Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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Vite blindate

  • VITA QUOTIDIANA AI TEMPI DEL TRUSTED COMPUTING. Alessandro Bottoni, collaboratore del Punto Informatico, rivista sul web dal 1996, ci offre un racconto semiserio dal sapore fantascientifico ma che di fantastico ha ben poco. Ecco uno scenario che si apre già nei prossimi pochi anni con l avvento delle nuove tecnologie di blindatura




  • Abbiamo sviluppato tecnologie informatiche sempre più avanzate per renderci la vita più comoda. Perché dovremmo tornare indietro?

    Ma non dobbiamo tornare indietro! Dobbiamo soltanto andare avanti senza calpestare i diritti di nessuno, nè quelli delle aziende del settore nè quelli degli utenti.

    Esiste un sistema globale di controllo sulle nostre vite che passa attraverso i dati sensibili che forniamo su rete ogni volta che ci iscriviamo in un sito, o compriamo qualcosa?

    No, non esiste. Esistono aziende, come Doubleclick, che tracciano la nostra vita in rete. Esistono anche agenzie come NSA, la CIA e, molto più prosaicamente, il SISMI, il SISDE, la Polizia Postale, la Guardia di Finanza e la Digos che svolgono la loro attività anche sulla rete. Non esiste però un sistema globale di ascolto e controllo che cerchi di identificare e tracciare ogni singolo utente della rete, anche solo di quella italiana. Il motivo è semplice: non c'è nessun potenziale cliente per questo tipo di "servizio". A nessuno, nemmeno ai politici, interessa controllare la vita dell'uomo della strada. Ciò che interessa alle aziende è vendere prodotti e per fare questo hanno bisogno di informazioni commerciali, non di profili da KGB. Ciò che interessa ai politici è conquistare e mantenere il potere e per fare questo hanno bisogno di controllare ed influenzare la vita di persone potenti, come altri politici e grandi imprenditori. Del Signor Rossi, a questa gente non interessa nulla. Solo nelle dittature conclamate, come sono state la Grecia, l'Argentina, la Russia e l'Italia stessa negli anni passati, il potere ha interesse a controllare la vita personale del privato cittadino, chiunque esso sia. Solo in una dittatura è possibile una "regia" globale della sorveglianza come quella ipotizzata nella domanda. In questo momento solo la Cina ed alcuni altri paesi si trovano in questa situazione. L'Italia, l'Europa e l'intero Occidente non sono in una posizione così critica. I rischi per la nostra libertà e per la nostra riservatezza esistono, ma non sono questi.

    Puoi fare un esempio di catena viziosa, che dall'acquisto di qualcosa su rete possa arrivare al controllo della vita di chi compra?

    Uno degli elementi che rivela più informazioni sulla vita e sulla personalità di un individuo sono i suoi consumi culturali, cioè libri, DVD cinematografici, CD musicali, abbonamenti a siti web e giornali online. Quasi tutti i siti che forniscono uno o più di questi prodotti culturali sono clienti di Doubleclick. Questa azienda traccia il comportamento degli internauti per conto delle aziende clienti, usando i loro siti web come punti di raccolta delle informazioni. In un certo senso, Doubleclick agisce come agenzia di spionaggio globale per conto di una miriade di aziende. Le informazioni raccolte da questa aziende sono in grado di rivelare quasi tutto della vita e della personalità di una persona. Collegare questi dati ad un individuo, attraverso i dati da egli stesso forniti in qualche occasione o attraverso il suo contratto con l'ISP, è facile, almeno per l'ISP, la polizia e molti operatori di internet. A questo punto, la situazione è chiara, e dovrebbero essere chiare anche le conseguenze. Noi viviamo in un paese dove un ex-ministro in corsa per le elezioni a presidente di una regione non si è fatto il minimo scrupolo di assoldare un piccolo esercito di loschi figuri attraverso i quali ha acquistato informazioni sui suoi avversari politici dai principali fornitori di servizi telefonici del paese. Attraverso questi mercenari, ed attraverso dei sistemi digitali, questo ex-ministro ha persino messo in scena dei reati penali a danno dei suoi avversari politici. Noi viviamo in un paese dove si dà attivamente la caccia ai "pedopornografi" su Internet e dove è qualcun'altro a decidere cosa è un pedopornografo e cosa è semplicemente un Internauta. L'Italia è un paese a rischio per queste cose, come hanno già denunciato più volte le ONG che si occupano di diritti civili, di libertà di stampa e di democrazia. Ora rispondete onestamente: avete voi mai comprato un libro di barzellette sull'ex-presidente del consiglio nel periodo Aprile 2001 -> Aprile 2006? Se lo avete fatto, come avete dormito la notte nei mesi successivi?

