Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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Le ali del Leone - 9

Nono appuntamento con l'ucronia steampunk che viene dal freddo

I mostri di Paolo Ninzatti

  • Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak. Comincia a interessarsi anche di ucronia, e così nel 1983 scrive quella che lui stesso definisce "la solita storia dell’ Impero Romano che invece di cadere conquista le stelle. Era il tipico primo romanzo. Mancava mestiere ed era lunghissimo. Un buon esercizio, niente di piú". Poi nel 1988 si cimenta con Il Segreto Del Talismano, racconto lungo anch'esso ucronico, seguito (1992) da Piramidi, una trilogia anch’ essa ucronica completa. Poi un racconto lungo ucronico in inglese: The day I created Paradise. Tra il '94 e il 2002 la vena vacilla e Paolo appende la penna al chiodo, per riprenderla con buone possibilità. Le Ali del Leone ne è la prova. In alcuni tratti l'italiano di Paolo è un po' incerto, a causa della lunga permanenza all'estero. Ciò non inficia, a mio parere, l'idea del suo romanzo, che è originale e che con un editing professionale potrebbe rivelarsi una sorpresa.


  • LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 9


    Il mondo sottostante scorreva davanti agli occhi di Angelo ricco di colori e movimento. I boschi e le case della comunità di quell’accademia sfilavano come una compagnia di cavalieri. Dietro un costone, quasi questo fosse stato un padiglione, fece la sua entrata in campo il borgo, il condottiero. Angelo intravide il castello, la piazza, il palazzo nuovo dirimpetto fatto di recente costruire dal conte Ginami, mentre dall’altra parte della valle, imponente, la massa brulla del Monte Secco sembrava proteggere il piccolo mondo ai piedi di esso, come un gigantesco dio roccioso. Angelo non resistette alla tentazione di allargare le braccia facendo finta di afferrare la brulla montagna, quasi lui stesso fosse stato un altro dio più grande e potente del primo. Ora che l’areovite si librava nei cieli, Angelo capiva la differenza tra la semplice emozione di raggiungere la cime di qualche picco e quella di volare: il mondo visto dalla vetta di un monte era statico e non cambiava scena; era come ammirare un quadro seppur bello ma fermo, morto, immobile. Ecco forse spiegato il perché del suo disinteresse per l’arte figurativa e la preferenza per i romanzi, nei quali si svolgeva un continuo susseguirsi di situazioni. I voli di Magnus a cavallo dei draghi narrati da Guido Cerani nel romanzo omonimo non erano solo frutto della fantasia dell’autore: questi doveva per forza aver volato su un ornitottero, tanto la descrizione era fedele a quello che si provava veramente.

    Un’euforia lo invase. Quella era vita! Alzò le braccia al cielo. Poi le piegò e cominciò a muoverle imitando il movimento degli uccelli. La curiosità di artigiano lo costrinse infine a sporgersi oltre il parapetto per guardare di nuovo sotto lo scafo. Il primo cannone sputava il vapore che azionava il mulino il quale metteva in moto gli ingranaggi e contemporaneamente spingeva il macchinario in avanti, mentre la trivella gigantesca si avvitava all’aria tirando in alto. L’altro cannone, col suo getto di vapore, invece, veniva fatto girare su sé stesso come un timone per manovrare e far cambiar direzione. Dall’altra parte dello scafo, gli altri due cannoni situati simmetricamente a quelli sotto il suo sguardo, dovevano avere le stesse funzioni. Angelo tornò al suo posto e studiò i suoi compagni di viaggio, quasi volesse scoprire le loro emozioni di fronte a un’esperienza del genere e condividerla, dimenticando invero che per loro non era di certo la prima volta che si trovavano a volare. Allorché lo sguardo si posò su Matilde il giovane notò con sorpresa nel viso della donna qualcosa che mai si sarebbe aspettato da lei. La signora aveva la stessa espressione che lui aveva sempre notato in molti dei suoi compagni, non solo Piero dal nomignolo ”cacanellebrache” ma anche il baldanzoso e arrogante Francesco, suo rivale per il cuore di Silvana: gli occhi che guardavano in basso, il pallore del viso e il continuo inghiottire saliva; i sintomi di chi ha paura delle altitudini. La cosa risvegliò nel ragazzo un dispettoso e perverso piacere. Dopo giorni e giorni in cui lui si era sentito timoroso e insicuro davanti alla potente signora, egli per la prima volta, finalmente, scopriva in lei un’ombra di debolezza.

    Guardò Ferruccio seduto dirimpetto in catene; non potè non ammirarlo ed essergli in qualche modo riconoscente per aver fondato quella strana accademia che aveva costruito quella meraviglia e al contempo considerarlo uno stolto causa l’ingordigia che lo aveva spinto a tradire la Patria. Come Giuda, quel geniale umanista si era venduto per denaro.

    Ferruccio aveva sempre l’espressione rassegnata e dignitosa e soprattutto non sembrava affatto serbare rancore per Angelo, né per averlo denunciato, e neppure per averlo chiamato un ipocrita durante quella sfuriata. La calma austera che l’uomo emanava non parve abbandonarlo nemmeno ora mentre stava per essere deportato in volo verso il suo destino a Venezia. Ma Angelo notò anche qualcos’altro negli occhi dell’uomo che sembravano quasi brillare: essi fissavano il cielo e i monti con apparente piacere. Il ragazzo, era sicuro che l’anziano uomo doveva amare il volo quasi quanto Matilde doveva temerlo.

    La macchina volante fece una svolta piegandosi leggermente di fianco. Guardando di nuovo Matilde, Angelo la vide impallidire ancora di più e assumere l’espressione di chi ha mangiato un boccone indigesto. Lo stesso malessere egli notò nelle due guardie che scortavano Ferruccio. Questi, invece sembrava godere di quel rullio. Gli occhi dell’uomo parvero quasi ridere allorché, inaspettatamente si alzò di colpo in piedi approfittando della distrazione dei suoi carcerieri. L’impaccio delle catene non impedì al seppur attempato uomo di tenersi abilmente in equilibrio mentre sfidava sia i sobbalzi dell’areovite, che le guardie che si erano affrettate per cercare di fermarlo, le quali dovevano anche vedersela con le proprie vertigini e con un pavimento instabile. Ad Angelo sembrò ora di assistere a una rappresentazione di buffoni, nella quale i due giovani arcigni armigeri seguitavano a cadere e inciampare mentre l’anziano uomo incatenato proseguiva sicuro verso il parapetto di poppa. Lì era situato uno dei quattro serbatoi contenente l’acqua per gli l’architroniti, un cilindro alto quanto un uomo per arrivare alla cima del quale c’era una scaletta a pioli. Raggiunto alla fine il serbatoio, Ferruccio si voltò di schiena e cominciò a salirla saltando a piè pari e tenendosi aggrappato con le mani incatenate dietro arrivando alla fine in cima ad essa. Non potè usare le mani immobilizzate per issarsi ulteriormente, e alla fine perse l’equilibrio ma riuscì ugualmente ad aggrapparsi alla maniglia del coperchio. Riuscì infine ad aprirlo tenendolo poi verticale, cosicché potè usarlo some sostegno per alzarsi finalmente in piedi. Ferruccio sembrò una statua imponente in piedi in bilico sul baratro. In tono solenne che ad Angelo ricordò il famoso attore Arnaldo Neri, popolare in tutti i teatri di piazza, urlò ai quattro venti.

    ”Meglio morire velocemente cadendo dal cielo che di stenti nei Piombi!”

    Aggrappata al parapetto, Matilde cercò di raccogliere i cocci dell’autorità che lei rappresentava mentre lottava con la propria paura delle altitudini e raggiunse la poppa.

    ”Non ne avrete mai il coraggio” lo schernì. ”Comunque se vi pare, fate pure; la Serenissima risparmierà pane e acqua per anni o il salario del boia!”

    Tacque per un attimo, inghiottì, apparentemente per cacciare il senso di nausea, poi riprese:

    ”Il verdetto è gia stato emesso. Siete stato dichiarato colpevole. Il Consiglio dei Dieci avrebbe dovuto decidere la pena. Ma a quanto pare ci state togliendo un grosso disturbo. Orsù, saltate!”

    ”Sono colpevole soltanto davanti alla giustizia imperfetta degli uomini, la quale sembra sostenere che determinate conquiste del sapere debbano rimanere segrete, tesoro riservato a un gruppo ristretto. Ma se prodigarsi che il progresso sia qualcosa accessibile a tutti, conforme alla filosofia che afferma che l’Uomo è il centro dell’Universo, contrapposta a quelle dei bui secoli scorsi allorché invero una minoranza di privilegiati escludeva altri simili dalla conoscenza, orbene, davanti a Dio e all’Umanità mi dichiaro innocente!”

