home Macchine volanti e draghi: Le ali del leone - 7
Il Leone meccanico - 7
Settima puntata dell'ucronia steampunk che viene dal freddo
I mostri di Paolo Ninzatti
Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca
e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse
rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da
bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak.
Comincia a interessarsi anche di ucronia, e così nel 1983 scrive quella che lui stesso definisce
"la solita storia dell’ Impero Romano che invece di cadere conquista le stelle. Era il tipico primo romanzo.
Mancava mestiere ed era lunghissimo. Un buon esercizio, niente di piú".
Poi nel 1988 si cimenta con Il Segreto Del Talismano, racconto lungo anch'esso ucronico,
seguito (1992) da Piramidi, una trilogia anch’ essa ucronica completa.
Poi un racconto lungo ucronico in inglese: The day I created Paradise.
Tra il '94 e il 2002 la vena vacilla e Paolo appende la penna al chiodo, per riprenderla
con buone possibilità. Le Ali del Leone ne è la prova. In alcuni tratti l'italiano di Paolo è un po' incerto,
a causa della lunga permanenza all'estero. Ciò non inficia, a mio parere, l'idea del suo romanzo, che è originale
e che con un editing professionale potrebbe rivelarsi una sorpresa.
LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 7
La luce delle fiaccole della processione, che sfilava nella calda sera per la
piazza penetrava tremolante nella cattedrale attraverso il rosone e proiettava
ombre ondeggianti sull’altare. A pochi passi di distanza il duca Don Salvador
de Silva vedeva la propria sagoma danzare sul pavimento, nonostante stesse
immobile inginocchiato a pregare. La basilica di San Nicola Pellegrino era
semivuota. Il nobile cavaliere spagnolo ringraziava sommessamente Dio per
avergli dato un’ ulteriore prova della sua fede e di avergli confermato, quella
sera, la correttezza della sua decisione. Il solenne silenzio fu rotto dal
cigolìo del portone della basilica che veniva aperto. Per un attimo la luce
proveniente dalle fiaccole aumentò di intensità. Il portone tornò a chiudersi e
la mistica pace riprese ad avvolgere l’antica cattedrale romanica, spezzata
soltando dal rimbombo di passi che provocavano un’eco cadenzata, erano i passi
di una persona che portava stivali e speroni e che si avvicinava sempre più
all’altare. L’ombra di una figura in cappuccio e tonaca arrivò silenziosa alle
spalle di Salvador, come un fantasma, proiettata sul pavimento. Un frate? si
chiese lo spagnolo nonostante la cosa sembrasse strana, visto che i monaci non
portano stivali speronati. Non appena la persona cui apparteneva l’ombra si
materializzò inginocchiata al fianco di Salvador, il duca, girata la testa,
notò che quell’abbigliamento ricordava più quello di qualche ordine
cavalleresco monastico di altri tempi: l’Ordine di Malta, o quello Teutonico.
”Il Signore sia lodato, nobile Don Salvador” bisbigliò la figura della quale lo
spagnolo non riuscì a vedere il viso.
Il duca, sorpreso esclamò quasi ad alta voce: ”Voi conoscete il mio nome!”
L’altro ignorò l’affermazione del cavaliere e continuò:
”Conoscoil vostro valore e mi è noto
quale contributo voi possiate dare all’Ordine dei Guardiani di San Marco. Dio
ci aiuta nella scelta degli uomini adatti. La vostra fede è indubbia: se mi
seguirete sarete da domani stesso benedetto e prescelto per combattere la sacra
guerra tra le nostre fila. L’Ordine dei Guardiani di San Marco riceve il divino
messaggio direttamente dagli Angeli. Il Capitano Guarini, che vi ha arruolato,
oggi è gia stato informato che voi siete stato prescelto. È stato per lui un
onore sapere che uno dei suoi cavalieri militerà forse nei Guardiani. Vostra
però sarà la scelta su come servire San Marco.”
Qualcuno bussò alla porta. Il conte Armande De Lasserre vide la propria
immagine nuda, riflessa nello specchio dirimpetto, alzarsi dal letto e
affrettarsi a infilare le brache. Per un attimo dovette constatare che in quel
momento niente lo avrebbe distinto da un qualsiasi uomo del popolo. Lo specchio
riflettè anche l’immagine di una donzella, che fino a ora gli era giaciuta accanto.
La giovane pulzella non parve tradire alcun segno di pudicizia. Soltanto
allorchè il conte si apprestò ad aprire la porta, ella fu lesta a coprire le
proprie nudità con il lenzuolo. La bella dama e il nobile francese si erano
incontrati poche ore prima per la strada, non appena l’euforia destata dal volo
degli angeli su Trani si era affievolita. Un paio di sguardi erano corsi tra i
due, poi un approccio ed infine si erano appartati nella stanza di lei. Al
conte apparve con sorpresa che la fanciulla sembrava sapere che qualcuno
avrebbe bussato alla porta. Ma ciò che maggiormente stupì Armande fu la vista
della figura che ora riempiva l’entrata. L’ombra del candido cappuccio
proiettata dalla lampada ad olio oscurava il viso dell’ uomo. La lunga tonaca ricordava
quella dei Cavalieri Templari, ma al posto della croce, sul petto era cucito lo
stemma dorato raffigurante il Leone di San Marco.
