home Macchine volanti e draghi: Le ali del leone - 2
Il Leone meccanico - 2
Seconda puntata dell'ucronia steampunk che viene dal freddo
I mostri di Paolo Ninzatti
Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca
e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse
rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi è musicista. La passione per il fantastico nasce da
bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak.
Comincia a interessarsi anche di ucronia, e così nel 1983 scrive quella che lui stesso definisce
"la solita storia dell’ Impero Romano che invece di cadere conquista le stelle. Era il tipico primo romanzo.
Mancava mestiere ed era lunghissimo. Un buon esercizio, niente di piú".
Poi nel 1988 si cimenta con Il Segreto Del Talismano, racconto lungo anch'esso ucronico,
seguito (1992) da Piramidi, una trilogia anch’ essa ucronica completa.
Poi un racconto lungo ucronico in inglese: The day I created Paradise.
Tra il '94 e il 2002 la vena vacilla e Paolo appende la penna al chiodo, per riprenderla
con buone possibilità. Le Ali del Leone ne è la prova. Da oggi inizia la sua pubblicazione
su The Uchronicles.
LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 2
Poi si accorse che erano soltanto lucciole. Avrebbe potuto accendere il fuoco. Ma ciò avrebbe rivelato la sua presenza ai
soldati. Ripensandoci bene, l’ idea di essere rinchiuso al buio in una segreta veneziana sotto l’ acqua, gli fece venire
i brividi.
Capì che avrebbe passato la notte in bianco.
Per confortarsi cominciò a pensare a Silvana mentre accarezzava il dorso di Grifo, l’ unico suo amico in quel momento,
invisibile in quel buio terrificante.
Ripensò a quel tardo pomeriggio di qualche giorno prima. Ripensò alla luce, al sole primaverile, agli spazi aperti
del fondovalle.
La torre del Castello arroccato sul dirupo sembrava un dito indice enorme che stesse puntando verso il cielo.
La roccia brulla che cadeva a strapiombo come una continuazione del muro della rocca, una mano raccolta in un pugno.
Tutto l’ insieme pareva la mano di un gigante che col dito indice redarguisse severa colpe e peccati .
Ogni volta che Angelo Santus aveva alzato gli occhi non aveva potuto non sentirsi un piccolo peccatore mentre se ne
strava sdraiato sull’ erba fiorita e baciava con passione Silvana. La ragazza non era stata la prima, ma con lei era un’
altra cosa, nonostante la fama di rubacuori che lui godeva da quelle parti. La fanciulla aveva due anni meno di lui,
appena sedici. Ma Angelo avrebbe desiderato passare tutta la vita sotto lo sguardo di quegli occhi da gatta. Si fino al giorno che i nerissimi capelli di lei sarebbero diventati d’ argento.
”Un giorno ti sposerò, Silvana.”
Lei gli aveva mandato uno sguardo malizioso.
”A quante hai giá fatto la stessa promessa, Diavolaccio?”
Angelo si era alzato. Aveva scosso la testa facendo svolazzare la folta chioma rossa.
”A te soltanto. Tu sei la prima e l’ ultima. Per te compierò
qualcosa di unico e di grande, mia adorata.”
Lei sorrise:
”Il cavaliere figlio del falegname è pronto ad uccidere i draghi per la sua principessa figlia del boscaiolo. ”
”Cosa ne sai dei draghi?” L’ espressione di Angelo si era fatta seria.
”Ne parlano tutti per la Valle del Serio. I boscaioli che un tempo abitavano i monti alti ed i mandriani che solevano
pascolare ai piedi del Monte Vodala affermano di averli visti. Ed anche i guerrieri -morti - che - camminano.
”L’ altitudine dà le traveggole. E la grappa fa il resto.”Aveva sentenziato Angelo.
”Se non ci sono draghi da ammazzare, ed i guerrieri sono già morti, che grande impresa può compiere il mio cavaliere?”
Angelo aveva raccolto la sfida. ”Svelare misteri mi sembra piú che dignitoso. ”
”Misteri?”
”Mia amata Silvana dei Boschi. Dimentica fandonie di guerrieri morti che camminano e draghi. Guarda alla realtà
ed ai misteri fabbricati dagli uomini.”
Mio padre lavora per Mastro Gandello e guadagna abbastanza per poter, tra non molto, mettersi in proprio.
Gandello riceve ogni mese uno scrigno pieno di ducati trasportato da un cocchio con lo stemma del Leone di San Marco.
Sullo scrigno c’ é lo stesso sigillo.”
Silvana lo aveva fissato come dire. ”e allora?”