    Tacque come stesse aspettando una replica di Matilde, che si fece aspettare. Angelo notò che la donna era ormai prossima a rimettere la colazione. Sembrò quasi che Ferruccio stesse approfittando di quella momentanea debolezza della potente signora per poter tenere l’ultima concione della sua vita al fine di concluderla in un modo un po’ meno ignominioso salvando una parvenza di onore. Senza che nessuno fosse in grado di controbattere i suoi argomenti l’uomo proseguì.

    ”Il processo che ho messo in moto è irreversibile. Buona parte del popolo della Serenissima Repubblica sa ormai leggere e scrivere. Si tengano pure gli strumenti di morte i potenti. Oggi hai messo a tecere me, Matilde. Ma come ridurrai al silenzio l’Accademia e i suoi ormai migliaia di collaboratori? Potrai soltanto ritardare di qualche decennio il galoppante processo di sapienza che dilagherà un giorno per le contrade della Repubblica e poi del resto del Mondo, vecchio e nuovo.”

    Combattendo disperatamente contro la nausea, Matilde riuscì a ribattere:

    ”Sarete sempre un ….enigma, Ferruccio da Padova. Soltanto fino a poco tempo fa eravate voi …..a sostenere che fosse saggio aspettare a divulgare il segreto delle invenzioni dell’Acca…demia. E ora… eravate in pro…cinto di servi…re tutto su un piatto d’argen…to a Francia …e …..Spag…”

    Non potè dire altro: un attimo dopo dovette voltarsi bocconi sul parapetto. Quella che doveva essere stato un insieme di deliziosi manicaretti preparati da un cuoco provetto si riversò come una pioggia multicolore sulla verde pineta sottostante.

    La cosa ebbe un effetto contagioso perché anche i due armigeri emularono la loro signora.

    Angelo vide la figura imponente di Ferruccio sorridere. Come un cigno in procinto a intonare il suo ultimo canto, proseguì:

    ”L’avete detto bene Matilde, aspettare. Fino a quando la gente, uscita dall’ignoranza sarebbe stata pronta ad accettare il progresso. Ma a quanto pare voi e la Repubblica siete fermamente intenzionati a mantenere il segreto per sempre.”

    Fino ad allora ad Angelo era sembrato di assistere a una rappresentazione teatrale. Aveva in cuor suo parteggiato per Matilde, considerando il fatto che Ferruccio era un traditore. Solo ora cominciava a giustificare le azioni delle quali l’uomo era stato accusato. Per divulgare la sapienza al popolo era stato costretto a tradire. Cominciò a considerare Ferruccio vittima di un’ingiustizia. Coraggio del resto ne aveva dimostrato. Stava ora in bilico tra la vita e la morte a un attimo dal buttarsi nel vuoto, sorridendo. Gli ricordò il vecchio re Cornelius di Magnus il cavalcatore di draghi, che caduto vittima di una congiura di corte minacciava di gettarsi dalla torre del castello. Matilde nel frattempo si era rimessa in piedi. Con la voce un po’ rauca gridò.

    ”Buttatevi e fatela finita! Oppure scendete e abbiate il coraggio delle vostre azioni. Potrete ripetere quel bel discorso davanti al Consiglio dei Dieci.” Infine, rivolta alle guardie ancora imbambolate e con lo stomaco sottosopra ”Andate a prenderlo, stupidi!”

    Ferruccio rimase immobile. Stava forse per riprendere il senno e desistere dall’atto insano?

    I soldati, poco convinti, si avvicinarono alla scala a pioli del serbatoio. L’idea di arrampicarsi su di essa doveva spaventarli oltremodo. Angelo lo capiva, perchè nonostante armati di tutto punto i due si comportavano come Francesco e ”cacanellebrache” durante i loro goffi tentativi di arrampicarsi sull’albero della cuccagna durante le sagre del borgo.

    Matilde, ancora aggrappata al parapetto sfidò Ferruccio:

    ”Vedo che esitate a gettarvi. Vi manca forse il coraggio di farlo? Se di coraggio si può parlare, visto che proprio voi avete sempre sostenuto che sottrarsi dalla responsabilità delle proprie azioni togliendosi la vita è un atto da codardi…”

    ”E continuerò a sostenerlo” Esclamò baldanzosamente Ferruccio alzando le braccia libere trionfante, stringendo nelle mani il capo della catena che fino ad allora aveva stretto il suo corpo mentre il resto di essa , come un serpente morente si srotolava penzolando oltre l’orlo del serbatoio. Prima che Matilde si riavesse dalla sorpresa, Ferruccio cominciò a far girare la catena un paio di volte frustando l’aria. Alla vista di ciò e nel timore che il ferrigno scudiscio potesse colpirlo, l’armigero ormai in cima alla scala, si lasciò andare e finì cadendo addosso al suo compagno. Entrambi rovinarono al suolo alla pari di due buffoni da teatro di piazza.

    ”Stupidi incompetenti!” Urlò Matilde. ”Areonauti! Soccorso! Il prigioniero è libero!Allarme!

    Ferruccio lanciò alla volta del castello di poppa il capo libero della catena che, come il tentacolo di un polipo andò ad arrotolarsi attorno a uno dei merli della torretta la quale si ergeva, tozza e fiera come quella di una fortezza. Il vecchio diede uno strattone per assicurarsi che la presa fosse salda e, tenendosi aggrappato saltò. Dopo un breve attimo in cui si trovò sospeso nel vuoto, Ferruccio atterrò sul parapetto del castello di poppa, ai piedi della torretta. Lasciata la catena a penzolare saltò di nuovo a bordo e a passo svelto si diresse verso una cassapanca accingendosi infine ad aprirla.

    Matilde era in preda all’ira e alla frustrazione, e continuava a sbraitare ordini.

    ”Dannazione, sta per impadronirsi di un rallentacadute! In nome della Repubblica, qualcuno lo fermi prima che si lanci! Se quel bastardo atterra là sotto ci vorranno giorni per stanarlo!”

    Angelo non capiva di cosa la signora stesse parlando, ma allorché vide il vecchio estrarre dalla cassapanca una specie di groviglio di funi e tela, indovinò che il rallentacadute doveva essere una delle tante invenzioni di quel Leonardo il cui scopo era inteso nel nome stesso. I due armigeri si erano alzati di nuovo in piedi e Matilde barcollando li seguì mentre i due malcapitati si dirigevano verso la scala che portava agli spalti del castello di poppa. Ma Ferruccio si era già stretto alla vita una cinghia, alla quale erano assicurate quattro funi collegate ad altrettanti capi di una specie di baldacchino a forma di piramide che l’uomo anziano sosteneva sopra la testa. Il vecchio si accinse a scavalcare il parapetto e a buttarsi nel vuoto. La libertà sottostante era a un passo.

    Angelo indovinò ora il piano dell’uomo. Tutta quella messinscena, la finta rassegnazione al processo, la calma dignitosa erano state la mascherata per far abbassare la guardia agli armigeri. Il vecchio furbacchione aveva architettato quella clamorosa fuga fin dall’inizio. Infine aveva recitato il finto tentativo di suicidio e perfino la concione degna di un avvocato per avere il tempo di liberarsi dalle catene. La maniglia del coperchio del serbatoio ancora aperto si ergeva ora un po’ storta, come il campanile di Pisa dopo essere stata usata come leva per forzare il lucchetto.

    ”Fermo dove siete messere!” Tuonò all’improvviso una voce imperiosa”Un passo in più e, in nome della Repubblica vi riempio di piombo!”

    La voce proveniva dal castello di prua e precisamente dalla torretta gemella di quella di poppa. In cima ad essa si ergevano le larghe spalle e la testa di uomo, con in testa il tipico elmo degli areonauti dalla caratteristica visiera di vetro, il quale maneggiava qualcosa che a prima vista sarebbe sembrato uno strumento musicale, una specie di flauto a più canne. Guardando meglio, Angelo riconobbe nello strano oggetto quel moschetto multiplo che giorni addietro aveva ridotto gli autantropi a un mucchio di rottami. La micidiale arma era puntata contro Ferruccio. Se l’uomo avesse aperto il fuoco, il vecchio sarebbe finito con più buchi nel corpo di una padella per castagne. Non ci voleva molto a capire, che se soltanto il padovano avesse fatto un passo in più, la pioggia di pallottole l’avrebbe raggiunto prima che questi avesse avuto il tempo di gettarsi.

    ”Spara pure areonauta” squillò la voce stizzosa di Matilde”quest’uomo è in ogni caso condannato a morire”.

    L’uomo esitò un attimo e ciò fu la salvezza di Ferruccio. Il padovano gettò il rallentacadute a terra e fece segno di resa.

    ”E che sia un boia al servizio del Consiglio dei Dieci a darmi il colpo di grazia e non un semplice areonauta agli ordini di una puttana!” Esclamò con rabbia.

    ”Quest’insulto sarà lavato col sangue”echeggiò la voce di Matilde come una coltellata.

