Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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Il Leone meccanico - 4

Quarta puntata dell'ucronia steampunk che viene dal freddo

I mostri di Paolo Ninzatti

  • Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi è musicista. La passione per il fantastico nasce da bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak. Comincia a interessarsi anche di ucronia, e così nel 1983 scrive quella che lui stesso definisce "la solita storia dell’ Impero Romano che invece di cadere conquista le stelle. Era il tipico primo romanzo. Mancava mestiere ed era lunghissimo. Un buon esercizio, niente di piú". Poi nel 1988 si cimenta con Il Segreto Del Talismano, racconto lungo anch'esso ucronico, seguito (1992) da Piramidi, una trilogia anch’ essa ucronica completa. Poi un racconto lungo ucronico in inglese: The day I created Paradise. Tra il '94 e il 2002 la vena vacilla e Paolo appende la penna al chiodo, per riprenderla con buone possibilità. Le Ali del Leone ne è la prova. In alcuni tratti l'italiano di Paolo è un po' incerto, a causa della lunga permanenza all'estero. Ciò non inficia, a mio parere, l'idea del suo romanzo, che è originale e che con un editing professionale potrebbe rivelarsi una sorpresa.


  • LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 4


    In realtà Armande cantava anche per soffocare la delusione. Il conte ritornò indietro nel pensiero al recente passato. L’ avventura italiana era cominciata così promettente nove anni prima.
    Sua Maestà Carlo VIII, alla testa di una poderosa armata, aveva attraversato la Penisola senza incontrare resistenza ed aveva conquistato il Regno di Napoli. Armande ricordava come, durante quella marcia quasi incruenta, sebbene conquistatore, era stato lui stesso conquistato ed incantato dalla bellezza di quelle città. Soprattutto Firenze. Les Italiennes! Grandi artisti. E le loro femmes. Tutte profumo, gioielli e voglia di godere la vita. Le francesi, invece, maleodoravano e si coprivano troppo. Il Rinascimento Italiano aveva fatto rinascere Armande, ed aveva fatto sbocciare l’ artista, il poeta e l’ uomo di mondo che si trovava già in embrione dentro la sua corazza di cavaliere. Armande soleva organizzava feste per i suoi contadini in Provenza. Lui stesso cantava e componeva madrigali, sonetti e sirventesi per allietarli. Sinceramente, anche per incantare le belle contadine del suo feudo. Ogni tanto qualcuna aveva avuto l’ onore di entrare nel suo castello e nella sua stanza. Il Conte Armande De Lasserre trattava bene il popolo a lui soggetto. Ma dopo quell’ esperienza italiana, la vita in Francia, al confronto, gli era sembrata arida e brulla. L’ Italia era un’ altra cosa.
    Feste, lusso, arte, voglia di vivere alla giornata. Un’ ebbrezza. Una favola. La Francia si era trovata dominatrice di buona parte di quel Paradiso Terrestre che, anzi, le era quasi stato consegnato su un piatto d’ argento. Era come se una bellissima donzella si fosse donata ad un forte seduttore senza troppa resistenza. Perché, fortunatamente, il Paese era diviso in tanti staterelli, i cui principi, in costante conflitto tra loro, non esitavano a invitare le Grandi Monarchie a risolvere le loro guerricciole locali.
    L’ esplosione di una cannonata poco lontano lo riportò al presente, oltre alla constatazione del fatto che, purtroppo, non tutti gli Stati Italiani erano disposti a darsi facilmente alla Francia. Né tantomeno alla Spagna.
    Poi, allorché il fumo dell’ esplosione si riradò, il conte ritornò con la sua mente al passato. Un passato meno lieto. Il Sogno Italiano era svanito all’ alba. Una Coalizione alla quale aveva aderito la Spagna, aveva sconfitto Re Carlo a Fornovo ed i Francesi si erano ritirati. Poi Carlo VIII era morto.
    Ma il nuovo sovrano Luigi XII era di nuovo sceso in Italia.
    Uno squillo di tromba lo riportò di nuovo al presente. Un altro squillo, subito dopo, lo riportò al ricordo di quando, tre anni prima, le armate di Francia, ancora una volta vittoriose, con Sua Maestà in testa, erano entrate trionfanti a Milano dopo aver sconfitto il Duca Ludovico il Moro.
    Ed era stata proprio in quell’ occasione che lui, il conte Armande De Lasserre, già ebbro dell’ euforia della vittoria, aveva avuto l’ onore di prestare un servigio al suo Re. Sua Maestà l’ aveva incaricato di tradurre un misterioso, enigmatico scritto, vista la sua perfetta conoscenza della lingua italiana. Ancora adesso, a distanza di tre anni, Armande continuava a porsi mille domande intorno a ciò che aveva letto.
    Non potè fare a meno di ricordare il dono che il Re gli aveva fatto per ricompensarlo: il liuto che lui ora stava suonando. Armande, al ricordo, suonò con più intensità. Il suono cristallino, quasi celeste dello strumento, lo riportò a più piacevoli rimembranze.
    Sembrava che i bei tempi della prima calata in Italia stessero ritornando. La Francia dominava Milano. Poi, un anno dopo, grazie ad un trattato segreto con la Spagna, le sarebbe spettato metà del Regno di Napoli. Una cuccagna. Era stato come spartirsi un dolce succulento. Ma anche quel gozzoviglio avrebbe avuto una fine. Armande tenne per sè quel pensiero, invero offensivo nei riguardi di Sua Maestà, ma fu proprio un piccolo peccato di reale ingordigia per il possesso di un piccolo lembo di quel Regno, la Capitanata, una regione dedita alla pastorizia, che aveva provocato la guerra che ora si stava rivelando una catastrofe per la Francia.
    Anche quel conflitto era cominciato bene. Per più di un anno Francesi e Spagnoli non si erano guerreggiati in grandi battaglie, bensì in piccoli combattimenti, invero cavallereschi.
