home Macchine volanti e draghi: Le ali del leone - 9
Le ali del Leone - 9
Nono appuntamento con l'ucronia steampunk che viene dal freddo
I mostri di Paolo Ninzatti
Paolo Ninzatti è un curioso tipo di autore: appassionato di ucronia e fantascienza, vive in Danimarca
e da anni è alla ricerca di un editore. Nato nel 1950 a Milano, a inizi anni '70 ha cominciato a suonare il basso in diverse
rock band. E' il periodo in cui scopre la Danimarca, dove ancora oggi vive ed è musicista. La passione per il fantastico nasce da
bambino: Verne, Salgari, ma anche Scott, Swift e Kipling. Più tardi la fantascienza con Simak.
Comincia a interessarsi anche di ucronia, e così nel 1983 scrive quella che lui stesso definisce
"la solita storia dell’ Impero Romano che invece di cadere conquista le stelle. Era il tipico primo romanzo.
Mancava mestiere ed era lunghissimo. Un buon esercizio, niente di piú".
Poi nel 1988 si cimenta con Il Segreto Del Talismano, racconto lungo anch'esso ucronico,
seguito (1992) da Piramidi, una trilogia anch’ essa ucronica completa.
Poi un racconto lungo ucronico in inglese: The day I created Paradise.
Tra il '94 e il 2002 la vena vacilla e Paolo appende la penna al chiodo, per riprenderla
con buone possibilità. Le Ali del Leone ne è la prova. In alcuni tratti l'italiano di Paolo è un po' incerto,
a causa della lunga permanenza all'estero. Ciò non inficia, a mio parere, l'idea del suo romanzo, che è originale
e che con un editing professionale potrebbe rivelarsi una sorpresa.
LE ALI DEL LEONE - di Paolo Ninzatti - 9
Il mondo
sottostante scorreva davanti agli occhi di Angelo ricco di colori e
movimento. I boschi e le case della comunità di
quell’accademia sfilavano come una compagnia di cavalieri.
Dietro un costone, quasi questo fosse stato un padiglione, fece la
sua entrata in campo il borgo, il condottiero. Angelo intravide il
castello, la piazza, il palazzo nuovo dirimpetto fatto di recente
costruire dal conte Ginami, mentre dall’altra parte della
valle, imponente, la massa brulla del Monte Secco sembrava proteggere
il piccolo mondo ai piedi di esso, come un gigantesco dio roccioso.
Angelo non resistette alla tentazione di allargare le braccia facendo
finta di afferrare la brulla montagna, quasi lui stesso fosse stato
un altro dio più grande e potente del primo. Ora che
l’areovite si librava nei cieli, Angelo capiva la differenza
tra la semplice emozione di raggiungere la cime di qualche picco e
quella di volare: il mondo visto dalla vetta di un monte era statico
e non cambiava scena; era come ammirare un quadro seppur bello ma
fermo, morto, immobile. Ecco forse spiegato il perché del suo
disinteresse per l’arte figurativa e la preferenza per i
romanzi, nei quali si svolgeva un continuo susseguirsi di situazioni.
I voli di Magnus a cavallo dei draghi narrati da Guido Cerani nel
romanzo omonimo non erano solo frutto della fantasia dell’autore:
questi doveva per forza aver volato su un ornitottero, tanto la
descrizione era fedele a quello che si provava veramente.
Un’euforia lo
invase. Quella era vita! Alzò le braccia al cielo. Poi le
piegò e cominciò a muoverle imitando il movimento degli
uccelli. La curiosità di artigiano lo costrinse infine a
sporgersi oltre il parapetto per guardare di nuovo sotto lo scafo. Il
primo cannone sputava il vapore che azionava il mulino il quale
metteva in moto gli ingranaggi e contemporaneamente spingeva il
macchinario in avanti, mentre la trivella gigantesca si avvitava
all’aria tirando in alto. L’altro cannone, col suo getto
di vapore, invece, veniva fatto girare su sé stesso come un
timone per manovrare e far cambiar direzione. Dall’altra parte
dello scafo, gli altri due cannoni situati simmetricamente a quelli
sotto il suo sguardo, dovevano avere le stesse funzioni. Angelo tornò
al suo posto e studiò i suoi compagni di viaggio, quasi
volesse scoprire le loro emozioni di fronte a un’esperienza del
genere e condividerla, dimenticando invero che per loro non era di
certo la prima volta che si trovavano a volare. Allorché lo
sguardo si posò su Matilde il giovane notò con sorpresa
nel viso della donna qualcosa che mai si sarebbe aspettato da lei. La
signora aveva la stessa espressione che lui aveva sempre notato in
molti dei suoi compagni, non solo Piero dal nomignolo
”cacanellebrache” ma anche il baldanzoso e arrogante
Francesco, suo rivale per il cuore di Silvana: gli occhi che
guardavano in basso, il pallore del viso e il continuo inghiottire
saliva; i sintomi di chi ha paura delle altitudini. La cosa risvegliò
nel ragazzo un dispettoso e perverso piacere. Dopo giorni e giorni
in cui lui si era sentito timoroso e insicuro davanti alla potente
signora, egli per la prima volta, finalmente, scopriva in lei
un’ombra di debolezza.
Guardò Ferruccio
seduto dirimpetto in catene; non potè non ammirarlo ed
essergli in qualche modo riconoscente per aver fondato quella strana
accademia che aveva costruito quella meraviglia e al contempo
considerarlo uno stolto causa l’ingordigia che lo aveva spinto
a tradire la Patria. Come Giuda, quel geniale umanista si era venduto
per denaro.
Ferruccio aveva sempre
l’espressione rassegnata e dignitosa e soprattutto non sembrava
affatto serbare rancore per Angelo, né per averlo denunciato,
e neppure per averlo chiamato un ipocrita durante quella sfuriata. La
calma austera che l’uomo emanava non parve abbandonarlo nemmeno
ora mentre stava per essere deportato in volo verso il suo destino a
Venezia. Ma Angelo notò anche qualcos’altro negli occhi
dell’uomo che sembravano quasi brillare: essi fissavano il
cielo e i monti con apparente piacere. Il ragazzo, era sicuro che
l’anziano uomo doveva amare il volo quasi quanto Matilde doveva
temerlo.
La macchina volante
fece una svolta piegandosi leggermente di fianco. Guardando di nuovo
Matilde, Angelo la vide impallidire ancora di più e assumere
l’espressione di chi ha mangiato un boccone indigesto. Lo
stesso malessere egli notò nelle due guardie che scortavano
Ferruccio. Questi, invece sembrava godere di quel rullio. Gli occhi
dell’uomo parvero quasi ridere allorché,
inaspettatamente si alzò di colpo in piedi approfittando della
distrazione dei suoi carcerieri. L’impaccio delle catene non
impedì al seppur attempato uomo di tenersi abilmente in
equilibrio mentre sfidava sia i sobbalzi dell’areovite, che le
guardie che si erano affrettate per cercare di fermarlo, le quali
dovevano anche vedersela con le proprie vertigini e con un pavimento
instabile. Ad Angelo sembrò ora di assistere a una
rappresentazione di buffoni, nella quale i due giovani arcigni
armigeri seguitavano a cadere e inciampare mentre l’anziano
uomo incatenato proseguiva sicuro verso il parapetto di poppa. Lì
era situato uno dei quattro serbatoi contenente l’acqua per gli
l’architroniti, un cilindro alto quanto un uomo per arrivare
alla cima del quale c’era una scaletta a pioli. Raggiunto alla
fine il serbatoio, Ferruccio si voltò di schiena e cominciò
a salirla saltando a piè pari e tenendosi aggrappato con le
mani incatenate dietro arrivando alla fine in cima ad essa. Non potè
usare le mani immobilizzate per issarsi ulteriormente, e alla fine
perse l’equilibrio ma riuscì ugualmente ad aggrapparsi
alla maniglia del coperchio. Riuscì infine ad aprirlo
tenendolo poi verticale, cosicché potè usarlo some
sostegno per alzarsi finalmente in piedi. Ferruccio sembrò una
statua imponente in piedi in bilico sul baratro. In tono solenne che
ad Angelo ricordò il famoso attore Arnaldo Neri, popolare in
tutti i teatri di piazza, urlò ai quattro venti.
”Meglio morire
velocemente cadendo dal cielo che di stenti nei Piombi!”
Aggrappata al
parapetto, Matilde cercò di raccogliere i cocci dell’autorità
che lei rappresentava mentre lottava con la propria paura delle
altitudini e raggiunse la poppa.
”Non ne avrete
mai il coraggio” lo schernì. ”Comunque se vi pare,
fate pure; la Serenissima risparmierà pane e acqua per anni o
il salario del boia!”
Tacque per un attimo,
inghiottì, apparentemente per cacciare il senso di nausea, poi
riprese:
”Il verdetto è
gia stato emesso. Siete stato dichiarato colpevole. Il Consiglio dei
Dieci avrebbe dovuto decidere la pena. Ma a quanto pare ci state
togliendo un grosso disturbo. Orsù, saltate!”
