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Le ali del Leone - 20

  • Si conclude con quest'ultima puntata la saga de Le ali del Leone di Paolo Ninzatti.



  • LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 20


    ”Che bel ragazzone!” esclamò Matilde del Fioretto mentre lo fissava con lo sguardo spento e languido ”Quando sarò grande vi sposerò. Come vi chiamate?”
    Angelo era imbarazzato e al momento non seppe cosa rispondere. Ferruccio gli bisbigliò di assecondarla e lui disse il suo nome. Sorridendo, la donna fece un inchino e si accomiatò. Prese per mano le due guardie e trotterellando le seguì uscendo dalla sala e dalla loro vita.
    Ferruccio si rivolse al numeroso gruppo di uomini elegantemente vestiti che lo guardavano seri. ”Il Senato e il Consiglio dei Dieci ha ora la conferma che Matilde del Fioretto ha agito in preda a una crescente insanità mentale. Le prove della sua cospirazione contro la repubblica sono qui”. Porse un rotolo di carta a un uomo dall'aria severa. ”Un piano di invasione e connivenza con Cesare Borgia. Tuttavia, causa lo stato mentale in cui, come avete constatato, ella si trova ora, propongo di mitigare la condanna: invece della reclusione nella torre del castello di Montecchio, sarà ospite del convento di Santa Apollonia.”
    Nessuno parve avere nulla in contrario alla proposta di Ferruccio, il quale continuò: ”Il controspionaggio avrà molto da lavorare per scoprire la rete di cospiratori: una ragnatela che si allunga dai nostri possedimenti in Puglia fino a Roma e Firenze. Contro i Borgia non agiremo in maniera ufficiale. Le azioni di Maniero saranno compiute in tutto segreto e non sotto il vessillo del Leone. Naturalmente, i metodi usati saranno poco tradizionali.”
    Rivolto quindi all'assemblea e indicando Angelo, continuò: ”Questo eroico giovane ha salvato le vostre vite e la repubblica. Egli merita, vi dico, una lauta ricompensa. Angelo Santus, esprimi un desiderio.”
    Il giovane non si sentiva ancora i piedi a terra, nonostante fosse sceso dai cieli ore prima. Giunto a Venezia dopo una lunga camminata, aveva scoperto che la diceria dell'angelo dai capelli rossi che aveva dato alle fiamme un mostro volante e messo in ginocchio due fantasmi era arrivata prima di lui stesso. Da quelle parti, evidentemente, cavalli e gondole non avevano niente da invidiare agli ornitotteri. Era stato facile agli agenti di Ferruccio rintracciarlo e condurlo in quel palazzo, mettendogli a disposizione una stanza da bagno e procurandogli gli abiti principeschi che ora indossava. Ferruccio, Loretta, Silvana e Francesco erano arrivati poco dopo insieme a una folla di alti dignitari. Ancora si chiedeva dove avessero nascosto l'aerovite, ma non l'aveva certo domandato. In quella sala aleggiavano i fantasmi degli intrighi: era meglio rimanere in silenzio.
    ”Ho due cose in cuore, che non costano un ducato, ma per me ne valgono mille e mille.”
    Lanciò uno sguardo a Loretta seduta al grande tavolo accanto al nonno. Lei glielo restituì e sorrise. Ferruccio parve capire e annuì domandando: ”E l'altra?”
    Angelo si schiarì la voce. Guardò la finestra: il sole stava per tramontare; la folla stava tornando a casa dopo la festa. Tornò a guardare gli astanti. Gli occhi di tutti e specialmente Silvana e Francesco sembravano trepidanti di curiosità.
    Chiuse gli occhi e, quasi stesse recitando una preghiera, espresse il suo desiderio.

    Nove anni dopo.

