Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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Il Leone meccanico - 3

Terza puntata dell'ucronia steampunk che viene dal freddo

I mostri di Paolo Ninzatti

  • Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi è musicista. La passione per il fantastico nasce da bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak. Comincia a interessarsi anche di ucronia, e così nel 1983 scrive quella che lui stesso definisce "la solita storia dell’ Impero Romano che invece di cadere conquista le stelle. Era il tipico primo romanzo. Mancava mestiere ed era lunghissimo. Un buon esercizio, niente di piú". Poi nel 1988 si cimenta con Il Segreto Del Talismano, racconto lungo anch'esso ucronico, seguito (1992) da Piramidi, una trilogia anch’ essa ucronica completa. Poi un racconto lungo ucronico in inglese: The day I created Paradise. Tra il '94 e il 2002 la vena vacilla e Paolo appende la penna al chiodo, per riprenderla con buone possibilità. Le Ali del Leone ne è la prova.


  • LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 3

    Italia meridionale. 15 maggio.

    Il raggio di sole si specchiò sulla spada del cavaliere francese, che per un attimo parve infuocata. Don Salvador De Silva non si lasciò impressionare né sorprendere da quella visione, e neppure dall’ imponenza dell’ avversario. Un attimo dopo, la sua lama di Toledo incrociò quella di Francia. La tenzone cominciò. Inebriato dall’ istinto della sfida alla morte, Don Salvador non sentiva né paura né odio per il suo nemico. Soltanto una specie di legame tra persone che, uniti da una comune nobile origine, si trovavano per caso ciascuno a combattere per il proprio re.
    Il Francese fece ruotare la sua spada in un fendente, che Salvador parò senza difficoltà con il suo scudo. Chissà che volto si nascondeva dietro quella celata? Che nobile nome portava lo sconosciuto Francese? Una cosa era certa. Ambedue pregavano lo stesso Dio.
    Salvador aggirò il Francese con il suo destriero nero, Bucefalo, e colpì a sua volta. Uno scudo con intarsiati i Gigli di Francia bloccò la lama spagnola. Bella spada quel Francese! Don Salvador si sentiva molto molto più affine al suo momentaneo nemico, che a quei pezzenti dei fanti castigliani che pur combattevano per lo stesso re. Mentre il metallico suono della due spade, le quali continuavano ad incrociarsi, scampanava per quella pianura straniera, Don Salvator esprimeva dentro di sé tutto il disprezzo per i suoi compagni di ventura.
    Campesinos. Contadini rozzi seppur valorosissimi soldati. Dall’ altra parte, altri pezzenti, i fanti svizzeri, mercenari al servizio del Re di Francia, avanzavano verso i Castigliani, pronti ad affrontarli.
    Il nobile spagnolo odiava quel modo di condurre una guerra. Pezzenti contro pezzenti. I tempi in cui i nobili cavalieri, con il loro ìmpeto, erano in fulcro di un esercito, erano passati. Mentre ingaggiava tenzone con il nobile francese, Don Salvador si sentì come se stesse vivendo in un lontano passato…. Un tuono lo riportò bruscamente al presente. Artiglierie!
