo inebriò, attenuando la paura. Si issò e si arrampicò sulla schiena del felino dorato e si mosse in avanti strisciando per evitare che il vento lo facesse cadere. Palmo a palmo, il giovane avanzò tenendosi aggrappato con i polpastrelli, quasi stesse scalando la parete di un monte orizzontale. Passò sopra una botola chiusa sperando che ai due assassini non saltasse in mente di mettere fuori la testa proprio in quel momento. Davanti a lui, gli ornitotteri camuffati da angeli sembravano un ventaglio bianco e dorato.
    Improvvisamente si sentì sprofondare. Il leone volante stava per calare in picchiata.
    Angelo riuscì appena in tempo ad afferrarsi alle orecchie del simulacro. Stavano scendendo verso un lago. Una sensazione magnifica. Gli ornitotteri sfiorarono la superficie delle acque, fecero rifornimento e risalirono.
    Si sporse oltre la testa del leone e guardò sotto. Le quattro corde dorate convergevano in una grossa gomena lunga un braccio e spessa quanto la coscia di un uomo corpulento, annodata a un gancio situato tra le zampe del leone.
    Angelo si calò con con cautela dalla testa del simulacro. Quando si trovò appeso alle fauci socchiuse, guardò dentro. Undici cilindri metallici sembravano altrettanti occhi intenti a fissarlo. Osservando l'ormai familiare moschetto multiplo, Angelo non potè fare a meno di porsi alcune domande. Non sarebbero bastati i due assassini per uccidere il doge? La risposta gli balenò nella mente: durante l'assalto dei due sicari, l'organo avrebbe fatto una strage. I Senatori! Ma certo. Guardò meglio dentro le fauci e intravide ingranaggi e molle. Quel mostro doveva funzionare come i guerrieri meccanici. Un congegno avrebbe azionato l'arma. Osservò anche il braccio dorato che teneva in pugno uno spadone lungo quanto una lancia. Avrebbe scommesso il salario di un mese che, al momento giusto, quell'affare, agitato a destra e a manca, avrebbe compiuto uno scempio davanti agli occhi di una folla atterrita.
    Ma avevano fatto i conti senza l'Angelo Custode, quei cani!
    Il giovane si mise a cavalcioni del grosso gancio. Sotto di lui sfilava una pianura verde tagliata in due da un fiume. Afferrata la daga, cominciò a tagliare la grossa gomena.
    Non era un'impresa facile: nonostante il brando fosse affilato, il nodo era molto compatto e la lamella dorata che lo ricopriva era sottile, ma resistente. Passarono attimi interminabili col risultato di aver appena scalfito la gomena. Finalmente, però, dopo poco, questa cominciò un po' per volta a dipanarsi.
    Incoraggiato, Angelo continuò a tagliare fino a quando soltanto metà di quel grosso salsiccione rimase attaccata al gancio. Stava constatando con gioia che anche quella si stava dipanando sempre più velocemente, quando uno degli aeronauti si voltò. Era stato scoperto! Il nocchiero dell'aria mise in azione la tromba del finto angelo, dando l'allarme. Mentre la gomena si stava ormai scindendo in tanti vermicelli, assottigliandosi sempre più, i due aeronauti alla guida degli angeli che volavano in mezzo abbandonarono i loro posti e avanzarono verso di lui tenendosi attaccati alle corde di traino. Quello a destra procedeva carponi camminandovi sopra come un funambolo; il compagno avanzava tenendosi aggrappato sotto, come una scimmia. Dalle cinture di ciascuno pendeva il fodero di un coltello.
    Un rumore alle sue spalle lo fece voltare: dietro di lui si era aperto uno sportello; due facce scheletriche fecero capolino.