”Sono colpevole
soltanto davanti alla giustizia imperfetta degli uomini, la quale
sembra sostenere che determinate conquiste del sapere debbano
rimanere segrete, tesoro riservato a un gruppo ristretto. Ma se
prodigarsi che il progresso sia qualcosa accessibile a tutti,
conforme alla filosofia che afferma che l’Uomo è il
centro dell’Universo, contrapposta a quelle dei bui secoli
scorsi allorché invero una minoranza di privilegiati escludeva
altri simili dalla conoscenza, orbene, davanti a Dio e all’Umanità
mi dichiaro innocente!”
Tacque come stesse
aspettando una replica di Matilde, che si fece aspettare. Angelo notò
che la donna era ormai prossima a rimettere la colazione. Sembrò
quasi che Ferruccio stesse approfittando di quella momentanea
debolezza della potente signora per poter tenere l’ultima
concione della sua vita al fine di concluderla in un modo un po’
meno ignominioso salvando una parvenza di onore. Senza che nessuno
fosse in grado di controbattere i suoi argomenti l’uomo
proseguì.
”Il processo che
ho messo in moto è irreversibile. Buona parte del popolo della
Serenissima Repubblica sa ormai leggere e scrivere. Si tengano pure
gli strumenti di morte i potenti. Oggi hai messo a tecere me,
Matilde. Ma come ridurrai al silenzio l’Accademia e i suoi
ormai migliaia di collaboratori? Potrai soltanto ritardare di qualche
decennio il galoppante processo di sapienza che dilagherà un
giorno per le contrade della Repubblica e poi del resto del Mondo,
vecchio e nuovo.”
Combattendo
disperatamente contro la nausea, Matilde riuscì a ribattere:
”Sarete sempre un
….enigma, Ferruccio da Padova. Soltanto fino a poco tempo fa
eravate voi …..a sostenere che fosse saggio aspettare a
divulgare il segreto delle invenzioni dell’Acca…demia. E
ora… eravate in pro…cinto di servi…re tutto su
un piatto d’argen…to a Francia …e …..Spag…”
Non potè dire
altro: un attimo dopo dovette voltarsi bocconi sul parapetto. Quella
che doveva essere stato un insieme di deliziosi manicaretti preparati
da un cuoco provetto si riversò come una pioggia multicolore
sulla verde pineta sottostante.
La cosa ebbe un effetto
contagioso perché anche i due armigeri emularono la loro
signora.
Angelo vide la figura
imponente di Ferruccio sorridere. Come un cigno in procinto a
intonare il suo ultimo canto, proseguì:
”L’avete
detto bene Matilde, aspettare. Fino a quando la gente, uscita
dall’ignoranza sarebbe stata pronta ad accettare il progresso.
Ma a quanto pare voi e la Repubblica siete fermamente intenzionati a
mantenere il segreto per sempre.”
Fino ad allora ad
Angelo era sembrato di assistere a una rappresentazione teatrale.
Aveva in cuor suo parteggiato per Matilde, considerando il fatto che
Ferruccio era un traditore. Solo ora cominciava a giustificare le
azioni delle quali l’uomo era stato accusato. Per divulgare la
sapienza al popolo era stato costretto a tradire. Cominciò a
considerare Ferruccio vittima di un’ingiustizia. Coraggio del
resto ne aveva dimostrato. Stava ora in bilico tra la vita e la morte
a un attimo dal buttarsi nel vuoto, sorridendo. Gli ricordò il
vecchio re Cornelius di Magnus il cavalcatore di draghi, che
caduto vittima di una congiura di corte minacciava di gettarsi dalla
torre del castello. Matilde nel frattempo si era rimessa in piedi.
Con la voce un po’ rauca gridò.
”Buttatevi e
fatela finita! Oppure scendete e abbiate il coraggio delle vostre
azioni. Potrete ripetere quel bel discorso davanti al Consiglio dei
Dieci.” Infine, rivolta alle guardie ancora imbambolate e con
lo stomaco sottosopra ”Andate a prenderlo, stupidi!”
Ferruccio rimase
immobile. Stava forse per riprendere il senno e desistere dall’atto
insano?
I soldati, poco
convinti, si avvicinarono alla scala a pioli del serbatoio. L’idea
di arrampicarsi su di essa doveva spaventarli oltremodo. Angelo lo
capiva, perchè nonostante armati di tutto punto i due si
comportavano come Francesco e ”cacanellebrache” durante i
loro goffi tentativi di arrampicarsi sull’albero della cuccagna
durante le sagre del borgo.
Matilde, ancora
aggrappata al parapetto sfidò Ferruccio:
”Vedo che esitate
a gettarvi. Vi manca forse il coraggio di farlo? Se di coraggio si
può parlare, visto che proprio voi avete sempre sostenuto che
sottrarsi dalla responsabilità delle proprie azioni
togliendosi la vita è un atto da codardi…”
”E continuerò
a sostenerlo” Esclamò baldanzosamente Ferruccio alzando
le braccia libere trionfante, stringendo nelle mani il capo della
catena che fino ad allora aveva stretto il suo corpo mentre il resto
di essa , come un serpente morente si srotolava penzolando oltre
l’orlo del serbatoio. Prima che Matilde si riavesse dalla
sorpresa, Ferruccio cominciò a far girare la catena un paio di
volte frustando l’aria. Alla vista di ciò e nel timore
che il ferrigno scudiscio potesse colpirlo, l’armigero ormai in
cima alla scala, si lasciò andare e finì cadendo
addosso al suo compagno. Entrambi rovinarono al suolo alla pari di
due buffoni da teatro di piazza.
”Stupidi
incompetenti!” Urlò Matilde. ”Areonauti! Soccorso!
Il prigioniero è libero!Allarme!
Ferruccio lanciò
alla volta del castello di poppa il capo libero della catena che,
come il tentacolo di un polipo andò ad arrotolarsi attorno a
uno dei merli della torretta la quale si ergeva, tozza e fiera come
quella di una fortezza. Il vecchio diede uno strattone per
assicurarsi che la presa fosse salda e, tenendosi aggrappato saltò.
Dopo un breve attimo in cui si trovò sospeso nel vuoto,
Ferruccio atterrò sul parapetto del castello di poppa, ai
piedi della torretta. Lasciata la catena a penzolare saltò di
nuovo a bordo e a passo svelto si diresse verso una cassapanca
accingendosi infine ad aprirla.
Matilde era in preda
all’ira e alla frustrazione, e continuava a sbraitare ordini.
”Dannazione, sta
per impadronirsi di un rallentacadute! In nome della Repubblica,
qualcuno lo fermi prima che si lanci! Se quel bastardo atterra là
sotto ci vorranno giorni per stanarlo!”
Angelo non capiva di
cosa la signora stesse parlando, ma allorché vide il vecchio
estrarre dalla cassapanca una specie di groviglio di funi e tela,
indovinò che il rallentacadute doveva essere una delle tante
invenzioni di quel Leonardo il cui scopo era inteso nel nome stesso.
I due armigeri si erano alzati di nuovo in piedi e Matilde
barcollando li seguì mentre i due malcapitati si dirigevano
verso la scala che portava agli spalti del castello di poppa. Ma
Ferruccio si era già stretto alla vita una cinghia, alla quale
erano assicurate quattro funi collegate ad altrettanti capi di una
specie di baldacchino a forma di piramide che l’uomo anziano
sosteneva sopra la testa. Il vecchio si accinse a scavalcare il
parapetto e a buttarsi nel vuoto. La libertà sottostante era a
un passo.
Angelo indovinò
ora il piano dell’uomo. Tutta quella messinscena, la finta
rassegnazione al processo, la calma dignitosa erano state la
mascherata per far abbassare la guardia agli armigeri. Il vecchio
furbacchione aveva architettato quella clamorosa fuga fin
dall’inizio. Infine aveva recitato il finto tentativo di
suicidio e perfino la concione degna di un avvocato per avere il
tempo di liberarsi dalle catene. La maniglia del coperchio del
serbatoio ancora aperto si ergeva ora un po’ storta, come il
campanile di Pisa dopo essere stata usata come leva per forzare il
lucchetto.
”Fermo dove siete
messere!” Tuonò all’improvviso una voce
imperiosa”Un passo in più e, in nome della Repubblica
vi riempio di piombo!”
La voce proveniva dal
castello di prua e precisamente dalla torretta gemella di quella di
poppa. In cima ad essa si ergevano le larghe spalle e la testa di
uomo, con in testa il tipico elmo degli areonauti dalla
caratteristica visiera di vetro, il quale maneggiava qualcosa che a
prima vista sarebbe sembrato uno strumento musicale, una specie di
flauto a più canne. Guardando meglio, Angelo riconobbe nello
strano oggetto quel moschetto multiplo che giorni addietro aveva
ridotto gli autantropi a un mucchio di rottami. La micidiale arma era
puntata contro Ferruccio. Se l’uomo avesse aperto il fuoco, il
vecchio sarebbe finito con più buchi nel corpo di una padella
per castagne. Non ci voleva molto a capire, che se soltanto il
padovano avesse fatto un passo in più, la pioggia di
pallottole l’avrebbe raggiunto prima che questi avesse avuto il
tempo di gettarsi.