    Che guerra era stata! Poi i Francesi avevano stretto d’ assedio Barletta in mano agli Spagnoli.
    Un’ altra palla infuocata, caduta poco lontano, lo scosse da quel ricordo di trionfi e lo riportò alla dura realtà della sconfitta. Armande ammise a denti stretti che proprio in quella città, due mesi addietro, l’ arroganza Francese aveva subìto un duro colpo e la cosa avrebbe anche avuto delle gravi ripercussioni in seguito. Un gruppo di cavalieri francesi caduti prigionieri degli Spagnoli, avevano insultato dei cavalieri italiani. Il comandante di questi ultimi, un certo Ettore Fieramosca, aveva chiesto soddisfazione. Il Comandante spagnolo, Consalvo da Cordova, aveva quindi organizzato un torneo tra tredici Francesi ed altrettanti Italiani. E la banda di Fieramosca aveva battuto i cavalieri di Francia.
    Un’ umiliazione, non solo, ma poi Fieramosca era stato assoldato da Consalvo, che, grazie anche al contributo di questo nella battaglia che si era svolta il 28 aprile a Cerignola, aveva inflitto una poderosa sconfitta all’ esercito francese che ora era in rotta.
    Si consolò pensando che Milano sarebbe rimasta alla Francia. All’ indomani della conquista francese di quel ducato, Armande aveva acquistato un palazzo in quella città. In quei tre anni era riuscito a farsi ritrarre da un paio di artisti locali. Un giorno avrebbe anche avuto il suo monumento equestre. La vita mondana della città, poi, era molto eccitante. Non potè non dissentire dal suo nobile avversario spagnolo conosciuto quel giorno, per quanto riguardava la diabolicità del Rinascimento Italiano.
    Su un punto soltanto si trovava d’ accordo con Don Salvador: quei pezzenti dei fanti svizzeri gli davano fastidio. E quei fracassoni di cannonieri ancora di più. Illetterati, bifolchi. Sicuramente non sapevano neppure cavalcare né sedurre una donzella declamando sirventesi.
    Dommage . Pensò tra sé e sé. Sarebbe tornato a Milano a consolarsi. Forse avrebbe organizzato una bella festa. Un bel torneo. Una nuova disfida. Anche per lavare l’ onore francese umiliato a Barletta.
    Strano paese l’ Italia. Diviso e governato da Principi dalle visioni limitate. Eppure c’ erano anche molti sprazzi di valore ed ambizioni. Cesare Borgia per esempio. Perverso ed infido. Neanche da paragonarsi al cavalleresco Fieramosca, ma geniale politicamente. In tre anni soltanto, si era creato ed aveva ingrandito enormemente il suo dominio in Romagna. Fortunatamente stava dalle parte della Francia.
    E poi Venezia, che sembrava avere il potere di volgere le sorti di Francia a seconda se si trovasse alleata od avversaria. Carlo VIII aveva rischiato una disfatta a Fornovo nel 1498 a causa di Venezia. Doveva invece ringraziare l’ alleanza della Repubblica per l’ aiuto da questa dato durante la conquista di Milano. E, negli ultimi mesi, grazie ai rifornimenti fatti arrivare via mare dalla flotta veneziana agli Spagnoli, questi ultimi avevano rotto l’ assedio di Barletta ed ora il vento della Vittoria, all’ inizio propizio alla Francia aveva cambiato direzione. Il Vento della Sconfitta soffiava ora contro i Francesi sibilando in Spagnolo.
    E mentre pensava e cavalcava, Armande continuava a pizzicare il liuto intonando le strofe del suo sonetto.
    ……I due draghi pugnaron da baldi.
    I due draghi pugnaron da baldi.
    Il foco contra il ghiaccio.
    Il foco contra il ghiaccio.
    E fu primavera.
    E fu primavera…
    Alpi Orobiche. 15 maggio.
    Nessuno notò Angelo saltare giù dal carro con la sella in spalla. Tutti gli occhi erano rivolti al cielo del primo pomeriggio ed alle acrobazie dei tre draghi. Non fu difficile al giovane mischiarsi tra la folla. Da quel momento, pensò, sarebbe stato al sicuro.
    Gli abitanti di quella comunità avevano l’ aria di artigiani ed operai. Molti erano giovani come lui. Non sarebbe apparso come un intruso. Facendosi strada tra la folla fitta, vide che, poco lontano, una ventina di armigeri marciavano schierati in assetto di guerra. Erano guerrieri corazzati armati di lance e spade. Sembrava di assistere ad un torneo. Aveva anche notato bandiere e stendardi. Poco lontano c’ era anche un podio e su si esso della gente, sicuramente alti dignitari, a giudicare dagli abiti eleganti e colorati, in contrasto con quelli più modesti del popolo. I draghi sorvolarono di nuovo la radura. Ma nessuno parve avere paura di quelle creature, nemmeno le donne e le fanciulle che accompagnavano i loro sposi o padri. Tanto meno gli armati, che continuavano a camminare.
    Poi, uno dei draghi calò in picchiata. Anche in quell’ occasione, la folla non dimostrò il minimo di spavento. Eccitazione forse, a giudicare da qualche commento udito a sprazzi...
    "Aspetta e vedi!"
    "Vedrai che portento!"
    Il drago volò a poca distanza dai catafratti. Poi sputò fuoco. Per i cittadini di quel borgo montano sembrò una cosa del tutto normale. Ma Angelo vide con orrore gli armati cadere uno per uno rovinando al suolo mentre le loro armature emettevano un metallico, macabro suono di morte rimanendo alla fine immobili.
    Italia Meridionale 15 maggio.
    Armande vide Pierre De Vignal cadere senza un grido e rovinare a terra subito dopo il botto. Il suo cavallo si spaventò ed, incurante della morte del suo padrone, galoppò via. Un altro colpo di archibugio ed Armande vide un altro compagno piegarsi sul suo cavallo. Un buco si era aperto sull’ armatura, all’ altezza del petto.