    ”Quale insulto Matilde, quello di chiamarvi per quello che siete o quello di avervi messa in ridicolo davanti a tutti, compreso il nostro.. ospite? Eravate veramente patetica poco fa allorché facevate della valle il vostro vomitorio personale.”

    ”Voi volete veramente morire soffrendo, Ferruccio.”

    ”Non ho nulla da perdere, ma non sarete voi a torturarmi. Non appena a Venezia la vostra giurisdizione terminerà.”

    In preda a una collera non più controllata dalla ragione Matilde esplose:

    ”E chi vi dice che stiamo dirigendoci verso Venezia?” Un silenzio seguì, come se finalmente Matilde avesse giocato la carta vincente.

    Ferruccio venne incatenato di nuovo e rimesso a sedere. Ma dopo un po’ trovò ugualmente un filo di voce per chiedere:

    ”Qual’è la nostra meta?” Ma la domanda non trovò risposta.

    Solo allora Angelo si accorse che invece di stare scendendo alla volta della valle, l’areovite continuava a salire.

    Non capiva. Ma non considerò ciò un problema: più a lungo durava il volo meglio era. Chissà quando avrebbe riprovato ancora una tale emozione ora che le acque si erano calmate? Angelo vide la massa del Monte Redondo avvicinarsi sempre di più con il canalone che lo divideva in due.

    Il Monte Redondo.

    Il buco nero di un sospetto lo fece precipitare dal cielo direttamente a terra.

    Guardò Matilde. Lo sguardo di lei appariva più minaccioso del moschetto multiplo che aveva costretto alla resa Ferruccio. Non sembrava quello il momento giusto per irritarla ulteriormente con domande, ma più si stavano avvicinando al cielo e al Paradiso e più Angelo sentiva che le porte dell’Inferno stavano per aprirsi. Gli incubi di quella notte riaffiorarono.

    Ma come aveva potuto credere che Matilde avrebbe corso il rischio che lui raccontasse a Silvana storie di ornitotteri areonauti, areoviti e autantropi, segreti che Venezia custodiva con il beneplacito dalla potente signora?

    Il Buco, l’anticamera dell’Inferno si mostrò sotto di loro come una nera bocca aperta pronta ad inghiottirli.

    Solo ora che volavano alti, Angelo notò i cambiamenti dall’ultima volta che era stato colà. Nascosto tra gli alberi e quindi non visibile da valle, un camminamento, si snodava dall’imbocco della grotta e, seguendo la linea del fianco del monte, andava a sparire dietro la pendice nascosta di questo. Non appena l’areovite ne superò la cima, Angelo vide che il passaggio si infilava dentro a una nuvola, che, simile a una barba grigio chiaro sembrava pendere dal fianco del monte. Man mano che l’areovite scendeva di quota dirigendosi proprio verso la nube, Angelo notò che questa, vista più da vicino sembrava più che altro una caligine di vapori o fumi, che sembravano scaturire dalla pendice della montagna. L’azzurro verde panorama divenne alla fine grigio, ma guardando in alto Angelo continuò a notare sprazzi di cielo. La descrizione dei voli di Magnus dentro le nuvole a cavallo delle verdi, fantastiche creature alate riaffiorarono alla mente del giovane. E come a sottolineare quella rassomiglianza, nella caligine, lontane, riuscì a distinguere delle forme che potevano anche sembrare dei draghi. Ma le loro ali non battevano. Doveva sicuramente trattarsi di banalissimi ornitotteri parcheggiati lì.

    Con un sordo tonfo l’areovite si posò su qualcosa di apparentemente solido ma invisibile sotto la coltre di nebbia.

    Con piacere Angelo constatò che quei fumi o vapori non disturbavano la respirazione. Ma a parte quella consolazione non si sentiva per niente al sicuro ora. Dalla sua c’era il fatto che Matilde doveva essergli grata per averla favorita contro Ferruccio. Ma con un brivido pensò che sarebbe stato meglio non farsi nemica la Signora, ora che aveva udito quali minacce aveva lanciato contro Ferruccio. Sarebbe stato opportuno da quel momento rigar dritto e assecondarla in ogni suo desiderio od ordine, quand’anche si fosse trattato di seguirla fino all’….Inferno, che, al momento sembrava proprio essere la loro destinazione. Tutti scesero la rampa. Le due guardie spinsero a malo modo Ferruccio a terra, se così si poteva definire il suolo celato dalla nube.

    Cercando di non far notare il benchè minimo segno di reticenza, e continuando a seguire con la coda dell’occhio l’areonauta che maneggiava il moschetto multiplo accarezzandone le canne, Angelo infilò le gambe dentro quella coltre lanosa dopo aver sceso la passerella. I suoi piedi toccarono finalmente qualcosa di solido, omogeneo e piano.

    Nella caligine presero forma alcune figure che vennero loro incontro. Vestivano di bianco e il nebbioso grigiochiaro che li circondava li fece sembrare fantasmi. Al giovane non fu necessario chiedere che cosa stesse succedendo: vide la sagoma di Matilde sbiadita dalla bruma alzare il braccio e fare un segno ai nuovi venuti; sentì mani guantate di maglia di metallo stringere le sue braccia in una morsa, ferrea come le catene che gli vennero infilate immediatemente dopo. Gli sembrò per un attimo di rivivere il momento del suo arresto giorni prima. La differenza era che ora non sapeva il motivo del voltafaccia di Matilde, tantomeno chi fossero quei misteriosi individui spuntati dalla nebbia, quella nebbia che sembrava celare una faccia dell’universo conosciuto per mostrargliene un’altra, come un mondo di spettri esistente accanto a quello materiale. Matilde aveva mentito! A lui, a Ferruccio. Era la sua devozione a Venezia così profonda da spingerla a calpestare anche le più basali regole dell’onore. Chi servivano quegli spettrali armigeri bianchi? Venezia, Matilde, entrambe, o …l’ Inferno?

    Il cammino non fu lungo. Venne trascinato fino a dove la nube si diradava. Angelo ebbe così modo di vedere meglio gli strani figuri in tonaca immacolata. I loro visi erano coperti da elmi argentei. Alla cintura portavano ciascuno un lungo spadone e una corta daga. Sembravano usciti dai romanzi cavallereschi delle Aldine. Cucito al petto portavano il simbolo del Leone di San Marco. Il corteo proseguì lungo il ponte serpeggiante fino a quando il nero cratere del Buco si aprì davanti a lui, minaccioso e buio come le fauci di Lucifero, anch’egli un angelo caduto, come lui stesso. Il giovane si autocommiserò mentre Ferruccio mormorava.

    ”Coraggio”.


    L’Inferno non esiste, cercò di autoconvincersi Angelo per non morire di paura. In effetti non appena imboccata l’apertura del Buco non si trovarono davanti dei diavoli a montarne guardia, bensì altre due figure in tonaca immacolata. Quasi nascosto dietro i loro mantelli, in contrasto con l’abbigliamento di altri tempi c’era un veicolo simile a uno dei moderni carri semoventi sul quale Angelo aveva viaggiato clandestinamente giorni addietro. Il giovane e Ferruccio vi vennero spinti sopra in malo modo e costretti a sistemarsi sui sedili. Dietro a davanti a loro le guardie in bianco sembrarono prodigarsi che i due non tentassero alcuna sortita, Matilde si sedette dirimpetto ai prigionieri.

    ”Signora Matilde” trovò alla fine il coraggio, o la codardia di implorare Angelo ”Perché mi fate tutto questo, ho denunciato Ferruccio, ho fatto quello che voi desideravate e voi mi avevate promesso….”

    Un rumore di carrucole e ingranaggi coprì la sua voce, mentre la Signora lo guardò con la stessa compassione con cui si guarda un pezzo di legno. Il pallore e ogni segno di malessere erano spariti dal volto della donna. Guardandola Angelo notò in lei il senso di floridezza che si prova nei pressi dell’ambiente nel quale ci si sente a proprio agio. Il veicolo si mosse e scese infilandosi nelle viscere del monte.

    Il carro proseguiva nel cuore della caverna attraverso un lunghissimo sistema di camminamenti, ponti e passerelle di assi di legno sospesi nel vuoto e sostenuti da travi piantate nei fianchi della grotta. Lampade appese illuminavano quella strada che serpeggiava a mezza via tra una selva di stalagmiti che spuntavano dal terreno e un’altra capovolta di stallatiti che pendevano dall’alto. Dalla strada principale che scendeva lentamente a chiocciola si diramavano tante passerelle che conducevano ad altrettante costruzioni sospese anch’esse alle pareti tramite travi in esse piantate oppure montate su pali fissati al suolo. Infie il veicolo si fermò presso una piattaforma.

