Le cronache ucroniche di Giampietro Stocco
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Rigore e sogno

  • Gianfranco Viviani è nato a Milano nel 1937. Dopo essersi diplomato, prima come geometra, poi in grafica, ha cominciato a lavorare nel 1953 presso l'agenzia pubblicitaria internazionale J.Walter Thompson che proprio in quell'anno aveva aperto la sua sede italiana. Dopo qualche anno, senza neppure immaginare che stava per fare il passo decisivo della sua vita lavorativa, accettò l'offerta della casa editrice Mursia che negli anni seguenti fu determinante per la sua preparazione in campo editoriale. Nel 1965 lasciò la Mursia per fondare una propria sigla: l'Editrice Nord. E non passò molto tempo prima che si rendesse conto che le sue pubblicazioni non erano ispirate da un preciso progetto editoriale, perciò decise di far eseguire da una azienda specializzata in ricerche di mercato un'indagine tendente a conoscere quali fossero i generi carenti o mancanti in libreria. Ne emersero diversi, e tra questi c'era la fantascienza, genere narrativo di cui Viviani era appassionato, ma che in quel momento non godeva del favore dei librai che la snobbavano perché veniva considerata un prodotto da edicola. Incurante di questo fatto, Viviani si attorniò di specialisti del calibro di Riccardo Valla e Renato Prinzhofer e puntò tutto sulla fantascienza. Nel 1970 apparvero sui banchi delle librerie i primi volumi cartonati della collana Cosmo Argento che ebbero un immediato successo. Negli anni successivo la Nord presentò nuove collane ottenendo un tale consenso di pubblico e di critica da far dire che il nome Nord fosse sinonimo di fantascienza. Tra l'altro fu la Nord la prima al mondo a dividere il fantasy dalla fantascienza, idea che venne immediatamente adottata dall'americana Daw Books di Donald Wollheim, e in seguito da tutte le altre case editrici. L'avventura editoriale di Viviani-Nord si è conclusa nel 2002 quando e stata ceduta al Gruppo Longanesi. Ma la fantascienza è una droga che ha saturato il sangue di Viviani, perché pensasse di ritirarsi a vita privata. Infatti, ed è storia recente, è riapparso alla ribalta come direttore della collana Odissea edita dalla Delos Books, l'associazione culturale di cui Viviani è entrato a far parte.



  • Qual è stato il primo scritto di fantascienza che hai tenuto in mano?

    Da quando ho cominciato a leggere fantascienza ho letto tanti di quei romanzi che a volte nemmeno rivederne il titolo mi fa ricordare di che storia si trattasse. Prima ancora di arrivare a Urania, che è stato un passo quasi obbligatorio per la gente della mia generazione, tra gli undici e tredici anni avevo letto i classici: Verne, Wells, Poe, Mary Shelley. A quei tempi (parlo degli anni 1948-1951) la mia famiglia si era trasferita in un piccolo paesino calabro ai piedi dell'Aspromonte nel quale non ho mai capito cosa ci facesse la gente (cinquant'anni dopo sono tornato a vederlo e anche il quell'occasione mi sono posto la stessa domanda), lì non c'erano librerie e nemmeno edicole, così quello che potevo leggere erano i libri che riuscivo a trovare nelle case di amici. Poi finalmente sono tornato a Milano e qualche anno dopo qualcuno mi ha regalato due fascicoli usati di Urania, e ancor più dei classici, quei due romanzi sono quelli che ricordo con maggior nostalgia. Si trattava di "Cristalli sognanti" di Theodore Sturgeon e di "Livello 7" di Mordecai Roshwald. Inutile dire che da quel momento e per molti anni ho consumato un Urania ogni due giorni, occupando piacevolmente le tre ore giornaliere di tram che mi ci volevano per andare a lavorare.

    Tu hai tenuto i contatti con decine - a dir poco - di autori di sf. Qual è quello che ti ha colpito di più come persona e perché?

