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La fantascienza (italiana) che vorrei - 4 - L'identità
Alessandro Vietti nasce nel 1969 a Genova dove tuttora risiede.
Laureato in Ingegneria Elettrotecnica, lavora nel settore dell'automazione industriale
e si occupa di letteratura fantastica e divulgazione scientifica. Storico collaboratore
delle fanzine Delos e Il corriere della fantascienza, attualmente è collaboratore di
Delos Books sia per quanto riguarda il portale
Fantascienza.com per il quale cura
la sezione Contact dedicata alla divulgazione scientifica, sia per il trimestrale
Robot. Suoi articoli sono apparsi anche sui mensili scientifici Coelum Astronomia e
Le Stelle. Vietti è oggi una delle più interessanti realtà della letteratura
fantascientifica italiana. Nasce come scrittore con l'Editrice Nord, che gli pubblica
due romanzi a distanza di tre anni, Cyberworld nel 1996 e Il codice dell'invasore nel
1999. Questo è il quarto di cinque articoli che Vietti ha deciso di scrivere per The Uchronicles sul tema
del dibattito intorno alla fanatscienza italiana.
Prima cosa. Restiamo nell'ambito del Premio Urania e facciamo qualche osservazione. Dal 1989 a oggi ci sono state diciassette
edizioni con altrettanti vincitori. Ebbene, se consideriamo i soggetti dei romanzi pubblicati, quelli che si inseriscono nel
filone fanta-temporal-ucronico-storico sono ben otto, ovvero quasi la metà. Pensate sia un caso? Dal punto di vista statistico
questo potrebbe significare solo che circa poco meno della metà dei partecipanti, nel corso degli anni, ha proposto romanzi
fanta-temporal-ucronico-storici, ma in tutta franchezza mi sembra un tantino difficile. Pertanto viene legittimo il sospetto
che, ove possibile, la determinazione del vincitore segua un criterio diverso dalla semplice casualità dettata dal miglior
romanzo che giunge alla redazione. In altre parole, a guardare i risultati viene da pensare che ci sia dietro una scelta,
apparentemente consapevole e ostinata, da parte di Urania, di voler incanalare la fantascienza italiana per forza verso
questo tipo di tematiche. Sia chiaro: quest'affermazione non vuole insinuare in nessun modo che dietro alla gestione del
Premio ci siano manovre poco trasparenti, però il dubbio che ci sia dietro invece un semplice criterio editoriale
"privilegiante", applicato per lo meno dove e quando sia stato possibile, viene. Inutile sottolineare che tale criterio
(se esiste) sarebbe da inquadrare in quello che potremmo chiamare "paradigma Evangelisti" e che innanzitutto, secondo
una logica conseguenza, partendo dal suo famoso capostipite, stabilirebbe che in Italia funzionano i romanzi
fantastico-storici "alla Eymerich" e pertanto si dovrebbe cercare, se possibile, di privilegiare quelli, giacché sono
quelli maggiormente apprezzati dai lettori o almeno quelli riguardo ai quali i lettori si fidano di più degli autori
italiani. Ma è vero questo? Oppure, come penso io, funziona meglio solo Eymerich, perché è "Eymerich"? E dal canto loro
quello che i lettori vogliono è semplicemente un buon romanzo da leggere e un buon autore che sia sinonimo di garanzia di qualità, un autore di cui "fidarsi"? Ma c'è di più. Perché seguendo questo criterio "privilegiante" si ha la netta
sensazione che Urania persegua una sorta di missione per portare alla costituzione di un'identità nazionale del fantastico
italiano proprio nell'ambito dell'ucronia o del racconto fanta-storico, nell'assurda convinzione che questa sia l'unica
strada possibile per il fantastico italiano. Ma dover per quanto possibile cercare storie di questo tipo, rischiando
l’effetto brutta copia, o la sensazione di ripetizione e deja vu, pensate sia davvero una strategia vincente per il
fantastico italiano presso il grande pubblico? O non si rischia invece così la disaffezione generale, non solo verso
quei particolari soggetti narrativi, ma anche verso tutto il movimento, tarpandogli le ali e rischiando di ricacciarlo
nel limbo e di farlo regredire sempre di più?