    Ferruccio, dopo aver riacquistato la solita calma dignitosa proferì:

    ”Bel lavoro hanno fatto i tuoi ingegneri, Matilde e soprattutto ammirevole come il tutto sia stato compiuto in piena segretezza. A quanto pare hai costruito il tuo nido nascosto proprio nel retrobottega dell’Accademia sotto il mio naso. Ti sei proprio fatta beffa di me; ho coltivato una serpe in seno. Ma mi sia lecito canzonare i tuoi ….pretoriani? Suvvia, vogliamo fare andare il tempo a ritroso? Come vengono chiamati, I Cavalieri del Leone, l’ordine di Venezia, o i Fedeli di Matilde? Scusa questo mio sfogo di ilarità, ma non posso prendele la cosa con serietà. E tanto meno da voi. Siete troppo intelligente per credere ancora ai rimasugli dei secoli scorsi come gli ordini monastico cavallereschi.”

    Matilde perse di nuovo la sua calma e stizzita proferì:

    ”Forse è l’unico modo per manterere segreti, visto che gente come voi vorrebbe invece divulgarli!”

    Ferruccio assunse l’espressione del martire e rispose.

    ”Per questo, invece di portarmi a Venezia dove potrei svelarli prima di essere rinchiuso nei Piombi o davanti al boia, preferite celarmi al mondo nelle viscere del vostro … formicaio privato. E con me questo giovane, che ormai ha visto troppo.”

    ”Basta!” Ordinò Matilde.”Non una parola in più. Nel mio, come dite voi, ..nido non vigono le leggi dell’Accademia.

    ”E neppure quelle della Repubblica … presumo. Veramente ben congegnato, Matilde. Avete messo in scena quella farsa di processo facendomi condannare come traditore di Venezia. E ora sono invece prigioniero vostro. State veramente servendo la Repubblica? Comincio a dubitarne.”

    ”Non siete nelle condizioni di mettermi a giudizio. Sappiate però che tutto questo che vedete è al servizio di Venezia. Anche se con essa non intendo la Serenissima Repubblica.”

    ”E osereste chiamare me traditore!”

    ”Più mi insultate e più la pena da pagare sarà dura.”

    ”Non ne dubito”

    ”La Repubblica è al tramonto, Ferruccio. Un destino ben più grande attende Venezia.” Fece una pausa e concluse:

    ”Dio lo vuole!”

    Non appena Angelo udì quelle parole fu come qualcuno avesse fermato il tempo. Come se gli occhi di Matilde improvvisamente pervasi da una strana luce interiore l’avessero abbagliato a tal punto da far sbiadire il fantasmagorico ambiente che li circondava.

    Ad Angelo tornò alla mente lo sguardo fulminante di suor Giacomina, la monaca che soleva sempre profetizzare un’eternità tra le fiamme dell’Inferno per lui, a causa dei suoi presunti peccati.

    Un rotolo di carta comparve nelle mani della Signora. Essa lo svolse e lo piazzò davanti agli occhi del vecchio e di Angelo.

    ”Ecco la prima pagina di un’edizione straordinaria del Mensile Portanuove fresca di stampa, giuntami direttamente dalle Aldine a Venezia tramite un messaggero arrivato con un ornitottero proprio ieri. Domani i corrieri ne distribuiranno migliaia di copie per tutta la Repubblica.”

    Angelo e Ferruccio lessero i titoli stampati a caratteri grandi e poi i dettagli del contenuto. Il giovane non credette ai propri occhi.

    Vi si trovava scritto di portenti che stavano accadendo nel Regno di Napoli. Di angeli che diffondevano la volontà di Dio. Di San Marco risorto che camminava sulle acque come Gesù e che profetizzava che Venezia avrebbe conquistato l’Italia. Lesse che Dio aveva addiruttura minacciato i Re di Francia e Spagna, che un condottiero sarebbe morto e che Venezia sarebbe presto stata governata da principi della misura di Alessandro Magno e Giulio Cesare.

    Angelo cominciò a tremare: il timore di qualcosa di più grande di lui e di tutti gli altri mortali lo pervase. Fortunatamente in cuor suo sentiva di stare dalla parte dei giusti. Era un buon patriota e aveva denunciato Ferruccio che ora più che mai era evidentemente nemico di Dio, a causa della sua intenzione di collaborare con Francia e Spagna, minacciate dall’Altissimo. La speranza di ricadere nelle grazie di Matilde lo prese di nuovo.

    ”Non è possibile!” Osò ribattere Ferruccio. Pazzo, pensò Angelo.

    ”Osereste mettere in dubbio la parola di Dio, Ferruccio? Voi non capite, non sapete. Ma ora è giunto il momento di dirvelo, ora che non siete in grado di rivelarlo a nessuno: da tempo costodisco un segreto. Da anni ormai ho delle visioni, delle premonizioni. Sapevo già da tempo quello che ora Dio sta profetizzando. E mi sono tenuta pronta. Ora il momento è giunto. Venezia, come a suo tempo Roma è destinata a fondare un grande impero. E le armi in grado di distruggere i suoi nemici sono pronte. Dio è con noi.

    ”Non sto mettendo in dubbio la parola di Dio, bensì quella di chi per lui si fa passare. E chi ci garantisce che non sia Lucifero che ci stia ingannando mentendo. I suoi demoni in veste di angeli stanno forse diffondendo menzogne infiammando i popoli e gettando Venezia in mano a chissà quali tiranni!”

    ”Meglio tiranni dalle grandi visioni che un imbelle congrega di ciarlatani. Il Senato e il Doge non sono gente capace di fondare imperi della grandezza di quello di Roma.”

    ”Stolta! Fu la Repubblica Romana a gettare le basi della potenza dell’Urbe. Il Senato e il Popolo. Non un unico condottiero in vena di conquiste.”

    ”La vecchiaia vi ha reso imbelle e pusillanime. Per anni mi avete parlato del vostro sogno di un’Italia unita sotto le ali del Leone di san Marco. Le possibilità sono qui ora. Cosa stavate aspettando? Quanti anni vi rimangono ancora da vivere?”

    ”Il sogno vive tutt’ora Matilde. Pochi anni ancora ci separano da quell’evento storico. La fede nella missione di creare una nazione deve venire dal basso. Tutti i cittadini della Repubblica devono credere nello stesso sogno, ma prima devono uscire dall’ignoranza.”

    ”Il popolo è soltanto strumento del Principe e di Dio. Deve soltanto servirli. Meno sa meglio è.”

    ”Queste sono filosofie di un passato morto e sepolto! Voi state tradendo.. un’ ideale! L’ideale che abbiamo diviso per anni!”

    ”Sono soltanto uno strumento della divina Volontà. Dio sceglierà il principe che guiderà Venezia alla conquista del suo impero. La mia modesta missione è soltanto quella di fornirgli le armi necessarie. I tempi stanno cambiando. È ora che anche le persone cambino. Ma guardatevi intorno. L’Impero Turco è tuttoggi una forza in continua espansione nelle mani di un solo uomo, il Sultano. Guardate il passato, Gengiz Kahn, Tamerlano, Attila… Alessandro il Grande: essi crearono imperi nel giro di pochi anni.”

    ”Imperi effimeri che crollarono alla loro morte, come una casa senza fondamenta costruita troppo in fretta. Roma impiegò secoli prima di espandersi, ma la costruzione di base fu solida come i suoi edifici tenuti assieme dall’opus cementicium. Che dire degli imperatori Romani i …Cesari, se confrontati con i sobri e virtuosi personaggi del passato repubblicano? Uno più perverso dell’altro, un pazzo come Caligola che nominò un cavallo senatore, un altro insano della stazza di Nerone che fece bruciare Roma. Matilde, il destino di Venezia è di unificare l’Italia, non di conquistarla! Pezzo per pezzo. Prima inter pares. Innanzitutto con la sapienza, i libri e, poi con le macchine da guerra se necessario.”

    ”Volete insinuare che le moderne monarchie e principati sarebbero delle deviazioni dello spirito italico e non conformi alla sua cultura?”

    ”Insinuo! Roma si disfò dei suoi re dopo il settimo. Non appena Cesare, proclamatosi dittatore a vita e imperator oltre a pontefice massimo sembrò rinnovare l’abborrita monarchia, venne pugnalato. Poi la degenerazione storica prese il sopravvento purtroppo. I moderni satrapi d’Europa sono del resto destinati un giorno a sparire anch’essi, cancellati dalla Storia, a meno che non accettino di dividere il potere con altri, come accadde in Inghilterra con la Magna Charta Libertatis o creando un Parlamento come fecero secoli fa Milano e gli altri Comuni. Altrimenti cadranno teste, molte teste. ”

    ”Siete un pazzo e un bestemmiatore.”

    ”No, Matilde, anch’io ho avuto delle visioni!”

    ”Davvero? E che cosa vi ha ordinato Dio? Di prestare le nostre invenzioni a Francia e Spagna?