Armande de Lasserre ebbe la sensazione che quell’incontro fosse stato
organizzato con cura, con la collaborazione della giovane donna. L’autorità che
emanava da quell’uniforme, mai vista prima, fece quasi vergognare l’orgoglioso
Armande per il proprio abbigliamento, certo non consono alla situazione.
Una voce calma lo tranquillizzò.
”Conte Armande de Lasserre, vogliate darmi ascolto. Le vie del Signore sono
infinite, anche se guidate da una femmina vogliosa, anch’essa creatura di Dio,
ed Egli ben conosce la vostra indole, ma anche il vostro coraggio in battaglia
e la vostra indubbia fede, qualità che sarebbero ben accette all’Ordine dei
Guardiani di San Marco. Abbiamo una proposta da farvi….”
La bassa, spigolosa mole del Monastero di Colonna si parò davanti ai tre
uomini, i quali frenarono il galoppo dei cavalli e subito dopo smontarono. Dopo
aver legato i destrieri a un albero, il misterioso cavaliere dell’Ordine dei
Guardiani di San Marco guidò Don Salvador e Armande fino alla porta e bussò.
Nonostante fosse ormai tarda sera, il viso che si affacciò allo spioncino
apparve ben sveglio. Il Monastero era la residenza di una comunità di frati
Francescani, il cui custode aprì senza esitare. Non appena i tre cavalieri
furono entrati, il frate fece un inchino servile e chiuse il chiavistello,
sparendo subito dopo nel buio del corridoio, come l’umile comparsa di una
rappresentazione teatrale, nella quale ben più grandi attori recitano. I passi
dei tre uomini rimbombarono nel silenzio del corridoio dell’antica costruzione
normanna. Un frate si inchinò al loro passaggio presso una porta, al di là
della quale pareva che la giurisdizione dell’ Ordine di San Francesco
terminasse ed iniziasse quella di San Marco. Due Guardiani in tonaca immacolata
presentarono le armi, sfoderando la spada al loro passaggio. L’orgoglio di
appartenere a quell’ordine nuovo aleggiava nell’aria.
”I pochi Francescani rimasti sono una copertura. Gli altri sono stati
trasferiti in altri monasteri” disse la loro guida. ”Pochi sanno ancora della
nostra esistenza. Ma non appena la profezia si avvererà, ogni contrada d’
Italia verrà a conoscenza delle nostre gesta.”
Arrivarono a una grande porta dove, simili a candide statue, due sentinelle
montavano guardia. Attraversata la soglia, Armande e Salvador si trovarono in
una sala illuminata da fiaccole le cui luci venivano riflesse negli elmi
argentei di almeno trenta Guardiani. Le celate erano abbassate ed i volti
coperti. Anche la loro guida si era infilata un elmo dorato, alla sommità del
quale riluceva lo stemma del Leone Alato. Quell’uomo doveva essere il
Comandante.
Prima che venissero fatte domande, rivolto ai due novizi l’uomo disse:
”Gran Maestro. Da ora in poi chiamatemi Gran Maestro.”
Come se il tempo fosse stato prezioso, l’uomo cominciò senza preamboli:
”A differenza di altri Ordini conosciuti, i Guardiani di San Marco non
richiedono il voto di castità. E’ sufficiente quello di celibato. Voi conte
Armande de Lasserre siete vedovo da ben quattro anni dei trenta e cinque che
avete vissuto e non avete figli.
Voi Duca de Silva avete invece scelto sia celibato che castità durante i trenta
e otto anni della vostra nobile vita.
E ora prestate giuramento.”
Il rito durò circa un’ora e non si discostava troppo da quello consueto
dell’iniziazione dei Templari o dei Cavalieri Teutonici. Una novità, per loro,
fu invece la vista di uno strano recipiente che venne portato nel centro della
sala. All’ inizio sia Armande che Salvador credettero si trattasse di una
bottiglia di vino per l’Eucarestia ma il Gran Maestro mostrò loro un tubicino
che usciva dal recipiente e dal quale esalavano dei fumi. La bottiglia ora
appariva più come una sorta di braciere.
Don Salvador ricordò di aver visto degli oggetti simili a Granada. I Mori, si
diceva, solevano aspirare fumi euforizzanti.