    Udì i teschi esclamare qualcosa come diable o diablo o forse ambedue le cose. Non c'era dubbio che i due macabri figuri, da qualsiasi parte del mondo venissero, dovevano averlo scambiato per un demonio. Certamente anche per via dei suoi capelli rossi. Un attimo dopo, due lame di spada incombevano su di lui. Istintivamente cercò di parare con la propria. La reazione rallentò la furia degli assassini. Saltò in avanti ritrovandosi come un ragno appeso ai capi delle quattro funi nel punto in cui queste cominciavano a divergere. La daga gli scappò di mano e precipitò nel vuoto. Era fuori dal raggio d'azione delle spade per il momento, ma i due aeronauti si avvicinavano inesorabilmente.
    Angelo si affrettò ad appendersi alla fune a sinistra, allo scopo di evitare i due uomini. Aveva percorso pochi piedi, quando l'ornitottero attaccato alla sua corda calò in picchiata facendola tendere quasi verticalmente verso il baratro. Riuscì a tenersi aggrappato tentando di scalarla di nuovo, ma la macchina volante rallentò e risalì di quota portando la propria coda più vicina a lui. Fu investito da un'ondata di aria calda che in pochi attimi divenne bollente. Angelo realizzò che il bastardo aveva intenzione di colpirlo con i getti di vapore. Le sue mani cominciarono a perdere la presa sulla fune: il vapore, condensandosi, l'aveva resa scivolosa, mentre la gamba destra cominciò a dolere come se fosse stata immersa in una pentola piena d'acqua bollente. Si prese in mano le maniche e, usandole come guanti, fece presa sulla fune. Mentre scalava notò qualcosa sotto la pancia del simulacro.
    Ciò che aveva visto avrebbe dovuto allarmarlo ancora di più, ma al momento aveva altro a cui pensare. Arrampicandosi a fatica lungo la corda riuscì a raggiungere quella vicina quasi orizzontale e ad attaccarvisi. Funambolo era ormai a poca distanza, il suo compagno un po' dietro. Dall'altra parte, gli assassini si tenevano pronti con le spade. Angelo aveva ora soltanto l'imbarazzo della scelta: essere macellato dai coltellacci degli aeronauti, venire infilzato dalle spade degli scheletrici assassini o finire lessato dai getti di vapore. Oltretutto, si rese conto che solo una piccola striscia di corda era rimasta attaccata al gancio. C'era una cosa sola da fare. Si voltò verso il leone, si alzò in piedi, prese lo slancio e saltò in alto.
    Venne letteralmente speronato dalla testa del felino meccanico che lo colpì come un pugno allo stomaco e si ritrovò a pancia in giù a scivolare lungo la schiena del mostro. I suoi piedi fecero presa sulle orecchie della bestia dorata fermando la sua caduta verso il baratro. Le sue mani strinsero la maniglia della botola. Angelo la girò e, dopo aver aperto il boccaporto, vi si infilò. Cercò subito con lo sguardo l'organo a trentatré canne. Non riuscì a vederlo, ma non c'era tempo per cercarlo: un pannello del pavimento davanti a lui si era aperto come il coperchio di una bara e da essa due scheletri si erano affacciati. “Eh no, brutte facce da cadavere,” urlò il giovane “stavolta ve ne resterete sotto!” Si piazzò in piedi con tutto il suo peso cercando di impedire che i due assassini uscissero dal pertugio. Vide un pannello dorato: lo alzò e finalmente si trovò davanti il micidiale archibugio a ripetizione. Il vento lo colpì in viso: attraverso la bocca socchiusa del leone si poteva osservare l'esterno. Funambolo stava raggiungendo il gancio. Alzò la testa e sbirciò più sotto. Anche Scimmia stava avvicinandosi alla convergenza delle funi. La spinta degli assassini sotto i suoi piedi si faceva più pressante. Le loro mani con guanti che sembravano ossa da scheletri gli afferrarono le caviglie.
    Le sue dita si strinsero su una funicella attaccata alla manovella dell'arma. I coltelli dei due aeronauti erano bene in vista seppure ancora nella fondina. Le mani scheletriche sembravano non voler mollare la presa. La lama di una spada spuntò da sotto il pavimento.