    ”I grandi monarchi assetati di potere avrebbero dilapidato i loro tesori per poter pagare l’usufrutto delle nostre armi e avrebbero logorato i loro eserciti in guerre che nessuno avrebbe potuto vincere. E dopo la rovina delle loro armate e della loro economia sarebbero venuti a battere cassa alle nostre banche. L’Italia sarebbe stata servita a Venezia su un piatto d’argento. In cambio noi avremmo potuto esportare sapienza e civiltà a nazioni i cui popoli ancora brancolano nel buio dell’analfabetismo e della servitù della gleba.”

    ”E questo ti avrebbe ordinato Dio durante le tue visioni. Dimmi Ferruccio, per quale ragione esse sarebbero più credibili delle mie?”

    ”Perchè le mie non vengono da Dio!”

    Ferruccio tacque. Sembrò accorgersi che nella sua foga aveva detto troppo e si era dato un colpo di zappa al piede. Ma era troppo tardi. Matilde giunse alla conclusione.

    ”Adesso è tutto chiaro: siete posseduto dal Demonio! Povero vecchio pazzo. Più che del boia avete bisogno di un frate esorcista! O di un inquisitore.”

    Angelo non era mai stato timorato di Dio. Le persone come Suor Giacomina gli avevano sempre dato i brividi per il fatto che volevano mostrare una faccia del Signore che a lui pareva distorta. Gli stessi brividi gli dava ora Matilde. Ma niente lo atterrì di più allorchè apparve evidente che Ferruccio fosse un indemoniato. Si sentiva ora tra due fuochi. Tra un Dio che incitava alla guerra e alla morte e il Diavolo. Ormai rassegnato a tutto, aspettò soltanto in quale nuova prigione sarebbe stato rinchiuso. Ora che non si aspettava di certo una stanza lussuosa si trovò davanti l’incubo di qualche cella buia nei reconditi meandri di quel già orrido antro.

    Matilde battè le mani e, mentre subito dopo si potè udire un poco promettente stridio di catene, ella, rivolta ad Angelo disse:

    ”Ti piace volare come gli uccelli vero? Ami la sensazione del vuoto sotto di te, l’idea di stare sospeso in aria.”

    Si interruppe e mosse le braccia come aveva fatto lui poco prima sull’areovite, come per canzonarlo. Infine concluse:

    ”penso proprio che ti sarà riservata la prigione adatta.” Fece un risolino che diede nuovamente i brividi al ragazzo.

    Dall’alto, sospesa a una catena, una gabbia di ferro battuto stava venendo calata sulla piattaforma.

    ”Hai mai pensato a quanto soffrano gli uccelli in cattività amanti del volo, allorchè il loro universo viene ridotto da sbarre, e come sia simile al supplizio di Tantalo quello di poter vedere grandi spazi intorno a sé, ma di non poterli raggiungere? Tra un attimo, mio caro Angelo, desidererai molto di più una buia cella. Ora di certo ti domanderai come faccia io a sapere che tu hai paura del buio come un bambino. Il fatto è che tu parli nel sonno e i muri hanno orecchie. Sei un chiaccherone Angelo, e soprattutto sotto gli effetti di certe droghe. Eppure fin dalla prima notte hai blaterato di Silvana, delle tue precedenti conquiste, degli insulsi romanzi delle Edizioni Aldine, ma invano ho cercato di strapparti fuori la verità che mi interessava. Niente da fare; hai conservato il tuo segreto fino in fondo e insistito a negare la tua connivenza con Ferruccio fino al processo. Saresti stata una spia perfetta, Angelo. Ferruccio è stato un buon maestro, come lo fu per me, ma ti sei fatto scoprire da una donna, giovane, graziosa e immune al tuo fascino. Vedi quindi che anch’io ho saputo insegnare l’arte dello spiare. Forse ho superato il mio maestro anche in altre arti, visto che alla fine sono riuscita a farti fare la scelta giusta. E che Dio abbia pietà di Ferruccio.”

    La gabbia era nel frattempo arrivata all’altezza della piattaforma. Angelo vi venne spinto dentro, mentre Ferruccio veniva trascinato via dalle guardie vestite in bianco. Matilde chiuse lei stessa a chiave la gabbia dalla quale pendeva una catenella che lei si mise al collo. Mentre la gabbia veniva sollevata di nuovo e Angelo vedeva la piattaforma e tutto intorno diventare più piccolo, Matilde guardando in alto disse:

    ”Ora più che mai la tua libertà dipende dalla mia persona, visto che la chiave giace proprio sul mio seno. Ma non ho intenzione di svelarti quale destino ti sarà riservato. Sarà un passatempo per la notte, che trascorrerai sospeso nel buio. Ma confrontato con quello che aspetta Ferruccio è un trattamento di favore. In fondo in fondo non c’è bisogno di viaggiare fino a Venezia per conoscere l’Inferno.”


    Spettrali figure bianche parevano guardarli da sotto la superficie delle verdi acque del lago.

    Il conte Armande de Lasserre osservava rapito la propria immagine riflessa in quello specchio liquido accanto a quella di Don Salvador e di tre altri uomini vestiti nei loro candidi abiti.

    Una voce dal suono metallico rimbombò nell'antro illuminato dalle fiaccole.

    ”Nobili cavalieri, novizi Guardiani di San Marco” tuonò il Gran Maestro” nonostante noi ora ci si trovi nei più profondi meandri dell'Inferno, siamo come non mai vicini all'entrata del Paradiso. Abbiate fede e soprattutto non temete ciò che tra non molto uscirà da queste acque, nè quello che sperimenterete dopo.”

    L'immagine riflessa del Gran Maestro con l'elmo dorato che gli copriva il viso cominciò a tremolare.

    Anche quelle dei due nobili e degli altri due Guardiani cominciarono a fare altrettanto: le acque del lago, fino ad allora lisce come l'olio, cominciarono a incresparsi. In quella grotta dove non tirava un alito di vento, le acque del lago infernale cominciarono a muoversi. Prima leggere rughe, poi onde. Infine un gorgoglìo, un'onda più alta delle altre. Le acque si divisero e da esse ne uscì qualcosa. Sembrava un enorme pesce o un cetaceo. Don Salvador pensò immediatemente al biblico profeta Giona, pur non osando proferir parola, obbedendo alle raccomandazioni del Gran Maestro e affidandosi alla clemenza del Signore quasi fosse stato protetto dallo scudo invisibile della Fede. Armande de Lasserre si lasciò invece sfuggire un ”mon Dieu!” molto convincente come per evocare la divinità in aiuto, in quel luogo che pareva trovarsi al di fuori della Sua giurisdizione.

    Il mostro appena uscito dalle profondità del lago sotterraneo si avvicinò al molo sul quale, in piedi, i cinque uomini stavano in attesa. Una bocca enorme si aprì. All'inizio fu un'esperienza spaventosa per i due novizi, ma subito dopo la luce uscente dalle fauci del cetaceo, che all' inizio poteva essere scambiata per un fuoco, illuminò la figura di un uomo che, in piedi dall'interno di esse li salutava, come se si fosse trovato nel luogo più sicuro del mondo e quasi volesse mostrare che il mostro era domato alla sua volontà.

    Fu un atto di fede infilarsi in quelle fauci invitati dal tono imperioso e suadente del Gran Maestro.

    In breve si trovarono tutti e cinque in una piccola camera situata nel ventre del cetaceo. In essa vi erano sedie le cui gambe erano fissate al pavimento. Quell'ibrido tra Caronte e Giona in tunica, non era l'unica persona a trovarsi nelle viscere del mostro. Altri quattro fecero la loro apparizione dando loro il benvenuto. Armande e Salvador capirono che non era il momento di fare domande. Bisognava soltanto avere fede e fiducia. I nocchieri infernali invitarono gli ospiti a sedersi e ad allaciarsi alle sedie con delle cinghie di cuoio. Ora che ci si trovava all'interno del mostro si ebbe l'impressione non diversa da quella di stare navigando su un normalissimo vascello. Ma la piacevole sensazione fu breve: fu come se il mondo si rovesciasse. Il sotto diventò sopra. Le cinghie impedirono loro di cadere a testa in giù sul soffitto diventato pavimento. Il tutto durò pochi attimi che parvero un'eternità. Poi il tutto riprese le giuste proporzioni. Infine si ebbe l'impressione di trovarsi su di un cocchio che percorresse in salita una strada impervia.

    ”Il peggio è passato nobili Guardiani. Ci stiamo lasciando dietro il Regno degli Inferi. La scalata verso quello dei Cieli è iniziata. E' deciso che sarà proprio da lassù che inizierà la vostra missione.”