    Il tema del peer-to-peer e della violazione dei diritti d'autore. Secondo te chi ha ragione? Chi si ingegna per non spendere o le società che dicono di difendere la proprietà artistica, oltre che i propri interessi?

    Partiamo da un punto fondamentale: non c'è niente di sbagliato nel riconoscere agli individui ed alle aziende il diritto di paternità sulle opere del loro ingegno ed i diritti di sfruttamento economico delle stesse. Quello che è sbagliato è il modo in cui questi diritti vengono stabiliti e difesi. Il primo errore consiste nella estensione logica e temporale di questi diritti. Tanto per capirci: i diritti d'autore di Gabriele D'Annunzio (morto il 1 marzo del 1938) e dei suoi eredi su "Il Piacere", scritto nel 1888 - 1889, scadranno solo nel 2008, cioè 70 anni dopo la morte dell'autore. Qui possiamo tranquillamente parlare di diritti feudali, non di diritto d'autore. Nello stesso modo, l'estensione logica del trademark che protegge le famose borse con le carte geografiche di Alviero Martini è tale che non è legalmente possibile produrre nemmeno un portafogli con la mappa della luna senza infrangere il suo copyright. Credo che si possa dire che questa legge non difende dei diritti ma crea piuttosto dei privilegi feudali. Il secondo errore consiste nel permettere alle aziende di stabilire le proprie leggi e di farle valere con la forza della tecnologia, senza alcun controllo. Già adesso, Microsoft può decidere cosa l'utente può "consumare", e cosa no, su un qualunque esemplare della sua XboX. Microsoft decide autonomamente, e senza alcun controllo, le sue leggi e le fa rispettare grazie alla forza di un Fritz Chip installato sulla XboX. Nessuno può legittimamente opporsi a questa sua prerogativa. Cosa succederà tra 5 o 10 anni, quando ci sarà un TPM su qualunque oggetto digitale e sarà il TCG a decidere cosa ognuno di noi potrà fare, o non fare, con questi dispositivi? Il terzo errore consiste nel considerare i diritti delle aziende molto più importanti dei diritti dei cittadini e dei clienti. Le aziende del recording arrivano persino a sentirsi in diritto di installare abusivamente dei rootkit sulle macchine dei clienti per difendere i propri interessi economici (Sony/BMG) ed i nostri governi sanno solo comminare loro una piccola multa. Dall'altra parte, fioriscono ovunque leggi che danno per scontato che ogni consumatore sia un delinquente, al punto che gli si impone di pagare una "compensazione" preventiva e incondizionata alle aziende del recording ogni volta che acquista un supporto vergine od un masterizzatore (il famigerato "Diritto di Levi"). Siamo quindi tutti delinquenti e le aziende, Vergini e Sante, sono autorizzate a difendersi da noi con ogni mezzo? I nostri diritti di consumatore possono essere annullati in questo modo in nome del business? Davvero è questo il mondo in cui noi tutti vogliamo vivere? Personalmente, credo che i diritti delle aziende siano già protetti oltre ogni ragionevole misura da contratti capestro sui quali il cliente non ha nessuna possibilità di intervento ed il cui rispetto viene imposto, giustamente, da schiere di magistrati e di poliziotti che sono pagati anche con i nostri soldi. L'autorizzazione ad usare sistemi DRM, soprattutto se basati su tecnologia Trusted Computing, mi sembra francamente pericolosa ed eccessiva. Autorizzare le aziende ad usare questi sistemi equivale a trasferire nelle loro mani una larga parte del potere di controllo che in ogni paese democratico deve essere invece nelle mani dello Stato. Per questo credo che il popolo dei pirati del P2P stia semplicemente mettendo in atto una forma di protesta del tutto comprensibile, forse persino legittima, nei confronti di un sopruso che non può essere tollerato a lungo in una società avanzata. Non dimentichiamo che ogni nostro diritto individuale, storicamente, prima di diventare tale è stato considerato per millenni un reato (a danno dei potenti di turno). La libertà dalla schiavitù, prima di essere riconosciuta come diritto fondamentale dell'individuo, è stata considerata per millenni un reato contro il patrimonio commesso ai danni del padrone dello schiavo, cioè qualcosa di simile ad un furto messo in atto dall'oggetto rubato. Per millenni, questa follia è sembrata una cosa del tutto logica e legittima. La "protesta" dei "pirati" è ancora più comprensibile se si tiene presente il fatto che le aziende del settore non difendono affatto gli interessi degli autori e degli esecutori (musicisti ed attori). Queste aziende difendono solo la propria posizione di privilegio, anche a danno degli autori e degli esecutori. Molti autori e molti esecutori hanno denunciato, e continuano a denunciare, ogni sorta di sopruso da parte delle loro case editrici, siano esse librarie, musicali o cinematografiche. Molti autori hanno preso apertamente posizione contro le case editrici, contro l'uso di sistemi DRM e contro l'uso delle denuncie contro i "pirati". Molti autori sono passati alla autoproduzione dei loro materiali sostenendo che le case editrici non forniscono più un servizio all'autore ed al consumatore, come dovrebbe essere, ma si interpongono semplicemente come mediatori passivi tra l'autore ed il suo pubblico per impossessarsi di gran parte dei guadagni. Questo sistema è talmente obsoleto e corrotto che nemmeno gli autori stessi ne sostengono più la validità. Per concludere, credo le nostre società ed i nostro governi debbano mandare un messaggio chiaro alle case editrici (musicali, cinematografiche e librarie): non è ammissibile che queste aziende vivano come parassiti facendo valere, a suon di battaglie legali e di sistemi DRM, dei privilegi feudali che sono ormai inaccettabili. Queste aziende devono andare sul mercato e confrontarsi con i loro concorrenti e con il loro pubblico sulla base di ciò che sanno produrre. Solo se torneranno ad essere il motore dello sviluppo culturale che erano un tempo, e che avrebbero dovuto sempre essere, potranno contare sull'appoggio delle nostre società e dei nostri governi.