    Armande de Lasserre procedeva per le strade di Firenze. La sua giumenta bianca trotterellava sbuffando. Il conte era finalmente un uomo libero dopo mesi di prigionia. Aveva condiviso la cattività in una torre del Castello già Sforzesco di Milano con Sua Maestà, anch'egli caduto nelle mani dei veneziani durante la disfatta francese di tre anni prima. Il re aveva finalmente firmato la pace con la Serenissima. La Francia era uscita dalla Lega di Cambrai, l'Impero Germanico aveva seguito l'esempio. Luigi XII aveva accettato le dure condizioni di pace.
    Addio ducato di Milano, Maestà! Addio palazzo in quella città, Armande. Il re si trovava a Firenze ed entro una settimana avrebbe forse ottenuto un patto di alleanza col doge. Armande avrebbe fatto da interprete, cogliendo l'occasione per soggiornare ancora una volta in quella perla di cultura finché ne aveva la possibilità. Prima o poi sarebbe stato rimandato in patria.
    La città non era più sotto l'influenza francese; lo stendardo col Leone di San Marco, che ora sventolava dalla torre del Palazzo Vecchio, glielo ricordò non appena il conte si trovò nella grande piazza.
    Questa era un viavai di cavalli, pedoni e automovili sbuffanti di vapore, cariche di soldati della fanteria veneziana che lanciavano grossolane galanterie alle giovani fiorentine, ricevendone in cambio quasi sempre un sorriso e una strizzata d'occhio.
    Nessuna invece concedeva a lui uno sguardo nonostante avesse fatto la sua entrata, impettito sulla sua bianca cavalcatura. Forse perché indossava l'uniforme degli sconfitti. O forse perché aveva l'aspetto di un rimasuglio del passato. Fu superato da quattro guerrieri in armatura lucente a cavallo di altrettante autobiruote. Quelle e altre dannate macchine, la cui esistenza era stata tenuta segreta fino a tre anni addietro, avevano contribuito alla vittoria di Venezia in quella maledetta guerra che l'aveva portata alla conquista di tutta la Penisola. Riflettè subito obiettivamente: quella era una comoda scusa per giustificare l'umiliante ritirata delle truppe della Lega su tutti i fronti. Sarebbe stato invece più onorevole ammettere anche la determinazione dei soldati della Serenissima, dal primo cavaliere all'ultimo fante. Non bastava possedere la spada migliore: bisognava anche saperla usare. A chi spettava l'onore della vittoria ad Agnadello? Ai cavalieri di Bartolomeo d'Alviano, agli ignoti aeronauti che avevano provocato il panico tra le file francesi e svizzere o ai fanti che li avevano attaccati alle spalle?
    Da un vicolo sbucò un drappello della cavalleria della Serenissima che scortava un gruppo di prigionieri spagnoli.
    La Spagna non intendeva firmare alcun trattato di pace. E i cipigli dall'aria indomita degli iberici parlavano da soli. Armande riconobbe un volto. Non era possibile! Don Salvador in catene marciava a testa alta. Il disprezzo per la sua scorta trapelava dalla sua espressione.
    Il conte si rivolse all'ufficiale della scorta: ”Luogotenente, avrei desiderio di parlare a uno dei prigionieri.”
    Il veneziano ordinò di fermare la marcia dicendo: ”Vi siete battuti bene. Da qualche giorno, poi, siamo in pace. Questi qui invece, teste dure come il loro re”. Indicò gli spagnoli. ”Non hanno ancora capito che il gioco è finito. Tutto il regno di Napoli si son persi oltre alle Baleari e la Rocca di Gibilterra. E ancora insistono. Forse soltanto quando caleremo dal cielo su Madrid abbasseranno le arie. Fate in fretta.”
    ”Duca,” disse Armande in francese, rivolto all'amico incontrato dopo tanto tempo ”sapeste quanto mi duole vedervi in queste condizioni! Ma il vostro desiderio di vedere Francia e Spagna alleate si è avverato. Purtroppo abbiamo perso!”