”Spara pure
areonauta” squillò la voce stizzosa di
Matilde”quest’uomo è in ogni caso condannato a
morire”.
L’uomo esitò
un attimo e ciò fu la salvezza di Ferruccio. Il padovano gettò
il rallentacadute a terra e fece segno di resa.
”E che sia un
boia al servizio del Consiglio dei Dieci a darmi il colpo di grazia e
non un semplice areonauta agli ordini di una puttana!” Esclamò
con rabbia.
”Quest’insulto
sarà lavato col sangue”echeggiò la voce di
Matilde come una coltellata.
”Quale insulto
Matilde, quello di chiamarvi per quello che siete o quello di avervi
messa in ridicolo davanti a tutti, compreso il nostro.. ospite?
Eravate veramente patetica poco fa allorché facevate della
valle il vostro vomitorio personale.”
”Non ho nulla da
perdere, ma non sarete voi a torturarmi. Non appena a Venezia la
vostra giurisdizione terminerà.”
In preda a una collera
non più controllata dalla ragione Matilde esplose:
”E chi vi dice
che stiamo dirigendoci verso Venezia?” Un silenzio seguì,
come se finalmente Matilde avesse giocato la carta vincente.
Ferruccio venne
incatenato di nuovo e rimesso a sedere. Ma dopo un po’ trovò
ugualmente un filo di voce per chiedere:
”Qual’è
la nostra meta?” Ma la domanda non trovò risposta.
Solo allora Angelo si
accorse che invece di stare scendendo alla volta della valle,
l’areovite continuava a salire.
Non capiva. Ma non
considerò ciò un problema: più a lungo durava il
volo meglio era. Chissà quando avrebbe riprovato ancora una
tale emozione ora che le acque si erano calmate? Angelo vide la massa
del Monte Redondo avvicinarsi sempre di più con il canalone
che lo divideva in due.
Il Monte Redondo.
Il buco nero di un
sospetto lo fece precipitare dal cielo direttamente a terra.
Guardò Matilde.
Lo sguardo di lei appariva più minaccioso del moschetto
multiplo che aveva costretto alla resa Ferruccio. Non sembrava quello
il momento giusto per irritarla ulteriormente con domande, ma più
si stavano avvicinando al cielo e al Paradiso e più Angelo
sentiva che le porte dell’Inferno stavano per aprirsi. Gli
incubi di quella notte riaffiorarono.
Ma come aveva potuto
credere che Matilde avrebbe corso il rischio che lui raccontasse a
Silvana storie di ornitotteri areonauti, areoviti e autantropi,
segreti che Venezia custodiva con il beneplacito dalla potente
signora?
Il Buco, l’anticamera
dell’Inferno si mostrò sotto di loro come una nera bocca
aperta pronta ad inghiottirli.
Solo ora che volavano
alti, Angelo notò i cambiamenti dall’ultima volta che
era stato colà. Nascosto tra gli alberi e quindi non visibile
da valle, un camminamento, si snodava dall’imbocco della grotta
e, seguendo la linea del fianco del monte, andava a sparire dietro la
pendice nascosta di questo. Non appena l’areovite ne superò
la cima, Angelo vide che il passaggio si infilava dentro a una
nuvola, che, simile a una barba grigio chiaro sembrava pendere dal
fianco del monte. Man mano che l’areovite scendeva di quota
dirigendosi proprio verso la nube, Angelo notò che questa,
vista più da vicino sembrava più che altro una caligine
di vapori o fumi, che sembravano scaturire dalla pendice della
montagna. L’azzurro verde panorama divenne alla fine grigio, ma
guardando in alto Angelo continuò a notare sprazzi di cielo.
La descrizione dei voli di Magnus dentro le nuvole a cavallo delle
verdi, fantastiche creature alate riaffiorarono alla mente del
giovane. E come a sottolineare quella rassomiglianza, nella caligine,
lontane, riuscì a distinguere delle forme che potevano anche
sembrare dei draghi. Ma le loro ali non battevano. Doveva sicuramente
trattarsi di banalissimi ornitotteri parcheggiati lì.
Con un sordo tonfo
l’areovite si posò su qualcosa di apparentemente solido
ma invisibile sotto la coltre di nebbia.
Con piacere Angelo
constatò che quei fumi o vapori non disturbavano la
respirazione. Ma a parte quella consolazione non si sentiva per
niente al sicuro ora. Dalla sua c’era il fatto che Matilde
doveva essergli grata per averla favorita contro Ferruccio. Ma con un
brivido pensò che sarebbe stato meglio non farsi nemica la
Signora, ora che aveva udito quali minacce aveva lanciato contro
Ferruccio. Sarebbe stato opportuno da quel momento rigar dritto e
assecondarla in ogni suo desiderio od ordine, quand’anche si
fosse trattato di seguirla fino all’….Inferno, che, al
momento sembrava proprio essere la loro destinazione. Tutti scesero
la rampa. Le due guardie spinsero a malo modo Ferruccio a terra, se
così si poteva definire il suolo celato dalla nube.
Cercando di non far
notare il benchè minimo segno di reticenza, e continuando a
seguire con la coda dell’occhio l’areonauta che
maneggiava il moschetto multiplo accarezzandone le canne, Angelo
infilò le gambe dentro quella coltre lanosa dopo aver sceso la
passerella. I suoi piedi toccarono finalmente qualcosa di solido,
omogeneo e piano.
Nella caligine presero
forma alcune figure che vennero loro incontro. Vestivano di bianco e
il nebbioso grigiochiaro che li circondava li fece sembrare fantasmi.
Al giovane non fu necessario chiedere che cosa stesse succedendo:
vide la sagoma di Matilde sbiadita dalla bruma alzare il braccio e
fare un segno ai nuovi venuti; sentì mani guantate di maglia
di metallo stringere le sue braccia in una morsa, ferrea come le
catene che gli vennero infilate immediatemente dopo. Gli sembrò
per un attimo di rivivere il momento del suo arresto giorni prima. La
differenza era che ora non sapeva il motivo del voltafaccia di
Matilde, tantomeno chi fossero quei misteriosi individui spuntati
dalla nebbia, quella nebbia che sembrava celare una faccia
dell’universo conosciuto per mostrargliene un’altra, come
un mondo di spettri esistente accanto a quello materiale. Matilde
aveva mentito! A lui, a Ferruccio. Era la sua devozione a Venezia
così profonda da spingerla a calpestare anche le più
basali regole dell’onore. Chi servivano quegli spettrali
armigeri bianchi? Venezia, Matilde, entrambe, o …l’
Inferno?
Il cammino non fu
lungo. Venne trascinato fino a dove la nube si diradava. Angelo ebbe
così modo di vedere meglio gli strani figuri in tonaca
immacolata. I loro visi erano coperti da elmi argentei. Alla cintura
portavano ciascuno un lungo spadone e una corta daga. Sembravano
usciti dai romanzi cavallereschi delle Aldine. Cucito al petto
portavano il simbolo del Leone di San Marco. Il corteo proseguì
lungo il ponte serpeggiante fino a quando il nero cratere del Buco si
aprì davanti a lui, minaccioso e buio come le fauci di
Lucifero, anch’egli un angelo caduto, come lui stesso. Il
giovane si autocommiserò mentre Ferruccio mormorava.
”Coraggio”.
L’Inferno non
esiste, cercò di autoconvincersi Angelo per non morire di
paura. In effetti non appena imboccata l’apertura del Buco non
si trovarono davanti dei diavoli a montarne guardia, bensì
altre due figure in tonaca immacolata. Quasi nascosto dietro i loro
mantelli, in contrasto con l’abbigliamento di altri tempi c’era
un veicolo simile a uno dei moderni carri semoventi sul quale Angelo
aveva viaggiato clandestinamente giorni addietro. Il giovane e
Ferruccio vi vennero spinti sopra in malo modo e costretti a
sistemarsi sui sedili. Dietro a davanti a loro le guardie in bianco
sembrarono prodigarsi che i due non tentassero alcuna sortita,
Matilde si sedette dirimpetto ai prigionieri.
”Signora Matilde”
trovò alla fine il coraggio, o la codardia di implorare Angelo
”Perché mi fate tutto questo, ho denunciato Ferruccio,
ho fatto quello che voi desideravate e voi mi avevate promesso….”
Un rumore di carrucole
e ingranaggi coprì la sua voce, mentre la Signora lo guardò
con la stessa compassione con cui si guarda un pezzo di legno. Il
pallore e ogni segno di malessere erano spariti dal volto della
donna. Guardandola Angelo notò in lei il senso di floridezza
che si prova nei pressi dell’ambiente nel quale ci si sente a
proprio agio. Il veicolo si mosse e scese infilandosi nelle viscere
del monte.
Il carro proseguiva nel
cuore della caverna attraverso un lunghissimo sistema di
camminamenti, ponti e passerelle di assi di legno sospesi nel vuoto e
sostenuti da travi piantate nei fianchi della grotta. Lampade appese
illuminavano quella strada che serpeggiava a mezza via tra una selva
di stalagmiti che spuntavano dal terreno e un’altra capovolta
di stallatiti che pendevano dall’alto. Dalla strada principale
che scendeva lentamente a chiocciola si diramavano tante passerelle
che conducevano ad altrettante costruzioni sospese anch’esse
alle pareti tramite travi in esse piantate oppure montate su pali
fissati al suolo. Infie il veicolo si fermò presso una
piattaforma.
