Vittorio Catani (Lecce, 1940), funzionario di banca in pensione, vive e lavora a Bari. Dal 1962 scrive saggistica e narrativa, soprattutto di genere fantastico e fantascientifico. Questo è il suo contributo al dibattito in
corso su The Uchronicles intorno alla fantascienza italiana.
Quando Giampietro Stocco mi ha invitato a scrivere qualcosa sulla fantascienza italiana ne sono stato lusingato, e tuttavia –
ripensandoci – mi sono accorto che improvvisamente, e forse per la prima volta in vita mia, non trovavo nulla da dire su
questo argomento. Cioè nulla che non fosse stato già detto da altri (o anche da me stesso) su altre pagine o nella lista di
fantascienza. Detto e ripetuto. Dei “come” e dei “perché” della fantascienza italiana si discute ormai da 55 anni, e
purtroppo gli argomenti sono sempre gli stessi: esiste, non esiste; è valida, non lo è; può competere con quella
anglosassone, non può competere; ha (deve avere) una sua “personalità”, non ce l’ha (non è necessario che ce l’abbia);
oppure: la questione non esiste perché “basta che la storia sia buona” (il che è però un eludere l’argomento, oltre che
una tautologia). Magari, più “personali” sarebbero – in sostituzione di riflessioni sulla fantascienza italiana –
le biografie di chi (scrittore, saggista, curatore, editore, artista, organizzatore di eventi o di convention,
traduttore e così via) abbia cercato negli anni, talora nei decenni, di scavarsi una propria nicchia: come ci sia
riuscito, perché abbia insistito, quali paradisi o inferni abbia attraversato, che conclusioni tragga. Dico “biografie”
perché, a parte le questioni puramente “tecniche” della fantascienza in sé, in queste “confessioni” emergerebbe
il risvolto umano, sempre degno di interesse e sempre vario. E tuttavia ho il sospetto che queste narrazioni
sarebbero, a parte rare eccezioni, la storia, con leggere varianti, di una corsa disputata su un nastro di Moebius.
E allora?
Allora, ciò che mi sento di dire (non pretendo d’essere originale, lo premettevo in esordio) è questo: anzitutto
la fantascienza italiana esiste. Se è vero che dai primi anni ’50 a oggi sono stati scritti e pubblicati, soprattutto
in edizioni di piccole case editrici e/o su centinaia di fzine, migliaia di racconti e anche moltissimi romanzi, non
si può razionalmente negare che esista una fantascienza italiana.
Però il grosso dei lettori, e perfino dei lettori di fantascienza, ignora la fantascienza di casa nostra e anzi sa
soltanto (forse) di Valerio Evangelisti, che d’altronde autore "puro" di fantascienza non è (ne' tale ama essere
considerato). E se questa fantascienza quasi nessuno la conosce, è quasi come se non esistesse. Un libro “esiste”
solo in quanto “letto”.
Domanda: quale delle due considerazioni è valida? Ai voi indovinare. Ricchi premi per i vincitori.
Sui perché di questo stallo quasi secolare (e certamente semi-secolare) si sono sprecati fiumi di inchiostro e di bit.
Si sono accusati anzitutto gli autori. Gli scrittori italiani non hanno mai saputo scrivere una fantascienza che
convincesse il pubblico. Che lo entusiasmasse. Gli Ufo (Ufi?) non atterrano a Lucca. Gli scrittori italiani, in genere,
non hanno il ritmo degli anglosassoni, non sanno costruire le storie, non sono capaci di amalgamare aspetti dell’
immaginario tecnologico con le vicende dei personaggi, hanno sfondi di cartone, si parlano addosso, commettono errori
scientifici, eludono la scienza virando sul fantastico, la fucina dell’immaginario tecnologico sono da sempre gli Usa
con la loro ricerca, scienza e tecnologia all’avanguardia, gli autori nostrani non hanno idee davvero originali eccetera
eccetera eccetera.