    C'era qualcosa al mondo più forte della paura: l'ira. Per Angelo quel sentimento era la medicina che mitigava il terrore. Il giovane era combattuto tra la voglia di piangere e tremare per il fatto di trovarsi solo, circondato dalle tenebre, chiuso in una gabbia sospesa su un baratro che lui non era in grado di vedere e quella di prendere a pugni le sbarre di ferro della sua prigione furente contro tutto e tutti. Soprattutto, doveva ammetterlo, Angelo era adirato con sè stesso per la propria stupidità e dabbenaggine. Due volti personificavano la propria sconfitta in un campo dove lui si era sempre ritenuto un maestro, quello della seduzione: Matilde e Loretta Manesi. Soprattutto quest'ultima per il fatto di averlo smascherato e denunciato all'onnipotente signora. E lui che aveva creduto che quella valanga di capelli castani dietro la maschera dell'arroganza nascondesse un po' di attrazione per lui. Immune al tuo fascino, aveva affermato con scherno Matilde. Si, doveva ammettere, Angelo Santus feceva innamorare le donzelle del popolo e della valle, semplici come lui. Ma Loretta, era una spia, nonostante avesse si e no l'età di Silvana, e Matilde era stata la sua maestra. Quel tipo di femmine era troppo smaliziato per un villano seppur un po' istruito. Una bella scopola per il suo orgoglio. Fortunatamente per lui la situazione in cui lui ora si trovava ricordava quella di Kazim, il protagonista della Spada dell'Oriente. Anche lui, abituato a volare sul suo tappeto magico, cade in una trappola e si ritrova chiuso in una gabbia sospesa. Kazim infila le gambe tra le sbarre e comincia segnare il passo nel vuoto. La cosa gli dà una parvenza di spazio libero. Angelo lo emulò. Per lui che oltre al buio aveva terrore dei luoghi chiusi fu una consolazione. L'ira, che aveva mitigato la paura cominciò a venir rimpiazzata dalla ragione.

    Cos'era la tortura? Il male inflitto al corpo o quello al senno? In ogni caso essa aveva un fine. Quello di far soggiacere qualcuno alla volontà di un altro. Era chiaro che Matilde era troppo intelligente per farlo soffrire per il puro piacere di farlo. Evidentemente voleva ancora qualcosa da lui. Per un attimo pur in quella situazione Angelo si sentì importante. Ma perché poi sopravvalutare quella donnaccia? Nonostante la decennale esperienza e la sua intelligenza, Matilde era ancora convinta che lui fosse uno spione di Ferruccio. Forse decenni passati in un mondo pieno di intrighi l'avevano resa cieca davanti alla purezza e alla sincerità.

    Quell'effimero senso di sicurezza svanì allorchè Angelo cominciò a ripensare agli ultimi avvenimenti. Matilde stava congiurando contro la Repubblica e sembrava che profezie e miracoli stessero per confermare che ella stava dalla parte di Dio. Un senso di brivido lo colse allorchè si rese conto che entro poco tempo gli avvenimenti sarebbero precipitati. Angelo realizzò con orrore che nel suo mondo non c'era più posto per il Signore dei mansueti e della gente semplice.

    Si disprezzò. Certo, lui era un imbelle, un ignavo. Non aveva né arte né parte. Gli bastavano il suo lavoro, Silvana, l'ebbrezza di scalare i monti e le favole pubblicate delle Aldine, piene di eroi inventati che lui ammirava pur sapendo di non essere alla loro altezza. Ma lui non aveva la stoffa della persona capace di scegliere, rischiare, e combattere per una causa. Persino Ferruccio che aveva tradito Venezia l'aveva fatto per qualcosa a cui credeva. E Matilde stava congiurando contro la Repubblica per contribuire alla fondazione di un impero. Ambedue amavanoVenezia a modo loro. Angelo si sentiva un devoto cittadino della Serenissima. Avrebbe avuto il coraggio di combattere per essa?

    Mentre cercava di far credere a se stesso che se si fosse trovato nella situazione giusta e che se avesse imparato a usare un'arma avrebbe combattuto per San Marco, un'odore acre e dolciastro cominciò a penetrargli nelle narici. La cosa più strana fu che quell'aroma gli apparve subito familiare. All'inizio non ricordò dove e quando il suo olfatto avesse avuto uno stimolo simile, ma pian piano ricordi inconsci gli affiorarono alla mente. Gli sovvenne la stanza nel palazzo e degli strani sogni. Ricordò i colpi di tosse e la sensazione di aspirare fumo.

    Tossì e si ricordò all'improvviso delle parole di Matilde riguardanti a droghe propinatigli per estirpargli la verità. Ancora una volta stava per essere drogato. Invano trattenne il respiro per qualche attimo. Fu infine costretto a cedere e ad aspirare quei fumi.

    La tenebra sembrò diventare vivente, malleabile, densa e tangibile come la pece nera di un nulla soffocante.

    Cercò di fuggire brancolando nella tenebra. Dovunque si dirigesse, urtava sempre contro le sbarre della gabbia le quali alla fine sembrarono a loro volta trasformarsi in tentacoli che lo avvolgessero come le dita della mano di un gigante, o di Dio o di Satana.

    Infine venne la luce, abbagliante, e per nulla confortevole ma la morsa ferrea non accennò ad allentarsi.

    Braccia di metallo lo tenevano stretto e lo trascinavano attraverso un luogo irto di stallattiti e stalagmiti. Le figure di metallo erano candide come gli angeli, ma quello non era il Paradiso. Una porta gli si parò dinnanzi. Altri due angeli dell'inferno dalle braccia corazzate di metallo e armate di spada montavano guardia davanti ad essa. La soglia venne aperta e Angelo venne spinto dentro una stanza ricavata da una grotta con un pavimento di legno dal quale spuntavano qua e là stalagmiti di ogni grandezza. Solo allora Angelo fu consapevole di non stare vivendo in un sogno nonostante fosse ancora sotto l'effetto della droga e vedesse tutto distorto come attraverso un calice trasparente pieno d' acqua. Notò sullo sfondo una decina di quegli strani armigeri vestiti di bianco. Un'altra figura vestita di una candida tunica con i capelli raccolti e nascosti da una cuffia e la testa coperta da un cappuccio si parò davanti a lui. Il volto di Matilde seminascosto dal copricapo apparve ad Angelo ancora più bello ora che quell'abito simile a quello delle monache le conferiva un aspetto più mistico. Un concetto gli penetrò nella testa come un soffio di vento caldo: la Vergine Maria. La cosa gli fece paura, perché lui ora si sentiva prigioniero di un incanto. Avrebbe preferito trovarsi davanti il naso aquilino di Suor Giacomina. Un'altra immmagine lo colpì al cervello, come una freccia: quello di Matilde nuda. La cosa lo spaventò maggiormente, ora che si sentiva veramente intrappolato nell'incantesimo dei richiami della carne più consoni alla sua natura. Cercò di liberarsi da quell'insano incanto voltando la testa: solo per trovarsi davanti la figura di Ferruccio da Padova incatenato a una stalagmite che svettava più alta delle altre, come se all'uomo fosse spettato quell'onore. Ferruccio era a torso nudo. Angelo notò immediatamente grosse, orrende cicatrici che gli deturpavano il corpo ancora muscoloso.

    A un cenno di Matilde gli armigeri afferrarono Angelo e lo portarono al cospetto del prigioniero.

    Solo allora il ragazzo constatò che le cicatrici erano molto vecchie.

    ”Regali dei Turchi, fanciullo! Potrei scrivere diverse date accanto a ogni ferita. Subii il primo marchio all'età di dodici anni durante l'assedio di Costantinopoli. Ero soltanto lo scudiero di mio padre, ma mi trovavo ugualmente nel mezzo della mischia...”


    Ferruccio ripensò con dolore all'immagine che si portava come ricordo da tutta la vita: quella del prode Bernardo Alberti, suo padre, trafitto dalla lancia di un gianizzero col sottofondo di Costantinopoli in fiamme e i soldati del corpo di spedizione veneziano e genovese che combattevano fianco a fianco l'ultima disperata battaglia contro un nemico dalla superiorità schiacciante. Bernardo aveva sempre servito Venezia con le sue armi. Aveva combattuto a Maclodio contro i Milanesi nel '32. Per anni aveva descritto a suo figlio Milanesi e Genovesi come i nemici naturali di Venezia.

    Ironia della sorte prima di cadere aveva combattuto spalla a spalla a un fante della Superba.

    Lo stesso fante aveva difeso fino all'ultimo il giovane Ferruccio facendogli scudo col proprio corpo. Grazie al sacrificio di questi, il colpo di lancia, dell'Ottomano invece di trafiggergli il cuore l'aveva colpito al costato. Mai avrebbe dimenticato il volto del coraggioso soldato. Assomigliava molto al fornaio dell'angolo della calle dove lui era scresciuto a Venezia.

