Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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Fuori dai cliché

  • Milena Debenedetti è nata nel '57 ad Albisola, vicino a Savona, città dove vive. E' laureata in chimica, ha lavorato per quasi vent'anni come ricercatrice in una industria fotografica, mentre ora si occupa di redazione testi, oltre che di varie altre attività, più o meno collegate a Internet, di cui è una veterana, nonché delle sue grandi passioni: scrivere e coltivare l'orto. E' sposata e ha una figlia adolescente. Da sempre appassionata di fantascienza e fantastico, oltre che di fumetti, musica rock, cinema, è arrivata spesso in finale con i suoi racconti in vari premi letterari, come il Courmayeur, di cui ha vinto nel 1996 la sezione fantasy, il Cristalli Sognanti, vinto nel 2000, l'Alien, il Lovecraft, il Premio Italia, il Galassia città di Piacenza, vinto nel 2005. Ha pubblicato, oltre che su diversi siti in rete, in antologie cartacee di autori vari, per la Keltia editrice, la Garden editoriale, per Delosbooks, su Alia di LibriNuovi, su Strane Storie della Pavesio, per Dario Flaccovio in una antologia al femminile. Per quanto riguarda i romanzi, finora è andata vicino alla pubblicazione con alcune opere di fantascienza; una in particolare è arrivata due volte in finale al Premio Urania. Il dominio della regola è il suo primo romanzo fantasy.

    Milena, tu nasci autrice di fantascienza, perché questa virata verso il fantasy?

  • Più che una virata direi una "convergenza al centro". Mi spiego meglio: anche se ho iniziato leggendo, e poi scrivendo, soprattutto fantascienza, al contrario di molti appassionati del genere fs non ho preclusioni, anzi, le cose che preferisco stanno nelle terre di mezzo (non in senso tolkieniano): apprezzo le contaminazioni, gli autori e le opere non totalmente classificabili. Non impazzisco per la hard-sf, tranne Asimov e Clarke, e neanche per il fantasy più classico, con poche eccezioni, come ad esempio l'heroic fantasy del Conan di Howard: uno che, vivaddio, tira delle sacrosante mazzate, come dice Lippi, e poi sono storie con una ambientazione stupenda. Di solito preferisco parlare di fantastico e basta. Anzi, tutta la pignoleria sulle definizioni, da molti perseguita con accanimento, mi stupisce sempre. Posso capire le distinzioni macroscopiche, a grandi linee, ma in generale non sento il bisogno di questa catalogazione maniacale. Se un libro mi interessa, mi piace, non sento subito il bisogno di appiccicargli cartellini. Viceversa, se non mi va e non mi dice niente, non c'è genere preferito che tenga. E così pure quando scrivo, mi preoccupo di scrivere qualcosa che mi piacerebbe leggere, non di dove collocarlo. Detesto altresì (era una vita che sognavo di dire altresì) le semplificazioni tipo fantasy escapista-fantascienza impegnata, fantasy di destra-fantascienza di sinistra, e così via. Il genere è il mezzo con cui ti esprimi, ma le cose che vuoi dire rimangono tue. Forse alcuni generi si prestano di più ad esprimere certe idee e concezioni del mondo e delle persone, altri meno: ma non in modo totalitario. Un po' come quando si dice ( o si diceva, ora un po' meno per fortuna) Internet uguale pedofilia. Internet è il mezzo, un mezzo molto efficiente. Come lo usiamo, dipende da noi. Altra definizione che non amo, fantasy roba da donne, fantascienza da uomini: questo, lo ammetto, in una visione di bastiancontrarismo femminista mi ha impedito per molto tempo di avvicinarmi al fantasy, sia come lettrice, sia come scrittrice. Poi, dopo che in molti mi dicevano che il mio modo di scrivere si sarebbe adattato al fantasy, e dopo aver vinto un concorso con il primo racconto fantasy che avessi scritto, ho avuto l'idea per questo romanzo e ho cominciato a scriverlo, senza pormi troppi problemi ma seguendo un'idea.

    Il tuo però è un fantasy peculiare. Parlacene un po'.