    Altri pezzenti armati di grossi tubi sputafuoco in grado di lanciare morte a distanza, togliendo ai veri cavalieri l’ ebbrezza del corpo a corpo. Quei tuoni creati dall’ uomo non disturbarono troppo i due contendenti. Neppure lo squillo della tromba li riportò alla realtà. Una marea variopinta avanzò: i fanti castigliani. Un tappeto che si muoveva. Da dove si trovavano loro, sembrava di vedere una griglia semovente: file quadrate e picche lunghissime, che di lì a poco avrebbero infilzato i gli Svizzeri come polli allo spiedo. Da un’ altura videro la cavalleria al galoppo, meno ordinata , più simile ad un’ orda di formiche guerriere all’ assalto di un pezzo di pane. Colori dappertutto: elmi piumati, drappi e gonfaloni; armature che scintillavano al sole. E, molto lontano, le armate di Francia che si chiudevano in difesa.
    Don Salvador immaginava quali pensieri passassero ora per la testa degli altri soldati. C’ era chi combatteva per la propria gloria, chi per il re, chi per la madre, chi per l’ amata. Don Salvador stava combattendo per la Spagna, il suo re e la Fede. In quel momento il nobile Spagnolo si sentiva come un antico Crociato alle porte di Gerusalemme in guerra per la liberazione della Terrasanta.
    Don Salvador De Silva sentiva di stare combattendo la sua Crociata per liberare il suolo italico dal nuovo paganesimo dilagante. Ma davanti a lui non c’ era un infedele. O un eretico. Per Dio, in nome di quale pazzia Francia e Spagna si stavano guerreggiando? Per un lembo di terra italica?
    Un cannone tuonò di nuovo. Poi,a pochi passi dai due baldi contendenti, ci fu un’ esplosione. Don Salvador ed il Francese vennero disarcionati da quella forza e vennero scaraventati lontano. Salvador si trovò come a volare, poi cadde. A fatica, si tirò in piedi. Con suo grande piacere vide che sia Bucefalo che il Francese e il suo bianco destriero erano illesi.
    I due nobili cavalieri si trovarono appiedati, con le loro armature sporche di polvere e fango. Salvador alzò la spada in segno di tregua. Alzò la celata dell’ elmo ed in un francese perfetto urlò in direzione del suo avversario.
    "Basta! Basta! Non dobbiamo combatterci l’ un l’ altro, mon ami. Noi Cristiani dobbiamo stare uniti contro il Demonio! Rifiuto di battermi con te. Non voglio né la tua morte, né la mia per mano tua."
    Il Francese si fermò, sorpreso. Alzò la celata dell’ elmo. Due occhi marroni dallo sguardo vivo guardarono Don Salvador. Una bocca seminascosta da una barba castana rispose: "Noblesse oblige, spagnolo, non condivido le tue intenzioni, ma accetto la tregua."
    Il nobile fece una pausa e poi riprese: " Pare proprio che la Francia stia per perdere questa guerra. Gli è che ci mancano i rifornimenti via mare. Tuoni e fulmini! Se la Francia avesse una flotta come la vostra, che domina metà Mediterraneo, non staremo certo assaporando la sconfitta. Oh, pardon,dimenticavo. Conte Armande De Lasserre, per servirvi."
    Armande e Salvador non si dissero più niente. Lo scenario davanti a loro parlava da sé. La vittoria Spagnola era imminente. Di lì a pochi mesi tutto il Regno di Napoli sarebbe diventato Vicereame Spagnolo. Senza dire niente allo sfortunato avversario, Salvador gioì dentro di se. La Crociata per riportare l’ Italia sulla strada di Dio stava continuando.
    Ironia della sorte, era stato un re di Francia ad iniziarla un decennio prima. Da ormai quasi un secolo, il vento della lussuria e del peccato aveva soffiato su quel Paese. Ma negli ultimi decenni le filosofie del Diavolo avevano colà messo radici. La chiamavano Rinascita o Rinascimento od Umanesimo. Teorie che affermavano che l’ Uomo fosse al centro dell’ Universo. Metafisiche che avevano dimenticato Dio. Filosofie che guardavano con nostalgia ad un passato pagano. A quei tempi quel paese era un’ accozzaglia di starerelli governati da dei principi corrotti e perversi che finanziavano artisti che, coi loro pennelli e scalpelli, dipingevano o scolpivano figure sconce. Satana si mostrava in tutta la sua nudità in figure, arazzi, quadri, statue.