    Anche il povero Guiscarde era morto. Come se il Santo Protettore dei Nobili Cavalieri avesse compiuto un miracolo, Guiscarde non cadde, ma rimase in groppa. L’ armatura era abbastanza pesante per fare in modo che il cavallo non lo disarcionasse.
    Un altro colpo. E fu la volta di Vincent De Lavalle. L’ elmo gli venne perforato, all’ altezza della tempia e lui cadde di fianco. Un rumore di ferro ed il robusto guerriero rovinò a terra, come un gigante caduto. Armande era indignato. Non si poteva fare la guerra in quel modo! Finalmente, il nemico apparve da dietro un’ altura. Prima altri archibugeri, nelle loro variopinte uniformi ed i loro berretti piumati. Poi, alla fine, dei cavalieri. Ora quell’ imboscata sarebbe finalmante diventata guerra per veri uomini. Armande si affrettò a riporre il suo prezioso strumento in una cassa protettiva appesa alla sella. Quel dono del Re dal suono angelico non doveva essere distrutto. Poi afferrò la spada. Ma quell’ ulteriore scaramuccia terminò prima di iniziare. Il drappello francese era completamente circondato dagli archibugieri e dai cavalieri di Spagna.
    Nonostante Armande fosse stato pronto a combattere all’ ultimo sangue, gli altri cavalieri, coscienti che sarebbero stati massacrati a colpi di archibugio, si arresero. Un’ ulteriore umiliazione: la prigionia. Ma la vista di un volto conosciuto tra le file nemiche, consolò l’ amarezza della disfatta. Don Salvador, il nobile avversario conosciuto quel giorno, si diresse verso di lui.
    "Nobile Armande. Mi prendo personalmente cura della vostra persona e della vostra incolumità. Sarà un onore avere la vostra compagnia durante la marcia verso Barletta."
    Alpi Orobiche 15 maggio
    Angelo si sforzò di non urlare per l’ orrore di quel massacro mentre un applauso scrosciava per quei monti. Poi cercò di ricomporsi. Gli armati non stavano bruciando. Forse il tutto faceva parte di una recita. Il fuoco sputato dal drago, pensandoci bene, non aveva affatto colpito i guerrieri. Del resto, le fiamme non erano state eccessivamente lunghe. Più simili a fiammate di moschetti.
    Le creature da favola atterrarono poco lontano. La gente, eccitata, si diresse alla volta del luogo dove ora i mostri si trovavano. Angelo, più curioso che impaurito, seguì la folla. Non era da tutti giorni vedere dei draghi da vicino. Mentre camminava mischiato al resto del popolo, vide alcuni operai sollevare gli armigeri caduti per posarli su dei carretti spinti a mano. Uno dei veicoli gli passò accanto con sopra i cadaveri di due catafratti con le armature perforate, come da pallottole di moschetto. Ma non vedeva sangue uscire da quel fori.
    Non capiva.
    Uno degli operai commentò "I fabbri avranno da travagliare non poco per ripararli."
    Ripararli? I feriti non si "riparavano". Ed i morti si seppellivano. Ora che ci ripensava, aveva udito il termine "riparare" allorché si era parlato del fantasma abbattuto a calci da Grifo. Come l’ aveva definito il soldato? Ah si, spaventavillani.
    Poi il carro proseguì per la parte opposta. Davanti alla folla si parò un paio d’ ali la cui apertura, ad occhio e croce, poteva essere della stessa misura di tre carri messi in lungo uno dietro l’ altro. Ma le ali erano l’ unica cosa che poteva caratterizzare un drago. Il resto sembrava una specie di grosso ponticello od una zattera. Non la si faceva al figlio di un carpentiere! Il corpo del drago era fatto di legno. E le ali, di tela. Ed un uomo si trovava su quella zattera lunga.
    Meraviglia delle meraviglie! Quelli erano draghi costruiti da esperti artigiani. Ora che Angelo si trovò a pochi passi da quella creazione, riconobbe la stessa sorta di assi piallate dai falegnami, tra i quali suo padre, nell’ officina di Mastro Gandello. Riconobbe anche le listelle flessibili che facevano da ossatura alle ali di tela. Inchiodata alla zattera di assi, una grossa trave messa di traverso, sosteneva due strani oggetti posti simmetricamente da ambo le parti di questa. Ciascun oggetto era costituito da una fila di undici canne una accanto all’ altra che ancora fumavano ed odoravano di polvere nera. Come se undici corti moschetti avessero sparato tutti in una volta, azionati dall’ uomo che sembrava guidare il drago artificiale. Un uomo solo era stato in grado di eliminare quasi una ventina di armigeri corazzati volando su quell’ oggetto e manovrando quel portentoso moschetto molteplice.
    Capì che quella era stata un’ esercitazione. Ma quale prezzo avevano pagato gli armigeri per dimostrare tanta potenza distruttiva!
    Il volatore scese dal drago. Si tolse l’ elmo. Uno strano elmo con una visiera di vetro, sicuramente per riparare gli occhi dal vento. Fu allora che Angelo notò gli astanti applaudire ad uno degli armigeri che, a passo cadenzato e svelto, si dirigeva verso il volatore. Non appena il catafratto fu a pochi passi da questi, agitò la mano in segno di saluto. Poi si inchinò. Infine si tolse l’ elmo. Esterrefatto Angelo notò che l’ uomo era senza testa!
    Ma nonostante ora si trovasse davanti a portentosi draghi artificiali e guerrieri senza testa, ancora non provò paura. Anzi la sua baldanza crebbe. Angelo era ora ad un passo dalla soluzione del mistero; la sua missione, la chiave per il cuore di Silvana e per la vita accanto a lei, in barba a quel fanfarone di Francesco.