    Non c'era tempo per la compassione: la sua vita, quella di centinaia di altre, il destino di Venezia erano in gioco. Tirò la funicella. La raffica falciò Funambolo e si riversò sugli ornitotteri, mentre Scimmia, colto di sorpresa, perse l'appiglio precipitando nel vuoto.
    Vide in paio di ali angeliche venire spezzate. Un secondo ornitottero prese fuoco: la fornace dell'architronito doveva essere stata colpita. L'angelo con le ali spezzate precipitò. Quello in fiamme continuò il volo. Angelo aveva messo in moto il meccanismo automatico di fuoco. La seconda serie di canne, ruotando, si era messa in posizione di sparo, mentre l'arma iniziava a girare da destra a sinistra. Il terzo ornitottero, colpito, esplose. L'ultimo aeronauta si gettò col suo velivolo in picchiata, col solo risultato di precipitare dopo averne perso il controllo. Con uno strattone, il resto della gomena venne definitivamente reciso.
    Al sobbalzo, gli assassini mollarono la presa. Evidentemente la loro attenzione era rivolta ora a ciò che stava accadendo all'esterno. Immaginò quale effetto poteva aver avuto sui suoi avversari la vista dei propri angeli in fiamme precipitare in basso. Di nuovo libero di muoversi, Angelo si affrettò a uscire dal boccaporto per arrampicarsi nuovamente sulla schiena del leone, sicuro che i due energumeni non avrebbero tentato di inseguirlo lassù. Avanzò di nuovo carponi fino alla testa del felino dorato e vi si posò a cavalcioni tenendosi stretto alle finte orecchie. Guardò avanti: lontano, all'orizzonte, la piatta campagna verde pareva trasformarsi in una distesa blu scura. In mezzo ad essa spiccava qualcosa di variopinto, briciole di bianco, rosso, verde e altre variazioni di colore. La costa si avvicinava sempre di più, ma anche la pianura si faceva più nitida, segno che stavano perdendo quota.
    Quando Angelo fu in grado di distinguere alberi e cascine, anche quel mucchio multicolore prese la forma di una città che pareva sorgere dalle acque. Venezia lo osservava da lontano mentre il leone che lui stava cavalcando toccava terra.
    Ma la Regina dell'Adriatico non fu l'unica spettatrice di quell'inaspettato arrivo: una folla di contadini fissava sbigottita il mostro dorato facendosi il segno della croce. Angelo saltò giù e cercò di raggiungere i villani per avvisarli del pericolo. Non ce ne fu bisogno: anche i due scheletri viventi, usciti dal leone, lo inseguirono agitando le spade. Intanto quello, mosso dalla sua anima meccanica sicuramente attivata dall'urto, cominciò ad avanzare trotterellando, mentre l'enorme spadone, mosso dal braccio metallico, fendeva l'aria. I villici voltarono la schiena e fuggirono. Angelo si mise a correre lungo la piana, stranamente priva di dossi, che pareva livellata da un gigantesco piede. Udì uno schianto e, voltatosi indietro, si accorse che lo spadone del felino meccanico aveva tranciato via la corona frondosa di un melo. Inorridì al pensiero del macello che avrebbe potuto provocare quel mostro all'interno di una folla compatta. Fortunatamente, il moschetto multiplo era ora scarico, altrimenti l'arma avrebbe fatto scempio dei contadini. Pensò anche a ciò che aveva visto mentre precipitava: quattro barilotti di polvere nera e una miccia. Si immaginò il piano di Matilde. Dopo il massacro dei Senatori da parte del mostro meccanico e il doge trafitto dagli assassini, il leone avrebbe dovuto esplodere eliminando così ogni traccia della sua esistenza. Anche gli scomodi sicari sarebbero stati ridotti in polvere. Nessuno avrebbe pensato all'operato di macchine moderne: i testimoni superstiti avrebbero creduto all'avverarsi della profezia e all'intervento divino.
    Udì imprecazioni in un idioma straniero alle sue spalle: gli assassini lo stavano raggiungendo.