    Feste ed orge che ricordavano i Carnasciali ed i Saturnali dell’ antichità pagana,venivano celebrate nelle città di quel paese. Libri che narravano storie contro ogni dignità cristiana venivano pubblicati. E come se non fosse bastato, negromanti e stregoni progettavano invenzioni diaboliche.
    In particolare uno, un toscano del quale soltanto pronunciarne il nome, avrebbe potuto evocare il Demonio, aveva addirittura studiato dei sortilegi per permettere all’ Uomo di volare, come le streghe od i demoni. Già sarebbe stato abbastanza per condannarlo ad un giusto tribunale della Santa Inquisizione e sottoporlo alla prova del fuoco. Ma l’ uomo non si era accontentato di ciò descritto prima. Voce correva, che sezionasse cadaveri per confermare la sua teoria che l’ Uomo altri non era che una macchina perfetta. Non una creazione di Dio, bensì un apparato, come un orologio.
    L’ ardente fede di Don Salvador gli diceva che qualcuno, prima o poi, doveva fare qualcosa per liberare l’ Italia, il paese che aveva dato i natali a San Francesco, da quelle incarnazioni del Diavolo.
    Povera Italia cieca, abbagliata da tutte quelle vanità chiamate opere d’ arte, che viveva nel lusso e nell lussuria. Ma al Signore non la si faceva. Un uomo, un predicatore, un frate domenicano, Gerolamo Savonarola, era arrivato a Firenze e aveva predicato contro tutta quella corruzione. Molti Fiorentini l’ avevano seguito ed era cominciata finalmente un’ ondata di ritorno all’ austerità. Libri, quadri ed altre opere sconce erano state bruciate pubblicamente nelle piazze. Poi, l’ evento tanto sperato da Savonarola era accaduto. Il re di Francia Carlo VIII era sceso in Italia. La corrotta famiglia Medici era stata spodestata e Savonarola ed i suoi seguaci erano saliti al potere. Non più orge feste, musica, ma preghiera, meditazione e vita frugale. Niente più femmine tentatrici, ma donne che abbassavano lo sguardo non appena incontravan un uomo e sapevano qual’ erano le virtù muliebri. Il vento del Diavolo aveva cessato di soffiare.
    Don Salvador osservava la vittoria spagnola. Da lontano, la plebe di Spagna vestita in armatura, incalzava la plebe di Francia e Svizzera. Consalvo Da Cordova, il suo generale stava ottenendo un’ ulteriore vittoria con la sua Armada de campesinos. Il nobile spagnolo vide il viso triste del Francese che, dopo essersi accomiatato con un inchino degno di un cavaliere di altri tempi, si accingeva a montare sul suo bianco cavallo per un’ umiliante ritirata.
    "Mio nobile sfortunato cavaliere" si sentì dire Don Salvador. "Oggi assisti ad una sconfitta. I plebei appiedati e quelli con armi tuonanti, indegne di un combattente di valore, hanno sconfitto altri plebei. In nome del Re di Francia e di quello di Spagna. Ma giorno verrà, che Dio lo voglia, in cui Francia e Spagna si ritroveranno alleate contro il vero nemico. Il Diavolo che dilaga per le contrade d’ Italia. Io sognerò sempre che un Papa degno della sua missione promoverà una Crociata contro il Diavolo alla quale i nostri rispettivi Sovrani aderiranno. E quel giorno sarà la vittoria di Dio su Satana."
    Alpi Orobiche, 15 maggio

