Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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La fantascienza (italiana) che vorrei - 1 - Il silenzio

  • Alessandro Vietti nasce nel 1969 a Genova dove tuttora risiede. Laureato in Ingegneria Elettrotecnica, lavora nel settore dell'automazione industriale e si occupa di letteratura fantastica e divulgazione scientifica. Storico collaboratore delle fanzine Delos e Il corriere della fantascienza, attualmente è collaboratore di Delos Books sia per quanto riguarda il portale Fantascienza.com per il quale cura la sezione Contact dedicata alla divulgazione scientifica, sia per il trimestrale Robot. Suoi articoli sono apparsi anche sui mensili scientifici Coelum Astronomia e Le Stelle. Vietti è oggi una delle più interessanti realtà della letteratura fantascientifica italiana. Nasce come scrittore con l'Editrice Nord, che gli pubblica due romanzi a distanza di tre anni, Cyberworld nel 1996 e Il codice dell'invasore nel 1999. Questo è il primo di cinque articoli che Vietti ha deciso di scrivere sul tema del dibattito intorno alla fanatscienza italiana.

    Permettetemi di andare dritto al sodo prendendo lo spunto da un aneddoto. Correva l’autunno dell’anno 1999 e nei bassifondi di una fumetteria di Torino mi trovavo a presentare il mio secondo romanzo, intitolato “Il codice dell’invasore”. Fu allora che, per una fortunata circostanza del caso, giacché spesso le presentazioni di libri per loro natura prendono la strada del monolgo autoincensante, quella volta la presentazione invece finì per trasformarsi in un vivace dibattito e dal botta e risposta emerse a un certo punto la voce di una ragazza. Non ricordo chi fosse. Di certo non era una del “giro”. Insomma, non era una mia amica e non l’avevo pagata! A volerla dire tutta non le avevo offerto nemmeno un caffè, né lo feci dopo, anche se forse a posteriori avrei dovuto. Insomma, non l’avevo mai vista prima d’ora e il suo intervento non era preparato. Ad ogni modo, a un certo punto la ragazza alzò la mano, prese la parola e disse qualcosa del tipo: A me il romanzo è piaciuto.” E io, tra me e me, Fiuuu, meno male! Dopodiché la tipa aggiunse: “Sembrava scritto da un americano e penso sia anche per questo che mi è piaciuto.” Uh-oh… Ecco, ricordo che a questo punto calò il silenzio. Non durò molto. Anzi, se l’argomento di discussione fosse l’ultimo rigore inesistente concesso alla Juventus probabilmente nessuno avrebbe notato quella frazione di tempo di suoni mancanti, di respiri trattenuti, di indecisioni, di cuori un poco accelerati. Di imbarazzo? Ebbene, senza saperlo, la ragazza aveva imboccato uno dei discorsi più spinosi mai apparsi sul palcoscenico ideologico della fantascienza italiana e, manco a dirlo, uno dei numerosi problemi mai risolti. Eppure è un elemento che la dice lunga sulla fantascienza italiana e sul modo in cui essa è stata considerata dalla maggioranza degli addetti ai lavori nel corso di vent’anni o forse più. Ma a questo ci arriveremo più avanti. Perché per farlo prima ho bisogno di fare un passo ancora un po’ più indietro, senza peraltro avere alcuna pretesa di essere risolutivo. Del resto in queste diatribe non esiste mai chi ha ragione o chi ha torto, bensì solo chi la pensa in un certo modo. In queste cose la ragione la da’ la storia e per ora la storia della cultura letteraria e dell’editoria italiana dell’ultimo mezzo secolo da’ torto alla fantascienza italiana in generale. Insomma, tentare di spiegare perché storicamente la fantascienza italiana abbia sempre fatto cilecca è cosa ardua e, soprattutto, è il risultato del disegno di un puzzle fatto di tante impressioni per lo più soggettive. Quindi non ho la presunzione di dire le cose come stanno, bensì semplicemente le cose come le vedo io, che bene o male nella fantascienza italiana ci sguazzo da almeno un decennio. Dunque partiamo dall’interrogativo principe di ogni discussione sulla fantascienza italiana: perché la fantascienza italiana non ingrana? A dire il vero, se io fossi semplicemente uno del grande pubblico, e non uno che, come detto poco fa, da dieci anni vede lo spettacolo da dietro le quinte, la domanda che mi porrei sarebbe leggermente diversa, ovvero: perché la fantascienza italiana non esiste? E’ inutile che spieghi che le due domande in questione sono due facce di una medesima medaglia, figlie l’una dell’altra. Vediamo dunque di analizzarle un po’ partendo dalla prima, quella riservata al lato della medaglia dedicato agli autori e alle loro opere. E per fare questo vorrei partire dall’opinione di Stefano Trucco che, su queste stesse pagine ha preso lo spunto da un’antologia edita nel 1972 nella collana Galassia per tratteggiare un breve profilo della fantascienza italiana con un’analisi delle sue “patologie” fondamentali, analisi che mi sento di condividere. Quello che forse Trucco non dice esplicitamente, o lascia comunque impresso tra le righe, è che la fantascienza italiana (e con essa i suoi autori) ha sovente preteso troppo da se stessa senza averne prima sviluppato basi stilistiche e letterarie coerenti e, a valle di ciò, senza essersi dunque costruita e consolidata prima di tutto una credibilità pubblica presso lettori ed editori, con tutto quello che questo significa. Al contrario, nutrita da una fortissima tradizione culturale umanistica, la fantascienza italiana ha fin da subito inseguito l’ideale della letteratura alta, intellettuale, sperimentale, inciampandosi nel paludoso limbo di uno stile improprio che non aveva l’esperienza e il coraggio per confrontarsi a viso aperto con una letteratura “di genere”, e di temi impropri che, per presunzione o per una genuina (ma quasi sempre malriposta) voglia di andare oltre, cercavano di innalzare a tutti i costi il livello della narrativa, ma non avevano sviluppato gli strumenti per farlo con successo. Con il risultato, da un lato, di mancare sempre il bersaglio del pubblico, che invece voleva (e vuole) innanzitutto letteratura “di genere”, popolare, di avventura, di evasione, e per questo si rivolgeva (e si rivolge) ai più pragmatici (vogliamo dire “umili”?) scrittori anglofoni. Dall’altro di dare l’impressione all’esterno di essersi rinchiusa in una élite incompresa e autonoma, di cui il mondo esterno non ha mai sentito il bisogno, forse perché è sempre stata lei stessa a non aver mai sentito il bisogno del mondo esterno. Ma ciò che, a mio avviso, più di ogni altra cosa ha condizionato l’insuccesso cronico della fantascienza italiana, per usare una metafora automobilistica, è il fatto che essa ha cominciato mettendosi a guidare la Ferrari senza aver imparato prima ad andare in giro in Cinquecento. E si è schiantata al primo giro. E qui torna in ballo la ragazza della fumetteria, ma di questo ne parliamo la prossima volta.

    (1-continua)

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