    Voi avete perso! La Francia ha perso. La Spagna continuerà a combattere questa ...Babilonia.” Alzò la mano incatenata come per indicare la piazza e il male strisciante che la pervadeva. ”Questa guerra è una crociata. Certi valori stanno cadendo sotto l'avanzare delle blasfeme creazioni del Demonio. Ma c'è chi non ha intenzione di cedere. I fanti di Castiglia se la diedero a gambe al primo assalto dei carri corazzati, come i romani davanti agli elefanti di Pirro. Ma i miei cavalieri preferirono farsi massacrare da quei mostri sbuffanti sotto le mura di Napoli in una sortita degna degli antichi troiani. Sfortunatamente un colpo di striscio mi fece svenire, altrimenti avrei seguitato fino alla morte.
    Gli invasori veneziani hanno vinto soltanto grazie allo spavento che quegli ordigni hanno procurato. Un giorno il coraggio e la Fede trionferanno.”
    ”Permettetemi di dissentire, duca. Non nego il contributo dato dalle macchine alla loro vittoria, ma il valore dei veneziani non è da mettere in discussione. Ad Agnadello, prima ancora dell'intervento delle macchine, avevamo ormai quasi perduto, travolti dall'impeto delle retroguardie di Bartolomeo d'Alviano, il quale, contravvenendo alle direttive del Senato e del suo comandante, ci aveva assalito di sorpresa. Non erano neppure le truppe migliori. Il fior fiore dei soldati di Venezia non entrò mai in combattimento e continuò a ritirarsi ligio agli ordini del conte Orsini. Stavamo subendo la disfatta sotto la furia di un assalto all'antica guidato da un eroico cavaliere. Alla fine, Sua Maestà, il nostro Comandante in Capo, ordinò una manovra disperata. Cinquecento gendarmi e la cavalleria pesante di Trivulzio, della quale facevo parte, andò al contrattacco. L'avanzata di d'Alviano venne fermata e forse avremmo potuto anche volgere le sorti della battaglia a nostro favore. Avreste dovuto essere là quel giorno. Eravamo sotto un tremendo nubifragio: la pioggia picchiava sul mio elmo come mille dardi. Mi sembrava di pesare il doppio tanto l'acqua mi schiacciava. Lampi fendevano il cielo. Immaginatevi l'apparizione di tre forme volanti dalle ali di pipistrello in mezzo ai fulmini e alle nubi color piombo. Le truppe credettero nell'intervento del Diavolo. I proiettili dei moschetti a ripetizione fecero scempio di prodi fanti e cavalieri e le bombe misero fuori uso le artiglierie. Erano tre, soltanto tre. Ma che coraggio! Duca, chi mai col senno a posto si sarebbe innalzato in volo in quell'inferno di acqua e fulmini? Eppure si gettarono allo sbaraglio. E sentite quello che accadde dopo. La cavalleria e le fanterie di d'Alviano, rilanciatesi di nuovo all'attacco dopo la fuga dei nostri davanti agli ornitotteri, travolsero l'ultima difesa. Io spronai la mia giumenta fino a raggiungere Sua Maestà che, protetto da gendarmi e pochi cavalieri, si stava ormai ritirando. Dalle nuvole plumbee uscì un altro mostro volante. Non era un ornitottero, bensì un'aerovite. La nave volante faceva spavento solo a vederla: schiacciata dalla pioggia torrenziale, essa volava quasi raso terra con la gigantesca spirale che ruotando vorticosamente spruzzava acqua tutt'intorno come una fontana. Dopo aver sorvolato le nostre teste, atterrò davanti a noi, bloccandoci la ritirata. Ma niente più poteva far paura a un soldato di Francia. Ci lanciammo all'attacco del mostro, ma fummo crivellati da una raffica di quegli archibugi multipli. Ci gettammo a terra, per salvarci. Immediatamente dopo, dall'aerovite sbarcarono quei fanti. Ci sembrò di subire un'assalto di pirati, lì, nel bel mezzo della pianura Padana, dove l'unica acqua era quella che ci tartassava dal cielo. Un uomo li incitava al combattimento. Sceso a terra, si mise alla loro testa e li guidò al contrattacco. I nostri vennero respinti e la fuga di Sua Maestà bloccata. Ci furono addosso, sempre guidati da quel pazzo, determinato come non mai ad attaccare il re. I balestrieri lo presero di mira. Lo scudo parò i dardi destinati al petto, ma altri lo colpirono alle gambe. Cadde, ma riuscì ugualmente, da sdraiato, a incitare i suoi soldati gesticolando col braccio. Sua Maestà ordinò la resa. Capite? Le macchine non hanno diminuito il loro valore.”