    Era giunto il momento di osare come non mai. L’ occhio si posò su un gruppo di fanciulle del popolo. Spavaldo, Angelo allungò il passo, raggiunse le giovinette e si mise bene in mostra come un bel galletto. Scosse la testa volutamente e sventolò al sole la chioma rossa. Poi udì le risatine delle fanciulle. Angelo sorrise loro e le fulminò con i suoi occhi verdi da gatto che fissava una preda. Arrivato che fu ad un passo da esse, Angelo posò a terra la sella e fece un’ inchino degno di un Lancillotto. Lesse nei pensieri delle giovinette: chissà dove è il destriero a cui appartiene la sella?
    Angelo non diede loro tempo di porsi altre domande curiose e si presentò, cercando di imitare lo stile ed il gergo dei romanzi cavallereschi di cui lui era ardente lettore.
    "Mastro carpentiere Santo Angelotti, per servirvi. Sono qui soltanto da pochi giorni. Non mi sembra di aver visto le Vostre leggiadre figure prima d’ ora. La grazia delle Vostre persone mi ha colpito adesso, più della recente tenzone tra i lignei draghi ed i guerrieri…"
    Tacque ed aspettò la reazione.
    Prima vi fu di nuovo il suono di risate cristalline. Poi un viso dall’ espressione sfacciata e dall’ aria saccente, seminascosto sotto una cascata di capelli castani, aprì una bocca carnosa e parlò, col tacito consenso delle compagne.
    "Ornitotteri, Mastro Angelotti, or –ni – tot- te - ri, si chiamano quei… "draghi". E per quanto riguarda i "guerrieri..."
    Le risate delle compagne la interruppero. Lo sguardo severo di lei le ridusse al silenzio.
    "….si vede che siete nuovo qui Mastro. I guerrieri sono autantropi. Armature vuote mosse da congegni costruiti, tra gli altri, da mio padre, Mastro Meccanico Aroldo Manesi."
    Angelo non si lasciò prendere di sorpresa da quell’ arroganza e ribattè: "Ma le assi e le listelle degli …ornit….. insomma i marchingegni volanti, sono state fabbricate giù a valle…"
    E dopo un attimo di pausa, in tono di sfida "…. Come tutti ben sanno, madamigella Manesi."
    "Loretta, Mastro Santo. Per questo, anche le armature sono prodotte dai fabbri di Gromo, giù a valle…" Ed aggiunse facendogli il verso." … come tutti ben sanno".
    E poi, come per farsi bella e magnanima davanti ad una delle amiche, una fanciulla pallida dall’ aria timida e riservata, dopo averla presentata con un gesto della mano, aggiunse: "ma sono i Mastri Montatori, come il padre di Agnese, che mettono assieme i pezzi. A proposito. Che cosa mette assieme Mastro Angelotti –dai capelli – color carota - che –ha –dimenticato – il suo cavallo – da qualche parte?
    I carri corazzati? O quelli semoventi? O gli argani delle barche a pale? Od i ponti mobili. O le baliste lancia ornitotteri? Od i mulini ad acqua?"
    Si fermò, probabilmente soddisfatta di aver sfoggiato la sua conoscienza sulle attività di quel luogo. E contenta di aver dato il suo a quell’ arrogante ciarlatano nuovo arrivato che si credeva affascinante ed irresistibile.
    Angelo capì che era arrivato il momento di accomiatarsi da quella compagnia, ora che aveva ottenuto delle interessanti informazioni. L’ aria cominciava a farsi pericolosa. Non soltanto perché madamigella Loretta Manesi forse avrebbe sospettato di lui, ma anche perché tutta quella sfacciataggine e la voglia di fargli abbassare le arie, avevano forse un altro fine. Forse la fanciulla era interessata alla sua persona. Ed Angelo non aveva la benché minima intenzione di tradire Silvana. Si limitò a dire : "i carri semoventi" con un’ aria sicura da non lasciare la benché minima ombra di dubbio. Oltre a tutto felice di aver anche avuto la risposta per quanto riguardava quel mistero. Il mezzo di trasporto che l’aveva portato fin lì era mosso soltanto da congegni meccanici. Niente magia. Ecco spiegato il rumore di ruote dentate. Ed anche gli spaventavillani erano sicuramente mossi da altri congegni fabbricati da Mastri Meccanici, come il padre di quella irritante donzella. Chissà quante delle armature degli spaventavillani e dei guerrieri massacrati dal fuoco degli ornitotteri erano stati prodotti dal martello di Francesco. E mossi dai marchingegni del padre di Loretta.
    "Un onore avere fatto la Vostra conoscenza o ninfe. Ora vi auguro un buon proseguimento di questo giorno. Il dover mi chiama."
    Italia Meridionale 15 maggio
    Mentre cavalcava in silenzio, prigioniero e disarmato, Armande ringraziò nella sua mente il suo custode, Don Salvador per non avergli sottratto il liuto chiuso nella cassa. Armande ripensava al giorno in cui il Re in persona gliel’ aveva donato, come ringraziamento per quel servigio. Il liuto aveva la cassa armonica a forma di testa di cavallo. Quale migliore ricompensa per un cavaliere poeta, di un liuto a forma di testa equina?
    Nel Castello degli Sforza, proprio negli appartamenti del Moro, accanto a quel liuto, appartenuto al Duca, era stata trovata una lettera firmata nientemeno che da Leonardo Da Vinci, il grande pittore. Il Re aveva incaricato A rmande di tradurre lo scritto. La cosa infatti, era risultata molto curiosa. Non si capiva che nesso ci fosse. La lettera risaliva al lontano 1482, l’ anno in cui Leonardo aveva lasciato Firenze per fornire il suo talento a rtistico alla famosa Accademia Patavina a Padova; l’ inizio di una lunga carriera al servizio della Serenissima Repubblica di Venezia che avrebbe reso famoso l’ artista toscano.