    Convinti di avere Dio dalla loro, erano ossessionati dall'idea di ucciderlo.
    Il leone meccanico era molto più indietro. La bocca di Angelo si allargò in un sorriso amaro: di lì a poco quell'automo sarebbe saltato per aria, ma le due vittime designate, grazie al fatto di essere alla sua caccia, sarebbero sopravvissute. Davanti a lui si parò un lungo muro. I villici, varcato un cancello, si affrettarono a chiuderlo. Angelo realizzò che entro poco si sarebbe trovato intrappolato tra quell'ostacolo e i due assassini. Gli venne un'idea folle quanto disperata. Si fermò e si voltò. I due scheletri rallentarono l'andatura, guardinghi. Angelo si mosse lentamente, affrontando i due. “Brutti creduloni vestiti alla moda del cimitero,” mormorò tra i denti ”vi farò pentire dei vostri atti, parola di Angelo Santus!” Estrasse da sotto la camicia il crocifisso di Silvana e lo alzò in alto.
    ”Sono io il vero angelo,” disse ”e voi vi siete lasciati ingannare da falsi messaggeri divini!” Chissà se i due capiscono l'italiano, pensò. ”Li ho distrutti e bruciati e tra poco anche Satana, personificato nella forma di quel leone, andrà in fiamme. Gettatevi in ginocchio e pentitevi mentre io rimanderò la Bestia tra le fiamme dell'Inferno!”
    I due si fermarono. Angelo, disperato, alzò la croce e urlò l'unica frase in latino che conosceva.
    Un ”Vade retro Satan!” con vago accento alpigiano rintronò per la campagna mentre lui ringraziava silenziosamente suor Giacomina.

    Don Salvador De Silva era in preda al dubbio. Forse il Signore lo stava mettendo alla prova. Tutto aveva fatto pensare che El Rojo fosse un demonio. Ma nessuna creatura dell'Inferno poteva aver avuto ragione degli angeli, né maneggiare un crocifisso senza ridursi in polvere.
    ”Fermati Armande! Forse è veramente un angelo!”
    Il francese si fermò.
    Alle loro spalle tuonò un'esplosione. Si voltarono e videro una fiamma enorme nel punto dove poco prima si ergeva il grande leone.
    Si gettò a terra in preghiera assieme al suo compagno francese, mentre una frotta di villani, uscita da un cancello faceva altrettanto.

    ”Eccoli, finalmente!” gridò Guido Zambelli. L'urlo di trionfo rimbombò all'interno dell'elmo da aeronauta e furono soltanto le sue orecchie a sentirlo. Si voltò a destra e a sinistra: i quattro compagni di volo alla guida dei loro ornitotteri fecero segno di aver avvistato gli svizzeri. Guardò la carta che gli era stata consegnata poche ore prima da Messer Ferruccio in persona: tutto combaciava con l'itinerario degli invasori.
    Gliel'avrebbero fatta vedere loro ai crucchi! Tutte quelle esercitazioni a sparare contro quei ferrivecchi di automini avrebbero finalmente dato i loro risultati. Non si era chiesto perché Ferruccio, che, come si diceva, era stato arrestato per tradimento, fosse stato assolto e avesse di nuovo assunto il comando. Che fosse il vecchio a dirigere la baracca o Leonardo da Vinci o Matilde del Fioretto non gli importava. Quello era un gran giorno! Il giorno dell'Ascensione: l'occasione non poteva essere la migliore. Mentre a Venezia si celebrava lo sposalizio del Mare, lui e la sua squadriglia avrebbero sverginato i cieli. Alle soglie della vecchiaia, Guido si era ormai rassegnato a un futuro come istruttore di giovani aeronauti. L'inaspettato battesimo del fuoco gli avrebbe dato ora la possibilità di vantare gesta epiche alle nuove reclute.
    Ma era ora di dare un bel calcio in culo a quei fanti mangiaterra.