Lui le aveva letto nel pensiero. E le aveva fornito la risposta.
”Usa l’ acume mia adorata. Gandello viene pagato dal Governo e dal Senato della Serenissima Repubblica di Venezia.
Una bella somma soltanto per fabbricare delle listelle e delle assi. Niente di finito. Poi il tutto viene caricato
su dei carri e trasportato proprio sulle montagne attraverso il Ponte Antico per la mulattiera e su fino agli Spiazzi.
In barba a draghi e morti viventi.
” E mio padre fornisce il legno a Gandello ed agli altri carpentieri.” Aveva affermato Silvana quasi orgogliosa.
Poi aveva aggiunto:
”Ora che ne hai parlato ho notato che anche il mio genitore viene pagato con un sacco di monete con disegnato
sopra un leone con le ali.
”La nostra bandiera, piccola sempliciotta selvatica. Il simbolo della nostra Patria. Del nostro Paese.
”Il mio Paese è Gromo” aveva ribattuto lei indicando le case del Borgo arroccate sulla roccia attorno al Castello.
”E la mia … patria sono i boschi dei dintorni, le acque del fiume Serio, l’ erba che mi rinfresca la schiena.
Per me Venezia é un posto lontano, come Milano, Napoli, la Francia o la Spagna. ”
”Giá, tu vivi in un altro mondo. Credi ai draghi ed ai fantasmi dei boschi.
Ma io qui, ora, faccio giuramento che, per il tuo amore, salirò sulle montagne e scoprirò che cosa sta accadendo là
sopra. Per quale ragione Venezia paga falegnami boscaioli ed anche i fabbri. Ho dimenticato. I tessitori della
Val Gandino che passano spesso di qui con carri carichi, suppongo di tela, e dei muratori venuti da chissà dove.”
Silvana dopo un attimo durante il quale aveva assunto un’ espressione pensosa, aveva tirato le somme:
”Forse la Repubblica ha venduto l’ anima al diavolo. Forse i soldati vogliono evitare che noi villani scopriamo
quali riti magici si stanno compiendo lassú….”
Come un sogno l’ immagine sparì.
Chissá che cosa stava facendo Silvana in quel momento? Stava pregando per lui vegliando nella notte?
Se lei avesse saputo quale paura lo aveva preso avrebbe riso di lui per tutta la vita.
Italia Meridionale 14 maggio Anno Del Signore 1503
Don Salvador De Silva pregava a voce sommessa in ginocchio stringendo l’ elsa della spada.
Fuori della tenda da campo il silenzio era rotto soltando dal canto delle cicale. Nonostante fosse notte profonda
lui si era già svegliato preparandosi spiritualmente all’ imminente battaglia.
Dietro di lui, in piedi, il fedele servo Paco si teneva pronto ad accudire il suo Signore.
Una lampada a olio illuminava debolmente l’ ambiente e faceva scintillare la lucente armatura da cavaliere che se
ne stava in piedi immobile, pronta ad essere indossata.
Don Salvador si alzò e posò la spada vicino allo scudo su cui era intarsiata una croce con a fianco lo stemma nobiliare
dei De Silva. Per un attimo la corazza rifletté l’ immagine di un uomo dalla barba e dai folti capelli corvini
lunghi fino alle spalle. Don Salvador si affrettò ad abbassare gli occhi pentendosi davanti a Dio di quell’
attimo di vanità.
”Paco” Ordinò ”Aiutami ad indossare il cilicio”
Il servo si affrettó a obbedire.
Poco dopo, mentre le cinghie del cilicio si stringevano sul suo corpo, Don Salvador cominciò a parlare.
Si trattava di un monologo. Paco avrebbe risposto soltanto se il suo Signore gli avesse chiesto il suo parere.
”Il mio corpo sanguina un po’. Sangue nobile di Spagna. Ma domani la mia armatura sarà imbrattata di sangue francese.
Sangue cristiano.”
Il suo viso si fece triste.
” Paco, mio fedele. Come rimpiango i giorni della conquista di Granada. Combattere contro gli infedeli era tutta
un’ altra cosa. Dio era con noi. Ma domani, da che parte sarà Dio?”
Seguí un silenzio, rotto da Paco:
”Posso regolare la barba al mio Signore?”
Alpi Orobiche 15 maggio Anno Del Signore 1503. Molto dopo mezzanotte.
Pensieri dopo pensieri scorrevano per la testa di Angelo.
Forse nella sua semplicitá Silvana aveva avuto ragione, e aveva svelato il mistero per lui.