    All'inizio, proprio perché avevo letto poca fantasy, avevo la mente sgombra e seguivo idee personali, senza farmi influenzare dagli stereotipi. Anche se mai e poi mai avrei la presunzione di dire: "volevo uscire dagli schemi","volevo rinnovare il genere" o cose così. Poi mi sono accorta di come qualcuno dei canoni tipici si stesse infilando da solo, poco alla volta, nella narrazione. Era inevitabile, del resto. Qualcuno, credo Orson Scott Card, ha detto che non esistono più di una quindicina di trame classiche, e che tutta la letteratura del mondo non fa altro che variazioni sul tema. Diciamo che non ci sono draghi, orchi, elfi o altri elementi simili. C'è la magia, anche se rimane abbastanza sullo sfondo. La maggior parte di cose "strane" avviene grazie all'uso di droghe misteriose. Il mondo che descrivo è sì medioevaleggiante, ma con molte caratteristiche particolari, tipo una certa uguaglianza tra uomini e donne, non esibita, non eclatante, ma data per scontata. Per " non esibita" intendo che non ci sono guerriere nerborute, ma neppure languide femmine svenevoli. Ci sono personaggi, casualmente maschi o femmine secondo esigenze, con qualche caratteristica caratteriale del sesso di appartenenza. E poi, nonostante sia un mondo cupo e rigido per altri versi, non c'è alcun tipo di restrizione riguardante la sessualità, nessuna ossessione in merito, grazie anche alla presenza di contraccettivi naturali.

    Venendo al tuo stile, a me viene in mente Serge Brussolo.

    Oddio, allora sono messa male… i lettori di fantascienza italiani mediamente detestano quell'autore. A parte gli scherzi, non saprei: di suo ho letto solo qualche recente libro per ragazzi, troppo poco per giudicare. In passato qualcuno mi aveva paragonato, bontà sua, a Marion Zimmer Bradley. Un'autrice che tra l'altro non mi piace.

    Mi riferivo in realtà al Brussolo dei Pellegrini delle tenebre e della Prigioniera dell'Inverno, recentemente pubblicati dalla Nord e secondo me tra i più bei romanzi di ambientazione vicina al fantasy dell'ultimo periodo. Scuri e tutti d'un pezzo, molto simili a mio avviso al tuo modo di scrivere.

    Non li ho letti, anche se adesso mi fai venire la curiosità. Comunque, mi piace essere "scura e tutta d'un pezzo" :: in passato mi era capitato di scrivere storie volutamente cupe, aspre, e di sentirmele definire "pervase da delicatezza e sensibilità femminile". Ora, è una bella frustrazione per un autore essere fraintesi così; un po' come quando ti arrabbi e nessuno ti prende sul serio.

    Quali sono i tuoi altri modelli, se ne hai?

    Tutto quello che ho letto nel corso del tempo, e che mi è piaciuto, ha influenzato di volta in volta il mio stile e il mio modo di scrivere in genere: dagli scrittori di avventura, come Jack London, a grandi autori come la Yourcenar, ai giallisti come Stout o Simenon o Chandler, a quelli di fantascienza come Asimov all'inizio ( sì, lo so, è considerato un riferimento banale, ma perché fare la snob e negare la sua importanza?) e poi Bradbury, Russell, Simak, Herbert di Dune, Sturgeon… e qui mi fermo, perché la fantascienza più recente non mi prende altrettanto nel profondo, né il cyberpunk, né (anatema!) lo stesso Dick, né altri. Colpa mia, forse, che non ho cercato abbastanza, o sfortuna nel non azzeccare gli autori e i titoli giusti, sono convinta che qualcosa di interessante ci sia senz'altro. Per esempio, su consiglio del grande Alessandro Vietti, ho letto Hyperion di Simmons e mi è piaciuto parecchio. Continuerò a cercare. Però spesso mi scoraggio perché leggo lavori che sembrano scritti con un occhio all'editore e alle sue specifiche di mercato, e l'altro alle scuole di scrittura, con personaggi e trame dosati con il bilancino. Magari opere equilibrate, magari formalmente impeccabili, ma niente anima, niente impronta dell'autore, scorrono come acqua senza lasciare traccia. Come nel cinema, se il meccanismo funziona ma capisco il trucco non mi diverto, vuol dire che l'illusione non è riuscita. Se non mi perdo nello schermo o nelle pagine, se continuo a rimanere presente a me stessa e al mondo intorno, non c'è magia, non c'è emozione né del cuore né della mente.