    Calò in picchiata. Vide la bella fila ordinata scompigliarsi mentre faceva fuoco con ambedue gli organi a trentatré canne. Dietro di lui anche gli altri sorvolavano i picchieri sparando all'impazzata. Riprese quota, girò la macchina e ritornò indietro. Volò in circolo seguito dagli altri. Era il momento di sperimentare un'arma nuova e mai provata. L'Accademia aveva costruito soltanto quattro delle bombe a ogiva spinte a vapore che da tempo se ne stavano ad arrugginire in un deposito. Ora si trovavano invece agganciate sotto le ali del suo apparecchio e di quello di Gianciotto, il suo secondo.
    Calò di nuovo in picchiata e tirò due cordini contemporaneamente. Il piccolo architronito emise uno sbuffo di vapore.
    ”Dai, scorreggia, bombetta mia!” urlò Guido e tirò altri due cordini. Sganciate, le bombe vennero letteralmente sputate contro gli svizzeri che ormai correvano da tutte le parti come formiche attaccate da uno sciame di vespe.
    Le deflagrazioni furono devastanti, ma si limitarono a mandare a pezzi uno sperone roccioso e un paio di abeti. Delle ogive lanciate dal suo compagno, invece, una fece saltare in aria almeno dieci nemici. L'altra sbagliò la traiettoria e andò ad esplodere molto più lontano.
    Ma Guido, ammirando la precipitosa ritirata degli invasori, dovette constatare che quelli dovevano essersi preso un bello spavento. A quella velocità, valutò, avrebbero abbandonato il territorio della Serenissima entro poche ore.
    ”Buon ritorno ai vostri Cantoni, branco di ...” rimò Guido, compiaciuto di quel sonetto scurrile. Con un gesto, fece segno ai compagni di tornare alla base.

    Dagoberto Tasin, naso all'insù, guardava l'enorme massa dell'aerovite che se ne stava sospesa al di sopra della torre. Di fianco a lui, Guerrino e Placido parevano invece non riuscire a staccare gli occhi dalla figura vestita in tonaca bianca che dal parapetto della nave volante era in procinto di gettare loro il dispaccio che attendevano da tempo. Per loro era una cosa normale che un bestione del genere riuscisse a tenersi in alto. Navi volanti od oteri, per loro facevano parte ormai della vita moderna. Eh si, loro erano giovani! Un futuro era nelle loro mani, beati loro! Poter vedere Matilde del Fioretto, seppur da lontano era la loro massima gioia. Al fianco di lei c'era un vecchio, sicuramente Ferruccio da Padova. L'anziano armigero chinò la testa in segno di saluto e rispetto, senza però mostrare troppa sottomissione. Ferruccio, in fondo, altro non era che un vecchio soldato, come lui stesso. Matilde, bah, una spia vestita da monaca. Che faccia avesse non lo si poteva vedere. A lui del resto non interessava. Gli bastava l'effimera felicità che ella stava dando ai due sfortunati fratelli. Berto, pensò, ti stai rammollendo.

    Loretta gettò il rotolo di carta appesantito da un sigillo. L'anziano armigero di sotto lo raccolse e lo consegnò a uno dei due gemelli.
    ”Per San Marco!” urlò Ferruccio.
    ”Per San Marco!” ripetè il vecchio soldato dalla torre.
    ”Sfideremo venti e tempeste, ma faremo arrivare il vostro messaggio a chi di dovere!” gridò Placido.
    ”Lo faremo, Signora!” aggiunse Guerrino.
    Ferruccio e Loretta si allontanarono dal parapetto. Ferruccio fece un segnale e il capitano dell'aria urlò: ”Sotto con le pompe! Si vola a Venezia!”. Rivolto verso Ferruccio in un tono servile, il comandante disse: ”Ancora una volta vi sono grato per averci perdonato il malinteso e soprattutto la cattiva educazione di qualcuno della mia ciurma per aver rivolto alla vostra persona epiteti non meritati.”