    Armande era stato fiero del compito a lui affidato. Nella sala del Castello Sforzesco, davanti a Sua Maestà ed altri dignitari, il Conte aveva tradotto lo scritto ad alta voce. La lettera, altri non era che un’ offerta dei propri servigi a Ludovico Sforza. Leonardo, a quei tempi, doveva essere alquanto disperato per cercare di proporsi a quel modo. Nell’ epistola, infatti, il Toscano si offriva come ingegnere militare e si vantava di essere in grado di costruire macchine da guerra mai viste prima: cannoni dalla potenza distruttiva inusitata, carri corazzati capaci di sfondare le linee nemiche, baliste gigantesche, oltre a congegni, che usati un una battaglia navale, avrebbero causato enormi perdite alla marineria nemica. Soltanto in fondo alla lettera, Leonardo accennava alle sue qualità di artista. Ma proprio quell’ argomento aveva suscitato l’ ilarità di Sua Maestà e degli altri dignitari. Secondo loro, Leonardo era un grande artista. Ed in quello scritto aveva dimostrato di essere maestro nell’ arte della fantasia e della menzogna.
    Secondo un altro scritto allegato, il liuto era stato costruito proprio da Leonardo ed era un dono di Lorenzo De Medici, Signore di Firenze, al Moro che a quei tempi era suo alleato.
    Sua Maestà aveva soddisfatto la propria curiosità. Evidentemente Leonardo aveva cercato lavoro presso lo Sforza nel lontano 1482. Lo Sforza sicuramente non aveva dato credito a tutte quelle frottole e non se ne era fatto nulla. Poi l’ Accademia di Padova aveva invitato Leonardo e l’ aveva assunto pochi mesi dopo. Da anni ormai Leonardo era famoso in tutta la Repubblica di Venezia per le sue doti di pittore e scultore, tra le quali un affresco rappresentante l’ Ultima Cena di Cristo nel chiostro di Santa Apollonia a Venezia ed altri innumerevoli capolavori. Ma le qualità di Leonardo ingegnere si erano limitate a degli sporadici esperimenti di macchine volanti. In effetti un uomo si era lanciato dalla torre del campanile di San Marco a bordo di uno di quei marchingegni ed aveva svolazzato per i cieli di Venezia. Ma dopo quell’ episodio, la gente aveva cominciato a guardare storto l’ artista. La voce che Leonardo fosse uno stregone si stava spargendo. Pareva che sezionasse cadaveri. La storia delle macchine volanti era finita lì. C’ era stato anche un progetto chiamato La Città Ideale. Case comode e macchine che avrebbero alleviato il tenore di vita nelle zone agricole ed industriali. I contadini dei vigneti di Soave e dintorni ne avevano sperimentato i vantaggi. I tessitori della zona di Bergamo, invece, avevano goduto di quelli di un telaio semovente. Ma i nobili non gradivano vedere il popolo che, alleviato dalle fatiche, cominciava a pensare ed a volere di più. Anche il progetto della Città Ideale si era limitato lì.
    Su questo Armande si trovava abbastanza d’ accordo. Non dovevano essere marchingegni a far star bene la Plebe, bensì il benvolere del loro Signore.
    Macchine, progresso. L’ altra faccia della medaglia dell’ Umanesimo. Ma non era una cosa nuova. I cannoni avevano soppiantato la cavalleria. Forse, Armande temeva il Progresso più che disprezzarlo. Le nuove invenzioni erano quasi sempre fatali. I libri stampati dall’ invenzione del tedesco Gutenberg rischiavano di dare sapienza al Popolo. Quasi un secolo addietro, settemila fanti inglesi, pezzenti armati con quella diavoleria chiamata arco lungo, un’ arma in grado di lanciare frecce capaci di perforare armature, avevano massacrato ben ventimila nobili cavalieri di Francia ad Azincourt.
    Suo bisnonno era perito in quella battaglia. Ma anche lui, ora, si era ritrovato a soccombere. Sconfitto da una nuova invenzione: gli archibugi.

    Alpi Orobiche 15 maggio
    Mentre si allontanava a passo svelto, Angelo fece il punto della situazione. Niente draghi. Niente morti viventi, niente carri stregati. Soltanto macchine. Macchine inusitate, mai viste e tenute segrete. Niente patti col Diavolo. Il suo cuore di artigiano costruttore fece un balzo di gioia. L’ orgoglio di mestiere lo fece sorridere.
    Ed, a proposito di mestiere, pareva che tutti, dopo la manifestazione, si stessero dirigendo di nuovo verso i loro posti di lavoro. Angelo seguì la folla. Si arrivò ad una strada principale lastricata, con delle belle casette costruite ad ogni lato. Poi la via si diramò. Ed anche la folla si divise. Angelo non sapeva ora che strada seguire. Ma ancora una volta la fortuna gli sorrise. Udì, lontano, rumori di seghe e martelli. Suoni tipici tipici della bottega di un falegname. Il suo ambiente. Era lì che doveva dirigersi. Seguì il gruppo tenendosi a distanza. Erano circa una ventina. Ma, man mano che si avvicinava alla bottega, il suono di faceva sempre più forte. Come se almeno una dozzina di seghe ed una sessantina di martelli fossero già in azione. Ma quanto era grande quella bottega? La risposta gli arrivò allorché, girato il bosco, un’ enorme capannone gli si parò davanti su una piccola altura. Seguì il gruppo di artigiani ed assumendo l’ aria di uno che fosse nato lì, varcò la porta dell’ ingente costruzione. Mai prima d’ ora aveva visto così tanta attività e così pochi lavoratori. Vide martelli che picchiavano, azionati da chissà quale macchina e pure seghe semoventi. Vide mulini ad acqua che azionavano altri macchinari. E poi vide quello che si produceva in quel posto: in fila, come uno stormo di falchi, almeno venti ornitotteri erano già pronti e già montati. Un carro semovente entrò nell’ampia sala e, dopo un attimo, trainò l’ ornitottero primo della fila fuori dal capannone. Un altro carro semovente entrò ed anche un secondo ornitottero venne trainato fuori. Nel frattempo Angelo notò un altra macchina volante, appena montata, la quale veniva messa in fila, pronta per il suo turno. Angelo posò la sella e si mise al lavoro, con la stessa destrezza che soleva usare nella sua attività di apprendista nella bottega di Mastro Gandello. I suoi nuovi compagni di lavoro notarono subitola sua dimestichezza.