E se veramente la Repubblica avesse fatto un patto con il Diavolo ed avesse scoperto dei riti magici per fare rivivere i
morti? Un’ armata di ombre. Un esercito formidabile, invincibile, immortale. Ecco il perché di tutta quella sorveglianza.
E se anche la storia dei draghi fosse fosse stata vera? O erano forse demoni volanti o grifi?
Angelo ci capiva poco di politica, ma aveva spesso sentito dire da gente più sapiente che soleva raccogliersi
in crocchi per la Piazza presso il Castello, che la Serenissima aveva intenzione di conquistare buona parte dell’
Italia. Oltre a tutto a Oriente c’ erano i Turchi che minacciavano le colonie veneziane. Una buona ragione
per ingrandire e rinforzare l'esercito. E forse, i prodotti dei fabbri, dei falegnami e degli altri artigiani
venivano usati per costruire macchine da guerra.
Ma perché, tra tutti i luoghi dominati dalla Serenissima proprio quei monti?
Non tardò a darsi una risposta plausibile:
Il Buco! Ma perché non ci aveva pensato prima? Sulle pendici del monte Redondo c’ era una grotta, detta
il Buco di Tacoi. Da bambino, quando ancora quella zona non era infestata da fantasmi e draghi si era arrampicato
lì insieme a dei ragazzi piú vecchi di lui. Aveva messo la testa dentro il Buco. I suoi compagni avevano gettato
dentro una fiaccola, la quale era precipitata nella voragine che si apriva nelle viscere del monte.
Tutto faceva ora pensare che il Buco andasse a finire sottoterra, fino all’inferno!
I morti viventi uscivano dal Buco, direttamente dall’ Inferno! Forse i draghi erano in realtá demoni volanti!
Venezia si stava alleando con creature demoniache e stava loro fornendo macchine da guerra. Ora che ci pensava i fabbri
lavoravano a tutto spiano. I famosi fabbri di Gromo stavano producendo come mai prima. Spade, armature, armi bianche.
Ma anche canne per armi da fuoco. Armi per dei demoni mercenari di Venezia. Ora aveva anche la risposta a una domanda
che lo aveva assillato da tempo. Gandello produceva assi e listelle flessibili, buone per la costruzione di barche.
I tessitori della Val Gandino procacciavano sicuramente la tela per le vele. E i fabbri, i chiodi e le viti nonché
cannoni leggeri. L’ unica cosa che non stava in piedi era che il posto meno adatto per costruire una flotta erano
le montagne.
Ma ora che c’ erano di mezzo i Demoni era tutto chiaro. Pezzo per pezzo, assi, viti, listelle, cannoni venivano
calati attraverso il Buco fino all’ Inferno. I Veneziani, esperti fabbricatori di navi, avrebbero aiutato i Demoni
a costruire una flotta per permettere loro di navigare per i fiumi dell’ Inferno.
In cambio Satana avrebbe fornito un’ armata mercenaria di morti viventi e diavoli volanti alla Serenissima.
La notte proseguiva, insonne ed Angelo cercava di trovare un nesso tra tutti quei misteri.
Per tutta la notte, nel dormiveglia si aspettò i draghi o i morti che camminavano.
Poi dopo un’ eternitá, un raggio di sole penetró nel bosco.
In un attimo la baldanza ed il coraggio gli ritornarono. Grifo lo guardava sornione come se stesse per chiedergli.
”Allora Messer Angelo, siamo pronti alla disfida?”
Poco dopo Angelo Santus e Grifo ripresero la loro scalata.
Avevano cavalcato per circa un paio d’ ore allorché il silenzio venne rotto da delle voci. Angelo si fermò e fece
accucciare il mulo dietro ad un costone.
Nel silenzio dei monti i suoni venivano amplificati. Le voci non si stavano avvicinando.
Angeló osò uscire dal suo nascondiglio procedendo a gattoni. Sopra di loro la foresta si apriva in una radura.
Il sentiero era ora bloccato da una palizzata. Di guardia stavano due soldati, ma a sentire le altre voci
dietro il fortilizio potevano esservi almeno venti armigeri. Da un’ asta pendeva uno stendardo con il Leone Alato.
La palizzata si estendeva per tutto il bosco ed era alta all’ incirca come tre uomini.
Angelo studiò il ligneo muro fino a trovare un punto abbastanza lontano dalle guardie alla porta. Tornò da Grifo,
che nel frattempo era restato accucciato, fedele all’ ordine impartito dal padrone. Dalla sacca appesa alla sella,
il giovane tirò fuori una fune. Ne fece un nodo scorsoio al quale fissò un corto bastone.