    Il fatto che tu citi i canti di Hyperion mi invita a nozze: ho amato da impazzire la figura dello Shrike, quel senso di inevitabilità quasi metafisico. Poi si scopre che è una creazione artificiale. Questo ci dice qualcosa, no?

    Certo, la sua presenza silenziosa e ineluttabile è la pura essenza dell'horror; mi ricorda i miei peggiori incubi notturni. Un'invenzione affascinante, forte e originale, il vero protagonista, secondo me: e la sua artificialità, pur dandogli a un certo punto una prospettiva tutta diversa, non toglie niente, anzi, suggerisce nuove riflessioni e nuovi richiami ad altre opere e creature significative. E' il vero Golem del futuro.

    So che sei un'appassionata di rock. Se posso azzardare, nel tuo libro ci vedo molta new wave scura, diciamo da Bauhaus a Joy Division. Sono fuori strada?

    Sei perfettamente in carreggiata, hai centrato il bersaglio. Anzi, sono lusingata che si colga l'analogia dalle pagine. Quella è la musica che preferisco, anche se i miei familiari sono altamente perplessi dal fatto che per rilassarmi ascolti i Joy Division o la colonna sonora del Corvo. Mi piacciono le contaminazioni con altre forme d'arte, ho scritto un racconto dedicato a Jeff Buckley, un altro ispirato a un quadro di Max Ernst.

    Be', anche io ho pasteggiato assai con quel tipo di musica in passato, e ancora adesso, se penso per esempio a qualcosa di coinvolgente, romantico e tirato, mi viene in mente Cascades di Siouxsie, e se vogliamo proprio rovinarci, Decades dei Joy Division, anche se è un brano molto diverso. Senti musica mentre scrivi?

    No, adesso no, non riesco più. Molti e molti anni fa, quando scrivevo su una vecchia lettera 32 con accanto un bicchierino di whisky o una birra scura (fa molto scrittore maledetto, no?) ascoltavo appunto musica punk o rock new wave e tutto l'insieme mi rilassava tantissimo.

    Come si organizza uno scrittore? Quando è che scrivi? Prendi appunti, ti svegli nel cuore della notte e prendi nota, sei ordinata, caotica? Racconta un po' la giornata-tipo della scrittrice-Debenedetti all'opera.

    Diciamo che le ispirazioni serali o notturne sono belle, lucidamente nitide, ma poi ti tolgono il sonno e ti riducono in nevrosi. Per cui cerco di evitare. Scrivo preferibilmente di pomeriggio, da sempre. Lo schema ce l'ho nella mente, prendo appunti solo per ricordarmi i nomi strani che invento e che magari mi serviranno dopo un po'. Per questo romanzo, ho persino disegnato la classica cartina dei luoghi! Lo scrivere è un processo strano, per me: devo avere l'idea già bella formata, non posso partire quando ho un'ispirazione iniziale e basta, se no il racconto non vedrà mai la luce. Per i romanzi, almeno sapere come inizia, qualche scena a metà e, assolutamente, la fine. Mi vedo le scene nella mente come un film, con gli ambienti, e i personaggi che si muovono e parlano. Vado per ordine: non potrei mai partire da una scena a caso, o saltare un pezzo. Per questo romanzo, mi ero incartata su una scena di battaglia e, dato anche il poco tempo che avevo allora, il lavoro è rimasto fermo per anni. In compenso, quando l'idea è compiuta, anche se ci vuole un grosso sforzo creativo, e di idee non è poi che me ne vengano moltissime, il resto, lo scrivere, viene quasi da sé, e non richiede in genere particolari revisioni.

    Quanto ha contato, se ha contato, la tua formazione professionale in quello che scrivi?