Ferruccio, dopo aver
riacquistato la solita calma dignitosa proferì:
”Bel lavoro hanno
fatto i tuoi ingegneri, Matilde e soprattutto ammirevole come il
tutto sia stato compiuto in piena segretezza. A quanto pare hai
costruito il tuo nido nascosto proprio nel retrobottega
dell’Accademia sotto il mio naso. Ti sei proprio fatta beffa di
me; ho coltivato una serpe in seno. Ma mi sia lecito canzonare i tuoi
….pretoriani? Suvvia, vogliamo fare andare il tempo a ritroso?
Come vengono chiamati, I Cavalieri del Leone, l’ordine di
Venezia, o i Fedeli di Matilde? Scusa questo mio sfogo di ilarità,
ma non posso prendele la cosa con serietà. E tanto meno da
voi. Siete troppo intelligente per credere ancora ai rimasugli dei
secoli scorsi come gli ordini monastico cavallereschi.”
Matilde perse di nuovo
la sua calma e stizzita proferì:
”Forse è
l’unico modo per manterere segreti, visto che gente come voi
vorrebbe invece divulgarli!”
Ferruccio assunse
l’espressione del martire e rispose.
”Per questo,
invece di portarmi a Venezia dove potrei svelarli prima di essere
rinchiuso nei Piombi o davanti al boia, preferite celarmi al mondo
nelle viscere del vostro … formicaio privato. E con me questo
giovane, che ormai ha visto troppo.”
”Basta!”
Ordinò Matilde.”Non una parola in più. Nel mio,
come dite voi, ..nido non vigono le leggi dell’Accademia.
”E neppure quelle
della Repubblica … presumo. Veramente ben congegnato, Matilde.
Avete messo in scena quella farsa di processo facendomi condannare
come traditore di Venezia. E ora sono invece prigioniero vostro.
State veramente servendo la Repubblica? Comincio a dubitarne.”
”Non siete nelle
condizioni di mettermi a giudizio. Sappiate però che tutto
questo che vedete è al servizio di Venezia. Anche se con essa
non intendo la Serenissima Repubblica.”
”E osereste
chiamare me traditore!”
”Più mi
insultate e più la pena da pagare sarà dura.”
”Non ne dubito”
”La Repubblica è
al tramonto, Ferruccio. Un destino ben più grande attende
Venezia.” Fece una pausa e concluse:
”Dio lo vuole!”
Non appena Angelo udì
quelle parole fu come qualcuno avesse fermato il tempo. Come se gli
occhi di Matilde improvvisamente pervasi da una strana luce interiore
l’avessero abbagliato a tal punto da far sbiadire il
fantasmagorico ambiente che li circondava.
Ad Angelo tornò
alla mente lo sguardo fulminante di suor Giacomina, la monaca che
soleva sempre profetizzare un’eternità tra le fiamme
dell’Inferno per lui, a causa dei suoi presunti peccati.
Un rotolo di carta
comparve nelle mani della Signora. Essa lo svolse e lo piazzò
davanti agli occhi del vecchio e di Angelo.
”Ecco la prima
pagina di un’edizione straordinaria del Mensile Portanuove
fresca di stampa, giuntami direttamente dalle Aldine a Venezia
tramite un messaggero arrivato con un ornitottero proprio ieri.
Domani i corrieri ne distribuiranno migliaia di copie per tutta la
Repubblica.”
Angelo e Ferruccio
lessero i titoli stampati a caratteri grandi e poi i dettagli del
contenuto. Il giovane non credette ai propri occhi.
Vi si trovava scritto
di portenti che stavano accadendo nel Regno di Napoli. Di angeli che
diffondevano la volontà di Dio. Di San Marco risorto che
camminava sulle acque come Gesù e che profetizzava che Venezia
avrebbe conquistato l’Italia. Lesse che Dio aveva addiruttura
minacciato i Re di Francia e Spagna, che un condottiero sarebbe morto
e che Venezia sarebbe presto stata governata da principi della misura
di Alessandro Magno e Giulio Cesare.
Angelo cominciò
a tremare: il timore di qualcosa di più grande di lui e di
tutti gli altri mortali lo pervase. Fortunatamente in cuor suo
sentiva di stare dalla parte dei giusti. Era un buon patriota e aveva
denunciato Ferruccio che ora più che mai era evidentemente
nemico di Dio, a causa della sua intenzione di collaborare con
Francia e Spagna, minacciate dall’Altissimo. La speranza di
ricadere nelle grazie di Matilde lo prese di nuovo.
”Non è
possibile!” Osò ribattere Ferruccio. Pazzo, pensò
Angelo.
”Osereste mettere
in dubbio la parola di Dio, Ferruccio? Voi non capite, non sapete. Ma
ora è giunto il momento di dirvelo, ora che non siete in grado
di rivelarlo a nessuno: da tempo costodisco un segreto. Da anni ormai
ho delle visioni, delle premonizioni. Sapevo già da tempo
quello che ora Dio sta profetizzando. E mi sono tenuta pronta. Ora il
momento è giunto. Venezia, come a suo tempo Roma è
destinata a fondare un grande impero. E le armi in grado di
distruggere i suoi nemici sono pronte. Dio è con noi.
”Non sto mettendo
in dubbio la parola di Dio, bensì quella di chi per lui si fa
passare. E chi ci garantisce che non sia Lucifero che ci stia
ingannando mentendo. I suoi demoni in veste di angeli stanno forse
diffondendo menzogne infiammando i popoli e gettando Venezia in mano
a chissà quali tiranni!”
”Meglio tiranni
dalle grandi visioni che un imbelle congrega di ciarlatani. Il Senato
e il Doge non sono gente capace di fondare imperi della grandezza di
quello di Roma.”
”Stolta! Fu la
Repubblica Romana a gettare le basi della potenza dell’Urbe. Il
Senato e il Popolo. Non un unico condottiero in vena di conquiste.”
”La vecchiaia vi
ha reso imbelle e pusillanime. Per anni mi avete parlato del vostro
sogno di un’Italia unita sotto le ali del Leone di san Marco.
Le possibilità sono qui ora. Cosa stavate aspettando? Quanti
anni vi rimangono ancora da vivere?”
”Il sogno vive
tutt’ora Matilde. Pochi anni ancora ci separano da quell’evento
storico. La fede nella missione di creare una nazione deve venire dal
basso. Tutti i cittadini della Repubblica devono credere nello stesso
sogno, ma prima devono uscire dall’ignoranza.”
”Il popolo è
soltanto strumento del Principe e di Dio. Deve soltanto servirli.
Meno sa meglio è.”
”Queste sono
filosofie di un passato morto e sepolto! Voi state tradendo.. un’
ideale! L’ideale che abbiamo diviso per anni!”
”Sono soltanto
uno strumento della divina Volontà. Dio sceglierà il
principe che guiderà Venezia alla conquista del suo impero. La
mia modesta missione è soltanto quella di fornirgli le armi
necessarie. I tempi stanno cambiando. È ora che anche le
persone cambino. Ma guardatevi intorno. L’Impero Turco è
tuttoggi una forza in continua espansione nelle mani di un solo uomo,
il Sultano. Guardate il passato, Gengiz Kahn, Tamerlano, Attila…
Alessandro il Grande: essi crearono imperi nel giro di pochi anni.”
”Imperi effimeri
che crollarono alla loro morte, come una casa senza fondamenta
costruita troppo in fretta. Roma impiegò secoli prima di
espandersi, ma la costruzione di base fu solida come i suoi edifici
tenuti assieme dall’opus cementicium. Che dire degli
imperatori Romani i …Cesari, se confrontati con i sobri e
virtuosi personaggi del passato repubblicano? Uno più perverso
dell’altro, un pazzo come Caligola che nominò un cavallo
senatore, un altro insano della stazza di Nerone che fece bruciare
Roma. Matilde, il destino di Venezia è di unificare l’Italia,
non di conquistarla! Pezzo per pezzo. Prima inter pares.
Innanzitutto con la sapienza, i libri e, poi con le macchine da
guerra se necessario.”
”Volete insinuare
che le moderne monarchie e principati sarebbero delle deviazioni
dello spirito italico e non conformi alla sua cultura?”
”Insinuo! Roma si
disfò dei suoi re dopo il settimo. Non appena Cesare,
proclamatosi dittatore a vita e imperator oltre a pontefice massimo
sembrò rinnovare l’abborrita monarchia, venne pugnalato.
Poi la degenerazione storica prese il sopravvento purtroppo. I
moderni satrapi d’Europa sono del resto destinati un giorno a
sparire anch’essi, cancellati dalla Storia, a meno che non
accettino di dividere il potere con altri, come accadde in
Inghilterra con la Magna Charta Libertatis o creando un Parlamento
come fecero secoli fa Milano e gli altri Comuni. Altrimenti cadranno
teste, molte teste. ”
”Siete un pazzo e
un bestemmiatore.”
”No, Matilde,
anch’io ho avuto delle visioni!”
