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Per colpa del quotidiano

Fernando Sorrentino è nato a Buenos Aires nel 1942. Argentino di terza generazione, porta nei suoi tratti l'origine italiana. Autore da molti accostato a Borges e a Bioy Casares, non si riconosce in alcun genere particolare: ama le vicende al limite della realtà che pian piano scivolano verso l'immaginario o il grottesco. E' anche saggista. Suoi articoli sono comparsi sui maggiori quotidiani argentini, e ha collaborato tra l'altro con La Nación, La Prensa, Clarín, La Opinión, Letras de Buenos Aires, Proa. In Italia collabora con la rivista ferrarese Osservatorio Letterario - Ferrara e l'Altrove, e con Progetto Babele. Proprio Progetto Babele ha appena pubblicato di Fernando Sorrentino Per colpa del dottor Moreau ed altri racconti fantastici e Per difendersi dagli scorpioni, ed altri racconti insoliti, due autentiche collezioni di piccole gemme. The uchronicles ha incontrato l'autore. Fernando, sembri un autore decisamente orientato verso il fantastico e il surreale. Quando hai scoperto questa tua vocazione?


Non la definirei una vocazione, quanto una mia tendenza congenita. Mi sono sempre piaciute le storie in cui succedono cose se non proprio fantastiche, quantomeno insolite, Si può dire che il mio maggior piacere letterario, dal punto di vista del lettore, è che mi raccontino storie interessanto, in cui succedono episodi che vanno oltre l'abituale e la vita di tutti i giorni. Per questa stessa ragione, a soli dodici anni, rimasi assolutamente affascinato la prima volta che lessi David Copperfield, e mi dissi - e continuo a dirmi - "Questo Dickens è un mago! Scrive ottocento pagine e non annoia mai il lettore!". Tra l'altro, Dickens ha creato uno dei personaggi indimenticabili della letteratura universale, Uriah Heep.

A quali scrittori pensi di ispirarti di più, Borges, E. A. Poe, o l'italianissimo Dino Buzzati?

No, non mi ispiro a nessuno in particolare e non ci ho mai provato, perché mi sono reso conto molto presto che sarebbe stato un atto suicida. Insomma, ben oltre la mia volontà sono condannato irrevocabilmente a scrivere come Fernando Sorrentino. Tuttavia accade anche che uno scrittore si ritrova a essere un enorme recipiente dove va a cadere la letteratura già scritta. Tra questa c'è qualcosa che con forza o con meno forza influisce sul modo di scrivere di ciascuno scrittore, che si ritrova a essere così un eterno apprendista. Altre letture influiscono poi nel senso che ti insegnano come non devi scrivere. Senza peli sulla lingua: più di una volta ho pensato che Il processo fosse il romanzo più bello mai scritto e insieme il romanzo che io avrei voluto scrivere: Kafka è dunque il mio grande amore letterario!

Quanta letteratura italiana sta dietro la tua ricerca?

Non ne ho letto abbastanza. Nella mia infanzia ho letto alcuni romanzi di Salgari e, ovviamente, un libro che è stato un classico imprescindibile nella prima metà del XX secolo: Cuore di Edmondo de Amicis. Da adulto ho letto - senza grande interesse, devo confessarlo - I promessi sposi e Le mie prigioni. D'altra parte, però, ho letto - in italiano - La divina commedia e mi sono permesso addirittura di scrivere alcuni modesti articoli sulle curiosità che ho incontrato nelle svariate traduzioni spagnole di questo classico. Un romanzo che mi è piaciuto è Il fu Mattia Pascal di Pirandello. Come non essere sedotti dall'idea di un uomo che mette in scena la propria morte? Si tratta delle idee che si trovano dietro l'opera di un altro mio idolo letterario, Marco Denevi. Così come Mattia Pascal fa finta di essere morto, i personaggi di Denevi molte volte fingono di essere altre persone, oppure, ingegnosamente, altre persone li confondono e li identificano come persone che, in realtà, sono altri, come accade per esempio al romanzo Rosaura alle dieci.

Conosci Italo Calvino?

Sì, ho letto Il visconte dimezzato e devo ammettere che mi ha provocato un certo imbarazzo. Non mi piacciono le storie che dipendono, meccanicamente, da un'anomalia. Per questa stessa ragione detesto il racconto "Viaggio al seme" di Alejo Carpentier.

Della tua raccolta ho apprezzato in particolare il racconto che le dà il titolo e "In attesa di una spiegazione rivelatrice". Quante volte nella vita, secondo te, si può essere davanti a un bivio che ci terrorizza, come il protagonista di "Per colpa del dottor Moreau"?

Immagino che nella vita reale, questo accada molto di rado, o mai. Però credo sia interessante immaginare che, in una normalissima casa alla periferia di Buenos Aires, il padre di una bella ragazza sia una specie di mostro marino...

E quante volte può capitare di rimanere prigionieri nei propri riti quotidiani, come il protagonista de "In attesa di una spiegazione rivelatrice"?


Come già detto sopra, credo che non succeda mai. Però una cosa è il mondo reale, un'altra cosa quello dell'immaginazione.

Che rapporto c'è tra la tua letteratura e il concetto di metafora?

Direi proprio nessuno. La tua stessa domanda me l'hanno formulata, con leggere variazioni, decine di altre volte, e io rispondo sempre la stessa cosa, cioè la verità: "Nella mia scrittura non metaforizzo né simboleggio nulla. Voglio solo scrivere un racconto". E tante volte mi hanno rivolto la stessa domanda che ho deciso di scrivere un breve testo esplicativo.