    Armande si fermò un attimo per assicurarsi che nessuno capisse quello che stavano dicendo e continuò, abbassando la voce: ”Ricordate nove anni fa, quando ci eravamo ritrovati a volare? Come eravamo insicuri lassù allorché quell'angelo era apparso. Il cielo non è posto per persone normali. Per questo, affermo che chi si avventura lassù è un uomo di estrema audacia.”
    ”E quelli che si barricano in quelle tartarughe semoventi? Bel coraggio!”
    ”Duca, vi chiedo, voi vi infilereste in una trappola che sbuffa come una fucina?”
    ”Nemmeno se me lo chiedesse il re in persona...”
    ”Eppure è soltanto questione di abitudine. Come salire su un cavallo. La cosa poi alla fine, diventa normale.”
    ”Ma qui c'è di mezzo l'arte del Demonio!”
    ”Credete? Sono convinto che dieci anni fa fummo raggirati. Non volammo trainati da angeli, né da diavoli travestiti, bensì da macchine. Credetemi, detesto come voi il progresso, ma ho imparato ad accettarlo e a conoscerlo. Bisogna farlo, altrimenti si finisce calpestati dagli avvenimenti. La Lega di Cambrai ha perso la guerra perché non ha saputo prevenire il nemico né prendere seriamente in considerazione alcuni avvertimenti. Un condottiero svizzero, un certo Tannhauser, aveva invano tentato di mettere in guardia l'alto comando francese sostenendo che lo stesso giorno in cui noi avremmo dovuto uccidere il doge, le sue truppe erano state attaccate da cinque ornitotteri. E un condottiero borgognone aveva detto di aver subìto in Romagna un attacco di automini sbarcati da una flottiglia di sub marem, ossia quei pesci di ferro che tutt'oggi stanno facendo scempio della vostra flotta. Nessuno aveva loro dato retta. Anzi, li avevano giudicati pazzi o creduloni che avevano creduto a miracoli o prodigi. Come quelle profezie che non si sono mai avverate. Tra i lanzichenecchi dell'imperatore corre ancora voce che, già nove anni fa, un'armata di disertori si fosse ritrovata a combattere contro una ventina di Riesentasse, ossia tazze giganti. In pratica gli stessi carri corazzati, che, vittoriosi nella battaglia di Trento di tre anni fa, li costrinsero alla ritirata inseguendoli fino in Tirolo.”
    ”Allora se anche le profezie e la nostra visita all'aldilà furono tutta una finzione, chi era quell'angelo che fece esplodere il leone satanico?”
    ”Una macchina anche quello, come i catafratti meccanici. Il leone, intendo.”
    ”Ma il Rosso...”
    ”Sicuramente uno che non temeva il cielo. Un uomo della nuova era. Duca, siamo noi che apparteniamo al passato.”
    ”Conte, voi rispecchiate esattamente la nuova politica del regno di Francia. Visto che non siete riusciti a battere Venezia e quello che essa rappresenta, vi state unendo ad essa. La Spagna, invece, continuerà la crociata.”
    ”Anche voi vi identificate col vostro re. Ma avere dimenticato che, ingannato da quelle finte profezie, avevate disertato. Io riuscii ad arruolarmi di nuovo raccontando di essere fuggito dalla prigionia. Ma voi come...”
    ”Mentii dicendo di essere caduto in un'imboscata dei Veneziani. Ma siete veramente sicuro che i miracoli fossero un trucco?”
    ”Completamente. Ma non fatevi cruccio: abbiamo agito in buona fede.”
