Vi ricordate i colori raffinati ma non aggressivi, la prosa pacata ed elegante? Torna su The Uchronicles Guido Benvenuto,
ma presentandoci stavolta un lato narrativo che non conoscevamo, quello del mistero e del fantastico. Ed è una rivelazione. Il "principe"
delle riprese RAI ci propone stavolta un quadro tanto idilliaco quanto inquietante. In realtà l'avevamo sempre saputo che dietro
alla sua apparente natura placida e contemplativa il nostro autore nascondeva un aspetto dionisiaco. Godetevelo in quello che
mi auguro sia il primo di una lunga serie di racconti che lasciano il lettore spiazzato...
“Duemilioni e duecentomila lire”, mi diceva guardando due gelosie dal verde estenuato. ”Duemilioni e duecentomila lire, al mese,
tanto mi costano quelle due aperture che sembrano finestroni di un bastimento che scivola sul mare.
Però ne vale la pena. Ma dove la trovi una casa così? ”.
A poca distanza da S. Fruttuoso di Camogli passando con la barca si vedono, nella parete che strapiomba sul mare,
due persiane chiuse, una sopra l’altra, due piccoli piani su una facciata a righe bianche e nere, come quelle dell’Abbazia.
Si intravedono anche degli archi sopra le finestre, ma murati, come se prima ci fosse stata una loggia. Una arco di sopra e
uno di sotto, tra due pareti di roccia: ecco forse l’idea architettonica pensata da quell’antico costruttore. Magari solo
un riparo, una specie di bivacco in parete per meglio appartarsi, meditare e pregare. Ma non bastava allo scopo una cavità
naturale? No, l’uomo vuol sempre metterci qualcosa di suo, qualcosa che testimoni il suo passaggio, il suo intervento,
il suo esistere; e rimanere magari dopo millenni.
Una freccia incisa nella pietra, la forma di un capanno o di un’animale ucciso, come nelle incisioni rupestri della Val
Camonica. Oppure un buco, tanto da poterci mettere dei semi o qualcosa di vegetale e schiacciarlo fino a farne una poltiglia.
“Nooo!” - adesso penserete – “ci verrà a raccontare del basilico, dei pinoli … che gli studiosi hanno recentemente accertato
che il pesto si faceva già milioni di anni fa; che persino l’Uomo dei Balzi Rossi, dall’altra parte della Riviera, ci ha
lasciato delle tracce in tal senso”. No, volevo solo dire – ma poi mi sono evidentemente perso - che l’idea del mortaio
è un idea delle preistoria, perchè se noi ora dicendo mortaio subito pensiamo, e la nostra mente ce ne fornisce
un’immagine, a un pezzo di marmo con la forma di una ciotola abbastanza profonda e quindi un buco dentro dove pestare gli
ingredienti, il mortaio della preistoria era il buco! Era quella l’idea! Allora non c’era ancora la forma del mortaio,
ma tutto intorno a quel buco una roccia intera, addirittura una montagna o quantomeno, se volete, un grande masso.
Tornando alla nostra casa – perdonate la digressione - di questa, se mi sono spiegato, avrete capito che non si percepisce
né la grandezza né il volume, perché non si vedono i lati; e ricorda un po’ quelle costruzioni con muri fatti con mattoni
di terra che facevano i pellerossa nelle pareti dei canyons. Le ho viste un giorno tra l’Arizona e il Nevada, in un viaggio
lontano.
Una piccola facciata dunque, tesa come un fondale tra due quinte teatrali e, dimenticavo, un tetto d’ardesia con una falda
un po’ malconcia e forse una pezza di guaina catramata, come di solito si fa per rimandare i costosi lavori di rifacimento
delle coperture. Non ci sono altre descrizioni di quella casa, perché dentro non ho avuto modo di vederla; può darsi
in seguito, se ci saranno sviluppi di questa vicenda. Per dirla proprio tutta, ricordo che davanti a quella casina
essenziale si stendeva una piccola fascia curata, con un dito d’erba su cui era facile pensare di poter adagiare
un telo per asciugarsi al sole, dopo aver fatto il bagno. Una pianta cresceva legata allo stelo di una canna.
Le piccole foglie, già aperte come una manina, facevano immaginare, con gli anni, una grande albero di fico ombroso
e fruttuoso nella sua stagione. Forse v’erano anche, ridossati al muro, rosmarini e salvie con cui all’occorrenza
insaporire i pesci, arrostiti sulla graticola.