    Lo scheletrico guerriero era ormai ad un braccio da Angelo e dalla sua cavalcatura. La lama dello spadone incombeva su di loro. Un ulteriore fendente sibilò a poche dita dal muso di Grifo. Il mulo si imbizzarrì mentre l’ armigero fantasma avanzava di un ulteriore passo ed alzava la scure bipenne. Grifo si impennò. Angelo fu costretto a tenersi stretto alle redini per non venire disarcionato. Poi il mulo scalciò in avanti colpendo con entrambi gli zoccoli delle zampe anteriore l’ attaccante. Fu come sentire il martello di Francesco nella fucina del fabbro.
    Poi il guerriero, spinto dal poderoso calcio, cadde all’ indietro. Un altro rumore di ferraglie e lo spettro in armi rimase sdraiato di schiena sul terreno in pendenza. Le sue braccia continuavano ad agitarsi. Angelo, ripreso il controllo di Grifo, gli fece saltare il corpo del catafratto e lo lanciò al galoppo.
    Aveva vinto! Non si guardò indietro. L’ ebbrezza del trionfo lo fece andare avanti. Non aveva ancora un piano ben stabilito. Purtroppo, concentrato com’ era stato fino ad allora a duellare contro i Morti, si era dimenticato dei Vivi. Lo sconquasso dell’ armatura dello scheletro, aveva fatto abbastanza runore da allarmare i soldati di guardia al fortilizio. Angelo udì voci, passi in corsa e rumore di armi. Ancora una volta tirò le redini di Grifo e galoppò sui suoi passi, evitando però il luogo dove giaceva l’ armigero appena abbattuto.
    Discese di nuovo la mulattiera ripida per la quale era salito poco prima, allorchè udì altre voci e subito dopo vide apparire un veicolo che stava risalendo il sentiero. Veloce, fermò il mulo e si mise al riparo facendolo accucciare. Il carro era scortato da una decina di soldati. Man mano che si avvicinavano, Angelo fu ben lieto di notare che le teste degli armati erano rosee e barbute. Uomini vivi, quindi. Tutto normale.
    Credeva, fino a che non si trovò ad osservare meglio il carro. A parte il fatto che procedeva un po’ troppo spedito per una salita come quella, ma … per la Vergine Maria, non c’ erano né muli, né cavalli, né buoi a trainarlo. Il veicolo andava da solo! I soldati non lo spingevano affatto. Vi camminavano soltanto accanto. Il conducente, seduto a cassetta, guidava il veicolo manovrando una specie di barra come quella dei timoni delle navi.
    Un carro stregato.
    Le vie di Lucifero sono infinite! Pensò Angelo. Da quel momento, doveva prepararsi ad ulteriori portenti. Ma, visto che un morto vivente non era riuscito ad avere ragione di lui, forse le creature dell’ Inferno non erano poi così onnipotenti.
    Il carro stregato arrivò a pochi passi. Poi si fermò. Udì i soldati inveire in veneziano e dire:
    "Si ricomincia, maledizione. Diamoci da fare".
    Poi cominciarono ad armeggiare intorno al veicolo, ma vennero interrotti dagli altri soldati provenienti dal forte. Domande confuse. Bestemmie e risposte.
    "Dev’ essere stato un mulo od un asino.
    Ha lasciato due belle botte sulla corazza dello spaventavillani. Ci sarà da ripararlo. L’ altro è intatto. C’ è solo da ricaricarlo. Ma se becco quella bestiaccia… bistecche ne faccio!"
    Angelo capì che per salvare Grifo dal diventare il rancio di un armigero della Serenissima e se stesso dalle segrete di Venezia, doveva agire d’ astuzia e .. sùbito. Tolse la sella a Grifo. Poi gli diede una pacca. Il mulo saltò fuori dal suo nascondiglio. I soldati rimasero sorpresi. Due erano armati di moschetti, ma Grifo zigzagò per gli alberi. Uno dei Veneziani sparò, ma colpì il tronco di un pino. L’ altro rinunciò non appena si accorse che ormai il mulo stava galoppando verso la valle.
    " Niente bistecche stasera Gianrico. Consolati. La bestiaccia non era sellata. Un mulo selvatico. Sarebbe stato molto coriaceo! Accontentati della solita sbobba. Se non altro ti salvi i denti!"
    Angelo approfittò che sia i soldati del forte che quelli del carro guardassero nella direzione del sentiero attraverso il quale Grifo era fuggito, per rotolare sotto le ruote del veicolo stringendo la sella. La sua salvezza dipendeva dal fatto che gli armigeri dovevano continuare a credere che Grifo fosse un animale senza padrone. Il carro era coperto da un tendone. Angelo si issò all’ interno e si infilò sotto la copertura dopo essersi tirato dietro la sella. Il veicolo era carico di tela, probabilmente della Val Gandino.