”Davvero? E che
cosa vi ha ordinato Dio? Di prestare le nostre invenzioni a Francia e
Spagna?
”I grandi
monarchi assetati di potere avrebbero dilapidato i loro tesori per
poter pagare l’usufrutto delle nostre armi e avrebbero logorato
i loro eserciti in guerre che nessuno avrebbe potuto vincere. E dopo
la rovina delle loro armate e della loro economia sarebbero venuti a
battere cassa alle nostre banche. L’Italia sarebbe stata
servita a Venezia su un piatto d’argento. In cambio noi avremmo
potuto esportare sapienza e civiltà a nazioni i cui popoli
ancora brancolano nel buio dell’analfabetismo e della servitù
della gleba.”
”E questo ti
avrebbe ordinato Dio durante le tue visioni. Dimmi Ferruccio, per
quale ragione esse sarebbero più credibili delle mie?”
”Perchè le
mie non vengono da Dio!”
Ferruccio tacque.
Sembrò accorgersi che nella sua foga aveva detto troppo e si
era dato un colpo di zappa al piede. Ma era troppo tardi. Matilde
giunse alla conclusione.
”Adesso è
tutto chiaro: siete posseduto dal Demonio! Povero vecchio pazzo. Più
che del boia avete bisogno di un frate esorcista! O di un
inquisitore.”
Angelo non era mai
stato timorato di Dio. Le persone come Suor Giacomina gli avevano
sempre dato i brividi per il fatto che volevano mostrare una faccia
del Signore che a lui pareva distorta. Gli stessi brividi gli dava
ora Matilde. Ma niente lo atterrì di più allorchè
apparve evidente che Ferruccio fosse un indemoniato. Si sentiva ora
tra due fuochi. Tra un Dio che incitava alla guerra e alla morte e il
Diavolo. Ormai rassegnato a tutto, aspettò soltanto in quale
nuova prigione sarebbe stato rinchiuso. Ora che non si aspettava di
certo una stanza lussuosa si trovò davanti l’incubo di
qualche cella buia nei reconditi meandri di quel già orrido
antro.
Matilde battè le
mani e, mentre subito dopo si potè udire un poco promettente
stridio di catene, ella, rivolta ad Angelo disse:
”Ti piace volare
come gli uccelli vero? Ami la sensazione del vuoto sotto di te,
l’idea di stare sospeso in aria.”
Si interruppe e mosse
le braccia come aveva fatto lui poco prima sull’areovite, come
per canzonarlo. Infine concluse:
”penso proprio
che ti sarà riservata la prigione adatta.” Fece un
risolino che diede nuovamente i brividi al ragazzo.
Dall’alto,
sospesa a una catena, una gabbia di ferro battuto stava venendo
calata sulla piattaforma.
”Hai mai pensato
a quanto soffrano gli uccelli in cattività amanti del volo,
allorchè il loro universo viene ridotto da sbarre, e come sia
simile al supplizio di Tantalo quello di poter vedere grandi spazi
intorno a sé, ma di non poterli raggiungere? Tra un attimo,
mio caro Angelo, desidererai molto di più una buia cella. Ora
di certo ti domanderai come faccia io a sapere che tu hai paura del
buio come un bambino. Il fatto è che tu parli nel sonno e i
muri hanno orecchie. Sei un chiaccherone Angelo, e soprattutto sotto
gli effetti di certe droghe. Eppure fin dalla prima notte hai
blaterato di Silvana, delle tue precedenti conquiste, degli insulsi
romanzi delle Edizioni Aldine, ma invano ho cercato di strapparti
fuori la verità che mi interessava. Niente da fare; hai
conservato il tuo segreto fino in fondo e insistito a negare la tua
connivenza con Ferruccio fino al processo. Saresti stata una spia
perfetta, Angelo. Ferruccio è stato un buon maestro, come lo
fu per me, ma ti sei fatto scoprire da una donna, giovane, graziosa e
immune al tuo fascino. Vedi quindi che anch’io ho saputo
insegnare l’arte dello spiare. Forse ho superato il mio maestro
anche in altre arti, visto che alla fine sono riuscita a farti fare
la scelta giusta. E che Dio abbia pietà di Ferruccio.”
La gabbia era nel
frattempo arrivata all’altezza della piattaforma. Angelo vi
venne spinto dentro, mentre Ferruccio veniva trascinato via dalle
guardie vestite in bianco. Matilde chiuse lei stessa a chiave la
gabbia dalla quale pendeva una catenella che lei si mise al collo.
Mentre la gabbia veniva sollevata di nuovo e Angelo vedeva la
piattaforma e tutto intorno diventare più piccolo, Matilde
guardando in alto disse:
”Ora più
che mai la tua libertà dipende dalla mia persona, visto che la
chiave giace proprio sul mio seno. Ma non ho intenzione di svelarti
quale destino ti sarà riservato. Sarà un passatempo per
la notte, che trascorrerai sospeso nel buio. Ma confrontato con
quello che aspetta Ferruccio è un trattamento di favore. In
fondo in fondo non c’è bisogno di viaggiare fino a
Venezia per conoscere l’Inferno.”
Spettrali figure bianche parevano
guardarli da sotto la superficie delle verdi acque del lago.
Il conte Armande de Lasserre osservava
rapito la propria immagine riflessa in quello specchio liquido
accanto a quella di Don Salvador e di tre altri uomini vestiti nei
loro candidi abiti.
Una voce dal suono metallico rimbombò
nell'antro illuminato dalle fiaccole.
”Nobili cavalieri, novizi
Guardiani di San Marco” tuonò il Gran Maestro”
nonostante noi ora ci si trovi nei più profondi meandri
dell'Inferno, siamo come non mai vicini all'entrata del Paradiso.
Abbiate fede e soprattutto non temete ciò che tra non molto
uscirà da queste acque, nè quello che sperimenterete
dopo.”
L'immagine riflessa del Gran Maestro
con l'elmo dorato che gli copriva il viso cominciò a
tremolare.
Anche quelle dei due nobili e degli
altri due Guardiani cominciarono a fare altrettanto: le acque del
lago, fino ad allora lisce come l'olio, cominciarono a incresparsi.
In quella grotta dove non tirava un alito di vento, le acque del lago
infernale cominciarono a muoversi. Prima leggere rughe, poi onde.
Infine un gorgoglìo, un'onda più alta delle altre. Le
acque si divisero e da esse ne uscì qualcosa. Sembrava un
enorme pesce o un cetaceo. Don Salvador pensò immediatemente
al biblico profeta Giona, pur non osando proferir parola, obbedendo
alle raccomandazioni del Gran Maestro e affidandosi alla clemenza del
Signore quasi fosse stato protetto dallo scudo invisibile della Fede.
Armande de Lasserre si lasciò invece sfuggire un ”mon
Dieu!” molto convincente come per evocare la divinità
in aiuto, in quel luogo che pareva trovarsi al di fuori della Sua
giurisdizione.
Il mostro appena uscito dalle
profondità del lago sotterraneo si avvicinò al molo sul
quale, in piedi, i cinque uomini stavano in attesa. Una bocca enorme
si aprì. All'inizio fu un'esperienza spaventosa per i due
novizi, ma subito dopo la luce uscente dalle fauci del cetaceo, che
all' inizio poteva essere scambiata per un fuoco, illuminò la
figura di un uomo che, in piedi dall'interno di esse li salutava,
come se si fosse trovato nel luogo più sicuro del mondo e
quasi volesse mostrare che il mostro era domato alla sua volontà.
Fu un atto di fede infilarsi in quelle
fauci invitati dal tono imperioso e suadente del Gran Maestro.
In breve si trovarono tutti e cinque in
una piccola camera situata nel ventre del cetaceo. In essa vi erano
sedie le cui gambe erano fissate al pavimento. Quell'ibrido tra
Caronte e Giona in tunica, non era l'unica persona a trovarsi nelle
viscere del mostro. Altri quattro fecero la loro apparizione dando
loro il benvenuto. Armande e Salvador capirono che non era il momento
di fare domande. Bisognava soltanto avere fede e fiducia. I nocchieri
infernali invitarono gli ospiti a sedersi e ad allaciarsi alle sedie
con delle cinghie di cuoio. Ora che ci si trovava all'interno del
mostro si ebbe l'impressione non diversa da quella di stare navigando
su un normalissimo vascello. Ma la piacevole sensazione fu breve: fu
come se il mondo si rovesciasse. Il sotto
diventò sopra. Le
cinghie impedirono loro di cadere a testa in giù sul soffitto
diventato pavimento.Il
tutto durò pochi attimi che parvero un'eternità. Poi
il tutto riprese le giuste proporzioni. Infine si ebbe l'impressione
di trovarsi su di un cocchio che percorresse in salita una strada
impervia.
”Il peggio è
passato nobili Guardiani. Ci stiamo lasciando dietro il Regno degli
Inferi. La scalata verso quello dei Cieli è iniziata. E'
deciso che sarà proprio da lassù che inizierà la
vostra missione.”