    ”Fate largo!” urlò una voce dall'altra parte della piazza. Sembrava che fosse il nuovo monumento a David di Michelangelo Buonarroti a parlare. ”Fate largo agli eroi della gloriosa vittoria di Agnadello!”
    Un'automovile era sbucata da dietro la statua e si era immessa tra la folla che la seguiva mentre essa percorreva il perimetro della piazza.
    Armande, dopo quell'interruzione, riprese a parlare con Salvador.
    ”Certamente d'Alviano e il conte Orsini, suo cugino, il comandante in capo. Ora quest'ultimo si prende la gloria della vittoria che gli fu servita su un piatto d'argento mentre era in procinto di ritirarsi, obbedendo agli ordini del Senato.”
    L'automovile era nel frattempo arrivata a pochi piedi da loro sbuffando e procedendo a passo d'uomo. Persino l'interesse delle fanciulle per i cavalieri sulle autobiruote era scemato all'avanzare del veicolo con a bordo i nuovi eroi. Armande notò, però, che a bordo non si notava né il cipiglio di d'Alviano né l'altezzoso volto del conte Orsini. L'araldo di fianco al conducente urlò più sonoramente di un fruttivendolo al mercato. ”Ecco i primi cavalieri dell'aria della storia, secondi soltanto a Icaro!” I tre passeggeri erano giovani, sulla ventina. Due sembravano uno la copia perfetta dell'altro: volti identici, smunti e fisici smilzi che al conte ricordarono una coppia di uccelli. Il terzo era un giovane robusto dalla barba e i capelli rossi come il fuoco. Armande trasalì. Nonostante la barba, quel volto... Ma certo, non poteva essere altrimenti. L'automovile gli passò accanto. Guardò meglio il giovane, si voltò verso Don Salvador. Lo spagnolo aveva gli occhi spalancati, sembrava ancora più sorpreso di lui.
    ”Vorreste farvi da parte, franzoso?” squillò una voce femminile alle sue spalle. ”La vostra persona e quello smerdavicoli a quattro zampe fanno da schermo a questi giovani eroi!”
    Barbarossa fu lesto a replicare rivolto alla prosperosa popolana: ”Abbiate rispetto per un vero cavaliere, madamigella.” E, rivolto ad Armande, ”Agnadello vero? Mi sembra di ricordare la vostra candida cavalcatura e il vostro blasone. Non si dimentica spesso la vista di chi, invece di mostrare il deretano in fuga come gli altri, unico impennò il destriero agitando la spada come un novello Rolando. Voci corrono che vi batteste anche fino all'ultimo per difendere il re”. Rivolto all'arrogante fanciulla: ”Madonna, chi si pone tra voi e la mia modesta persona è forse già una leggenda in Francia.”
    Armande ignorò la lode e ribattè: ”Ci siamo incontrati molto prima, messere.”
    Barbarossa sorrise, come se un ricordo lontano gli fosse passato per la mente e domandò: ”Diabl?”
    Diable” rispose Armande.
    Diablo” fece eco Salvador.
    ”Vi dobbiamo la vita, presumo, cavaliere dei cieli.”
    Barbarossa, con un sorriso, rispose mentre metteva in vista il crocifisso di ferro battuto che si portava al collo.
    ”A cosa servono gli angeli del resto?”
    Armande vide che Salvador, per la prima volta da quando lo conosceva, sorrideva.

    ”Non ne posso più, mia diletta” bisbigliò il capitano dell'aria Angelo Santus alla donna dai capelli castani raccolti sopra la testa.
    ”Suvvia, luce dei miei occhi, abbi pazienza. C'è gente che farebbe un patto col Diavolo per trovarsi in questo palazzo in questa città. Firenze, il centro della civiltà e della cultura dell'Italia unita. Molti fuoriusciti sono ritornati, tra i quali Leonardo e, in altro modo, Matilde la Pazza che ora soggiorna a Santa Maria Novella. Il nuovo talento, Michelangelo Buonarroti, ha lasciato Roma e altri ne potrei citare.”