    "Andèmo!" Ordinò una voce.
    "Dai, carichiamo."
    Udí strani rumori metallici e il ritmico "oh issa!" dei soldati. Angelo si sarebbe aspettato un rito magico molto più arcano. Dopo un po’ il carro si rimise in moto. Evidentemente il sortilegio aveva funzionato. Il veicolo si muoveva senza l’ aiuto di bestie da traino, ma l’ assenza del rumore degli zoccoli, del nitrito di cavalli o di muggito di buoi era compensata da un fracasso infernale. Un anno prima si era portato la figlia del mugnaio dentro il mulino del padre di lei. Il rumore del carro ricordava molto quello degli ingranaggi. Si ritrovò a ripensare alla bionda prosperosa Miranda, la bocca più baciata della Val Del Serio, che quel giorno si era ritrovata il vestito strappato da una delle ruote dentate. Poi scacciò quel pensiero, sentendo di aver tradito per un attimo l’ amata Silvana. Ora che si stava avvicinando al Buco, l’ anticamera dell’ Inferno, i suoi pensieri stavano diventando sempre più impuri.
    Il veicolo si fermò. Da dietro la fessura Angelo vide che la porta del fortilizio veniva aperta. Poi, con il solito rumore di ruote dentate, il veicolo si rimise in moto. Finalmente si trovarono all’ interno della palizzata. Angelo alzò il tendone e spiò fuori.
    La radura era ampia. Conosceva quella zona. Il montanari la chiamavano Spiazzi. Ed in effetti erano spiazzi aperti ai quali i boschi di abeti facevano cornice. Ma rimase esterrefatto nel vedere come il tutto fosse cambiato dall’ ultima volta in cui lui era stato lì. Una città era stata ivi costruita. Case di mattoni o pietre. E tetti d’ ardesia, di cui la zona abbondava. Mulini ad acqua giravano. Angelo si chiedeva come ciò fosse stato possibile, visto che il ruscello era molto più in basso.
    Poi notò che erano stati costruiti dei canaletti artificiali di legno. Sentiva martelli picchiare in lontananza. Rumore di seghe ed un vocìo quasi assordante. Quella città era un formicaio di attività. Un via vai di gente. Cercò di vedere se quegli uomini avessero le corna in testa e le ali da pipistrello. Poi dovette ammettere che sembravano normalissimi cristiani. Udì conversazioni in dialetti forestieri. Molti cantilenati. Tipico dei veneti. Ma anche idiomi che sembravano un dialetto locale contorto. Probabilmente bergamaschi.
    Poi il carro si fermò di nuovo. Di nuovo imprecazioni. Angelo chiuse il suo spioncino.
    "Carichiamo di nuovo, per la Barba del Doge! "Urlò una voce.
    Angelo si aspettò di nuovo la formula magica ed il rumore metallico. Invece accadde qualcos'altro.
    "Guardate. Eccoli!"
    "Stupendi!"
    "Incredibili!"
    "Li gia visto tante volte, ma non mi stanco mai di guardarli!"
    "Ehi, novellino, guarda e stupisci!"
    "Ma come è possibile?"
    Nascosto dentro il carro, Angelo cominciò a stancarsi di essere l’ unico a non vedere quei portenti alla vista dei quali tutti parevano restare a bocca aperta. Volle rischiare. Socchiuse la tenda. Vide le spalle di molti astanti. Nessuno prestava attenzione al carro ora. Alzò ulteriormente il tendone. Vide le folla con i nasi per aria rivolti al cielo.
    Ed in cielo, enormi, Angelo vide volare tre draghi.


    Italia Meridionale 15 maggio
    Due draghi due draghi
    Nel cielo volaron
    Due draghi due draghi
    Nel cielo volaron
    Ignis l’ uno si nomava e foco sputava
    Ignis l’ uno si nomava e foco sputava
    Glacis il secundo e ghiaccio vomitava
    Glacis il secundo e ghiaccio vomitava….
    La voce del conte Armande de Lasserre era bella e chiara mentre intonava il sonetto da lui stesso composto. Il canto melodioso, accompagnato dal suono del liuto, le cui corde il nobile pizzicava, sembrava avere il potere di mitigare la tristezza dei cavalieri francesi in ritirata dopo un’ ulteriore battaglia perduta e pareva sfidare le palle di cannone spagnole che piovevano roventi esplodendo qua e là. Suonando e cantando il nobile sembrava dire ai suoi compagni ed ai nemici Spagnoli che li incalzavano poco lontano, che un Francese era pronto a morire senza mostrare paura.


    continua alla prossima puntata...



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