    "Hei giovinotto, prendila con calma!" Tuonò una voce con spiccato accento veneto " Sembrerebbe che tu non abbia mai lavorato con le automacchine. Non ti ho mai visto. Sei nuovo?
    "Sì, sono qui da pochi giorni. Ho lavorato per i carri semoventi prima di ora."
    "Eh, quegli apparati sì che hanno un futuro; non quegli uccellacci."
    "Sarebbe a dire, mastro?" Chiese curioso Angelo.
    L’ uomo si fece una risata e rispose: "Di pigroni che hanno voglia di scaldarsi il deretano su un carro mobile, ne trovi assai. Ma di coraggiosi che non temano di alzarsi in volo il Mondo non abbonda. Per ora abbiamo tre volte tanti ornitotteri che aeronauti. Per questo quei temerari vengono pagati a peso d’ oro. Io personalmente non sono un pusillanime, ma, …. figliolo, neanche se mi pagassero una cassa di ducati monterei su uno di quei mostri. E nemmeno se il Doge in persona mi offrisse sua figlia in sposa. Nemmeno. Sono un uomo con i piedi a terra. Qualche pazzo esiste. Ma io sono normale. Il cielo appartiene agli uccelli. Non agli uomini. Checché ne dicano il Toscano e tutti gli Ingegneri dell’ Accademia che hanno inventato questi uccellacci di legno. Mi pagano per costruirli. E mi pagano bene. Ducati su ducati. Pling pling pling. Questo è il mio mestiere. Ero senza arte a Verona. I Padovani mi hanno dato travaglio ben retribuito ed una casa qui. E che casa! Sarò loro eternamente grato. Per loro sgobberei ancora di più, se non fosse perché, grazie alle loro macchine, ci si può permettere di battere la fiacca. Tu di dove sei? Dall’ accento mi sembri di queste parti."
    L’ imbarazzo di dover rispondere gli venne tolto, allorché l’ altro compagno di lavoro, un altro veneto, si intromise. "Però a casa tua non puoi ritornare. Nel tuo salario è incluso il silenzio. La Repubblica custodisce il segreto a suon di ducati. E, detto fra noi…"
    Abbassò la voce fino che questa diventò un bisbiglio.
    "….siamo sempre tenuti sott’ occhio. La Repubblica ci osserva e ci controlla. Ci sono delatori dappertutto. Quindi attento a quello che dici, toso. Madonna ha mille occhi!
    Il modo in cui l’ uomo pronunciò quel nome, suonò come una coltellata. Un nome che avrebbe, invero, dovuto avere un suono soave. Qualcosa che ricordava la Vergine Maria oppure come, aveva sentito, venivano chiamate le madamigelle, nella lontana Firenze. Bene, aveva ottenuto altre informazioni. C’ erano di mezzo un Toscano, dei Padovani e pareva, una signora da cui si doveva stare molto attenti. Ma la baldanza di Angelo pareva non avere limiti al momento. Continuò ad osare.
    Dovette soltanto ripetere un nome in tono interrogativo.
    "Madonna?"
    "Si sente che sei novello, fiolo." Si intromise di nuovo il primo artigiano. "Non hai ancora sentito nominare la Fiorentina. L’ Orecchio della Repubblica.
    Il Padovano dirige la baracca dell’ Accademia, il Toscano comanda la squadra di ingegneri che ha inventato tutte quelle belle macchine. Ha progettato le belle dimore dove noi viviamo, i carri semoventi, quelli corazzati. Il Doge ha dato il benvoluto e paga saporitamente anche altri artigiani di questa valle per costruire i pezzi che noialtri mettiamo assieme. Ma chi fa in modo che il tutto rimanga un segreto è lei. Spie e tipi loschi non durano molto qui. I tipi che parlano poco e che tengono lo sguardo abbassato suscitano sospetto. Se ne becco uno lo prendo sùbito per la collottola e lo porto direttamente alle guardie di Madonna."
    Un sospetto passò per la testa di Angelo. Il primo artigiano voleva come mostrare la sua lealtà a questa Madonna, non appena il secondo si era comportato in un modo cospiratorio. La ragione poteva essere soltanto una. Il veronese sospettava che Angelo potesse esssere una spia di Madonna e, non appena il secondo veneto aveva cominciato a comportarsi in modo poco leale, aveva voluto salvare la propria faccia. Angelo non era mai stato visto prima . Era come se avesse avuto scritto in fronte: "Sono una spia di Madonna".
    Bene. Più il tempo passava, più i misteri venivano risolti. Non appena a casa, avrebbe strombazzato tutto a Silvana. Che sensazione serebbe stata. Altro che ammazzar draghi! Lui stava risolvendo il Mistero dei Monti. In barba alle spie di Madonna.
    Poi volle divertirsi a confermare i suoi sospetti. Guardò fisso il secondo veneto senza proferir parola. Quello abbassò lo sguardo. Poi di mise al lavoro. Il veronese invece, gli mandò un sorriso falso e cominciò anch’ egli a rovistare tra gli arnesi. Angelo capì che in cambio di importanti informazioni, si era fatto un nemico ed un alleato interessato.
    Passò un po’ di tempo, allorché una campana suonò. L’ orologio in fondo al capannone segnava le sette esatte.
    Tutti fermarono le attività e lasciarono il posto di lavoro. Angelo prese la sella in spalla e si incamminò lentamente. Ora che aveva ottenuto le informazioni che desiderava, poteva tranquillamente lasciare quello strano luogo e tornare a casa. Fece la strada a ritroso, sempre lentamente, per non destare sospetti, ora che sapeva che le spie di Madonna tenevano d’ occhio gli intrusi. Girò lo sguardo. La palizzata circondava il borgo. E le guardie pattugliavano, attente. L’ unico modo per uscire di lì, sarebbe stato lo stesso di come era entrato: nascosto in un carro. Ma ora il giorno volgeva al tramonto e lui non notava carri che si stessero dirigendo verso l’ uscita.
