Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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Fantastico Impegno (...il mio, s'intende!)
Intorno al Treno degli Dei di China Miéville

Che faticaccia!
Lo ammetto: mi è costato parecchio arrivare in fondo a questo romanzo. Avete presente quando cominciate un libro e arrivate a pagina 50 irritandovi ogni dieci righe con un autore che sembra rammentarvi a ogni pié sospinto di essere più acculturato, intelligente e brillante di voi? Ebbene, la barriera per me, ne Il treno degli dei, è stata proprio questa. Finché non ho finito di imbufalirmi per l'evidente mancanza di low profile di China Miéville e sono andato oltre, mettendomi bene in testa che i periodi lunghi, la sovrabbondanza di aggettivi, dettagli e incisi, insomma, tutto ciò che fa di questo romanzo un tomo da 620 pagine, anziché essere un di più era in realtà una ricchezza.Compiuta quest'opera di autentica violenza su me stesso, e ricordato che anni fa, ma con meno fatica, ero stato costretto alla stessa determinazione da La storia di Elsa Morante, ho cominciato a godermi un romanzo assolutamente unico, anzitutto come genere. Siamo in pieno fantasy, con tanto di incantesimi, golem ed elementali, ma attenzione: ne Il treno degli dei non troverete né gli elfi, né gli orchi del Signore degli Anelli. Dovrete accontentarvi di misteriosi uomini anfibi, uomini-cactus e Rifatti che ricordano più i mech di sterlinghiana memoria che creature da Dungeons and Dragons. Quindi, l'ambientazione: domina su tutto la metropoli di New Crobuzon, molto simile alla Londra dell'Ottocento: qui vanno in scena drammi politico-sociali e tensioni del tutto simili a ciò che si sarebbe potuto trovare nell'Inghilterra dickensiana. Nella New Crobuzon immaginata da Miéville, la fantastica Perdido Street Station - al centro di un altro e precedente romanzo - sfida le leggi della fisica, proprio come i taumaturghi e gli incantatori mettono in discussione le regole del mondo reale. In modo del tutto simile chi in questa metropoli vive da subordinato - i Rifatti in primo luogo, ma anche i semplici lavoratori - comincia a mettere in discussione leggi in apparenza inviolabili, come ad esempio porre le proprie capacità naturali e magiche a disposizione di un capitalista visionario, Weather Wrightby, curioso personaggio in bilico fra i tycoon dei treni del Vecchio West e il Saruman del Signore degli Anelli. Wrightby sta realizzando una grande ferrovia attraverso il continente, e sfrutta la manodopera proprio come Saruman sfruttava goblin e orchi per creare macchine da guerra e guerrieri invincibili. Peggio, Wrightby, proprio come alcuni despoti moderni, è convinto di avere ragione, e quindi è animato dal furore della propria causa. Si arriva inevitabilmente alla rottura. La contestazione viaggia dapprima sotterranea sulle colonne di un foglio, il Runagate Rampart, poi al di là della legge, attraverso l'operato di banditi organizzati, e quindi esplode lungo le rotaie di quello che diventerà il Concilio di Ferro - di qui il titolo originale del romanzo, The Iron Council - il treno di cui si impadroniscono gli operai di Wrightby. In realtà non si limitano a impadronirsene, ma lo dirottano, iniziando una fuga epica attraverso un paesaggio irreale. Fuga dalla Milizia di New Crobuzon e creazione di un'alternativa politica e sociale al regime della grande città, in cui il ritorno sarà tuttavia inevitabile. La rivoluzione torna sempre sui suoi passi, ovviamente per farsi schiacciare dai suoi stessi figli. Fin qui la trama, né andrò oltre: il romanzo è una vera e propria saga epico-fantasy, condita sapientemente con spezie che sanno di steampunk e romanzo impegnato: quando per esempio le prostitute al seguito del treno smettono di elargire gratis i propri favori sembra di leggere Dickens; la stessa impressione coglie in altri punti, quando New Crobuzon si anima e mostra dei bassifondi simili a quelli delle grandi capitali delle ferriere britanniche dell'Ottocento. In Miéville non troviamo tuttavia solo tracce della narrativa sociale britannica; il lettore attento si imbatterà anche nelle donne d'assalto di Emile Zola. Così l'impressione di trovarsi di fronte a un emulo fantasy del romanzo romantico realista sarà completa, come anche l'ossimoro, mettere insieme cronaca e immaginazione. Nello stesso tempo, Il treno degli dei tratteggia la massificazione del lavoro di oggi, sempre più ripetitivo e pesante e pare alludere alla globalizzazione, alla precarizzazione selvaggia. Insomma, un romanzo-manifesto, dove non a caso il treno diventa simbolo anarchico di rivolta organizzata e dunque di alternativa alla schiavitù: si smontano le vecchie rotaie e si rimontano in qualsiasi direzione si voglia: alla rivoluzione occorre sì libertà, ma anche disciplina, nella dicotomia tipica del radicalismo del Novecento. Un'utopia destinata a fallire? Non importa, e non è detto. Una nota a parte meritano i personaggi de Il Treno degli dei. Spiccano i due uomini, Cutter e il polemista Judah, colui che darà l'impronta decisiva alla cavalcata eroica del Concilio di Ferro. Judah è riuscito nel tempo a sviluppare l'incredibile capacità di creare creature artificiali, golem, appunto, da qualsiasi sostanza esistente, dalla terra, all'aria, alla carne, ad altro. Proiezioni della propria aggressività, ma anche della propria volontà di cambiamento e del desiderio di salvare dalla morte coloro a cui tiene. Cutter in particolar modo: tra i due, Miéville imbastisce una dolcissima relazione omosessuale; un aspetto, quest'ultimo, tra i più rilevanti di un libro dalle molte scelte coraggiose. Meno riusciti, decisamente, i personaggi femminili. Un capitolo a parte meriterebbe la lunghezza del romanzo. Come già detto, 620 pagine sono decisamente tante, forse troppe. La vicenda, nonostante i tre piani paralleli che poi si risolvono in modo classico nell'inevitabile finale, avrebbe meritato in certe parti un po' più di ritmo, una soluzione che il trentaquattrenne scrittore di Norwich ha preferito sacrificare all'effetto -affresco. Un'epopea nostalgica, dunque, da gustare senza alcun pregiudizio, né contro i manifesti socio-politici, né contro la scrittura un po' blasé.