C'era qualcosa al
mondo più forte della paura: l'ira. Per Angelo quel sentimento
era la medicina che mitigava il terrore. Il giovane era combattuto
tra la voglia di piangere e tremare per il fatto di trovarsi solo,
circondato dalle tenebre, chiuso in una gabbia sospesa su un baratro
che lui non era in grado di vedere e quella di prendere a pugni le
sbarre di ferro della sua prigione furente contro tutto e tutti.
Soprattutto, doveva ammetterlo, Angelo era adirato con sè
stesso per la propria stupidità e dabbenaggine. Due volti
personificavano la propria sconfitta in un campo dove lui si era
sempre ritenuto un maestro, quello della seduzione: Matilde e Loretta
Manesi. Soprattutto quest'ultima per il fatto di averlo smascherato e
denunciato all'onnipotente signora. E lui che aveva creduto che
quella valanga di capelli castani dietro la maschera dell'arroganza
nascondesse un po' di attrazione per lui. Immune al tuo fascino,
aveva affermato con scherno Matilde. Si, doveva ammettere, Angelo
Santus feceva innamorare le donzelle del popolo e della valle,
semplici come lui. Ma Loretta, era una spia, nonostante avesse si e
no l'età di Silvana, e Matilde era stata la sua maestra. Quel
tipo di femmine era troppo smaliziato per un villano seppur un po'
istruito. Una bella scopola per il suo orgoglio. Fortunatamente per
lui la situazione in cui lui ora si trovava ricordava quella di
Kazim, il protagonista della Spada dell'Oriente. Anche lui,
abituato a volare sul suo tappeto magico, cade in una trappola e si
ritrova chiuso in una gabbia sospesa. Kazim infila le gambe tra le
sbarre e comincia segnare il passo nel vuoto. La cosa gli dà
una parvenza di spazio libero. Angelo lo emulò. Per lui che
oltre al buio aveva terrore dei luoghi chiusi fu una consolazione.
L'ira, che aveva mitigato la paura cominciò a venir
rimpiazzata dalla ragione.
Cos'era
la tortura? Il male inflitto al corpo o quello al senno? In ogni caso
essa aveva un fine. Quello di far soggiacere qualcuno alla volontà
di un altro. Era chiaro che Matilde era troppo intelligente per farlo
soffrire per il puro piacere di farlo. Evidentemente voleva ancora
qualcosa da lui. Per un attimo pur in quella situazione Angelo
si sentì importante. Ma perché poi sopravvalutare
quella donnaccia? Nonostante la decennale esperienza e la sua
intelligenza, Matilde era ancora convinta che lui fosse uno spione di
Ferruccio. Forse decenni passati in un mondo pieno di intrighi
l'avevano resa cieca davanti alla purezza e alla sincerità.
Quell'effimero
senso di sicurezza svanì allorchè Angelo cominciò
a ripensare agli ultimi avvenimenti. Matilde stava congiurando contro
la Repubblica e sembrava che profezie e miracoli stessero per
confermare che ella stava dalla parte di Dio. Un senso di brivido lo
colse allorchè si rese conto che entro poco tempo gli
avvenimenti sarebbero precipitati. Angelo realizzò con orrore
che nel suo mondo non c'era più posto per il Signore dei
mansueti e della gente semplice.
Si disprezzò.
Certo, lui era un imbelle, un ignavo. Non aveva né arte né
parte. Gli bastavano il suo lavoro, Silvana, l'ebbrezza di scalare i
monti e le favole pubblicate delle Aldine, piene di eroi inventati
che lui ammirava pur sapendo di non essere alla loro altezza. Ma lui
non aveva la stoffa della persona capace di scegliere, rischiare, e
combattere per una causa. Persino Ferruccio che aveva tradito Venezia
l'aveva fatto per qualcosa a cui credeva. E Matilde stava congiurando
contro la Repubblica per contribuire alla fondazione di un impero.
Ambedue amavanoVenezia a modo loro. Angelo si sentiva un devoto
cittadino della Serenissima. Avrebbe avuto il coraggio di combattere
per essa?
Mentre cercava di
far credere a se stesso che se si fosse trovato nella situazione
giusta e che se avesse imparato a usare un'arma avrebbe combattuto
per San Marco, un'odore acre e dolciastro cominciò a
penetrargli nelle narici. La cosa più strana fu che
quell'aroma gli apparve subito familiare. All'inizio non ricordò
dove e quando il suo olfatto avesse avuto uno stimolo simile, ma pian
piano ricordi inconsci gli affiorarono alla mente. Gli sovvenne la
stanza nel palazzo e degli strani sogni. Ricordò i colpi di
tosse e la sensazione di aspirare fumo.
Tossì e si
ricordò all'improvviso delle parole di Matilde riguardanti a
droghe propinatigli per estirpargli la verità. Ancora una
volta stava per essere drogato. Invano trattenne il respiro per
qualche attimo. Fu infine costretto
a cedere e ad aspirare quei fumi.
La tenebra sembrò
diventare vivente, malleabile, densa e tangibile come la pece nera di
un nulla soffocante.
Cercò di
fuggire brancolando nella tenebra. Dovunque si dirigesse, urtava
sempre contro le sbarre della gabbia le quali alla fine sembrarono a
loro volta trasformarsi in tentacoli che lo avvolgessero come le dita
della mano di un gigante, o di Dio o di Satana.
Infine venne la
luce, abbagliante, e per nulla confortevole ma la morsa ferrea non
accennò ad allentarsi.
Braccia di metallo
lo tenevano stretto e lo trascinavano attraverso un luogo irto di
stallattiti e stalagmiti. Le figure di metallo erano candide come gli
angeli, ma quello non era il Paradiso. Una porta gli si parò
dinnanzi. Altri due angeli dell'inferno dalle braccia corazzate di
metallo e armate di spada montavano guardia davanti ad essa. La
soglia venne aperta e Angelo venne spinto dentro una stanza ricavata
da una grotta con un pavimento di legno dal quale spuntavano qua e là
stalagmiti di ogni grandezza. Solo allora Angelo fu consapevole di
non stare vivendo in un sogno nonostante fosse ancora sotto l'effetto
della droga e vedesse tutto distorto come attraverso un calice
trasparente pieno d' acqua. Notò sullo sfondo una decina di
quegli strani armigeri vestiti di bianco. Un'altra figura vestita di
una candida tunica con i capelli raccolti e nascosti da una cuffia e
la testa coperta da un cappuccio si parò davanti a lui. Il
volto di Matilde seminascosto dal copricapo apparve ad Angelo ancora
più bello ora che quell'abito simile a quello delle monache le
conferiva un aspetto più mistico. Un concetto gli penetrò
nella testa come un soffio di vento caldo: la Vergine Maria. La cosa
gli fece paura, perché lui ora si sentiva prigioniero di un
incanto. Avrebbe preferito trovarsi davanti il naso aquilino di Suor
Giacomina. Un'altra immmagine lo colpì al cervello, come una
freccia: quello di Matilde nuda. La cosa lo spaventò
maggiormente, ora che si sentiva veramente intrappolato
nell'incantesimo dei richiami della carne più consoni alla sua
natura. Cercò di liberarsi da quell'insano incanto voltando la
testa: solo per trovarsi davanti la figura di Ferruccio da Padova
incatenato a una stalagmite che svettava più alta delle altre,
come se all'uomo fosse spettato quell'onore. Ferruccio era a torso
nudo. Angelo notò immediatamente grosse, orrende cicatrici che
gli deturpavano il corpo ancora muscoloso.
A un cenno di
Matilde gli armigeri afferrarono Angelo e lo portarono al cospetto
del prigioniero.
Solo allora il
ragazzo constatò che le cicatrici erano molto vecchie.
”Regali dei
Turchi, fanciullo! Potrei scrivere diverse date accanto a ogni
ferita. Subii il primo marchio all'età di dodici anni durante
l'assedio di Costantinopoli. Ero soltanto lo scudiero di mio padre,
ma mi trovavo ugualmente nel mezzo della mischia...”
Ferruccio ripensò
con dolore all'immagine che si portava come ricordo da tutta la vita:
quella del prode Bernardo Alberti, suo padre, trafitto dalla lancia
di un gianizzero col sottofondo di Costantinopoli in fiamme e i
soldati del corpo di spedizione veneziano e genovese che combattevano
fianco a fianco l'ultima disperata battaglia contro un nemico dalla
superiorità schiacciante. Bernardo aveva sempre servito
Venezia con le sue armi. Aveva combattuto a Maclodio contro i
Milanesi nel '32. Per anni aveva descritto a suo figlio Milanesi e
Genovesi come i nemici naturali di Venezia.
Ironia della sorte
prima di cadere aveva combattuto spalla a spalla a un fante della
Superba.
Lo stesso fante
aveva difeso fino all'ultimo il giovane Ferruccio facendogli
scudo col proprio corpo. Grazie al sacrificio di questi, il
colpo di lancia, dell'Ottomano invece di trafiggergli il cuore
l'aveva colpito al costato. Mai avrebbe dimenticato il volto del
coraggioso soldato. Assomigliava molto al fornaio dell'angolo della
calle dove lui era scresciuto a Venezia.