    Secondo te tutti questi marchingegni di controllo potrebbero evolvere anche verso il cosiddetto "autoritarismo tecnologico", tipo votare via rete e partecipare sempre meno al processo reale di decisione che avviene in democrazia?

    Si, temo proprio che questa sia l'evoluzione naturale della situazione corrente. La tecnologia comincia adesso a fornire ai potenti di turno degli strumenti di controllo molto potenti e molto raffinati. Ad esempio, le elezioni USA del 2004, in cui ha vinto George W. Bush, sono state caratterizzate da un uso esteso, e privo di controllo, di sistemi di voto elettronico. In Florida, uno stato chiave per l'elezione del presidente, Jebb Bush, il fratello del presidente, ha autorizzato l'uso di sistemi che non permettevano nessun tipo di controllo e di verifica a posteriori. Le aziende (private) che hanno vinto gli appalti per gestire questi sistemi erano notoriamente molto vicine alla famiglia Bush. Di cos'altro c'è bisogno per suscitare nel cittadino un sano sospetto sulla validità di queste elezioni? Cosa potrebbe succedere se al prossimo turno fosse un uomo dell'estrema destra, incline a regolare le vecchie diatribe con l'europa a suon di bombe, a comprarsi la presidenza? La tecnologia, in senso lato, è uno strumento fondamentale della democrazia perchè è ciò che, in un modo o nell'altro (TV, Internet e via dicendo) fornisce l'accesso alle informazioni rilevanti. La tecnologia è anche ciò che, in un modo o nell'altro (schede di carta o penne USB) ci permette di dar luogo alle elezioni. La sua importanza per la democrazia è quindi evidente. Come lo sappiamo noi cittadini, lo sanno benissimo anche coloro che ambiscono a conquistare od a mantenere il potere. Per questo è impossibile parlare di tecnologia senza parlare anche di democrazia e di politica, sia quella con la P maiuscola che quella con la p minuscola.


    Se dovessi consigliare quali programmi usare, diresti il vecchio Bill Gates o Open Office?

    Da circa 5 anni uso solo Linux (e BSD) per tutte le applicazioni su cui ho potere decisionale. Nello stesso modo, uso solo OpenOffice, Mozilla Firefox e Mozilla Thunderbird. Ho fatto questa scelta perchè credo che il software in un certo modo rappresenti e condizioni il nostro modo di vivere e di pensare. Se permettiamo ad una azienda di decidere come dobbiamo leggere la posta o come dobbiamo navigare sul Web, indirettamente le permettiamo di decidere anche cosa dobbiamo abituarci a considerare "lecito" o "normale". Ad esempio, gli utenti Windows sono abituati a pensare che virus, pop-up, adware, spyware ed altri flagelli siano una cosa tutto sommato "normale", a cui ci si deve abituare, ma non è così: esistono da molti anni degli ambienti operativi in cui questi flagelli sono sostanzialmente sconosciuti. Esistono utenti che citerebbero in giudizio un fornitore che li trattasse come alcuni fornitori di software commerciale trattano queste persone. Il FLOSS (Free and/or Libre Open Source Software) non è "migliore" perchè è gratuito, perchè può essere modificato, perchè può essere verificato o perchè funziona meglio. Il FLOSS è "migliore" perchè non condiziona il mio modo di lavorare e di pensare. Anzi: si lascia condizionare da esso.