    ”Loretta, mia adorata, già Venezia, la capitale, mi era insopportabile. Lo sai bene, arte e cultura mi provocano irresistibili sbadigli.”
    ”Ecco,” lo interruppe Loretta ”stanno uscendo. Hanno firmato!”
    ”Finalmente. Inizia la festa e poi, a casa!” .
    La porta della grande sala si aprì. Ne uscì una sfilata di dignitari in pompa magna.
    Angelo non li conosceva, ma un cerimoniere li presentò man mano che varcavano la porta.
    ”Il gastaldo della repubblica di Napoli, Messer Ettore Fieramosca.”
    ”Era un capitano di ventura” lo informò Loretta.
    ”...Il capitano reggente della Nuova Aurea repubblica Ambrosiana, Messer Gian Giacomo Trivulzio.”
    ”Anche lui. Stava dalla parte dei Francesi ad Agnadello. E come scappò quando calai in picchiata!”
    ”Zitto per carità. Oh ecco...”
    ”Il vicedoge della repubblica di Genova, Messer Diego Colombo.”
    La lunga lista continuò fino all'uscita di colui che governava Firenze.
    ”Il gonfaloniere della repubblica di Firenze, Messer Niccolò Machiavelli.”
    Vi fu una pausa. Un uomo vestito sontuosamente dall'aspetto regale fece la sua entrata. Non c'era dubbio. Non rappresentava alcuna repubblica italiana.
    ”Sua Maestà Luigi XII, re di Francia per grazia di Dio.”
    ”E ben pasciuto dopo la sua lussuosa prigionia a Milano per grazia dei cucinieri del Castello” commentò Angelo.
    Un'altra figura regale sfilò.
    ”Sua Maestà Massimilano I d'Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero.”
    ”Mi sembra che abbia poco di romano quel crucco, a parte il naso. Di sacro, poi, ho i miei dubbi. Chissà quanto bestemmiò allorché perse il Tirolo e la Carinzia, tre anni fa!”
    ”Smettila, e adesso non farti beffe di...”
    ”Pensi che ne sarei capace?”
    La voce annunciò:
    ”Il doge della Serenissima Unione delle Repubbliche d'Italia.”
    Ferruccio da Padova entrò seduto su una sedia dorata sbuffante di getti di vapore che avanzava su quattro ruote.

    ”Manca qualcuno in questo fausto giorno” commentò Messer Machiavelli rivolto al doge.
    Angelo potè notare lo sguardo di disappunto negli occhi di Ferruccio.
    ”Cesare Borgia, vero? Gonfaloniere, voi siete sempre stato ossessionato da quella persona. Di recente i miei informatori hanno scoperto che, ai tempi in cui eravate inviato della repubblica fiorentina presso quel, perdonate, pendaglio da forca, scriveste una lettera all'allora gonfaloniere Pier Soderini elogiando i misfatti di quel sifilitico. La lettera venne intercettata da un'agente dello spionaggio veneto. Madonna Matilde del Fioretto, oggi suor Fanciullina, a quei tempi capo delle spie della Serenissima, prima che mia nipote Loretta assumesse quell'incarico, ispirata dalle vostre righe, ordì un intrigo in cui figurava anche l'allora Signore delle Romagne. Egli non seppe mai quali piani ella avesse per lui. Ora che la famiglia Borgia è scomparsa dalla scena, preferirei che voi vi leviate certi grilli per la testa, Messer Niccolò. L'Italia può fare a meno di gente del genere e di stati del genere, messi in piedi grazie a intrighi e dissolti in pochi mesi non appena un papa muore di malattia. Ma se voi sostenete che manca qualcuno, orbene, quello è Sua Santità Giulio II. Bel soldato! Mi piacerebbe averlo dalla nostra. Invece, ahimè, se ne sta , povero reietto a Roma, ultimo bastione della Chiesa, a urlare: ”Fuori i Barbari!” contro le scomunicate repubbliche d'Italia. Gli saremo sempre grati per il suo contributo alla nostra vittoria. Incitando tutte le potenze contro di noi, Barbari compresi, fece il nostro gioco. Povera Venezia, sola contro tutti! Eravamo noi le vittime. Fummo costretti a usare le nostre armi segrete. Le vittime ottengono sempre la simpatia necessaria a giustificare mezzi anche drastici. La Serenissima, d'un sol colpo si disfò di quei parassiti dei patrizi che già stavano aprendo le porte agli stranieri, convinti della vittoria della Lega, arrestandoli per tradimento. Un bel ripulisti anche tra i Senatori oltre al mio illustre predecessore. Troppa prudenza: Francia e Impero già tramavano per dividersi le nostre spoglie e quelli stavano a tergiversare! Gonfaloniere, non c'è bisogno di chiamarsi Cesare Borgia per reggere uno stato con abilità. I prìncipi appartengono al passato. Se posso darvi un consiglio, gettate nel focolare il libello che state scrivendo.”