E quel ricordo
sarebbe stato per tempo l'unico conforto allorchè sulla nave
stipata di profughi lui aveva avuto soltanto un desiderio: vendetta,
l'unico sentimento più forte di quello della perdita del
genitore. Due anni dopo si era arruolato nella marina militare della
Serenissima. Un'unica bramosia dava valore alla sua vita: uccidere
turchi. Dopo anni e innumerevoli ferite e con sangue ottomano sulla
coscienza, si era reso conto che la morte di qualche giannizzero non
avrebbe tanto danneggiato il colossale impero quanto la fuga di
importanti informazioni e segreti. Con la copertura di attività
di mercante, Ferruccio era diventato spione. Scoperto dopo anni di
attività, era stato torturato con marchi a fuoco e deportato a
bordo di un vascello per essere impalato di fronte al Sultano in
persona. Il naviglio però era stato abbordato da una nave da
guerra della Repubblica di Genova e lui era stato liberato. Ancora
una volta doveva la vita ai Genovesi. Tornato in patria, Ferruccio
aveva deciso che il conto con l'Impero Ottomano era stato pagato.
Durante la sua attivitá di spia aveva conosciuto tanta brava
gente tra i Turchi e i Genovesi l'avevano salvato per ben due volte.
Aveva imparato che l'odio non portava a nulla. Con la maturità
aveva concluso che sarebbe stata ora di costruire qualcosa invece di
distruggere. E l'avrebbe fatto in memoria a suo padre. Durante la sua
permanenza in seno all'Impero del Sultano aveva imparato tante cose
della civiltà orientale e aveva compreso la missione storica
di quel nuovo impero, che sotto altra forma rinnovava quella del
Califfato. Era giunto alla conclusione che ogni popolo aveva una
missione tutta sua. I Turchi avevano la loro, seppur in opposizione
all'Occidente cristiano, in Europa la Francia ne aveva un'altra e la
Spagna un'altra ancora. E così via. All'Italia spettava quella
di dare sapienza e cultura. Ma la civiltà della Rinascenza e
dell'Umanesimo sarebbe stata effimera se non fosse stata accompagnata
a un unità politica. Che
differenza passava tra Veneziani e Genovesi che per secoli si erano
guerreggiati? Appartenevano alla medesima stirpe e parlavano bene o
male lo stesso idioma.
Ferruccio
aveva cominciato a coronare un sogno: che Veneziani e Genovesi
vivessero in armonia sotto lo stesso vessillo insieme ad altri
Italiani. Altrimenti il rischio di nuove invasioni barbariche
avrebbe messo a repentaglio tutto quel tesoro culturale.
Ironia della sorte,
ora che Matilde stava tramando per costruire un Impero Veneziano
unificando l'Italia, lui si trovava ora fiero avversario a quel
progetto. Il sogno stava diventando un incubo.
Matilde del
Fioretto guardava Ferruccio, umiliato, incatenato, un leone
prigioniero. Aveva quasi pietà di lui.
I ricordi le
sovvennero. Lo rivide baldo e forte nell'attimo in cui lui era
entrato nella sua vita.
Rivide se stessa,
dodicenne a Firenze un attimo dopo che la sua famiglia e la compagnia
teatrale della quale ella era la giovane speranza, massacrata dagli
sgherri dei Medici. Due scagnozzi l'avevano già sollevata e si
accingevano a gettarla giù dal balcone del palazzo. Ricordò
di aver invocato l'angelo custode. Come se qualcuno dall'alto
l'avesse udita si era sentita presa al volo mentre già vedeva
la strada sottostante minacciosa. Il forte braccio di Ferruccio
l'aveva tenuta stretta mentre con quello libero incrociava la spada
con gli sgherri medicei.
Ricordò
sangue, una corsa attraverso i corridoi del palazzo, una cavalcata
nella notte, una nave veneziana che la portava in salvo, ma per
sempre lontana dalla sua Firenze che non avrebbe mai più
veduto. Amata e odiata Firenze. Il suo sogno di conquistarla stava
ora per avverandosi, dopo anni. La sua nuova patria e quella vecchia
avrebbero entro non molto fatto parte di un unico Stato.
La sua sete di
vendetta sarebbe stata placata. La visione delle truppe veneziane che
marciavano tra le vie di Firenze conquistata era il vino che
l'avrebbe resa ebbra, la medicina che avrebbe placato la sua
malattia. Matilde odiava essere
dipendente da quella specie di soffiata di effimero senso di
benessere. Nella sua posizione lei avrebbe dovuto mantenere il
controllo dei propri impulsi. Invece ogni onta, ogni sconfitta
richiedevano un compenso sotto forma di sofferenza di chi l'aveva
offesa. Ne aveva bisogno, come gli avvinazzati del
rosso succo di Bacco. Era la
sua debolezza, che mal si confaceva con il suo mestiere di
spia. Doveva per forza prendersi delle rivincite a ogni smacco
subito. Firenze l'aveva minacciata. Firenze avrebbe pagato. Lo stesso
valeva per il suo vecchio salvatore, Ferruccio. Le si era messo
contro, inutile contrattempo e ostacolo al suo grande sogno. Matilde
non avrebbe avuto pace finchè non l'avesse visto morire,
soffrendo. Non fisicamente: Ferruccio doveva morire ucciso da
qualcuno che lui amava. L'apoteosi della sofferenza dell'anima un
attimo prima di esalare l'ultimo respiro.Voleva sentirlo piangere per
il dolore morale. Solo allora il suo bisogno sarebbe stato
soddisfatto. Quell'insania era più forte di lei stessa.
Nonostante dovesse la vita a quel vecchio leone, che aveva resistito
ai marchi di ferro rovente inflittigli dai Turchi. Un uomo così
non era facile a piegare. Ma quando il boia è una persona che
si ama, ci si sente come Cesare davanti al pugnale di Bruto...
Ferruccio l'aveva
delusa. Sapeva che mai egli avrebbe aderito alla sua santa causa. Ma
quel tradimento non se l'aspettava. Il suo vecchio maestro doveva
pagare. Prima di morire avrebbe dovuto rendersi conto che era in
procinto di essere ucciso dalla persona che lui aveva allevato e
istruito nelle arti di cui era maestro. Matilde afferrò il
pugnale affilato e si diresse spedita verso Ferruccio...
Angelo sentì
la mano di Matilde del Fioretto mentre gli metteva in mano un
coltello.
I fumi della droga
lo fecero reagire con lentezza. Ma non appena la voce suadente della
signora cominciò a sussurrargli nell'orecchio alcune parole,
fu come se lui non fosse stato più in grado di controllare i
movimenti del proprio corpo.
”Uccidi
colui che ti ha preso in apprendistato.Uccidi il tuo maestro. Dio lo
vuole, io lo voglio.
Al cuore.
Colpisci al cuore. Ma prima guardalo negli occhi. Ricorda ciò
che è stato tra di noi...”
La mano di Angelo,
ormai in mano alla volontà altrui si alzò. Come un
pugno in viso, l'immagine di sé stesso nudo durante un
amplesso con Matilde riaffiorò da profondo dei propri ricordi,
insieme a quella della sua mano che pugnalava Ferruccio, come se
avesse già compiuto quei misfatti.
I sogni. Non erano
stati sogni! Ma come aveva potuto uccidere Ferruccio giorni addietro,
se l'uomo gli stava ancora davanti, spavaldo. E l'amplesso con quella
strega? Come aveva potuto desiderarla?
La sua mano si
fermò a mezz'aria. Forse era ancora padrone della propria
volontà.
Non poteva
ottemperare a quell'ordine. Ferruccio non era mai stato suo
maestro. Non poteva ubbidire. Fu come se l'effetto dei fumi
diminuisse di intensità e i ricordi affiorati assumessero le
vere proporzioni. Aveva sì pugnalato qualcuno, ma si era
trattato di un altro uomo che assomigliava a Ferruccio. Ricordava che
la sua vittima aveva lo sguardo vacuo della persona poco
intelligente. Il poveraccio era stato usato come prova. E ricordava
anche che la donna con cui lui aveva copulato aveva il corpo di
un'adolescente e che il suo viso era coperto da una maschera. La cosa
non diminuì il suo senso di colpa: aveva ucciso un uomo e si
era accoppiato con una giovane donzella tradendo Silvana. Loretta
Manesi di sicuro; Matilde non si sarebbe mai sporcata col corpo di un
villano. Un'ignobile trucco per piegare la sua volontà.
Si ribellò e
gettò il pugnale per terra.
”Basta!!”
Uccidetemi pure, ma non mi farete compiere questo misfatto!!
Matilde lo guardò
indignata e delusa. Come se per la prima volta avesse fallito in una
missione.
Furente ordinò:
”Guardiani!! Incatenate costui alla stalagmite!”
Il giovane sapeva
ormai quale sorte gli sarebbe stata riservata...
Gli armigeri fecero
per obbedire all'ordine allorchè si udì un tumulto
fuori della stanza. La porta venne aperta all'improvviso e un
Guardiano fece la sua entrata. L'uomo stringeva in mano una corda, al
capo opposto della quale erano legate le mani di una giovane
fanciulla prigioniera che l'armato si trascinava dietro.
Con orrore Angelo
riconobbe Silvana.
Non potè
fare a meno di urlare: ”Amore mio cosa ti hanno fatto? Cosa fai
qui?”