    E quel ricordo sarebbe stato per tempo l'unico conforto allorchè sulla nave stipata di profughi lui aveva avuto soltanto un desiderio: vendetta, l'unico sentimento più forte di quello della perdita del genitore. Due anni dopo si era arruolato nella marina militare della Serenissima. Un'unica bramosia dava valore alla sua vita: uccidere turchi. Dopo anni e innumerevoli ferite e con sangue ottomano sulla coscienza, si era reso conto che la morte di qualche giannizzero non avrebbe tanto danneggiato il colossale impero quanto la fuga di importanti informazioni e segreti. Con la copertura di attività di mercante, Ferruccio era diventato spione. Scoperto dopo anni di attività, era stato torturato con marchi a fuoco e deportato a bordo di un vascello per essere impalato di fronte al Sultano in persona. Il naviglio però era stato abbordato da una nave da guerra della Repubblica di Genova e lui era stato liberato. Ancora una volta doveva la vita ai Genovesi. Tornato in patria, Ferruccio aveva deciso che il conto con l'Impero Ottomano era stato pagato. Durante la sua attivitá di spia aveva conosciuto tanta brava gente tra i Turchi e i Genovesi l'avevano salvato per ben due volte. Aveva imparato che l'odio non portava a nulla. Con la maturità aveva concluso che sarebbe stata ora di costruire qualcosa invece di distruggere. E l'avrebbe fatto in memoria a suo padre. Durante la sua permanenza in seno all'Impero del Sultano aveva imparato tante cose della civiltà orientale e aveva compreso la missione storica di quel nuovo impero, che sotto altra forma rinnovava quella del Califfato. Era giunto alla conclusione che ogni popolo aveva una missione tutta sua. I Turchi avevano la loro, seppur in opposizione all'Occidente cristiano, in Europa la Francia ne aveva un'altra e la Spagna un'altra ancora. E così via. All'Italia spettava quella di dare sapienza e cultura. Ma la civiltà della Rinascenza e dell'Umanesimo sarebbe stata effimera se non fosse stata accompagnata a un unità politica. Che differenza passava tra Veneziani e Genovesi che per secoli si erano guerreggiati? Appartenevano alla medesima stirpe e parlavano bene o male lo stesso idioma.

    Ferruccio aveva cominciato a coronare un sogno: che Veneziani e Genovesi vivessero in armonia sotto lo stesso vessillo insieme ad altri Italiani. Altrimenti il rischio di nuove invasioni barbariche avrebbe messo a repentaglio tutto quel tesoro culturale.

    Ironia della sorte, ora che Matilde stava tramando per costruire un Impero Veneziano unificando l'Italia, lui si trovava ora fiero avversario a quel progetto. Il sogno stava diventando un incubo.


    Matilde del Fioretto guardava Ferruccio, umiliato, incatenato, un leone prigioniero. Aveva quasi pietà di lui.

    I ricordi le sovvennero. Lo rivide baldo e forte nell'attimo in cui lui era entrato nella sua vita.

    Rivide se stessa, dodicenne a Firenze un attimo dopo che la sua famiglia e la compagnia teatrale della quale ella era la giovane speranza, massacrata dagli sgherri dei Medici. Due scagnozzi l'avevano già sollevata e si accingevano a gettarla giù dal balcone del palazzo. Ricordò di aver invocato l'angelo custode. Come se qualcuno dall'alto l'avesse udita si era sentita presa al volo mentre già vedeva la strada sottostante minacciosa. Il forte braccio di Ferruccio l'aveva tenuta stretta mentre con quello libero incrociava la spada con gli sgherri medicei.

    Ricordò sangue, una corsa attraverso i corridoi del palazzo, una cavalcata nella notte, una nave veneziana che la portava in salvo, ma per sempre lontana dalla sua Firenze che non avrebbe mai più veduto. Amata e odiata Firenze. Il suo sogno di conquistarla stava ora per avverandosi, dopo anni. La sua nuova patria e quella vecchia avrebbero entro non molto fatto parte di un unico Stato.

    La sua sete di vendetta sarebbe stata placata. La visione delle truppe veneziane che marciavano tra le vie di Firenze conquistata era il vino che l'avrebbe resa ebbra, la medicina che avrebbe placato la sua malattia. Matilde odiava essere dipendente da quella specie di soffiata di effimero senso di benessere. Nella sua posizione lei avrebbe dovuto mantenere il controllo dei propri impulsi. Invece ogni onta, ogni sconfitta richiedevano un compenso sotto forma di sofferenza di chi l'aveva offesa. Ne aveva bisogno, come gli avvinazzati del rosso succo di Bacco. Era la sua debolezza, che mal si confaceva con il suo mestiere di spia. Doveva per forza prendersi delle rivincite a ogni smacco subito. Firenze l'aveva minacciata. Firenze avrebbe pagato. Lo stesso valeva per il suo vecchio salvatore, Ferruccio. Le si era messo contro, inutile contrattempo e ostacolo al suo grande sogno. Matilde non avrebbe avuto pace finchè non l'avesse visto morire, soffrendo. Non fisicamente: Ferruccio doveva morire ucciso da qualcuno che lui amava. L'apoteosi della sofferenza dell'anima un attimo prima di esalare l'ultimo respiro.Voleva sentirlo piangere per il dolore morale. Solo allora il suo bisogno sarebbe stato soddisfatto. Quell'insania era più forte di lei stessa. Nonostante dovesse la vita a quel vecchio leone, che aveva resistito ai marchi di ferro rovente inflittigli dai Turchi. Un uomo così non era facile a piegare. Ma quando il boia è una persona che si ama, ci si sente come Cesare davanti al pugnale di Bruto...

    Ferruccio l'aveva delusa. Sapeva che mai egli avrebbe aderito alla sua santa causa. Ma quel tradimento non se l'aspettava. Il suo vecchio maestro doveva pagare. Prima di morire avrebbe dovuto rendersi conto che era in procinto di essere ucciso dalla persona che lui aveva allevato e istruito nelle arti di cui era maestro. Matilde afferrò il pugnale affilato e si diresse spedita verso Ferruccio...


    Angelo sentì la mano di Matilde del Fioretto mentre gli metteva in mano un coltello.

    I fumi della droga lo fecero reagire con lentezza. Ma non appena la voce suadente della signora cominciò a sussurrargli nell'orecchio alcune parole, fu come se lui non fosse stato più in grado di controllare i movimenti del proprio corpo.

    Uccidi colui che ti ha preso in apprendistato.Uccidi il tuo maestro. Dio lo vuole, io lo voglio.

    Al cuore. Colpisci al cuore. Ma prima guardalo negli occhi. Ricorda ciò che è stato tra di noi...”

    La mano di Angelo, ormai in mano alla volontà altrui si alzò. Come un pugno in viso, l'immagine di sé stesso nudo durante un amplesso con Matilde riaffiorò da profondo dei propri ricordi, insieme a quella della sua mano che pugnalava Ferruccio, come se avesse già compiuto quei misfatti.

    I sogni. Non erano stati sogni! Ma come aveva potuto uccidere Ferruccio giorni addietro, se l'uomo gli stava ancora davanti, spavaldo. E l'amplesso con quella strega? Come aveva potuto desiderarla?

    La sua mano si fermò a mezz'aria. Forse era ancora padrone della propria volontà.

    Non poteva ottemperare a quell'ordine. Ferruccio non era mai stato suo maestro. Non poteva ubbidire. Fu come se l'effetto dei fumi diminuisse di intensità e i ricordi affiorati assumessero le vere proporzioni. Aveva sì pugnalato qualcuno, ma si era trattato di un altro uomo che assomigliava a Ferruccio. Ricordava che la sua vittima aveva lo sguardo vacuo della persona poco intelligente. Il poveraccio era stato usato come prova. E ricordava anche che la donna con cui lui aveva copulato aveva il corpo di un'adolescente e che il suo viso era coperto da una maschera. La cosa non diminuì il suo senso di colpa: aveva ucciso un uomo e si era accoppiato con una giovane donzella tradendo Silvana. Loretta Manesi di sicuro; Matilde non si sarebbe mai sporcata col corpo di un villano. Un'ignobile trucco per piegare la sua volontà.

    Si ribellò e gettò il pugnale per terra.

    ”Basta!!” Uccidetemi pure, ma non mi farete compiere questo misfatto!!

    Matilde lo guardò indignata e delusa. Come se per la prima volta avesse fallito in una missione.

    Furente ordinò: ”Guardiani!! Incatenate costui alla stalagmite!”

    Il giovane sapeva ormai quale sorte gli sarebbe stata riservata...

    Gli armigeri fecero per obbedire all'ordine allorchè si udì un tumulto fuori della stanza. La porta venne aperta all'improvviso e un Guardiano fece la sua entrata. L'uomo stringeva in mano una corda, al capo opposto della quale erano legate le mani di una giovane fanciulla prigioniera che l'armato si trascinava dietro.

    Con orrore Angelo riconobbe Silvana.

    Non potè fare a meno di urlare: ”Amore mio cosa ti hanno fatto? Cosa fai qui?”

