traduzione di Adriana Alarco de Zadra; adattamento di Giampietro Stocco
Daniel Salvo è un autore peruviano. Ci invia, tradotto in italiano, un gustoso racconto
di fantscienza paradossale...
Anatolio Pomahuanca aveva tutte le ragioni per odiare i bianchi. Da
cent' anni, loro avevano invaso e conquistato il
suo mondo e ridotto i suoi antenati alla triste condizione di servi, o comunque
cittadini di seconda categoria.
Ci sono stati, sì cambiamenti storici: guerre d' indipendenza, ribellioni e rivoluzioni;
i bianchi sono però rimasti sempre coloro
che governavano e decidevano tutto, in Perù come nel resto del mondo.
"Adesso viviamo in democrazia", dicevano. "Abbiamo fatto grandi
progressi in materia di diritti umani ed
integrazione", proclamavano.
Quando sentiva ripetere quelle frasi false, Anatolio sorrideva
storto. Non erano forse bianchi il presidente, i
militari ed i sacerdoti? Qualcuno aveva visto, almeno una volta, un
nativo occupare un incarico importante? Se fosse
stato in condizioni di farlo, Anatolio avrebbe sputato per terra:
tutti i bianchi erano merde.
Quello che le impediva di farlo era il luogo dove si trovava: un cubo
metallico, poco illuminato, con controlli e
schermi. Era il ponte di commando di una nave spaziale in orbita.
Come tutte le altre navi, apparteneva alle Nazioni
Unite. La sua missione era di routine, la misura dei venti solari,
ma in questo caso presentava un
elemento nuovo: Anatolio Pomahuanca era il primo peruviano nello
spazio.
Tutto il mondo considerava un onore il suo far parte dell'
equipaggio della nave. Lui, però, non si
faceva illusioni. Il suo lavoro come ingegnere di mantenimento,
era uguale a quello di un impiegato in una
stazione di servizio. La nave, costruita con la migliore tecnologia
dei bianchi, risultava un immenso meccanismo
automatico destinato a condurre un programma seguendo una sequenza precisa
di istruzioni. In realta`, tanto Anatolio quanto
tutto l' equipaggio erano soltanto passeggeri. Gli strumenti per la
navigazione ed i comandi avrebbero comunque svolto ogni compito automaticamente.
Sbadiglio`. Il suo breve turno sul ponte di commando
stava per finire. Aveva svolto tutti i lavori
assegnati. Controllare lo schermo, verificare il misuratore, informare
sulle coordinate, tutte attivita` inutili.
Dovevano pur mantenerlo occupato, penso` con
amarezza.
Il capitano della nave, che era anche il capo de la missione, entro` nella cabina.
Sorrise ossequiosamente ad Anatolio, che rispose annuendo e,
svogliato, si alzo`.
"Tutto bene, Pomahuanca?", chiese il capitano in perfetto spagnolo.
Anatolio odiava i bianchi in genere, e ancora di piu` quelli che
pretendevano di guadagnarsi la sua amicizia e la sua
fiducia. Era sempre facile capire le loro intenzioni, smascherare il falso
rispetto che nascondeva lo scherno dei
bianchi o, peggio ancora, la loro commiserazione per la sua razza.
"Tutto bene, capitano."
"Fino a questo momento, lei si e` impegnato nel lavoro. E' una grande
opportunita` per un ingegnere giovane come
lei, far parte di questa missione. Molti peruviani vorrebbero occupare
il suo posto."
"Si, vero?".
Anatolio sapeva che i bianchi erano incapaci di capire lo
sdegno che significavano quelle
parole. In realta`, sapeva che i bianchi lo consideravano una razza
inferiore, una specie di animale che nel passato
avevano sfruttato senza pietà e che adesso
dovevano trattare meglio. Ma non lo
avrebbero mai considerato un loro pari.
"Ma certo, Pomahuanca. Lei ha dimostrato la capacita` di un vero uomo
peruviano partecipando alla esplorazione dello
spazio. Sù, sempre piu` sù, come diceva il vostro pioniere dell'
aviazione, il pilota Jorge Cha`vez!"
"Di quale capacita` mi parla, capitano? Della capacita` di lavorare in
una miniera? Della capacita` di trascinare
un aratro? Della capacita` di essere servo in casa di un
bianco?"
Anatolio fini` la frase senza rendersi conto che la sua voce era
diventata stridula.
Il capitano mantenne il suo sorriso. Anatolio sospiro`. Aveva già rivolto le stesse
domande ad altri bianchi e le reazioni erano state diverse. Qualcuno si ritirava in
silenzio, altri lanciavano insulti. Anatolio
preferiva questi ultimi, perché almeno, manifestavano i loro sentimenti.
Il capitano era uno dei peggiori: apparteneva a quelli che credevano
che bianchi e nativi convivesseroi già in armonia, come
se i secoli di storia avessero cancellato le ferite del passato. Nei
libri e nei discorsi ufficiali non si parlava piu`
d' invasione o di conquista ma di un incontro di due mondi o di due
culture: sembrava incredibile che i bianchi
credessero alle loro stesse menzogne.
"Ci sono bianchi, come dice lei, che si occupano anche dei lavori
di cui lei parlaa. In ogni caso, il lavoro ci rende
degni."
"Ma quei lavori li danno sempre a noi! Perché non ci lasciano essere
presidenti, ministri od ambasciatori?"
"Tutto a suo tempo, Pomahuanca. Mi dispiace che le cose siano state
diverse per noi due, che dobbiamo essere schiavi del nostro passato."
"Ma di quale schiavitù parla? Essere proprietari, impresari o militari
e` schiavitù? Condurre macchine di lusso e`schiavitù? Apparire in televisione
è schiavitù? Non è cambiato nulla, capitano, noi saremo
sempre i conquistati e voi i conquistatori."
"Allora come spiega la sua presenza qui, Pomahuanca? Come spiega il fatto che sua
educazione sia stata interamente gratuita e che abbia potuto fruire dei piu` alti
standard nelle migliori universita`? E il suo servizio sanitario? E perché non parliamo di questa
missione? Secondo la sua logica soltanto i
bianchi, come le piace chiamarci, dovrebbero farne parte, no?"
Anatolio Pomahuanca tremava di odio e di rabbia. Chiuse i pugni, e lasciò
che i suoi pensieri uscissero liberamente dalla bocca: potevano fargli quello
che volevano, castigarlo o degradarlo. Almeno avrebbe avuto la soddisfazione di
dire al capitano quello che veramente
pensava.
"Per voi io sono soltanto un ornamento! Un simbolo! Volete solo annunciare che
avete portato un peruviano nello spazio! Cosi`,
tutti crederanno alla balla della convivenza armoniosa!"
Dalla faccia del capitano scomparve il sorriso. Gli occhi
diventarono minuscole righe parallele, senza colore e
la bocca gli si chiuse in una linea stretta.
Ripiego` le sue appendici uditive e si diresse verso
la sala di commando. La sua pelle squamosa mancava completamente di
colore, eccetto per il pennacchio blu che quelli
della sua specie portavano sulla testa. Per questo, i pochi terrestri che erano
sopravissuti alle guerre di conquista degli
invasori dello spazio li chiamavano "bianchi".
"Lei si puo` ritirare, Pomahuanca. Sia pronto per il prossimo turno",
disse il capitano, congedandolo con un
gesto delle sue mani membranose.
FINE