    ”Forse lo farò, Eccellenza, ma se proprio sentite la mancanza della benedizione di Giulio II e vorreste togliervi d'un colpo le minacce spagnola e turca, perché non proponete una bella Crociata per liberare Costantinopoli? Le moderne macchine da guerra al servizio della Cristianità con l'alleanza del Cattolicissimo re. Ripresa Costantinopoli, come con la Francia, ci alleiamo col sultano. Il commercio con l'Oriente ne avrà vantaggio.”
    ”Siete in ritardo, Messer Machiavelli: ho già un piano del genere in testa; non ho bisogno dei vostri consigli. Insisto, ora che finalmente la pace regna nella Penisola, dedicate il vostro talento di scrivano per le vostre commedie. La guerra in Italia è finita. Prendiamoci un po' di respiro. Guardate per esempio Mastro Leonardo da Vinci”. Indicò un uomo con la barba e i capelli lunghi e grigi che armeggiava con degli strani arnesi nella grande sala. ”Son anni che progetta macchine belliche. Ora si sta dedicando all'arte dei suoni. Ha applicato l'architronito per i suoi marchingegni musicali. Tra poco quegli strumenti a vapore suoneranno da soli e lui canterà un madrigale di sua composizione, scritto per questa occasione.”
    ”Siete assai astuto, Eccellenza,” insistè Machiavelli ” divagate e divagate, ma sembrerebbe quasi che aveste pianificato tutto da tempo. Eletto doge per i vostri meriti, siete ora alla guida di tutta l'Italia. Avete tessuto ben bene le vostre trame.”
    Ad Angelo tornò in mente quando Ferruccio, allora prigioniero nel Buco, aveva detto a Matilde di avere avuto strane visioni. Allora non aveva capito molto. Ferruccio era una personalità enigmatica. Certi segreti finiscono nella tomba insieme a chi li porta.
    ”Fortuna, gonfaloniere, pura fortuna” rispose il doge. ”E qualche sacrificio”. Indicò le gambe paralizzate.
    ”Vecchio pazzo!” bisbigliò Loretta. ”Alla sua età lanciarsi all'assalto a quel modo contro i balestrieri francesi. Ma non voleva mollare il re. Proprio no!”
    Leonardo fece segno al cerimoniere. Era pronto.
    ”Che titolo ha la cantata?” chiese Angelo a Loretta, che pareva saper tutto.
    Il volo del Leone.”
    Dopo un po', la grande sala venne riempita da un suono di ance accompagnato da rulli di tamburi e timpani.
    L'insieme dava l'idea di stare volando, grazie ai salti di tonalità, ai glissandi e all'effetto di una tromba che girava vorticosamente su una ruota semovente.
    Angelo chiuse gli occhi abbandonandosi alla musica e muovendosi al ritmo.
    Dopo un po', rivolto a Loretta, disse: ”Amore, forse non tutte le arti sono noiose.”
    Il canto di Leonardo inondò la sala. Nonostante la voce stentorea, quasi simile a un ruggito, i versi parlavano di pace.

    FINE

    Per la precedente puntata de Le ali del Leone clicca qui.

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