    Poco. Forse mi ha dato un po' più di logica e concretezza, mi ha sfrondato via un bel po' di fumosa retorica letteraria del liceo, ma di per sé non ci sono molti richiami alla chimica, alla scienza, in quello che scrivo, visto che preferisco la fantascienza umanistica. Anche se in questo romanzo, se vogliamo, paradossalmente, proprio in un fantasy, qualche riferimento c'è.

    Torniamo al tuo libro. A me è piaciuto da morire il personaggio di Arenio. Sei affezionata a qualcuno i particolare dei tuoi caratteri?

    Guarda, se mi dici che ti piace Arenio mi fai felice. E', voleva anche essere, il mio preferito. Mi spiego meglio: ho sempre avuto un po' di fisse femministe, qualcuno mi accusava di mettere al centro dei romanzi eroine improbabili o troppo simili a me, un punto di vista distorto, troppo femminile… Non che questo sia un male in assoluto, dico io: quante storie al maschile mi sono dovuta leggere e subire, nella mia vita? Ma siccome questo è un mondo di uomini e pare che noi donne ci si debba sempre giustificare per qualcosa (un po' come la sinistra), e siccome, in senso più pratico, molti lettori sono uomini e non potevo inimicarmeli a priori, sbuffano e si annoiano sennò, sono male abituati, e siccome, sì, dopotutto non è neppure logico rispondere a tante forzature maschiliste con una al contrario, per tutta questa serie di motivi e per cercare di maturare un po' letterariamente, ho voluto evitare la solita trappola dell'identificazione-automatica, e ho voluto che il vero protagonista della storia fosse lui; anche se in realtà rimane un po' defilato rispetto ad Alimar, è lui, per me, il vero centro di tutto, e mi assomiglia anche un pochino. Alimar ha molti aspetti che non mi appartengono, per fortuna. Insomma, ho cercato di evitare di porgere il fianco a un certo tipo di critiche. E poi, la sfida, il gioco di cercare di cambiare, mi attirava. Che non significa svendersi: non penso di aver tradito le mie idee, ma solo di averle rese più accettabili.

    Il dominio della regola parla di un mondo dove logica - la regola - e magia sono in contrasto, e alla fine il regolamento di conti appare, diciamo così, rimandato. Stai preparando un seguito?

    L'idea rimane sempre aperta, solletica sempre un autore. Ma non mi piacciono i cicli smisurati, e poi preferisco essere realista: se mai quello che scrivo dovesse piacere, se ci fosse un potenziale mercato, si vedrà. Per il momento, rimugino idee, che è poi la parte più importante.

    Un romanzo, il tuo, che ha avuto una gestazione lunga. Come mai?

    Spesso l'ho interrotto, per mancanza di tempo o problemi di lavoro o per scrivere altre cose. Poi, c'è stata la "crisi-battaglia" di cui parlavo sopra, e che ho dovuto superare. Poi, da quando l'ho sottoposto a Viviani quando ancora era alla Nord, fino all'attuale pubblicazione con Delosbooks, ci sono state diverse revisioni. Una per eliminare tutta una storia parallela nel nostro mondo, che, a detta di Viviani e a posteriori penso con ragione, era una complicazione eccessiva e non necessaria, le altre per sfrondare e ridurre a termini accettabili. Buffo aver affrontato un processo che è il contrario di ciò che fa di solito il fantasy, e cioè dilatare e allungare a dismisura.

    Stai preparando qualcosa a breve termine?

    Forse un racconto, che mi sta girando in testa. Per quanto riguarda i romanzi, prima mi piacerebbe rimetter mano con nuove idee a storie vecchie, tipo una cosa che stava quasi per essere pubblicata da Solfanelli, e a cui sono rimasta affezionata, e un romanzo di fantascienza arrivato due volte in finale all'Urania, rivisto e rivisto e là non più proponibile, ma a cui ho dato molto di me, forse troppo, e a cui tengo moltissimo, a dispetto di molti pareri avversi. Prima o poi, lo giuro a me stessa, lo pubblicherò, dovesse pure essere scaricabile gratis in rete.


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