    Ce ne sono tre in particolare che mi hanno colpito: Harry Harrison, Frederik Pohl, Alan Dean Foster. Tre persone splendide. Quando li conobbi erano all'apice della loro fama, eppure mi sorprese la loro modestia il loro cameratismo, la loro disponibilità. In Italia conoscevo autori che per il solo fatto di aver pubblicato un libro guardavamo tutti dall'alto in basso con la puzza sotto il naso; quei tre americani, invece, pur essendo famosi, ricchi e tradotti in tutto il mondo, non si facevano problemi a socializzare, a rimanere seduti per terra tutta la notte con gli amici e i fan a bere birra e chiacchierare e scherzare con chiunque. Per me è stato come scoprire un mondo nuovo e la cosa mi ha tanto colpito che in qualche modo ha anche condizionato il mio rapporto con la gente.

    C'è qualche aneddoto che ricordi?

    Un giorno il mio amico Karel Thole, che era assiduo frequentatore delle Conventions mondiali di fantascienza, mi disse: " Senti, Gianfranco, ormai tu operi da cinque anni in questo settore, ma se non ti muovi, rimarrai sempre uno sconosciuto, piccolo editore italiano. E' arrivato il momento che io ti presenti tutte le persone che contano nel mondo della fantascienza, persone che ti possano spianare la strada nel tuo lavoro. Quindi preparati che dopodomani andiamo a Dublino". A Dublino si teneva la Conferenza Internazionale degli operatori della SF. Non sapevo una parola d'inglese, avevo paura perché sarebbe stato il mio primo volo, ma non esitai ad accettare. Il primo giorno rimasi tutto il tempo zitto sulla mia sedia ad ascoltare senza capire quello che dicevano i vari relatori: Karel mi disse che autori, traduttori, editori, agenti letterari, esponevano le loro idee su come dovesse evolversi l'editoria di fantascienza, sulla opportunità di scrivere romanzi brevi piuttosto che lunghi, su quanto fosse opportuno continuare a far pagare caro il diritto d'autore nei paesi dell' Est europeo, piuttosto che ribassarlo. Ero un po' deluso. Poi dalle 23 di quello stesso giorno le cose cambiarono. Dopo cena, Karel annunciò che in una certa camera al sesto piano dell'albergo si teneva un room party e che dovevamo andarci. "Ma sei matto? Non siamo invitati e non conosco nessuno" "Vieni" tagliò corto Karel. Arrivati davanti all'uscio, Karel bussò e dall'interno si sentì un vocione urlare: "Avanti" in italiano. Era Frederik Pohl. Non ho mai saputo se Karel li avesse avvisati, ma in quel momento ebbi l'impressione che mi stessero aspettando. E quell'avanti per me assunse il significato di "benvenuto nel nostro mondo". C'erano veramente tutti e, incredibilmente, molti di loro sapevano il francese, così parlai tutta la notte, e continuai giorno e notte nei successivi tre giorni, tra boccali di birra irlandese che favorivano gli scambi di idee. Non sto a elencare i nomi di tutti, ma strinsi amicizie che negli anni successivi furono determinanti per il mio lavoro e per l'Editrice Nord.

    E' vero che i romanzi di sf che escono negli Stati Uniti sono meno curati di quelli che escono in Italia? E perché?

    Non si può generalizzare. Ci sono fior di autori che curano le loro opere nei minimi particolari, però ci sono anche autori meno esperti che hanno fretta di consegnare il manoscritto all'editore. Da quello che vedo, molti editori americani si fidano dell'autore e non eseguono editing sulle opere che pubblicano, perciò quei libri contengono numerosi strafalcioni di stile e di struttura che forse passano inosservati ai lettori USA, ma che quando vengono tradotti in italiano è necessario rivedere, mettendo a posto quello che l'autore ha dimenticato di fare. Da questo punto di vista le opere che escono in Italia sono più curate.

    Che cos'è la fantascienza per Gianfranco Viviani?

    Edgar Allan Poe diceva: "Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte" A me la fantascienza ha sempre fatto sognare di giorno e di notte. Ha aperto la mia mente alla tolleranza per i diversi, mi ha proiettato in mondi allegorici che non sono altro che lo specchio in cui si riflette il modo in cui vorremmo vedere il nostro, mi ha divertito anche nei momenti tristi in cui non avrei potuto farlo. E nonostante si dica che la fantascienza sia una narrativa d'evasione, a me ha dato importanti spunti di riflessione. Potrei andare avanti all'infinito a intessere lodi per la fantascienza. D'altra parte, come sai, per una vita la fantascienza è stata il mio pane quotidiano, nel senso intellettuale e pratico della cosa.