    L'opposizione alla schedatura elettronica globale, ammesso che esista, e che ci sia abbastanza gente per mettere insieme e verificare i dati, non è piuttosto una forma contemporanea di luddismo, un po' come un certo ambientalismo radicale? Oppure ci sono evoluzioni effettive che dovrebbero preoccuparci?

    La nostra specie, da sempre, vive nella eterna ricerca di un difficile rapporto tra sicurezza e libertà. Dobbiamo installare telecamere dovunque per evitare che ci brucino l'auto durante la notte ma abbiamo anche bisogno di spazi riservati all'interno dei quali poter vivere liberamente le nostre vite. Questo compromesso è sempre stato necessario. Non è una novità introdotta dalla tecnologia. La risposta a questa necessità, storicamente, è sempre stata quella di una chiara separazione dei contesti: in casa nostra facciamo quello che ci pare, in strada e nella vita pubblica siamo soggetti ai controlli ed alle leggi che ne regolano l'esistenza. Le comunicazioni tra noi ed i nostri partner negli affari sono quasi sempre soggette a controllo pubblico (spesso vengono messe nere su bianco e depositate presso un notaio). Le comunicazioni tra noi e nostra moglie sono e devono restare affari nostri. Anche oggi è possibile questa separazione dei contesti. Non c'è niente di male nel piazzare telecamere di sorveglianza nelle strade (sempre che siano prive di sistema di riconoscimento dei volti e altri sistemi biometrici) perchè le strade sono, quasi per definizione, il luogo della vita pubblica. C'è invece qualcosa di profondamente sbagliato nel pretendere di identificare e tracciare le persone riprese da quelle telecamere. La loro identità e la loro vita personale non può e non ci deve interessare, almeno finchè queste persone non rappresentano per noi un rischio evidente. Solo quando si sta cercando un delinquente già noto, o si cerca una persona che potrebbe mettere in atto un crimine entro poco tempo, ci si può sentire legittimati a identificare e tracciare le persone. In ogni caso, non ha nessun senso, ed è quindi chiaramente illegale, identificare indiscriminatamente tutte le persone che passano per strada e seguire i loro movimenti. Solo un criminale od un sospettato può essere trattato in questo modo. In una società civile, si cerca di prevenire e di contrastare i reati, non le persone. Le tecnologie necessarie per impedire ad un aereo di schiantarsi contro un palazzo, qualunque cosa ne pensi il pilota, erano già disponibili negli anni '50, senza che ci fosse alcun bisogno di sapere chi pilotava l'aereo e quali fossero le sue motivazioni politiche o religiose. Le tecnologie necessarie per impedire che qualcuno si infiltri abusivamente su una rete informatica esistono dagli anni '70, senza alcun bisogno di sapere chi sia l'hacker ed a quale setta islamica appartenga. Oltre a questo, esiste da sempre un robusto apparato di polizia e di intelligence in ogni paese che può intervenire all'occorrenza con indagini mirate. Non c'è nessun bisogno di identificare ogni singolo cittadino di una nazione, di identificare e tracciare tutti coloro che attraversano una frontiera o di ascoltare le telefonate di milioni di persone per prevenire attacchi terroristici o altri tipi di reati. Esistono da anni le tecnologie in grado di prevenire questi reati senza invadere la sfera privata delle persone. Pensare che si possa o, peggio, si debba, rinunciare ancora ad un altro po' della nostra già limitata libertà per avere appena un po' più di sicurezza è francamente un atteggiamento infantile che danneggia sia noi stessi, come individui, che l'intera società in cui viviamo.

    Bibliografia essenziale:

    Graham Meikle, Disobbedienza Civile Elettronica, Apogeo 2004

    Pekka Himanen, L'etica Hacker, Feltrinelli 2001

    Philip K. Dick, Minority Report ed altri racconti, Fanucci 2002

    Rajan - Zingales, Salvare il capitalismo dai capitalisti, Einaudi 2004

    Jean Ziegler, La privatizzazione del mondo, Net 2005

    Vandana Shiva, Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli 2001

    Carlo Gubitosa, Elogio della pirateria, http://copydown.inventati.org/media/elogio_della_pirateria-carlo_gubitosa.pdf

    Pratkanis - Aronson, Psicologia delle comunicazioni di massa, Il mulino 2000


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