Dunque le tue storie non vanno lette in modo simbolico. Quanto ti intriga il senso di improbabile, impossibile, o grottesco, che si cela dietro le cose quotidiane della vita?

La risposta è la stessa di prima. Però posso aggiungere che, alle volte, io stesso mi rendo conto di azioni insolite nel vedere come la reagisce la gente. Così nascono aneddoti. Ma anche senza provocare questo tipo di reazioni il mondo è pieno di cose strane e di persone che si comportano in maniera stravagante.

Credi che l'altrimenti impossibile possa celarsi nelle pieghe della realtà quotidiana?

Ma questo succede di continuo... Basta leggere le stranissime notizie che i giornali pubblicano tutti i giorni. Per esempio, vent'anni fa si scoprì che una famiglia argentina "tradizionale" i cui figli erano rispettabili e rispettati giocatori di rugby teneva nel seminterrato una prigione, dove erano segregati alcuni ricchi. Li avevano sequestrati per ottenere un riscatto. Quale scrittore, sia pure di fervida immaginazione, avrebbe mai potuto immaginare una cosa altrettanto insolita?

Come giudichi generi letterari di nicchia come il fantasy e la fantascienza?

Secondo me non ci sono generi letterari maggiori o minori, ma opere scritte bene o scritte male. Credo, insomma, che un sainete di buon livello sia superiore a una brutta tragedia, nonostante ci sia chi pensi che la tragedia sia un genere più importante del sainete. Ciò nonostante, la fantascienza di solito mi stanca un po', e proprio a causa dell'assenza quasi totale di verosimiglianza psicologica dei suoi personaggi; inoltre, sembra inevitabile che qualsiasi mondo, qualsiasi nave spazioale, qualsiasi fabbrica, eccetera, debba avere la lettera X nel suo nome: "Sul pianeta X-Orion- x14026..." e così via. E per tornare ai generi- associazione d'idee - questa meravigliosa tragedia che tutti abbiamo letto con enorme emozione e piacere, Edipo re di Sofocle, non ha qualcosa della rigorosa costruzione che si esige da un efficace rapporto di polizia?

Torniamo all'Italia, di cui sei originario, o almeno appari esserlo. Dicevamo prima di Buzzati e Calvino. Ci sono altri autori dello Stivale che puoi citare o che ami?

Anche se non ho una sola goccia di sangue che non sia italiana, la cosa certa è che sono argentino di terza generazione. So che mio nonno Sorrentino - che morì prima della mia nascita - era napoletano. Però gli altri miei tre nonni erano argentini, figli di italiani, ciò che significa che i miei otto bisnonni erano italiani. Così che, alla fine sono stato educato in lingua spagnola... e alla cucina italiana. Scherzi a parte, i libri che mi circondavano durante l'infanzia e l'adolescenza erano per lo più classici del XIX secolo e credo ci fossero più autori anglosassoni, francesi e russi che, per esempio, italiani, portoghesi o tedeschi. Non cercavo niente di speciale: leggevo a caso, un libro mi portava a un altro, e questo a un altro ancora. Tuttavia, ora ricordo! Ho letto in italiano una graziosissima opera teatrale di Machiavelli: La mandragola.

Borges, il mistero, il romanzo di genere. L'America Latina mostra una discreta fioritura di talenti. Come giudichi il panorama latinoamericano dal punto di vista della letteratura di frontiera - fantasy, fantascienza, gialli, romanzi del fantastico come i tuoi?

Confesso che non ho mai creduto a simili assunti teorici. Come ho già risposto, mi avvicino alla letteratura per il semplice (e rispettabilissimo) desiderio di trovarvi del piacere. Se un libro mi interessa e mi piace, vado avanti, se mi annoia o mi pone degli ostacoli, lo abbandono immediatamente. Non m'intendo affatto di questioni astratte e/o generali.

Quando hai cominciato a scrivere?

Mentre studiavo alla scuola secondaria, a quindici o sedici anni, provai a scrivere, ma con risultati spaventosi: non avevo né l'età, né la cultura, né il vocabolario, né l'esperienza. I racconti del mio primo libro, Métodos de la regresión zoológica li scrissi più o meno fra i ventidue e i ventiquattro anni. La cosa certa è che questo libro ha più difetti che pregi. Direi che, a partire dal secondo, Imperios y servidumbres ho cominciato a scrivere in maniera, diciamo così, ragionevole. I miei racconti che mi piacciono di più sono El rigor de las desdichas (1994) e quelli di El crimen de san Alberto (2008), che corrispondono a un periodo maturo della mia vita. Quando ero giovane avevo più spontaneità e tendevo a riflettere meno; oggi faccio il contrario, e non me ne pento.

Cosa consiglieresti a un autore esordiente?

Il consiglio che gli darei è l'idea che ha diretto la mia relazione con la scrittura: io cerco di scrivere i testi che mi piacerebbe leggere. Non posso mettermi dentro la testa di lettori ipotetici o invisibili. Se il lettore sconosciuto è d'accordo con ciò che ho scritto, bene, eccellente! Se non lo è, peccato, sfortuna: non mi suiciderò per questo. Né, ovviamente, ciò cambierà il mio modo di scrivere.

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