Ovviamente questi possono benissimo anche essere solo miei esercizi di fantasia, ipotesi del tutto campate per aria, anche
perché a ben vedere non ha alcun senso cercare di attribuire forzosamente un’identità tematica alla fantascienza italiana,
semplicemente perché l'identità di un intero movimento letterario, che non è altro che il movimento letterario stesso,
non può essere fondata attraverso una strategia alla Risiko, ma può nascere solo spontaneamente, trovando un terreno
fertile, autoalimentandosi e sviluppandosi grazie a singoli autori capaci di imporre sempre di più e sempre meglio i
"propri" temi, la "propria" identità e la "propria" personalità letteraria presso il pubblico, con gli editori che, a
loro volta lungimiranti, dovrebbero aiutarli a fare questo, consapevoli che, se ci guadagnano gli autori, ci guadagnano
pure loro. E' solo così che, col tempo, si potrebbe costruire l’immagine pubblica di una fantascienza italiana, ovvero
della sua legittimazione e della sua esistenza. Quindi se qualcuno volesse farlo a tavolino sarebbe solo un Don
Chisciotte senza speranza. Ma riflettendoci, in fondo questa storia dell'identità non ha nemmeno molta importanza.
Anzi non ne ha affatto. Perché quello che è importante è fare in modo che i romanzi davvero belli abbiano la
possibilità di essere pubblicati in maniera visibile al grande pubblico e che i loro autori siano sinceramente
valorizzati e sostenuti. E quanto più gli editori sono importanti e quindi visibili al grande pubblico, tanto
più hanno in carico la responsabilità di questo. Pensate sia una chimera? Forse sì e forse no. In primis saranno
gli autori a doversi fare in quattro per dimostrare agli editori che è possibile. E a loro volta gli editori
dovranno avere il coraggio imprenditoriale di credere e scommettere su di loro. Se ognuno farà la sua parte,
con onestà, umiltà e impegno, il resto verrà da sé, identità compresa.
E qui giungiamo al secondo aspetto che volevo fare osservare, un elemento che a mio avviso purtroppo finisce per
condizionare in maniera non trascurabile gli autori italiani di genere: il mercato. Proprio qualche giorno fa con un
amico si parlava di Stephen King e, a tale riguardo, lui mi rivolgeva la seguente domanda: "Ma se King fosse nato in
Italia, avrebbe avuto lo stesso successo?" La mia risposta, ovviamente, è stata che "Stefano Re" non avrebbe mai raggiunto
le vette di King, e questo soprattutto perché il mercato editoriale di lingua inglese è astronomicamente più vasto di
quello italiano e ciò permette ad autori giovani particolarmente dotati di vivere con la scrittura anche già a partire
dal primo romanzo pubblicato (senza contare la presenza di Hollywood e quindi la possibilità di trasposizioni
cinematografiche che fanno la fortuna di molti autori americani "popolari", vedi proprio King, ma anche Grisham,
Follett, Crichton...). E dunque se, non solo sei dotato, ma hai anche la possibilità di dedicarti fin da subito a
tempo pieno all'attività della scrittura, c'è da scommettere che la tua produzione ne risentirà positiviamente sia
in quantità che in qualità, innescando così molto più facilmente una spirale virtuosa che ti porterà a migliorare e
a maturare sempre più il tuo scrivere, affermandoti sempre di più. Se per contro, pur con tutta la passione di cui
sei capace, sei costretto a scrivere nei ritagli di tempo libero, di notte, al mattino presto, magari combattendo la
stanchezza a colpi di caffè, c'è da giurare che, anche se hai talento, molto difficilmente riuscirai ad andare
oltre a un certo livello (e qui non stavamo parlando di un livello qualsiasi, ma del livello di King!). Ma su
questo nessuno ci può fare proprio un bel niente e quello che dunque resta da fare agli autori è solo rimboccarsi
ben bene le maniche. Eppure da una parte sembra che la fantascienza sia bell'e morta e quindi che ci sia ben poco
da sbattersi per sperare di rianimarla. Ma dall'altro ci sono anche molte cose che sono cambiate negli ultimi vent'anni, proprio nel rapporto della gente (ovvero dei lettori) con le materie che storicamente
hanno sempre funzionato da catalizzatori del genere fantascientifico: scienza e tecnologia. E paradossalmente proprio
da questi cambiamenti potrebbe venire la speranza che ancora non tutto è perduto. Alla prossima puntata. L'ultima, lo giuro.
(4-continua)
I primi tre articoli di Alessandro Vietti sono reperibili in Archivio e a queste url:
1 , 2
e 3