    Ebbe il coraggio di urlare a tutti: ”Maledetti bastardi! Se le avete torto un capello, possiate bruciare all'Inferno per l'eternità”

    Ma i suoi improperi vennero coperti dalle proteste e dai lazzi di un'altra ragazza nelle stesse condizioni di Silvana che era entrata in scena attraverso la porta trascinata a viva forza da una coetanea, la quale faticava a tenerla a bada, come se questa fosse stata una cagna recalcitrante e ribelle alla padrona.

    Con sua grande sorpresa Angelo riconobbe la seconda prigioniera: era Loretta Manesi.

    L'altra ragazza che faticava ad avere ragione di lei era anch'essa un volto conosciuto: la fanciulla pallida dall'aria timida e riservata, Agnese, che ora però vestiva abiti eleganti dello stesso stile di quelli di Matilde nel palazzo. Ancora una volta Angelo dovette riconoscere di aver sbagliato tutto e di non aver capito niente.

    Loretta recalcitrante nonostante le mani legate davanti, sputò in viso ad Agnese. L'altra fu costretta a tirare l'altro capo della corda con entrambe le mani per farla entrare nella stanza a fatica. Lo sforzo fu così grande che il pallido volto di Agnese divenne paonazzo. Infine le due sentinelle all'esterno richiusero la pesante porta.

    Fu allora che l'urlo disperato di Ferruccio coprì le imprecazioni di Loretta, le minacce di Angelo e il mormorio dei guardiani:

    ”No! Maledizione no! Loretta stupida dilettante! Ti sei fatta scoprire come una principiante!Ti rendi conto che è finita. Siamo perduti. È la fine della Repubblica. Hai rovinato tutto!”

    Sul viso arcigno di Matilde si dischiuse una mezzaluna di sorriso. Solo ora che finalmente vedeva l'imperturbabile Ferruccio crollare e disperarsi, parve assaporate il gusto della vittoria.

    La disperazione di Ferruccio era soltanto espressa più ad alta voce di quella di Angelo, il quale vide rosso. Era troppo. Avrebbe difeso Silvana fino alla morte. No, forse non era un pusilanime quando si trattava di difendere la sua amata. Vide il pugnale che lui aveva appena gettato per terra e si buttò nel tentativo di raccoglierlo: avrebbe tenuto a bada quei guerrieri e avrebbe fatto da scudo col proprio corpo a Silvana. Ma le sue cavalleresche intenzioni andarono in fumo. Un piede che vestiva uno stivale speronato si pose sulla lama del coltello prima che lui fosse in grado di raccoglierlo. Altre braccia lo immobilizzarono togliendogli quell'ultima occasione di comportarsi da eroe.

    Il volto di Matilde ritornò arcigno dopo quell'effimero sprazzo di gioia. Fissò Angelo con i suoi neri occhi che sprizzavano ira al calor bianco. La bocca si piegò in una smorfia di disprezzo e si aprì pronunciando parole avvelenate:

    ”Stupido, rozzo villico; per te ho sprecato prezioso tempo, costoso hashish, la vita di un vecchio rimbambito oltre al corpo della mia fedele novizia, credendoti un abile spione. Ora vedo che non sei neppure in grado di proteggere te stesso nè la tua donna.”

    Indicò la fanciulla dai neri capelli tenuta a bada dal Guardiano.

    ”Silvana, presumo. Povera te, hai tentato di venire in suo soccorso; questo omuncolo non ti merita.

    Bene, vi farete compagnia all'Inferno. Abbiamo sprecato troppo tempo. Guardiani, preparatevi a passare a fil di spada il traditore, la sua spia, il mezzo uomo e la sua cagna. Togliamoceli di torno e cominciamo ad occuparci di cose più importanti. La Storia ci attende...”

    Fu allora che Ferruccio, nonostante le lacrime gli scendessero abbondanti trasformando le rughe del suo viso in ruscelli, parve riprendere la sua dignità pronunciando le sue ultime parole davanti alla morte imminente.

    ”Ebbene sia! Accetto il mio amaro destino. Ironia della sorte, dopo aver rischiato tante volte di morire per mano dei Turchi, la vita mi verrà tolta da chi serve Venezia, seppure nel modo sbagliato.

    Ma non sia che io muoia in disgrazia e col marchio del tradimento. Vogliate ascoltarmi prima di togliermi l'esistenza. Anche tu giovane sfortunato.

    Le lettere destinate ai sovrani di Francia, Spagna, Imperatore e Sultano erano un trucco. Non era mia intenzione farle giungere a destinazione. Mai avrei potuto svelare i segreti di Venezia a potenze straniere.”

    Matilde lo guardò incuriosita e stupita.

    Ferruccio proseguì:

    ”Da tempo sorpettavo che tu tramassi qualcosa, Matilde e che avessi un covo, un nascondiglio da qualche parte. Sparivi troppo spesso dal palazzo e troppo spesso strane epistole venivano affidate a corrieri volanti su ornitotteri. La mia annosa esperienza mi fece temere che tu tramassi contro il governo. L'unico modo per scoprire l'ubicazione dei tuoi alloggi segreti era farmi accusare di tradimento, arrestare e lasciare una traccia per il mio agente segreto , il solo di cui potessi fidarmi, l'unica persona della quale tu ignoravi l'identità.

    Credi davvero che fosse mia intenzione buttarmi col rallentacadute? L'unico proposito di quel teatrale tentativo di fuga era di poter spargere della polvere colorante bianca nascosta sotto la giubba, nel serbatoio dell'acqua per l'architronico. Il getto di vapore, trasformato in acqua biancastra caduta in basso, lascia una traccia ben visibile sull'erba verde. Loretta avrebbe dovuto seguirla e arrivare fino al tuo nascondiglio, allo scopo di scoprire chi fossero i tuoi complici e infine liberarmi.

    Ci aspettavamo una casetta, una cascina in cima ai monti e un pugno di congiurati. Mai ci si sarebbe immaginato un esercito segreto in un così grande labirinto sotterraneo.”

    Infine, rivolto a Loretta

    ”Perdonami per averti offeso. Hai fatto del tuo meglio, mia cara. Ma ti sei trovata davanti un ostacolo troppo più grande del previsto.”

    Ferruccio volse lo sguardo verso Angelo:

    ”E grazie anche a te per avermi facilitato il compito, accusandomi. Anche tu o giovane hai fatto del tuo meglio per servire la Repubblica credendomi un traditore. Non ti serbo rancore. Mi spiace soltanto che anche tu finisca la tua breve vita in questa dimora di talpe. Tu che ami gli spazi e il volo.

    Avresti un giorno potuto divenire un abile areonauta.

    E ora avanti, Matilde dai l'ordine a questi residui dei secoli scorsi di finirmi. Tra un attimo vedrete come sa morire un fedele servitore del Leone di San Marco! Viva Venezia!”


    Matilde del Fioretto avvertì il purtroppo ben noto senso di malessere prendere il sopravvento.

    Irrazionale, come la pazzia. In quel momento ella avrebbe dovuto gioire per il trionfo: la vera spia

    del morituro Ferruccio era stata scoperta e catturata, e per un colpo di fortuna anche la fidanzata del villico intruso. Il segreto di quella valle era quindi al sicuro.

    Invece no. Ferruccio aveva svelato la beffa, l'inganno nel quale ella era cascata, dando un sapore di sconfitta alla sua vittoria. La logica le gridava che sarebbe stata ora di dedicarsi al proseguimento del piano che avrebbe cambiato la faccia dell'Italia. Il tempo stringeva eppure ella non avrebbe potuto assaporare il trionfo se non avesse lavato quell'onta. Purtroppo era troppo tardi per iniziare il processo di persuasione usato con Angelo per costringere Loretta ad uccidere Ferruccio. La cosa avrebbe richiesto troppi giorni. Invece lei sapeva che era soltanto questione di ore e la profezia si sarebbe avverata. Non ci sarebbe stato posto per piccole debolezze personali allora. Poteva fare soltanto una cosa per ridare a Ferruccio il senso di disperazione di pochi attimi prima e che quella quercia d'uomo si era levato di dosso riacquistando quella sua maledettissima dignità anche davanti

    alla morte. Risoluta, raccolse da terra il pugnale che Angelo aveva invano tentato di afferrare e si diresse verso Loretta. L'avrebbe sgozzata davanti agli occhi di Ferruccio, l'avrebbe veduto soffrire, piangere e supplicare per la vita di lei. Infine avrebbe lei stessa piantato la lama nel cuore del vecchio, riuscendo laddove i Turchi avevano fallito. Avrebbe completato l'opera facendo la medesima cosa con quella Silvana davanti agli occhi di quello stupido montanaro che si era preso gioco di lei.

    Matilde si avvicinò a Loretta e si accinse ad afferrarle la bruna chioma per tirarle la testa indietro e tagliarle la gola....




    continua alla prossima puntata...



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