Il Gran Maestro ordinò:
”E ora vi unirete in estasi col Signore aspirando i Fumi Sacri. O novelli
Guardiani di San Marco. Davanti a voi si trova la Porta del Paradiso. Chi la
apre volerà con gli Angeli nei Cieli, vicino a Dio, udirà la musica delle
angeliche trombe, viaggerà sino al Sacro Monte laddove gli verrà comandata da
Dio stesso la Missione atta al compimento della Profezia.
Don Salvador pronunciò la frase ”O Signore, non son degno di Voi, ma Vi prego
di accogliermi.”
Armande era alquanto scettico, sebbene non osasse mostrarlo.
Ambedue aspirarono quei fumi……
Alpi Orobiche 21 maggio
La sala era grandissima e piena di gente. Angelo fu preso da una strana
sensazione, simile a quella che, stando a Silvana, il padre di lei provava
quando, dopo giorni di solitudine nei boschi, arrivava alla Fiera di Gromo, con
tanto popolo che brulicava ciarlante.
Ma non erano né di artigiani nè di gente semplice quelle facce arcigne che
fissavano Angelo.
Dinnanzi a lui stavano Signora Matilde e un uomo di mezza età, elegantemente
vestito, dall’aspetto di persona molto saggia. Promanava da lui una certa autorità,
come se egli fosse un funzionario del Governo o qualcosa di simile.
Stranamente, Angelo leggeva negli occhi di quell’ uomo lo stesso senso di colpa
che lui si portava addosso.
Finalmente si trovava faccia a faccia con Ferruccio da Padova, l’illustre traditore.
Gli astanti avevano l’aria di essere soltanto comparse, in quella specie di
rappresentazione che di lì a poco sarebbe iniziata.
Simile alla Regina Ginevra nei romanzi cavallereschi che Angelo leggeva, fu
Matilde a parlare per prima.
”Ferruccio Alberti detto Ferruccio da Padova” esclamò puntando il dito contro
l’uomo anziano”Davanti a questo Consiglio io vi accuso di tradimento!Questa spia ne è la prova.”
Rivolta quindi ad Angelo proruppe:” È lui l’uomo che ti ha pagato?” Dal tono
era chiaro che quella non fosse una domanda.
L’accusatrice tacque, aspettando la conferma.
”Non conosco questo giovane!” si difese Ferruccio.
Matilde sorrise. ”Non siete abile a mentire, Ferruccio” esclamò. ”Sono in mia
mano le prove delle vostre intenzioni. Ferruccio Alberti voi avete ingaggiato
questo fanciullo, dai capelli color carota, per introdursi nelle mie dimore a
distruggere le testimonianze del vostro tradimento”
E rivolgendosi nuovamente ad Angelo:
”Allora, giovine, è lui l’uomo che ti ha assoldato per distruggere le lettere
destinate ai Re di Francia, Spagna, all’ Imperatore Massimiliano d’Asburgo ed
al Sultano turco? Le lettere nelle quali egli descrive in dettaglio ornitotteri
e carri corazzati ai sunnominati monarchi, offrendo loro l’impiego di tali macchine
e dei loro serventi dietro lauto compenso? Ti conviene dire la verità, sai quel
che ti attende.”
La verità, pensò Angelo con amarezza... soltanto lui la conosceva, ma nessuno
gli avrebbe mai creduto. In quella sala si stavano decidendo i destini della
Repubblica. Si trattava di armi e macchine potentissime il cui segreto
rischiava di venire propalato a potenze straniere. Angelo leggeva negli occhi
di Ferruccio la colpevolezza: costui aveva pagato una spia per far eliminare le
prove del suo tradimento ai danni di Venezia. Mentendo, Angelo avrebbe favorito
la Serenissima e salvato sè stesso. Se avesse insistito a sostenerela reale versione dei fatti, sarebbe finito
in una cella e Ferruccio se ne sarebbe andato a piede libero, pronto a
perseverare nel suo piano. Angelo si trovò davanti a una scelta: Silvana o una
cella buia. Venezia o Ferruccio. Scelse l’amore, la Patria e la propria
salvezza.
”Signora, è lui che mi ha assoldato!”
Matilde sorrise soddisfatta. Ferruccio rimase in silenzio, rassegnato al suo
destino.
La Signora fece un cenno alle guardie e rivolta ad Angelo:
”Grazie fanciullo. Il tuo contributo sarà ricompensato dalla Repubblica. Domani
lascerai questo palazzo e tornerai al tuo borgo, dalla tua amata.”
A un cenno di Matilde due sgherri arrestarono Ferruccio da Padova.L’uomo rimase impassibile, dignitoso nell’
accettare l’accusa e le conseguenze del proprio misfatto. Un attimo dopo,
sempre scortato dalle guardie, Angelo fu ricondotto nella propria stanza. Il
giovane guardò la notte stellata che dipingeva di nero i monti prima di
buttarsi nel letto. Quella notte, ne era certo, avrebbe finalmente dormito.
continua alla prossima puntata...
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