    Il sole stava calando e con esso la sua sicurezza. Oltre a tutto, la gente stava andando a casa. Lui, senza una dimora, si sarebbe presto trovato da solo in mezzo ad una strada, ben in vista alle spie di Madonna.
    Poi ragionò con calma. C’ erano due luoghi dove un artigiano poteva dirigersi dopo un sano giorno lavorativo oltre che a casa. In chiesa od alla locanda. In quel borgo doveva per forza esserci sia la Casa Del Signore per il diletto delle anime, che un’ osteria per quello della gola. Si udì il suono di una campana da dietro un boschetto. Angelo si diresse là.
    Un po’ di malavoglia. Lui, nonostante il nome ed il cognome, non era un uomo di chiesa. Ma, non appena arrivato colà, si trovò davanti a qualcosa di veramente bello. Era una piazzetta, ma non rozza e pietrosa come quella di Gromo . Sembrava uscita da un dipinto. Anche la chiesa era tutta un ornamento. Ma il meglio di tutto era che sul lato destro della piazza c’ era una costruzione, più bassa. Ed, appesa alla porta di essa, un’ insegna alquanto promettente: LOCANDA DEL LEONE VOLANTE.
    Angelo vi entrò, risoluto, quasi fosse stato un avventore frequente. Si sedette ad un tavolo presso una finestra e posò la sella a terra. Dalla finestra si poteva vedere un’ imponente costruzione, situata su lato sinistro della piazza. Sicuramente il palazzo che ospitava i signori locali. Certamente quelle persone delle quali aveva sentito parlare poche ore prima. Il Toscano, il Padovano e, molto probabilmente, la potente Madonna.
    Una prosperosa locandiera lentigginosa gli chiese che cosa desiderasse. L’ accento era, come sempre, forestiero, ma non veneto. Angelo estrasse dalla saccoccia una manciata di ducati. Poi chiese quale fosse la specialità locale. La donna rispose che in quella locanda si cucinava alla friulana mentre scrutava con piacere i ducati d’ oro, freschi di zecca e scintillanti, appena usciti dalla famosa cassa che portava i salari per gli operai, direttamente da Venezia. Angelo notò che il viso austero e magro del Doge, intarsiato nella moneta, sembrava guardare la locandiera, invitante, come a confermare che lui era un cliente da trattare bene. La donna si prese due ducati in anticipo e disse che entro pochi minuti, Angelo avrebbe gustato la migliore polenta con salsiccia di tutta la valle, irrigata da vino rosso della casa.
    Angelo rimise nella saccoccia la moneta rimasta. Poco dopo, la cena gli venne servita. Angelo fece appena in tempo a gustare l’ ultimo boccone di polenta, allorché la piazza fu scossa da un rumore assordante. Rumore di ruote. Almeno una decina di carri, se l’ udito non lo ingannava. Eppure, c’ era qualcosa che non andava. Al rumore di ruote che schiacciavano ghiaia, non corrispondeva un altrettanto rumore di zoccoli di cavalli. Poi gli rivenne in mente che in quel luogo i carri andavano da soli. Si sporse a guardare e vide un carro semovente. Ma non era affatto simile a quello che l’ aveva trasportato fin lì. Il mezzo di trasporto era finemente decorato, come una carrozza. Sicuramente appartenente ad una delle personalità di rilievo di quella città. Ma una nuova esperienza fu la scorta armata. Dieci. A giudicare dalle divise, dagli elmi e corazze potevano definirsi "cavalieri". Soltanto che gli armati, invece di destrieri montavano strani veicoli a due ruote che, miracolosamente, stavano in piedi senza perdere l’ equilibrio. I cavalieri, con i piedi, azionavano un argano che, grazie ad una catena, faceva girare la ruota posteriore di quel carro a due ruote. Quella anteriore manovrata da una barra, poteva girare a destra od a sinistra, permettendo di cambiare direzione. Il cocchio semovente si fermò in mezzo alla piazza. La scorta armata fermò i loro veicoli. Un lacché aprì la porta della carrozza. Ne uscì una donna. Elegante. Non più giovane ma ancora bella. I gioielli che ella si portava al braccio scintillavano al sole morente. Angelo si aspettò che tutto quel corteo si dirigesse verso il palazzo dirimpetto. Invece, con sua grande sorpresa, la donna puntò il dito indice varso la locanda. I cavalieri posero i veicoli a terra ed irruppero all’ interno del locale. La donna entrò a sua volta, subito dopo. Due armigeri si piazzarono di guardia alla porta. Gli altri si guardarono intorno, attenti, accarezzando l’ elsa delle spade. La locandiera fece un inchino servile e disse:
    "Madonna, quale onore avervi qui come ospite."
    Madonna. Non appena quel nome venne pronunciato, come per una bizza del destino, il sole iniziò a calare e l’ ombra cominciò a scendere nella piazzetta. Madonna cominciò a camminare scrutando il viso di ogni avventore della locanda. Fu come se una brezza avesse provocato un brivido di freddo. L’ allegra atmosfera di tavoli imbanditi e di gente ciarliera si trasformò in un gelido, pervaso senso di paura.
    Angelo capì che Madonna stava cercando una spia tra gli avventori. Anche lui cercò di indovinare chi fosse. Un uomo magro dall’ aria patibolare abbassò gli occhi a terra. Era forse lui?
    Madonna lo ignorò.
    Un grasso omaccione dagli occhi porcini sudava. Il senso di colpa?
    Madonna tirò innanzi.