Si sono accusati gli editori. Hanno avuto la grave colpa d’aver guardato esclusivamente a una fantascienza di stampo
anglosassone. Hanno cercato di ottenerla dai nostri scrittori: faccenda che, all’esame dei fatti, ha davvero funzionato
in casi rarissimi. E’ ben strano che si volesse ricavare un ricalco di moduli stranieri e non si investisse in un
miglioramento di quel po’ d’accettabile che già alcuni producevano, lasciando perdere i modelli precostituiti. E così via.
Si e' accusato il pubblico dei lettori. Gente con il paraocchi, che quando sente nominare la fantascienza diviene
schiava di un cliché per cui è incapace di apprezzare una narrativa diversa da quella made in Usa, anche se scritta
in modo serio e valido. D’altro canto non si spiega diversamente, per esempio, il fatto che un Aldani (fin dall’inizio
il più “americano” dei nostri autori, pur restando incontestabilmente italianissimo) sia rimasto – di fatto – ignorato,
benché stimatissimo (ma sempre all’interno d’una ristretta cerchia).
E’ stato accusato il Dio Mercato. Il mercato dell’editoria fa i capricci (capricci che però sovente sono solo il
riflesso dei capricci personali e momentanei dei curatori, o di coloro che dall’alto fanno cadere le direttive editoriali;
per cui si può dire che in Italia ogni direttore di collana o curatore o insomma chiunque sieda nella stanza dei bottoni,
ha una sua personale e inamovibile convinzione di cosa debba essere “davvero” la fantascienza). E quindi, accade che
si voglia una fantascienza “all’americana”. Che si scarti a priori una fantascienza “contaminata” col mainstream,
perché non si saprebbe in quale collana pubblicarla. I romanzi brevi sono a loro volta incollocabili, quasi per
definizione. Poi si vuole sempre all’americana, ma che sia cyberpunk. Poi il cyberpunk ha rotto le scatole.
Comunque si vuole sempre il romanzo: il racconto, mai. Si incoraggiano i cicli. Poi – mutamento repentino di rotta
– né cicli né romanzi lunghi: via i romanzi troppo lunghi, vanno bene le 150, massimo 200 pagine.
A un certo punto (sembra un miracolo) va bene il romanzo lungo, ma (ahiahi) solo se fantathriller.
Beccatevi questa. Insomma, la fantascienza dev’essere contrabbandata, deve nascondersi, non più mostrarsi
in primo piano. Perfino il vituperato mix di fantascienza e mainstream va bene: purché la fantascienza (ovviamente)
sia in secondo piano, quasi invisibile. Un lettore deve leggere fantascienza, ma senza saperlo, senza che se
ne scriva sulla IV di copertina. Una “spruzzatina” solamente, discreta: come l’origano sull’insalata.
E via dicendo.
Suppongo di essere addirittura banale se affermo che in un contesto incerto e nevrotico come questo non possa mai
nascere né una fantascienza italiana né altro.
L’esempio che porto è il solito, ma vale sempre: in Francia, nei paesi di lingua spagnola, in Germania, il mercato
ha tranquillamente accettato gli autori locali (e posso dire, per averne letti alcuni a suo tempo, che erano
davvero orrendi) e oggi questi Paesi si
vantano di possedere una buona se non eccellente narrativa di fantascienza. Spesso molto,
molto diversa da quella americana, ma la cosa non fa svenire nessuno.
Credo (ma sono dichiaratamente di parte, in quanto scrittore) che per certe cose occorrano: realismo, buonsenso,
spazio per chi manifesti buone qualità; e soprattutto è necessaria una “continuità di intenti”, oltre che una competenza
a 360 gradi. Occorre anche rischiare, e questo in effetti non è facile. Come pure occorre che agli autori non vadano
le briciole: il denaro non fa la felicità ma fa il pranzo e cena. Alla domanda: “Cos’è per lei l’ispirazione”,
il compositore americano di canzoni (bellissime) Cole Porter rispondeva: “Una telefonata del mio impresario”.
Ho finito.
Come il lettore avrà verificato, avevo ben poco di nuovo da dire.
Nondimeno, a mio avviso personalissimo in Italia – checché se ne pensi – restano alcune opere che io, personalmente,
considero validissime, talora capolavori, almeno quanto quelli americani, specie nel genere "racconto".
Il resto – per citare Mina ma anche Lafferty – son solo “parole, parole, parole”...