Ebbe il coraggio di
urlare a tutti: ”Maledetti bastardi! Se le avete torto un
capello, possiate bruciare all'Inferno per l'eternità”
Ma i suoi improperi
vennero coperti dalle proteste e dai lazzi di un'altra ragazza nelle
stesse condizioni di Silvana che era entrata in scena attraverso la
porta trascinata a viva forza da una coetanea, la quale faticava a
tenerla a bada, come se questa fosse stata una cagna recalcitrante e
ribelle alla padrona.
Con sua grande
sorpresa Angelo riconobbe la seconda prigioniera: era Loretta
Manesi.
L'altra ragazza che
faticava ad avere ragione di lei era anch'essa un volto conosciuto:
la fanciulla pallida dall'aria timida e riservata, Agnese, che ora
però vestiva abiti eleganti dello stesso stile di quelli di
Matilde nel palazzo. Ancora una volta Angelo dovette riconoscere di
aver sbagliato tutto e di non aver capito niente.
Loretta
recalcitrante nonostante le mani legate davanti, sputò in viso
ad Agnese. L'altra fu costretta a tirare l'altro capo della corda con
entrambe le mani per farla entrare nella stanza a fatica. Lo sforzo
fu così grande che il pallido volto di Agnese divenne
paonazzo. Infine le due sentinelle all'esterno richiusero la pesante
porta.
Fu allora che
l'urlo disperato di Ferruccio coprì le imprecazioni di
Loretta, le minacce di Angelo e il mormorio dei guardiani:
”No!
Maledizione no! Loretta stupida dilettante! Ti sei fatta scoprire
come una principiante!Ti rendi conto che è finita. Siamo
perduti. È la fine della Repubblica. Hai rovinato tutto!”
Sul viso arcigno di
Matilde si dischiuse una mezzaluna di sorriso. Solo ora che
finalmente vedeva l'imperturbabile Ferruccio crollare e disperarsi,
parve assaporate il gusto della vittoria.
La
disperazione di Ferruccio era soltanto espressa più ad alta
voce di quella di Angelo, il quale vide rosso. Era troppo.
Avrebbe difeso Silvana fino alla morte. No, forse non era un
pusilanime quando si trattava di difendere la sua amata. Vide il
pugnale che lui aveva appena gettato per terra e si buttò nel
tentativo di raccoglierlo: avrebbe tenuto a bada quei guerrieri e
avrebbe fatto da scudo col proprio corpo a Silvana. Ma le sue
cavalleresche intenzioni andarono in fumo. Un piede che vestiva uno
stivale speronato si pose sulla lama del coltello prima che lui fosse
in grado di raccoglierlo. Altre braccia lo immobilizzarono
togliendogli quell'ultima occasione di comportarsi da eroe.
Il volto di Matilde
ritornò arcigno dopo quell'effimero sprazzo di gioia. Fissò
Angelo con i suoi neri occhi che sprizzavano ira al calor bianco. La
bocca si piegò in una smorfia di disprezzo e si aprì
pronunciando parole avvelenate:
”Stupido,
rozzo villico; per te ho sprecato prezioso tempo, costoso hashish,
la vita di un vecchio rimbambito oltre al corpo della mia fedele
novizia, credendoti un abile spione. Ora vedo che non sei neppure in
grado di proteggere te stesso nè la tua donna.”
Indicò la
fanciulla dai neri capelli tenuta a bada dal Guardiano.
”Silvana,
presumo. Povera te, hai tentato di venire in suo soccorso; questo
omuncolo non ti merita.
Bene, vi farete
compagnia all'Inferno. Abbiamo sprecato troppo tempo. Guardiani,
preparatevi a passare a fil di spada il traditore, la sua spia, il
mezzo uomo e la sua cagna. Togliamoceli di torno e cominciamo ad
occuparci di cose più importanti. La Storia ci attende...”
Fu allora che
Ferruccio, nonostante le lacrime gli scendessero abbondanti
trasformando le rughe del suo viso in ruscelli, parve riprendere la
sua dignità pronunciando le sue ultime parole davanti alla
morte imminente.
”Ebbene sia!
Accetto il mio amaro destino. Ironia della sorte, dopo aver rischiato
tante volte di morire per mano dei Turchi, la vita mi verrà
tolta da chi serve Venezia, seppure nel modo sbagliato.
Ma non sia che io
muoia in disgrazia e col marchio del tradimento. Vogliate ascoltarmi
prima di togliermi l'esistenza. Anche tu giovane sfortunato.
Le lettere
destinate ai sovrani di Francia, Spagna, Imperatore e Sultano erano
un trucco. Non era mia intenzione farle giungere a destinazione. Mai
avrei potuto svelare i segreti di Venezia a potenze straniere.”
Matilde lo guardò
incuriosita e stupita.
Ferruccio proseguì:
”Da tempo
sorpettavo che tu tramassi qualcosa, Matilde e che avessi un covo, un
nascondiglio da qualche parte. Sparivi troppo spesso dal palazzo e
troppo spesso strane epistole venivano affidate a corrieri volanti su
ornitotteri. La mia annosa esperienza mi fece temere che tu tramassi
contro il governo. L'unico modo per scoprire l'ubicazione dei tuoi
alloggi segreti era farmi accusare di tradimento, arrestare e
lasciare una traccia per il mio agente segreto , il solo di cui
potessi fidarmi, l'unica persona della quale tu ignoravi l'identità.
Credi davvero che
fosse mia intenzione buttarmi col rallentacadute? L'unico proposito
di quel teatrale tentativo di fuga era di poter spargere della
polvere colorante bianca nascosta sotto la giubba, nel serbatoio
dell'acqua per l'architronico. Il getto di vapore, trasformato in
acqua biancastra caduta in basso, lascia una traccia ben visibile
sull'erba verde. Loretta avrebbe dovuto seguirla e arrivare fino al
tuo nascondiglio, allo scopo di scoprire chi fossero i tuoi complici
e infine liberarmi.
Ci aspettavamo una
casetta, una cascina in cima ai monti e un pugno di congiurati. Mai
ci si sarebbe immaginato un esercito segreto in un così grande
labirinto sotterraneo.”
Infine, rivolto a
Loretta
”Perdonami
per averti offeso. Hai fatto del tuo meglio, mia cara. Ma ti sei
trovata davanti un ostacolo troppo più grande del previsto.”
Ferruccio volse lo
sguardo verso Angelo:
”E grazie
anche a te per avermi facilitato il compito, accusandomi. Anche tu o
giovane hai fatto del tuo meglio per servire la Repubblica credendomi
un traditore. Non ti serbo rancore. Mi spiace soltanto che anche tu
finisca la tua breve vita in questa dimora di talpe. Tu che ami gli
spazi e il volo.
Avresti un giorno
potuto divenire un abile areonauta.
E ora avanti,
Matilde dai l'ordine a questi residui dei secoli scorsi di finirmi.
Tra un attimo vedrete come sa morire un fedele servitore del Leone di
San Marco! Viva Venezia!”
Matilde del
Fioretto avvertì il purtroppo ben noto senso di malessere
prendere il sopravvento.
Irrazionale, come
la pazzia. In quel momento ella avrebbe dovuto gioire per il trionfo:
la vera spia
del morituro
Ferruccio era stata scoperta e catturata, e per un colpo di fortuna
anche la fidanzata del villico intruso. Il segreto di quella valle
era quindi al sicuro.
Invece no.
Ferruccio aveva svelato la beffa, l'inganno nel quale ella era
cascata, dando un sapore di sconfitta alla sua vittoria. La logica le
gridava che sarebbe stata ora di dedicarsi al proseguimento del piano
che avrebbe cambiato la faccia dell'Italia. Il tempo stringeva eppure
ella non avrebbe potuto assaporare il trionfo se non avesse lavato
quell'onta. Purtroppo era troppo tardi per iniziare il processo di
persuasione usato con Angelo per costringere Loretta ad uccidere
Ferruccio. La cosa avrebbe richiesto troppi giorni. Invece lei sapeva
che era soltanto questione di ore e la profezia si sarebbe avverata.
Non ci sarebbe stato posto per piccole debolezze personali allora.
Poteva fare soltanto una cosa per ridare a Ferruccio il senso di
disperazione di pochi attimi prima e che quella quercia d'uomo si era
levato di dosso riacquistando quella sua maledettissima dignità
anche davanti
alla morte.
Risoluta, raccolse da terra il pugnale che Angelo aveva invano
tentato di afferrare e si diresse verso Loretta. L'avrebbe sgozzata
davanti agli occhi di Ferruccio, l'avrebbe veduto soffrire, piangere
e supplicare per la vita di lei. Infine avrebbe lei stessa piantato
la lama nel cuore del vecchio, riuscendo laddove i Turchi avevano
fallito. Avrebbe completato l'opera facendo la medesima cosa con
quella Silvana davanti agli occhi di quello stupido montanaro che si
era preso gioco di lei.
Matilde si avvicinò
a Loretta e si accinse ad afferrarle la bruna chioma per tirarle la
testa indietro e tagliarle la gola....
continua alla prossima puntata...
Per la precedente puntata de Le ali del Leone clicca qui.