    Fino a poche ore prima Angelo aveva giocato alla vita, lontano dagli intrighi, dalle tresche, dalle guerre che imperversavano in Oriente o nel Regno di Napoli. Il Doge era soltanto un’ immagine coniata su una moneta. Ora in quel momento stava diventando adulto, vivendo, attimo per attimo, la vita che si svolgeva dietro le quinte dell’ idillio silvano e montano della gente semplice. A pochi passi da lui, una signora in abiti principeschi il cui profumo arrivava a lui prima ancora del suono dei suoi passi, stava per smascherare una spia al soldo di qualche Grande Potenza. La Francia o la Spagna, o l’ Impero Tedesco o quello Ottomano.
    Madonna si fermò.
    Guardò Angelo con i suoi profondi occhi neri. Bella. Bella come l’ Escalibur, la Spada che Re Artù aveva estratto dalla roccia. Un capolavoro. Un capolavoro tagliente e mortale. Bello e micidiale. Quella era l’ impressione che Madonna faceva ad Angelo. Gli sguardi di una donna l’ avevano sempre lusingato. Donne del popolo. Ma queste dame di corte non erano femmine da cui fidarsi. Si sentì come colpito da due frecce.
    Il sole tramontò. E con esso la sua fortuna.
    Madonna non proferì parola. Puntò un dito verso di lui. Un attimo dopo due armigeri seguiti dal loro ufficiale sfoderarono le spade e corsero verso il suo tavolo. Due lame puntarono verso la sua gola.
    "Seguici senza fare problemi" Ordinò un ufficiale.
    Pochi attimi dopo Angelo veniva scortato fuori dalla locanda con due armigeri che gli tenevano le braccia con le loro manacce guantate. Il viso di Silvana nei suoi pensieri non servì ad attenuare la paura per il suo futuro destino.
    Italia Meridionale 15 maggio.
    Per la prima volta in vita sua, Armande De Lasserre temeva per il suo futuro destino. Scuri come la notte appena calata, gli occhi di Don Salvador lo fissavano. Poi, la bocca del cavaliere spagnolo, un cratere apertosi in mezzo alla foresta nera della barba, gli fece un’ offerta, che in realtà era una richiesta, anzi una pretesa.
    "Ho naturalmente la Vostra parola d’ onore che non tenterete di fuggire mentre dormo. Sia questo giuramento più solido delle catene che voglio evitare di metterVi. Ho il sonno leggerissimo. E Dio veglia su di noi."
    Fu come se lo sguardo nero dello Spagnolo lo scrutasse, mentre il cratere della sua bocca sembrava un vulcano pronto a lanciar lava incandescente, qualora il Francese fosse venuto meno a quel patto. Ma, guardandogli nel profondo degli occhi sembrò che lo Spagnolo sapesse già che Armande, legato da un Codice d’ Onore vecchio di secoli, non avrebbe mancato alla parola. Il silenzio del conte cementò il giuramento.
    "Bene" disse Don Salvador a quella tacita intesa. Tra pochi mesi questa guerra assurda sarà finita. Voi sarete di nuovo libero. Un giorno, se Dio vuole, come dissi questa mattina, combatteremo fianco a fianco contro un nemico comune, in un comune destino."
    Seguì un silenzio, rotto soltanto dal canto delle cicale nella calda notte, dal crepitio delle fiaccole e dai sussurri delle preghiere recitate sommessamente dai soldati in procinto di andare a coricarsi. Una brezza tiepida penetrava dall’ apertura della tenda da campo.
    Poi si udì un suono.
    Musica.
    All’ inizio sembrò che le cicale avessero cominciato a cantare più forte. Alla musica lontana si aggiunse un altro rumore. Come quello di una tenda sbattuta dal vento. Don Salvador afferrò la spada e corse fuori per vedere che cosa stesse succedendo. Tutto l’ accampamento spagnolo era già in allarme. Il suono della musica e quello strano rumore si avvicinavano sempre più, da Oriente. Soldati che brandivano fiaccole, corsero verso il lato orientate dell’ accampamento. Poi sembrò che quella misteriosa musica, muovendosi, invisibile si fosse fermata sospesa sopra le loro teste. Il rumore, sebbene coperto da quell’ armonia, sembrava ora quello di ali che sbattevano.
    Poi delle luci apparvero nel cielo. Gli spagnoli ed i loro prigionieri francesi alzarono lo sguardo. In cielo si potevano vedere, luminose, delle figure alate. Né gli spagnoli né i loro prigionieri ebbero la minima ombra di dubbio. Avevano visto in innumerevoli occasioni delle figure simili. Dipinte nelle chiese o forgiate in statue.
    Dieci angeli volavano in un piccolo circolo sopra l’ accampamento, come se le creature celesti volessero formare un’ aureola. Le loro ali sbattevano. La musica celeste si era fatta molto più forte. Strumenti a corde ed archi celesti intonavano un’ angelica armonia, mentre dei tamburi divini scandivano il tempo di quella parata volante.
    Poi, delle lettere luminose apparvero e si disposero anch’ esse in cerchio un po’ sotto gli angeli, così che tutti furono in grado di vedere una scritta: centinaia di occhi esterrefatti seguirono, lettera per lettera, parola per parola il susseguirsi di quel divino messaggio. Gli illetterati fanti ed archibugeri non capirono nulla, ma gli eruditi cavalieri videro che la scritta era in latino, e si affrettarono a tradurla per i loro compagni.
    Alexander Caesarque erunt principes Italiae in signo Leonis Sancti Marci post mortem ultimi Ducis. Fiat voluntas Domini. Vae Regibus Hispaniae et Galliae. Divina Venetia Domina Italiae in nomine Dei.
    "Alessandro e Cesare saranno Principi d’ Italia sotto il segno del Leone di San Marco, dopo la morte dell’ ultimo Duce. Sia fatta la volontà del Signore. Guai ai Re di Spagna e Francia. Venezia Divina Padrona d’ Italia nel nome di Dio"


    continua alla prossima puntata...



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