Poi, quatto quatto, procedette verso la palizzata. Sarebbe stato, pensava, un gioco da ragazzi lanciare la fune
al di là della barriera, e poi tirarla fino ad assicurare il bastone tra i pali appuntiti. Poi si sarebbe issato.
Un salto e si sarebbe trovato dall’ altra parte.
Era quasi arrivato in vista del fortilizio, allorché inciampò in qualcosa. Nascosta dall’ erba ancora bagnata di rugiada
c’ era una corta fune.
Maledizione! Una trappola. Saltó via all’ istante per evitare un’ eventuale tagliola. Poi udì un rumore metallico.
Un suono giá avvertito il giorno prima. Da dietro un abete fece capolino una ormai ben conosciuta testa di morto.
L’ orrendo teschio sembrava sorridergli od addirittura ridere di lui mentre la mascella si apriva e chiudeva come
quella del suo compagno il giorno addietro.
Anche questo guerriero era coperto fino ai piedi da un’ armatura. Il catafratto brandiva uno spadone nella mano
destra, ma invece dello scudo, la sinistra impugnava una scure bipenne.
L’ armato avanzó a passo svelto e cominciò a fendere l’ aria con le sue armi.
Angelo, scoperto, fece dietro front e cominciò a correre verso il mulo. Dal bosco uscì un altro guerriero
simile al primo per tagliargli la strada.
Angelo corse a piú non posso riuscendo a precedere il secondo armigero. Era salvo. Raggiunse il costone dove il
mulo lo aspettava. Si guardò indietro. I due guerrieri stavano avanzando continuando a fendere l’ aria con
le loro armi, come seguendo un disegno prestabilito.
Angelo scappò. Doveva tornare da Silvana e raccontarle che due scheletri vestiti di ferraglia lo avevano
fatto desistere dal suo intento.
Infine si si fermò. C’ era un limite a tutto. Era disarmato e quand’ anche non lo fosse stato non era esperto in armi.
Ma quei due erano appiedati mentre lui aveva Grifo. Capì di stare facendo una pazzia, ma sapeva che se fosse ritornato
da Silvana sconfitto lei si sarebbe vergognata di lui. E chi vuole sposare un codardo? Angelo aveva un rivale, Francesco,
il figlio di un fabbro che soleva vantarsi di saper maneggiare le armi che forgiava. Francesco forse non avrebbe esitato
a incrociare il suo brando con quei due. Angelo capì che c’ erano di mezzo il suo onore e il suo amore.
Fu quest'ultimo a togliergli il senno. Saltò in groppa al mulo e lo lanciò alla carica contro i due catafratti.
Superò con maestria quello più vicino, poi si accinse a sorpassare anche quello che lo seguiva.
La fortuna degli audaci infine lo abbandonò.
Il secondo guerriero si trovava nel bel mezzo di uno stretto avvallamento. Impossibile evitarlo. Impossibile scansare
la tenzone. Angelo frenò la corsa di Grifo. L’ avvallamento era così stretto che sarebbe stato impossibile far
fare dietro front al mulo.
Era come se Dio avesse deciso che quel giorno Angelo Santus doveva affrontare quel guerriero infernale. Era come se il destino
avesse segnato che lì, in quel bosco Angelo Santus doveva vincere o morire.
Il catafratto continuava ad avanzare. Un fendente con la spada, un altro con la scure.
Che strano modo di combattere, pensó Angelo. Sarebbe bastato lanciare la bipenne e centrarlo, ed il guerriero corazzato
avrebbe vinto. Invece no. Quello persisteva nella stessa tattica. In ogni caso Angelo dubitava di porter avere la meglio.
Decise che forse sarebbe stato meglio chiedere mercede.
Si sentì dire: ”O nobile soldato, caduto sicuramente da prode in battaglia, perdona la mia giovanile stoltezza.
Fu l’ amore che mi spinse fino a qui. Perdonetemi. Fatemi tornare dalla mia amata.”
Lo scheletrico armigero non rispose. Continuò ad avanzare ed a mietere l’ aria. La lama e la bipenne si avvicinavano
inesorabili. Finora, l’ unica paura che Angelo aveva provato era stata quella irrazionale delle tenebre.
Adesso un nuovo e terrore lo invase. Quello di due armi solide, taglienti e mortali, sia pur impugnate da un fantasma.
Simile alla falce della Morte di cui l’ armigero aveva l’ aspetto, l'acciaio si avvicinava. Un raggio di sole si specchiò
su quella spada d'Averno, che per un attimo parve infuocata.
continua alla prossima puntata...
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