Penso che la ragazza abitasse sola in questo spicchio segreto e marino. Io vi arrivai forse nuotando o cercando patelle,
di scoglio in scoglio. Parlavamo piano seduti l’uno accanto all’altra, come due bagnanti o una coppia normale. Il mare
era in uno di quei giorni di calma, senza vento, senza quelle increspature che solitamente procurano il grande via vai
delle barche e dei vaporetti che costeggiano il Monte di Portofino. Sarebbe sembrato una lastra da camminarci sopra se
non fosse stato per quella matita di schiuma che bordava gli scogli e che faceva vedere che si trattava di un elemento
liquido e mobile. Io non ricordo l’argomento della nostra conversazione. L’unica cosa certa era quel riferimento ai
“duemilionieduecentomilalire”, e quelle poche parole che ho riferito all’inizio di questo resoconto.
E’ strano, nel ricordo possono riaffiorare le sensazioni; delle persone care ricordiamo l’aspetto, la casa, gli oggetti,
e noi insieme a loro in quel certo luogo. Forse anche un vestito, una cravatta o un tailleur, per le signore, ma le
parole no. Perchè la voce è la più difficile da ricordare. Ecco sì la voce: se pensiamo a una cosa che potrebbe subito
farci commuovere, a risentirla, è la voce. Quella sì, è persa per sempre.
Tornando a noi, ricordo perciò la situazione e quella insolita atmosfera. E se facessi uno sforzo persino le fattezze,
la carne di cui era fatta quella giovane incontrata per caso - certo mai incontrata prima - sebbene sia solito frequentare
quelle rive con il mio piccolo legno. Non ricordo certo i vestiti, perché non ve ne erano, almeno i suoi. Tuttavia mi è
nitido quel suo modo di stare col busto offerto ai raggi del sole e al mare, la schiena indietro, sorretta sulle braccia ,
le mani ben salde sugli scogli. Una gamba accavallata dalla mia parte impediva la visione del sesso, non per pudicizia, solo
con grande naturalezza, come si fa di solito quando si sta su uno scoglietto e si lascia penzolare una gamba dondolandola
nell’acqua, magari per ore, per abbassare la temperatura corporea o per trastullare il tempo. Si parlava fitto come quando
non si vorrebbe smettere mai. Ricordo abbastanza bene il suo volto regolare, il naso piccolo, gli occhi scuri – di questo
ne sono certo – ed i capelli neri e corti, privi di sfrontatezza o d’artificio, solo curati e pettinati. E il colorito
leggermente scuro, però non quello volgare prodotto dall’abbronzatura, ma naturale e uniforme.
La gamba sinistra, quella appunto che dondolava nell’acqua, catturò invece la mia attenzione e il mio stupore. La coscia
che poggiava sulla roccia era regolare, ben tornita e affusolata. Vi si avrebbe voluto appoggiare la mano, lungamente
carezzevole, a voler essere audaci. Un ginocchio perfetto che mi rammentava uno visto alle Tombe Medicee reso lucido
dalle frequenti mani turistiche. Appena sotto il ginocchio, però, la pelle cominciava a cambiare colore e nel giro di
pochi centimetri diventava marrone, rugosa e presuppongo ruvida come una corteccia d’albero. Voglio dirvi che, a ben
guardare insomma, la gamba al di sotto del ginocchio si trasformava in un tronco d’albero, immerso nell’acqua. Non si
creda tuttavia a una protesi, parlo proprio di un tronco d’albero e soprattutto d’una cosa viva che attingeva dall’acqua
il suo nutrimento. Anzi, a voler essere più precisi - e dovendo rispondere ad una eventuale domanda della Capitaneria
di Porto, se mi avessero interrogato - un cosiddetto “tronchetto della felicità”, immerso nell’acqua e nel cui
esiguo apparato radicale piccolissimi pesci facevano pastura. Avevo incontrato una creatura mezza animale e mezza
vegetale, che si nutriva d’acqua, d’aria e di luce. E quando mi venne incontro con le sue labbra - perché ci deve
essere un epilogo erotico - il suo bacio aveva la salmastra acquosità d’un ostrica appena dischiusa. Poi di
lei non seppi più nulla.