    Certo, posso capire che l'Editrice Nord che hai fondato e diretto per tanto tempo ti abbia dato tutto questo, perciò mi viene spontaneo chiederti come mai hai deciso di lasciarla?

    Be', questa è un'altra storia: bella da una parte, dolorosa dall'altra. Quando cedetti l'Editrice Nord al Gruppo Longanesi, nell'accordo si prevedeva che io rimanessi per tre anni per addestrare le "forze giovani" che avrebbero dovuto sostituirmi. Se le cose fossero andate per il verso giusto, trascorsi i tre anni avrei anche potuto rimanere, ma dopo aver lavorato trent'anni da solo, ho avuto qualche problema a integrarmi nei sistemi della nuova proprietà, pur riconoscendone la validità. Perciò alla scadenza dell'accordo, ho ringraziato e me ne sono andato. Non c'è stato niente di personale: quelli della Longanesi sono persone molto corrette e dinamiche, ma concepiscono la figura dell'editore in modo molto diverso dal mio. Ho capito che avevano ragione, tuttavia mi sono sentito inadeguato alla loro struttura. D'altro canto non dovevo fare carriera e quindi ho preferito continuare a "sentire" il mestiere dell'editore in modo romantico, alla vecchia maniera, anche se nel momento in cui sono uscito dalla Nord non avevo certo voglia di rifondare un'altra casa editrice.


    E invece hai fondato la collana Odissea per la Delos Books: quali sono i criteri che ispirano questa nuova collana?

    Ho sempre amato e apprezzato il "romanzo breve", ritenendolo la forma più pura della fantascienza, quella che concede alla narrazione il suo respiro ideale, la più dinamica e vera fucina di novità e originalità. Ho sempre sognato di poter fare una collana dedicata ai romanzi brevi, ma per opportunità di ordine commerciale, quando ero alla Nord non ho mai potuto farlo. Adesso, entrando nello staff Delos Books, ho potuto finalmente avviare questo progetto e ho ritrovato l'entusiasmo e il piacere di lavorare per la fantascienza.


    Tu sostieni che Odissea è un ritorno alla sf schietta. Come mai hai deciso di aprire un'apposita sottocollana per il fantasy?

    Non credo di aver mai parlato di sf schietta, non avrebbe molto senso questo termine Ho detto, invece, che per questa collana sceglierò opere nuove, con idee inedite e originali, che propongano testi e tematiche adeguati ai nostri tempi, ma che nello stesso tempo siano di godibile lettura. Tuttavia sono un nostalgico e appassionato della vecchia guardia, quindi non trascurerò di ripresentare ai lettori i grandi classici della fantascienza degli Anni d'Oro che sono stati dimenticati. Il primo di questi classici, "Gli esiliati di Ragnarok", uscirà proprio nel mese di giugno. Per quanto riguarda il fantasy, questo è un altro dei miei amori. Inoltre è un genere di narrativa molto seguito, e per una casa editrice possiede grandi potenzialità commerciali. In tutto il mondo, chi pubblica fantascienza, accosta il fantasy alla sua produzione, e così ho fatto anch'io, e con grande piacere, perché considero il libro di Milena Debenedetti "Il dominio della Regola", che apre la serie fantasy di Odissea, un'opera tra le più riuscite, addirittura superiore e molti romanzi fantasy di autori stranieri che ho letto e continuo a leggere.


    Gli autori italiani: gioie o dolori?

    Sì, gli autori italiani mi hanno sempre procurato gioie e dolori. Ma fortunatamente quelle che ricordo sono solo le gioie. Per un editor non c'è niente di più gratificante di scoprire un autore che poi viene apprezzato dai lettori e fa carriera. Ho sempre dedicato molta attenzione agli autori italiani, sia di sf che di fantasy, e continuo anche adesso a leggere i romanzi che mi arrivano. Quando ne trovo uno che mi convince ed è pubblicabile, credo di essere più felice io dello stesso autore. I dolori invece nascono quando devo rifiutare un'opera. So con quanta aspettativa e trepidazione l'autore attende la mia risposta; mi rendo conto della delusione e dei dubbi che il mio rifiuto arreca, ma non posso fare altro che motivare il rifiuto, nella speranza che serva a far capire all'autore perché il suo romanzo non funziona.



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