    ”Ma capitano”, rispose Ferruccio, “sono io a dovervi chiedere scusa per essermi comportato da vero pirata.”
    ”Un brutto equivoco. Quel Gran Maestro, che figura infida! Ma per fortuna la Signora si è riveduta dall'errore...”
    Loretta, viso in ombra, annuì. Il capitano continuò: ”Faremo in modo che quella cassa arrivi sana e salva a destinazione, qualsiasi cosa essa contenga”. Puntò l'indice verso il sottocoperta e guardò Ferruccio con l'aria interrogativa di chi aspettasse una rivelazione. Ma il vecchio non si lasciò sfuggire nulla sul contenuto di quel prezioso bagaglio.
    Il capitano, rassegnato, alzò le spalle e si dedicò alle sue incombenze.

    Puzza di pece, sudore, legno umido, abiti consunti. Buio. Matilde del Fioretto era chiusa in una cassa. Poteva udire voci sommesse, fuori.
    ”Finalmente ti sei deciso a darmi il cambio a sorvegliare la bastarda” disse la voce di Silvana. “Ti dispiace adesso spiegarmi cosa sta succedendo?”
    ”Loretta, fingendosi Matilde, ha consegnato un dispaccio falso,” rispose Francesco ”una variazione dall'originale. Un paio di scarabocchi in più e una piccola sostituzione e ...magia, invece di attaccare le repubbliche, l'ammiraglio Mannaro...”
    ”Maniero.” corresse Silvana.
    ”...attaccherà i lanzitedeschi con i carri corazzati e le milizie del Borgia sbarcando in Romagna.”
    ”Ah, ora capisco quei trattini e quelle frecce che ha disegnato Loretta. In pratica Ferruccio li sta mettendo l'uno contro l'altro. Ma non è quello che ha fatto finora quella perfida donna chiusa lì dentro con tutte le sue menzogne? Che cosa cambia? Intrighi dentro intrighi. Sento la mancanza delle genuinità dei boschi, mio caro.”
    ”E io della mia fucina. Una spada è una spada, un coltello un coltello. Niente tranelli”.
    Le fiamme del malessere bruciavano come non mai dentro Matilde ormai rassegnata alla disfatta.
    Il buio non era più un conforto. Il dolore cresceva forte come mai prima. Si agitò tra i legacci e urlò sotto il bavaglio, impossibilitata ora a star ferma e zitta mentre le sembrava di aver inghiottito un ferro rovente.
    Le fiamme raggiunsero la gola e la testa. Il nero intorno a lei diventò rosso, poi esplose in lembi azzurri di cielo.

    Chi era? Come si chiamava? Matilde. Aveva dodici anni e si dondolava su un'altalena. Era felice, amava gli spazi aperti e arrampicarsi sugli alberi.
    Quanto tempo era passato? Qualcuno aprì il coperchio della bara. Era morta? No, forse era risorta.
    Uomini in armi la tirarono fuori da quella cassa. Cosa ci faceva lei dentro? Forse stava giocando a nascondino con gli altri bambini. Perché era legata? Dove si trovava? Era in un palazzo con tante finestre dalle quali si intravedeva il mare.
    A Firenze non c'era il mare! Qualcosa le teneva chiusa la bocca, ma l'uomo con elmo e corazza gliela liberò.
    ”Buondì, bel soldato!” si trovò a dire con tono cortese. “Lunga vita a Sua Signoria Lorenzo de' Medici! Mi chiamo Matilde del Fioretto e ho dodici anni. Mi sapete dire dove siamo? Ho visto il mare. Livorno? Pisa?”
    L'armigero guardò i suoi compagni.
    Povareta” disse uno.
    Xe diventata mata!” commentò un altro.
    ”Ho indovinato! Non parlate toscano. Questo è spagnolo! Siamo a Barcellona, a Valenza o a Malaga. Ditemi se sbaglio. Devo aver dormito a lungo”.






    continua alla prossima puntata...



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